“TERRA ROSSA, PIOGGIA SCROSCIANTE”

Ascoltate. Sto per raccontare una storia. Vi racconterò di mogli e bravi medici, soldati, poeti, tribù, perdigiorno e teppisti, bugiardi, truffatori, piloti temerari, cavalli focosi, giocatori d’azzardo, uomini di mondo, attrici, politici, vi racconterò di loschi affari, denaro sporco, grandi amori, corse campestri, contadini e raccolti, pescatori e consiglieri municipali, capi religiosi e naturalmente cavalieri. Racconterò una storia che crescerà come un loto rampicante, si avvolgerà su sé stessa e si espanderà senza fine, finché ciascuno di voi entrerà a farne parte, e gli dèi verranno ad ascoltare, finché tutti noi parleremo in un’armoniosa confusione che contiene il passato, ogni attimo dei presente e il futuro infinito.»

Secondo voi, amiche mie, potevo forse resistere ad un esordio del genere?

O come potevo non lasciarmi ammaliare dal titolo di questo stupendo libro "Terra rossa e pioggia scrosciante"?

Questo è il romanzo d'esordio dell'autore indiano Vikram Chandra, di origine indiana ma trasferitosi a studiare negli States negli anni Ottanta, anni in cui l'America sembra moderna, ricca, una terra da sogno, soprattutto se confrontata con l'India, vecchia, retrograda e sonnecchiosa.

Ecco che lo scrittore si impersonifica in Abhay, giovane studente indiano, tornato a casa dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti.

 Abhay non è più abituato alla vita indiana,  alla grande quantità di animali  che convivono con gli abitanti delle città. Soprattutto non sopporta le scimmie che dal tempio vicino a casa sua entrano in giardino e si divertono a fargli i dispetti. Così, un giorno, inviperito, ne ferisce gravemente una con un fucile ad aria compressa.

I genitori di Abhay inorridiscono: sono indù praticanti e per loro le scimmie sono sacre ad Hanuman. Inoltre, se lo scoprissero i vicini di casa, le cose si potrebbero mettere male. Soccorrono  la scimmietta e la nascondono in casa sperando che non muoia.

Il padre di Abhay ha l’abitudine di scrivere lettere ai giornali nazionali proponendo suggerimenti su come risolvere i problemi dell'India. Il tempo scorre e un bel giorno la scimmia, sdraiata su una brandina, lo guarda incuriosita.

Ad un certo punto il piccolo animale ha una folgorazione: ricordi, pensieri vaghi, strane idee che vengono da chissà dove, forse da un’altra vita si affacciano alla sua memoria.

Di getto la scimmietta si avvicina alla macchina da scrivere e batte sui tasti: «Io sono Sanjay».

Se vi ha sorpreso vedere una scimmia che sa scrivere, tenetevi forte, ecco a voi tre grandi divinità: Yama, Hanuman e Ganesha.

Il primo, il dio dei morti, pretende l'anima di Sanjay: il suo momento è giunto, finalmente, e ora si reincarnerà in una lumaca, giusta punizione per uno sbruffone arrogante con cui ha da secoli un conto in sospeso. Hanuman, dio delle scimmie, si oppone. Ganesha allora propone una scommessa:  Sanjay ptrà raccontare la sua storia, tenendo avvinti a sè gli ascoltatori per almeno due ore alo giorno. Se al tramonto ci sarà meno gente che al mattino, la scimmia morirà e Yama farà quel che vuole. In caso contrario vincerà Hanuman e a Sanjay tornerà ad incarnarsi in un essere umano.

Così la scimmia comincia a scrivere e Abhay legge a voce alta un foglio dopo l’altro. Inizialmente il pubblico è composto solo dalla famiglia del protagonista. Presto però la voce si sparge e i vicini accorrono incuriositi.

In pochi giorni la casa è piena di gente che ascolta affascinata la strana storia di Sanjay.

Sul modello de "Le mille e una notte",  il racconto assume proporzioni gigantesche. I personaggi che scendono in campo sono numerosi, le loro vicende si intrecciano in modo non sempre chiaro, ognuno racconta storie o parti di storia, sempre con lo stesso incipit: «Ascoltate».

E il lettore porge l'orecchio affascinato e vive le  avventure di Benoit de Borgne, mercenario crudele e senza cuore; di George Thomas, soldato britannico che diserta per diventare capitano di ventura e crea un esercito di guerrieri sikh; dell’affascinante Began Sumroo, la strega che nessuno può guardare senza innamorarsene,....

Tutte queste storie misteriosamente si incarnano  in dolcetti chiamati laddu - guarda caso dolci dedicati a  Ganesha (di cui prima o poi troverò la ricetta)-  che un santone eremita dona in un cesto alla moglie di un ufficiale della Compagnia delle Indie.

La donna, una principessa indiana, rimane incinta, e così pure una sua amica che ne aveva assaggiato uno. I loro figli, fratelli seppur di genitori diversi, avranno un destino folgorante.

Sikander, grande, forte, carismatico, trascinatore di popoli e Sanjay, reincarnatosi nel corpo della nostra scimmietta dattilografa, che è invece gracile e timido.

I due sono inseparabili e crescono assieme. Il desiderio più grande di Sikander (trasposizione indiana del nome Alessandro Magno) è di radunare un esercito, creare una grande rivolta e cacciare gli Inglesi.

Sanjay, invece, si trova a vivere in due mondi contemporaneamente. E' dotato di poteri sovrannaturali: comunica con gli spiriti, vola, prevede il futuro.

Anche Abhay, che legge la storia, fa parte di due mondi. E proprio a lui spetta il compito di continuare la narrazione quando la scimmia, esausta, si addormenta.

Ecco che il giovane studente trascina il pubblico in giro per l'America, raccontando con grande ammirazione delle highways immense, di un paese senza passato dove tutto è infinito e veloce, un Paese che vive già nel futuro, contrapposto all’India lenta ed eterna, dove il tempo scorre in cerchio, caratterizzata dall'idea della reincarnazione,  dal ritorno dei monsoni, dalla danza di Shiva.

Questo romanzo, che per me è veramente unico, rappresenta benissimo cos'è l'India.

Un mondo mistico, magico, contraddittorio, colorato, speziato, intrigante, pragmatico.

Una terra dove il divino e il profano si fondono con naturalezza nella quotidianità di ogni giorno, dove modernità e tradizione vanno a braccetto.

Un luogo affascinante, inconcepibile, labirintico dove la nostra mente occidentale fatica ad ambientarsi, dove il lettore perde ogni punto di riferimento e l'unica via di salvezza sembra quella di lasciarsi trasportare dal fiume di parole, quasi come se il flusso della narrazione fosse la trasposizione del grande e sacro Gange.

Penso che la cosa più difficile sia tenere a mente tutti i personaggi, perché sono davvero tantissimi. A volte è le vicende narrate ci sfuggono, qualcosa si perde per strada, ma nel complesso la trama principale è ben chiara.

L'altro ostacolo è rappresentato sicuramente dalla mole del libro: circa 800 pagine, ma del resto l'India non può essere descritta in 100 pagine soltanto!

"Terra Rossa e pioggia scrosciante", affollato come le strade di Delhi, caotico come il traffico di Bombay"

Con questo post partecipo al venerdì del libro proposto da Homemademamma.

2 pensieri su ““TERRA ROSSA, PIOGGIA SCROSCIANTE”

  1. Murasaki Shikibu

    Sembra imperdibile, con questa epica descrizione! E poi mi piacciono questi romanzi indiani infiniti con cento trame interne. Me lo segno per l'estate, che è la stagione perfetta per i romanzi lunghi, e grazie del consiglio ^_^

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