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Si capisce che le scuole sono finite (o quasi) da due fattori:

il traffico magicamente si riduce e su facebook fanno la loro comparsa post che ironizzano sulla disperazione dei genitori che dovranno passare tre lunghi mesi con i loro figli.

Al di là dell'inutile polemica sul perché i genitori dovrebbero sentirsi male solo all'idea di stare con le proprie creature (secondo me fatta da chi figli non ne ha o da chi non ci sta), trovo più comprensibile l'abisso di sconforto di quelle coppie lavoratrici che devono fronteggiare l'annosa questione:

arriva l'estate e il bambino dove lo metto?

Chi ha la fortuna di avere i nonni a disposizione, nel senso di nonni volenti e volenterosi, ha già trovato la soluzione.

(Ma anche i nonni possono andare in vacanza, ammalarsi, avere degli impegni improvvisi, ricordiamocelo, mamme criticone sempre pronte a puntare il dito sulle fortune altrui)

Chi invece deve fare affidamento solo sulle proprie forze, come gestisce la situazione?

Se si hanno bambini dai 3-4 anni in su, si può sempre ricorrere ai cred, grest, campi estivi e via discorrendo.

Ce ne sono davvero molti, quelli più "in" vengono tenuti da ragazzi stranieri (qui da noi inglesi) e si svolgono totalmente in lingua.

Ci sono quelli dedicati allo sport, quelli all'interno delle fattorie didattiche, quelli "classici" con gli animatori che strimpellano canzoni sulla chitarra.

Ma non so se questa sia la soluzione ideale. Innanzitutto c'è sempre da considerare l'aspetto economico: non sempre sono a buon mercato.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, hanno comunque orari che non sempre combaciano con quelli dei lavori dei genitori, per cui ci si deve incastrare e giostrare per portare i pargoli e andarli a prendere.

Oppure trovare altre persone qualificate e fidate e pagarle per farlo al posto nostro, sommando spesa a spesa.

E come se non bastasse a volte non c'è un servizio mensa, per cui bisogna trovare il modo di essere fisicamente con i bambini all'ora di pranzo.

Pensando a tutto questo, mi è venuta in mente un'altra cosa: il problema dell'estate in realtà è più sentito perché le scuole chiudono, ma ci sono anche genitori che durante l'anno non riescono ad occuparsi dei figli perché sono al lavoro.

Ed io sarò, anzi sono,  una di queste, una mamma che parte la mattina e torna la sera. CF fa i turni, per cui la sua presenza non è garantita al 100%.

Certo, abbiamo i nonni, che sono un grande aiuto, ma quando i pupi andranno a scuola il loro carico di lavoro sarà maggiore: dovranno far fronte a due scolari che torneranno e dovranno fare i famigerati compiti.

E qui davvero mi vengono gli attacchi di panico.

Mi è capitato una qualche volta di aiutare il mio nipotino che andava in seconda elementare e con mio grande sgomento i metodi educativi e gli esercizi a livello pratico sono totalmente diversi da come li facevo io venticinque anni fa.

Se è sempre vero che due più due fa quattro, per arrivare a quel risultato sono stati introdotti dei procedimenti che proprio intuitivi non sono.

Quindi ho paura che i nonni, pur con tutta la loro buona volontà, non saranno sempre in grado di fare da spalla ai bambini negli studi.

Mi sembra assurdo dover pensare di ridurmi ad aiutare i pupi a fare i compiti alle otto di sera, quando già ora che sono piccoli arrivo a casa e mi stremano dopo dieci minuti.

Senza contare che le ore serali non sono propriamente indicate per l'apprendimento: i bambini stessi sono più stanchi, più nervosi, meno collaborativi.

Diverse correnti di pensiero affermano che non si deve aiutare i figli a fare i compiti, per tanti motivi: sono un loro impegno, stimolano l'autonomia e via dicendo.

Io infatti non sto parlando di fare i compiti con o per i bambini, ma di rendersi disponibili in caso di bisogno.

Aiutare i figli nello studio per me è un dovere dei genitori, senza sostituirsi agli insegnanti ma anche senza lasciare a loro tutta la responsabilità di una cosa così importante.

Non mi piace chi si barrica dietro frasi del tipo: "Se non hai capito, fatti tuoi, stavi più attento".

Si può non capire per molti fattori, non solo per disattenzione.

Ergo, come si affronta la questione?

So che esistono dei centri creati apposta per aiutare i bambini a fare i compiti, ma vale la stessa cosa detta sopra per quelli estivi: tempo e denaro, gestire gli spostamenti, incastrare mille impegni.

Questo a lungo andare comporta di fatto una situazione di disparità e di svantaggio per quelle famiglie che non si possono permettere di aiutare i figli con i compiti e che non sempre hanno le risorse economiche per pagare le ripetizioni o i centri. Con il  rischio reale  di penalizzare in qualche modo i propri figli e di farli rimanere indietro.

E' di pochi giorni fa la notizia che in Francia il ministro dell'istruzione Jean Michel Blanquer abbia previsto all'interno del decreto che riguarda la ri-organizzazione dei ritmi scolastici, quindici ore mensili che la scuola destinerà per lo svolgimento dei compiti.

Gratis e per tutti, senza che i compiti gravino sul tempo domestico, garantendo almeno sulla carta la possibilità che figli e genitori possano stare assieme senza inutili beghe o senza braccio di ferro almeno nelle ore serali e nei fine settimana.

Con grande pace di tutte quelle mamme (e anche qualche papà) che dovranno stare davvero con la propria prole.

 

 

Un Giusto non è mai del tutto buono, ognuno di noi ha commesso almeno un delitto

Finalmente la settimana è finita e il mio cuore è leggero (si fa per dire).

Una cosa posso garantirvela: se volete un libro da leggere tutto d'un fiato, con una trama surrealistica e al tempo stesso contemporanea, "Prendiluna" è quello che fa al caso vostro!

E' l'ultimo romanzo di Stefano Benni, autore famoso ma che io (non so bene per quale ragione) non ho mai preso tanto in considerazione.

Mi sono dovuta ricredere con questo libro!

E per lasciarvi una recensione un pò più accurata (occhio, potrebbero esserci anticipazioni), ho fatto il mio primo video!

Fatemii sapere cosa ne pensate e se vi va date un'occhiata al mio canale youtube.

Buon fine settimana!

(questo post partecipa al venerdì del libro. Se vuoi saperne di più, clicca qui).

 

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Ieri sera la Ninfa faceva i capricci perché voleva mangiare il gelato.

"Voglio il gelato, quello buono alla panna con il cono e il cioccolato sopra!"

Immaginatevi essere tallonate da una quatrenne che ripete "voglio il gelato, voglio il gelato, voglio il gelato!" come una mitraglietta, senza tirare il fiato.

Mentre cucini, attaccata alla gamba.

Mentre sei seduta, alle tue spalle.

Mentre sei in bagno, fuori dalla porta.

Martellante, instancabile, esasperante.

Ma non ho ceduto. Sono stata ferrea, irremovibile e salda nella decisione presa di comune accordo con il padre.

"Il gelato si mangia dopo cena e solo se fai la brava e la smetti subito di fracassarmi i maroni  fare i capricci!"

Ovviamente non è servito a nulla, ha proseguito imperterrita col suo mantra, lei, tanto che alla fine è riuscita a far venire voglia di gelato pure a me, che non ne vado matta.

Durante la cena non ha toccato cibo. In compenso ci ha pensato Ringhio a ripulire per bene anche il suo piatto.

Per coerenza, anche se mi è dispiaciuto, non ha avuto il gelato tanto desiderato.

Imbronciata, la piccola è andata a buttarsi sul letto.

L'ho lasciata sbollire un pò nella vaga speranza che la tempesta si placasse.

Poi ho preso Ringhio e siamo andati in cameretta per la favola della buona notte.

"....E la donna cattiva, dal cuore di pietra, non si fece commuovere dalle lacrime della fanciulla..."

"Cosa vuol dire cuore di pietra?" mi domanda la pupa, curiosa.

"Ma non hai detto che non volevi ascoltare la favola?" insinuo, con un pizzico di soddisfazione.

"Infatti non la ascolto io, la ascoltano le mie orecchie" puntualizza la Ninfa.

Sorrido nella penombra: il gelato alla panna è stato dimenticato.

"Una persona che ha un cuore di pietra vuol dire che è una persona insensibile, cattiva"

"Il contrario della mamma che ve le dà sempre tutte vinte e vi vizia" sbotta CF dalla camera adiacente.

La Ninfa salta sul letto e grida: "No, non è vero, la mamma è cattiva e ha un cuore di pietra perché non mi ha dato il gelato alla panna".

Presa in contropiede, maledico mentalmente CF per la sua tempestività.

La Ninfa è di nuovo imbronciata. Nella luce soffusa vedo il suo corpicino rannicchiato sotto il lenzuolo.

Sospiro e continuo il racconto col cuore pesante.

Ringhio si addormenta in un batter d'occhio sopra di me, con quell'abbandono tipico che solo i bambini hanno.

Con mosse degne di un contorsionista riesco a districarmi senza svegliarlo.

Getto uno sguardo sconsolato al letto della Ninfa, da cui non proviene alcun rumore.

So che è ancora sveglia, così mi avvicino per darle un bacio.

"Ehi cucciola..." sussurro.

Pian piano la sua testa fa capolino da sotto le lenzuola aggrovigliate.

Le poso un bacio lieve sulla fronte, lei mi stringe la mano e mi chiede: "Cos'è quello?"

Seguo la direzione del ditino e tento di distinguere qualcosa.

Tra i giochi d'ombra creati dalla luce del lampione che penetra tra le persiane socchiuse, scorgo una sagoma che guizza lungo il muro.

"Sarà un insetto o un ragno, amore. Starà tornando a casa per andare a dormire. Ora chiudi gli occhi e dormi anche tu".

"Ahhhh..." risponde la pupa, calma e tranquilla.

E subito dopo urla: "Papàààààà, vieni,corri veloce!"

CF allarmato si precipita in cameretta e accende la luce.

La Ninfa saltella sul letto indicando il muro.

"Guarda, c'è un insetto grande. Buttalo via, buttalo via!"

Io la guardo esterrefatta: la mia bimba non ha mai avuto paura degli insetti, anzi. Io mi preoccupo sempre per loro, più che per lei.

Da piccola si è inghiottita un bel pò di formiche e non erano neppure quelle Bon-bon!

"Amore, bastava dirlo alla mamma...."

"No, no! Io voglio solo il mio papà che butta via le creature cattive"

CF pare rifulgere di luce propria.

Investito da cotanto onore, nei panni dell'eroe salvifico, acchiappa il malcapitato mostro e lo schiaffa nel water, giù per il tubo, senza alcuna pietà.

I bambini saltellano in giro per la stanza, eccitati, in una strana danza tribale.

"Bravo papà, bravo papà!" E battono le mani.

Lui si gode il suo momento di gloria. La Ninfa, appesa al suo collo, gli schiocca un bacio rumoroso e umidiccio sulla guancia.

CF è letteralmente in brodo di giuggiole.

"Papà, il mio pancino ha fame ora. Visto che siamo svegli, posso avere il gelato col cono e la panna?" miagola lei, con uno sguardo che non ha nulla da invidiare al Gatto con gli Stivali di Shrek.

"Ehi!" tento di oppormi.

Ma CF non mi guarda neppure. Si dirige in cucina con la bimba in braccio e Ringhio che gli trotterella dietro.

"E poi chi è che li vizia?" salto su fingendomi indignata.

"Sei stata tu a dire che non poteva mangiare il gelato, non io!" ribatte il padre dei miei figli, con una faccia da schiaffi.

"Sì, sì" sottolineano loro.

"Il mio papà è il più coraggioso del mondo. Ed è buono buono come questo gelato. Ha proprio...un cuore di panna!"esclama la Ninfa.

Guardo mia figlia leccare il gelato, completamente appagata.

Osservo il mio compagno che sorride trasognato: una volta tanto è lui al centro dei pensieri della sua bambina.

Sbircio Ringhio, a cui basta mangiare qualcosa per essere contento.

Sospiro e sgranocchio la cialda del gelato. E' davvero buono!

"E vissero tutti felici e contenti", concludo mentalmente.

(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali)

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A settembre Ringhio comincerà ad andare alla scuola dell'infanzia/scuola materna/asilo.

Se l'operazione spannolinamento sta procedendo, se ha imparato a soffiare il nasino, se sa mangiare da solo più o meno composto, su una cosa proprio non ci siamo: il linguaggio.

Alla veneranda età di 30 mesi, il mio pupo sa dire correttamente: mamma, papà, pappa, acqua, nonno, nonna, Nene (vezzeggiativo della sorella), nanna, pipì, cacca, su, giù, qui, là, di là, si, no, ma dai, eh già, pocco ( a scelta tra "poco" e "porco"), banana e cazzo (questa ovviamente la scandisce benissimo, a momenti la sillaba).

Per il resto, la sua bocca rimane cucita. O meglio, la sua bocca va ma la sua lingua no.

Il povero Ringhio si sforza di imitare quello che dicono i grandi.

Ad esempio, se la Ninfa fa una domanda, lui ripete la frase (a modo suo) con tono chiaramente interrogativo.

Il pediatra di famiglia nel corso dell'ultima visita filtro fatta recentemente ci ha rassicurato dicendo che il bambino è bello sveglio, ubbidisce agli ordini che gli vengono impartiti (tipo, "portami la macchinina rossa" o "vuoi mangiare la mela") e sa anche come comunicare con gli altri.

Infatti, per supplire alla mancanza di parole, Ringhio interagisce con una mimica facciale e una gestualità degna del miglior attore navigato.

In più, servendosi di una sola vocale, ha coniato un suo linguaggio segreto comprensibile a pochi eletti.

Così "Ajaja" (la "J" viene pronunciata come nella lingua spagnola) vuol dire "mostro", "Agggaggg" significa "dinosauro" e "Aaaaaahhh" vuol dire "ok, ho capito!).

Se Ringhio esclama "ah!" con dito alzato sta dicendo "zitto e ascolta", un "aaa"con indice puntato invece significa "guarda là".

Quindi, se comunicare con noi diviene relativamente semplice, ho paura invece che la stessa cosa sarà difficilissima quando si troverà solo soletto in mezzo a volti sconosciuti in un ambiente diverso.

Povero tapino, mi viene l'ansia solo a pensarci!

Come farà a farsi capire? E gli altri bambini, saranno pazienti con lui o lo emargineranno?

Anche la Ninfa alla sua età non aveva una notevole padronanza del linguaggio, ma per lo meno sapeva comporre della frasi di senso compiuto (ora, a quanto dicono le insegnanti, non sta zitta nemmeno quando mangia).

Non so, la pupa mi ha sempre dato l'impressione di una bambina più forte, più perspicace, più determinata.

Ringhio, nonostante il nomignolo aggressivo, è più ingenuo, più "bamboccione".

Chi lo conosce, comprese le educatrici dello spazio gioco, sono pronte a giurare e spergiurare che in realtà non è affatto così: nonostante non parli, ha grinta e tenacia da vendere.

Insomma, non è uno sprovveduto che si lascia mettere i piedi in testa o che se ne sta in disparte, ma uno che si butta nella mischia, gioca e si diverte.

Per cui, se, come dicono persone più qualificate di me, devo stare tranquilla perché questo ritardo del linguaggio è una fase comune a molti bambini,ogni bambino ha tempi di apprendimento diversi,  come mai invece mi sento così agitata?

Il disagio che provo è legato più che  a Ringhio a me stessa e al mio desiderio inconscio di avere un bimbo che rimanga piccolo il più a lungo possibile?

Perché, se è vero che da una parte autonomia del bimbo vuol dire più libertà dei genitori, dall'altra significa anche che una fase della mia vita si conclude per sempre.

Non avrò più un'altra possibilità di stringere tra le mani un neonato, di riempirmi le narici del suo tipico profumo, di cullarlo e di essere in totale simbiosi con lui.

Forse a livello inconscio è per questo che non reputo Ringhio pronto per affrontare l'asilo?

E se sono già così ora, diventerò una di quelle madri tremende che a 18 anni rimboccano ancora le coperte al figlio e gli tagliano la bistecca nel piatto?!

Aiuto, vi prego, no! Non lo sopporterei proprio.Non voglio diventare quel tipo di madre.

Voi vi siete mai fatte paranoie su cose assurde tipo questa?

 

"Se prima eravamo in due" l'ho trovato leggiucchiando  qua e là su Facebook. E me ne sono subito innamorata.

Il nome Fauto Brizzi vi dice niente?

Sì, avete indovinato, è l'uomo dietro le quinte del film "Notte prima degli esami" e di altre pellicole più recenti, come "Ex", "Maschi contro femmine" o il divertentissimo "Com'è bello far l'amore".

Ed è l'autore di "Se prima eravamo in due", il libro che vi voglio presentare oggi.

"Se prima eravamo in due" è il seguito di "Ho sposato una vegana", ma si può leggere anche a sé, come ho fatto io (soprattutto perché non ero a conoscenza che ce ne fosse uno precedente, ma mi riprometto di leggerlo in un futuro prossimo).

Con vena comica, Fausto riprende il racconto della sua vita di coppia. Vita che verrà scombussolata dalla ricerca e dall'arrivo temuto e desiderato della piccola Penelope Nina.

La verità è che nessuno ti può spiegare come relazionarti a un evento clamoroso come la nascita di un figlio. Puoi osservare i tuoi amici che sono già genitori, puoi studiare libri di pediatria o guardare documentari sull'argomento, ma quando capita a te è comunque diverso[...]. Volendo usare una rigorosa espressione scientifica, quando il figlio è tuo, ti rincoglionisci. E allo stesso tempo ti spaventi, come davanti a un tuffo dalle rocce di Acapulco."

Con uno stile narrativo frizzante e coinvolgente, il neo-papà ci narra le tappe più salienti del progetto maternità: dai tentativi per rimanere "incinti" alla ricerca del ginecologo perfetto, dalla scelta del luogo idoneo al parto alla famigerata scelta del nome.

Con un trasporto emotivo chiaramente percepibile, in poche pagine ci narra di come si è perdutamente e irrimediabilmente innamorato di Penelope Nina.

Salvo poi farci ridere a crepapelle per i vari ed inevitabili cambiamenti che la dolce tiranna impone alla vita dei neo-genitori.

Un altro romanzo pieno di sentimenti, che fa ben percepire la dualità gioia-fatica che contraddistingue la vita quotidiana di ogni coppia che si trovi alle prese con il primo figlio.

Breve ed emozionante, richiede davvero poco tempo e poco impegno.

Ideale per chi sta per diventare genitore, ma anche per chi già lo è e vuole farsi una sana risata al ricordo di  quei momenti che all'epoca abbiamo vissuto come piccole tragedie.

Una nuova e piacevole sorpresa che dimostra che sta cambiando davvero qualcosa anche nel mondo dei papà.

Perché i figli, ricordiamocelo, non sono solo della mamma.

(Con questo post partecipo con gioia al venerdì del libro, ideato da Homemademamma)

Sono una persona che da sempre è in lotta con l'immagine esteriore di sé.

E chi non lo è, direte voi?

Diciamo che, nel corso della vita, sono riuscita a sopravvivere agli anni dell'adolescenza senza buttarmi da un ponte, sono scesa a compromessi con me stessa e con gli altri e sono giunta alla conclusione che non si può piacere a tutti.

L'importante è piacere a se stessi. E volersi bene.

E se per la sfera interiore sono abbastanza soddisfatta, nel senso che ho focalizzato le cose che di me non vanno bene e ci sto lavorando, per quella esteriore è un altro paio di maniche.

Lavorare sull'involucro richiede davvero un sacco di energie.

Invidio e ammiro tutte quelle persone che riescono ad essere ordinate, eleganti e magari anche alla moda ogni santo giorno.

Non so proprio come ci riescano, dove trovino il tempo e le energie.

Sicuramente tante sono state favorite da Madre Natura, che quando ha distribuito grazia e bellezza ha omesso di mandarmi un invito.

Però so che dietro c'è anche tanto impegno, che magari a loro non pesa perché sono più portate e dotate di me.

Se è vero che a volte mi faccio trasportare dalla corrente, ci sono periodi in cui mi sento più combattiva e più propensa al cambiamento.

Ovviamente la primavera è uno di quelli.

Posseduta dallo fuoco sacro del decluttering, quest'anno ho deciso di affrontare la mia nemesi: il guardaroba.

Ma questa volta ho proceduto in un altro modo.

Ho perso la pazienza con me stessa: basta temporeggiare, basta accumulare vestiti e oggetti!

Via il blazer della laurea in cui non riesco più a infilare nemmeno un braccio, via la giacca di pelle lilla di quando avevo sedici anni, via il tubino nero in cui rientrerò forse quando sarò una vecchia ottantenne rinsecchita!

Via, via, via! Ho voglia di respirare, di non sentirmi soffocare da abiti e accessori che non so neppure di avere, o meglio che so di avere ma che non posso più usare, spesso perché non si abbinano tra loro.

Alla fine indosso sempre quelle dieci cose con cui mi sento più a mio agio, alcune delle quali mi valorizzano perfino!

Ho perso la pazienza con me stessa, perché ho smesso di guardarmi dentro, di capire chi sono e cosa mi piace.

Mi sono fatta soggiogare dalla moda del momento, dall'imitazione delle amiche che stimo.

Mi sono smarrita come capita alle adolescenti.

L'immagine della me fuori non corrisponde all'immagine della me dentro.

E' una forzatura che alla lunga stanca, perché il conflitto prima o poi comincia a farsi sentire.

E quindi la ricerca di me stessa passa anche da qui.

Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, è altrettanto vero che anche l'occhio vuole la sua parte.

Per assurdo, è stata la Ninfa a farmi ragionare su questo, lei e la sua mania di provare e riprovare vestiti e abbinamenti, lei che si guarda allo specchio, lei che è sempre precisina e attenta ai dettagli.

Mi sono affidata all'onnisciente voce del web e ho avuto la conferma di una teoria che ho sempre sostenuto: meglio pochi ma buoni.

I capi d'abbigliamento sono come gli amici: non serve averne a vagonate, ne bastano pochi e di buona qualità.

Rinfrancata, ho approfondito la ricerca e ho trovato la soluzione a questo annoso dilemma.

Per come sono io, l'ideale è un capsule wardrobe, ovverosia un guardaroba formato da un certo numero di vestiti che si possono però abbinare tra di loro senza il minimo sforzo.

Folgorata sulla via di Damasco, ho avuto la visione di me stessa che sceglie un outfit (il giro su Internet ha dato i suoi frutti anche sulla terminologia) agevolmente e senza sbattimenti.

La prima cosa da fare è individuare il proprio stile personale, partendo da quello che già si ha.

In parole povere: svuota completamente l'armadio e tieni solo quelle cose che ti stanno e che ti fanno sentire bene.

Quello è il punto di partenza. Poi focalizza l'attenzione sulla forma del tuo corpo (e qui, ragazze, ho scoperto delle cose che voi umani...).

Quando ne venite a capo, dovete scegliere una paletta di colori: solitamente si scelgono colori neutri (bianco, nero, blu...) a cui si abbina un colore a contrasto, declinato in varie nuance.

I colori devono armonizzarsi con la carnagione, gli occhi e i capelli.

Una volta che avete deciso, si parte!

Quanti e quali devono essere i capi e gli accessori (scarpe comprese)  di un capsule wardrobe?

Chi l'ha ideato, propone un bel 37 (o'monaco) per stagione ma è puramente indicativo.

Il concetto basilare è che i pezzi in generale dovrebbero essere capi intramontabili che non passano mai di moda.

Il bello del capsule wardrobe è che il proprio stile emerge giocando molto sui dettagli, sulla ricercatezza, sulla qualità dei materiali.

Di solito, i capi consigliati sono: un vestito da giorno, uno da sera (solitamente un tubino nero), tre t-shirt, una maglietta più elegante, una camicetta bianca, un blazer, un trench, una gonna, un paio di pantaloni sportivi, un paio di jeans, un paio di pantaloni eleganti, un paio di scarpe da ginnastica, un paio di ballerine e un paio di scarpe col tacco.

Bisogna poi adattarlo a noi: per esempio, io non utilizzo le ballerine perché mi sembra di essere un papero, quindi sceglierò altro.

Alla fine, dopo aver scremato e integrato, ho trovato il mio guardaroba ideale per questa stagione: bianco, nero e blu, con rosso, arancio e giallo che mi fanno sentire grintosa. Per quanto riguarda il numero, bhè, non li ho contati, ma sicuramente sono più di 37 ma meno di 47.

Ma per ora è già un bel risultato. Adesso vestirsi la mattina è diventato meno impegnativo (che poi io li preparo comunque la sera prima).

Soprattutto mi sento più "io", più in linea con la me interiore. Ho fatto un altro passo sulla strada del "conosci te stesso".

Devo ancora affrontare la questione delle scarpe ( io adoro le scarpe!) e qui la vedo davvero dura.

Vedrò nei prossimi mesi se veramente questa è la soluzione ideale per me.

Sapete quale dicono sia un altro vantaggio del capsule-wardrobe?

Che, limitando il numero dei capi, si smette di comperare cose a casaccio, rischiando (come nel mio caso) di trovarsi poi con armadi colmi e non sapere mai cosa mettersi.

E voi, che rapporto avete con il vostro guardaroba e con lo shopping? Siete per la qualità o per la quantità?

Ma soprattutto, quello che indossate rispecchia l'immagine di voi che volete comunicare agli altri?