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Oggi sono felicissima.

Sono in questo stato di grazia da ieri sera, più precisamente da quando leggendo i vari blog che seguo mentre tentavo -invano-di far dormire i pupi, ho scoperto di essere stata nominata da Chiara, autrice del bellissimo blog Piano Terra, Lato Parco al Blogger Recognition Award.

Cioè. Io. Sono. Stata. Nominata. Al. Blogger. Recognition. Award.

Il Blogger Recognition Award (abbreviato affettuosamente in BRA) è un riconoscimento che viene conferito ai blogger da altri blogger, quando si ritiene che un blog stia svolgendo un lavoro utile e valido.

Funziona in questo modo: ogni blogger segnala ai propri lettori 15 blog degni di apprezzamento, meglio se emergenti, per farli conoscere e per aiutare la diffusione dei contenuti.

Si devono rispettare solo poche e semplici regole:

  1. Ringraziare il blogger da cui si è ricevuta la nomination linkando il suo blog;
  2. raccontare come è nato il proprio blog;
  3. dare consigli ai nuovi blogger;
  4. commentare il blog di chi ti ha nominato linkando il tuo articolo di ringraziamento;
  5. nominare infine i 15 blog per noi degni di menzione.

Per cui, diamo inizio alle danze!

Partiamo dalla cosa più importante: un pubblico e sentito ringraziamento a Piano Terra, Lato Parco, uno tra i più interessanti blog in cui mi sono imbattuta curiosando nella rete. Chiara è un'abile affabulatrice, una maestra della penna e vale la pena seguirla.

E' quindi per me un onore essere stata nominata da una blogger che stimo profondamente.

Come è nato Datemiunam? E' nato per colmare un vuoto che tanto vuoto non è.

Dopo anni passati a leggere i blog degli altri, sui più disparati argomenti, da spettatrice o da commentatrice seriale, ho deciso che anche io volevo dire la mia.

Non mi bastava più rimanere ai margini, sentivo l'esigenza di uno spazio in cui esprimere le mie idee su temi scelti da me o proposti da altri ma di cui in fondo condivido valori e principi.

La mia ambizione è quella di riuscire a realizzare assieme alle mie lettrici e ai miei lettori uno spazio per chiacchierare, condividere e scambiare opinioni sui fatti ordinari e straordinari delle nostre vite comuni.

Alla luce di tutto questo, cosa mi sento di consigliare ai nuovi blogger? Assolutamente nulla, dal momento che anche io sono sul web da un anno.

Forse una cosa sì: divertitevi, fatelo perché vi piace farlo, perché c'è un qualcosa in voi che vi spinge a scrivere, qualunque sia l'argomento di cui volete parlare.

Ed infine, eccoci giunti alle mie personali 15 nomination in ordine alfabetico:

    1. Cambio Passo
    2. Di serie zero
    3. Diario di una mamma bradipa
    4. Home made mamma
    5. Il blog dei Bonzi
    6. Impastastorie
    7. L'angolo di me stessa
    8. La libridinosa>
    9. Minimo Blog
    10. Moda per principianti
    11. Simo e la mini me
    12. The bluebird kicthen
    13. Una mamma zen
    14. Vita da Papà
    15. Zebuk

Una menzione particolare va al blog Pensieri Rorondi, la cui autrice ha scelto di non partecipare e solo per questo non figura nell'elenco.

Ora ribalto invece la cosa a voi: datemi tre suggerimenti di nuovi blog da scoprire.

 

Priscilla questo fine settimana si è trasformata nella casalinga perfetta.

Complice il famigerato Favonio, vento caldo e secco, che si dice provochi disturbi comportamentali, Priscilla è divenuta la reincarnazione della massaia ideale.

Tutto è cominciato quando ha deciso di cambiare le lenzuola, approfittando del vento che avrebbe asciugato i panni in men che non si dica.

Persone ben informate sui fatti dicono poi che la cosa deve esserle sfuggita di mano.

Nell'arco di tre ore Priscilla, in pieno mood casalingo, ha cambiato le lenzuola di tutti i letti, sfoderato il divano, lavato tende, cuscini e tappeti, il tutto in aggiunta alle lavatrici standard settimanali.

La vicina novantenne giura e spergiura che per un attimo le sembrava di essere di nuovo nella sua amata Provenza: il vento trasportava intense zaffate di lavanda, olio essenziale con cui Priscilla suole (quando si ricorda) profumare il bucato.

Sotto l'effetto del Favonio, la nostra casalinga perfettamente allucinata ha sradicato quel che restava dei gerani estivi e piantato giovani violette declinate in tutte le cinquanta sfumature.

Si è gettata nelle faccende domestiche come se non ci fosse un domani: vetri, specchi, pavimenti, mobilia...Niente è stato risparmiato dalla sua furia cieca.

Tallonata dai suoi figli, preventivamente muniti di panni in micro fibra e pattine ai piedi, ha lucidato la sua dimora da cima a fondo, che Cenerentola, ti prego, non c'è storia.

Alcuni giurerebbero perfino di aver visto uccellini cinguettanti accompagnarla mentre cantava sguaiatamente "Andiam, andiam, andiamo a lavorar", tallonata da due nanetti,  ma forse erano allucinazioni prodotte dai fumi della lavanda.

Non paga di tutto ciò, l'invasata Priscilla ha caricato entrambi i pargoli sulla sua zucca-mobile e ha affrontato la sfida delle sfide, la battaglia più cruenta di tutte: la spesa settimanale nell'affollato ipermercato nell'ora di punta del sabato, ossia l'ora di pranzo.

Perché la spesa qui si fa in maniera intelligente, come le partenze: tutti ci vanno nella finestra temporale 11-13 pensando che troveranno meno pieno.

In realtà, nella fascia oraria summenzionata l'ipermercato ha una densità pari a quella di Shanghai o Pechino.

Priscilla, da brava mamma, lega la prole al carrello per non rischiare di perderla e si lancia a capofitto tra le corsie sovraffollate, lista della spesa nella mano destra (perchè la massaia perfetta è organizzata) e self-scanning in quella sinistra.

Riemerge dalla jungla un paio di ore dopo, stipa nell'auto tre borse cariche di derrate alimentari, prodotti per l'igiene e per la cura della casa, due pacchi di acqua, due confezioni di sabbia per le lettiere dei gatti, seguiti da mangimi per i vari pets.

Incastra alla perfezione ogni cosa, compresi i bambini. Come ci riesca, calcolando le dimensioni assai ridotte della vettura, rimane tuttora un mistero.

Una volta a casa, la perfetta casalinga sistema ogni cosa al proprio posto con una precisione certosina, senza lasciare nulla al caso (siamo sempre iper-organizzate, eh?!).

Le mensole della dispensa mostrano file ordinate di pasta, conserve, marmellate, biscotti, cereali, farine, tutto suddiviso per genere alimentare e ordinato per scadenza, dal più piccolo al più grande e se possibile cercando un'armonia d'insieme cromatica, ché anche l'occhio vuole la sua parte.

Non paga di tutto ciò, mentre i pupi collassano sul divano bello pulito e -quasi- come nuovo, Priscilla si dedica alla cucina.

La novella massaia sforna torte e biscottini, creme e budini, zuppe e vellutate e, come una vera italiana che si rispetti, ragù e pasta in casa.

Vorrebbe perfino stirare, ma non può per mancanza di mezzi. Priscilla infatti non possiede un ferro da stiro, ma questa è un'altra storia.

Quando sul far della sera CF rincasa dopo una giornata di pesca, Priscilla lo accoglie con un sorriso smagliante, la tavola imbandita, i bambini lavati e profumati.

Il pover'uomo si rende subito conto della metamorfosi subita dall'amata compagna e, cauto, vorrebbe chiamare qualcuno per esorcizzarla.

Ma non c'è tempo. Premurosa Priscilla l'ha già sospinto in bagno dove lo attendono candele profumate e una doccia calda.

CF, benché intimorito, decide di sacrificarsi e di far buon viso a cattivo gioco: per stasera si godrà quella versione strampalata di Priscilla, che durerà tanto quanto il Favonio.

 

 

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Settimana impegnativa, questa che sta concludendosi.

La vita quotidiana mi ha letteralmente ingoiato e tritato, sempre di corsa tra impegni di (dubbia) importanza, tra telefonate smozzicate e visite inaspettate.

Nonostante questo, sono riuscita (quasi) a concludere la lettura di un romanzo che ritengo interessante da proporvi per il venerdì del libro .

Si tratta del primo volume scritto dall'autore americano Kent Haruf  e che fa parte di quella che viene definita la "Trilogia della Pianura".

"Canto della pianura" è il primo volume della trilogia ad essere stato scritto, ma in Italia è stato tradotto dopo, quindi risulta essere il secondo per ordine di pubblicazione.

Ma se lo leggete per primo, secondo o terzo questo in realtà poco importa,  perché, come sottolinea lo stesso Haruf, la sua è una trilogia sconnessa, nel senso che ogni romanzo può essere letto anche a sé.

"Canto della pianura" riecheggia già nel titolo una certa liricità.

Il romanziere ambienta le vicende nell'immaginaria cittadina di Holt, dove si intrecciano le vicende di vari personaggi.

Troviamo il professor Tom, padre di due bambini, la cui moglie trascorre le giornate chiusa al buio nella sua stanza.

Incontriamo Victoria, sedicenne che rimane incinta e viene buttata fuori di casa dalla madre.

La povera riceverà aiuto dalla sua insegnante, la sig.ra Jones, che le presenterà una coppia di burberi fratelli, i McPheron.

Da quel momento le vite di Victoria e dei due mandriani si intrecceranno, almeno fino al romanzo successivo.

Lo scrittore ci racconta la vita comune dei sui personaggi, tra sogni, realtà, dolori e gioie che ogni essere umano potrebbe provare.

La parte focale della narrazione gira attorno al rapporto tra la ragazza e i due vecchi fratelli, abituati a trascorrere le giornate in perfetta solitudine.

Victoria e i due fratelli impareranno giorno per giorno a conoscersi, nonostante le differenze di età e di genere, a rispettarsi e ad affezionarsi.

Nel racconto non si trovano colpi di scena o vicende epiche. Quello che ci viene presentata è proprio la vita ordinaria di uomini e donne comuni.

La forza di Haruf, quindi, non risiede in cosa racconta, ma in come lo racconta.

Grazie all'abilità della sua penna, riesce a rendere straordinario l'ordinario.

Le semplici vite di persone comuni vengono narrate con una maestria, una liricità e un pathos tali da diventare portatori di valori universali.

L'autore in questo modo mette in luce quanto di buono e positivo c'è negli esseri umani, tanto che spesso "Canto della pianura" viene definito anche canto della speranza.

L'empatia creata dal romanziere statunitense attraverso un uso sapiente delle parole, attraverso l'utilizzo di differenti stili e registri narrativi e attraverso la contaminazione dei generi, rende il "Canto della Pianura" indimenticabile.

Ora proseguirò con gli altri volumi. Vediamo se sono o meno all'altezza del primo.

Anzi, speriamo...

Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

 

Se il mio rapporto con il mese di Settembre è come quello tra fratelli, in bilico tra amore e odio, Ottobre invece mi ispira un gran simpatia.

Ottobre si contende con Aprile il podio del mio mese preferito.

Di questo mese amo tutto.

Il cielo è ancora buio, le mattine di ottobre, ma non di un buio cupo ed opaco, bensì di una sfumatura stemperata, quasi brillante.

La luce dorata del sole bussa timidamente, entra in punta di piedi nella camera da letto, quasi non volesse disturbare il nostro sonno.

Fuori l'aria frizzantina del mattino lascia pian piano il posto a una mitezza che induce a rallentare, ad osservare, ad essere introspettivi.

Il paesaggio uniforme sboccia improvvisamente in una seconda primavera.

Perfino le città più grige riprendono colore: basta un'aiuola dipinta di arancio bruciato, bronzo, ruggine e oro per mettere allegria.

Ottobre è il mese della passeggiate in montagna con i bambini, crepitante del rumore di foglie calpestate.

La natura ci regala vedute mozzafiato, paesaggi di una bellezza struggente.

Le giornate si accorciano in modo impercettibile e torna la voglia di stare a casa, accucciati sul divano in compagnia di una buona tisana, la luce soffusa di una candela solitaria.

Ottobre raramente cambia d'umore e quando lo fa, lo fa con grazia. La pioggia scende per breve tempo, non è la pioggia tamburellante del temporale estivo né quella persistente dei piovaschi novembrini.

Finalmente si respira un assaggio d'inverno, rispuntano cappotti e stivali. Salutiamo infine i vestiti estivi, indossati a settembre sotto capi più pesanti.

Compensiamo l'arrivo dei primi freddi portando in tavola zuppe e vellutate, con protagonista indiscussa la zucca.

Ci divertiamo a cucinare torte e biscottini fragranti, godendo del tepore del forno.

Ottobre ci dona castagne e funghi, il vino comincia a riposare nelle botti e nell'aria si intrecciano i primi fili di fumo.

Perfino i bambini percepiscono che la vita attorno a loro sta cambiando in modo più palese di quanto accade in primavera.

E si divertono a raccogliere foglie che collezionano come fossero francobolli preziosi.

La sera guardano il cielo scuro, scrutano e osservano tra le nubi sfilacciate, puntano gli occhi su una stella lontana e chiedono a bruciapelo: "Mamma, quando arriva Babbo Natale?"

 

 

 

Mentre venivo al lavoro stamattina ho sentito alla radio il putiferio generato dalla Adidas, che ha scelto tra i tanti volti per la campagna #Superstar dedicata alle nuove "icone di domani" la modella svedese Arvida Bystrom.

La ragazza venticinquenne, che non è solo modella ma anche fotografa e artista, ha fatto scalpore per la sua decisione - già di qualche anno fa- di non depilarsi, rivendicando così la libera scelta di ogni donna di fare col proprio corpo ciò che vuole, sentendosi comunque femminile.

Leggendo poi qua e là, ho notato che nella testa dei più scatta subito l'associazione automatica non-depilazione = femminismo.

La cosa mi ha suscitato una serie di perplessità.

Basta decidere di tenersi i propri pelazzi su gambe, braccia, ascelle e inguine per essere definite femministe?

E al contrario, è sufficiente sottoporsi alla dolorosa pratica della depilazione o dell'epilazione per essere additate come non femministe?

Dai, ragazze, ci arriviamo tutte a capire che il ragionamento non è così semplicistico.

Non sono una masochista che ama farsi strappare la peluria, non gioisco all'idea di impiegare il mio (già poco) tempo libero nella guerra contro i peli superflui.

Ma lo faccio.

Per piacere agli altri? Sicuramente.

Per piacere a me stessa? Anche.

Sicuramente tutte noi lo facciamo per un discorso di accettazione.

Viviamo in una società in cui sia donne che uomini devono seguire determinati canoni, non solo estetici ma anche comportamentali per integrarsi ed essere accettati.

La scelta secondo me è esclusa già a priori: se vuoi far parte di questo mondo, devi accettare queste condizioni.

Se scegli di non farlo, sappi che in qualche modo di troverai ghettizzato ed emarginato.

Non sto affatto dicendo che sia giusto, sto solo sottolineando il fatto che è così, per cui non si parla più di libertà di scelta ma semplicemente di uniformità ed adeguamento.

Infatti dove sta la scelta se ti dicono o così o sei fuori?

Suvvia, suona un tantino come una presa per il culo, alla stregua del "ti faccio un'offerta che non puoi rifiutare" (se non sapete da che capolavoro è tratta la citazione, vi mancano le basi!)

"La femminilità può essere definita come l'insieme delle caratteristiche fisiche, psichiche e comportamentali giudicate da una specifica cultura come idealmente associate alla donna, e che la distinguono dall'uomo.

A differenza dal"sesso"femminile, che è una classificazione biologica e fisiologica, la "femminilità" si riferisce principalmente alle caratteristiche sessuali secondarie e ad altri comportamenti e caratteristiche, generalmente considerate proprie delle donne.

La femminilità non va confusa con il femminismo che è un movimento politico e culturale."

Questa è la definizione riportata da Wikipidia.

Quindi, alla luce di tutto ciò, una donna pelosa può essere comunque considerata femminile?

Ma soprattutto, una donna che sceglie di sottostare ai dettami estetici della società è necessariamente non femminista?

Allora non sono femministe tutte quelle donne nel campo legale che si occupano di questioni legate all'universo femminile, donne che si dedicano ogni giorno  a difendere chi ha subito violenza, solo perché indossano tacchi e hanno la piega fresca di parrucchiera.

Quindi non sono femministe tutte quelle donne manager che si impegnano ogni giorno in ruoli tradizionalmente riservati agli uomini solo perché decidono di farlo con un occhio al guardaroba e con una manicure perfetta.

Il femminismo non passa dal pelo, dal reggiseno, dal taglio di capelli.

Essere femminista (ma anche essere una persona intelligente) non è scegliere di sottostare a tutti i canoni estetici e comportamentali tipici dei giorni nostri, è capire che certe pratiche diffuse nel mondo odierno sono delle imposizioni la cui nascita si perde nei meandri dei tempi .

Una volta compreso questo, consapevolmente analizzando i pro e i contro, razionalizzando, si deve decidere come vogliamo vivere noi tali pratiche.

Ho ragione di credere che nessuna di noi voglia passare per la tipica Barbie ma neppure per la donna di Neanderthal.

Ma non perché decido di curare il mio aspetto (senza farne un'ossessione) allora mi devo sentire come una donna con idee retrograde.

Essere femministe secondo me vuol dire battersi affinché una donna riceva le stesse gratificazioni che spetterebbero a un uomo in ambito lavorativo ed economico, anche se non ha la barba.

Essere femministe vuol dire smetterla di sentirsi dire da altre donne "come sei fortunata perché tuo marito ti aiuta", ma far capire che in una famiglia aiutarsi e svolgere determinati compiti dovrebbe essere naturale.

Essere femminista è poter iscrivere mia figlia a calcio o in un istituto tecnico nonostante il novantanove per cento dei frequentanti sia di sesso maschile senza che debba essere additata come una mosca bianca.

La guerra contro gli stereotipi di genere non passa solo attraverso i peli sul corpo, passa attraverso l'educazione e gli esempi che diamo ai nostri figli.

Insegniamo loro il rispetto, prima di tutto verso sé stessi, insegniamoli ad amare il loro corpo, che significa accettare i propri difetti ma anche non usare questo come scusa per non migliorarsi.

Diciamo loro che possono davvero diventare quello che vogliono, ma che farlo richiede impegno e sacrificio.

Mostriamo loro che ci sono valori in cui credere e per cui combattere, ma che spesso la vittoria passa anche attraverso i compromessi.

E se per giungere "ai posti di comando" dove davvero si possono cambiare le cose devo usare un rasoio o farmi la ceretta, pazienza.

Il mio cervello non sta nei peli delle gambe.

Non devo trasformarmi in un uomo, per far vedere al mondo che "io valgo".

Questo non è femminismo, ma l'esatto opposto.

E' voler sembrare maschio anche se non lo si è.

Va bene tenersi i peli, ma dietro a questo ci deve essere anche dell'altro.

La sfida vera è farsi accettare così come si sceglie di essere, peli o non peli, portatori di pene o di vagina.

Ahimè, se bastasse smettere di farsi una ceretta per cambiare la mentalità della nostra società malata, quanto sarebbero più semplici le cose!

 

 

 

 

 

 

Non ho mai festeggiato la festa dei nonni, che è entrata nel calendario ufficiale abbastanza recentemente.

Premetto che io sono una che adora festeggiare le ricorrenze, dai compleanni agli anniversari passando a quelle che spesso vengono definite "feste commerciali".

Per cui non mi sarei mai fatta scappare l'occasione di celebrare degnamente la festa dei nonni.

I nonni rivestono un ruolo molto importante all'interno delle famiglia.

Sono la memoria storica, incaricati di trasmettere valori e tradizioni alle generazioni future.

Mi pare giusto e meritevole che, in una società come la nostra dove l'età anagrafica tende a salire (e pure quella pensionabile), si renda omaggio agli anziani nella giusta maniera.

Nel nostro caso specifico, abbiamo deciso di festeggiare la festa dei nonni preparando un dolce che non avevamo mai provato, il Banana Bread.

Ora vi dico come abbiamo fatto.

Vi lascio sia la ricetta con il Bimby sia quella tradizionale, la prima più amata dalle mamme e la seconda più divertente per i bambini.

Ecco gli ingredienti per uno stampo da plumcake.

  • 2 banane molto mature (più lo sono, più il dolce viene buono perché risulta più...dolce!)
  • succo di un limone
  • 100 gr.di farina 00
  • 100 gr. di fecola di patate
  • 2 uova
  • 120 gr.di zucchero (noi utilizziamo quello di canna fine)
  • 80 gr. di burro
  • 1 vasetto di yogurt alla banana
  • 1 bustina di lievito
  • 1 cucchiaino di bicarbonato
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaino di cannella
  • frutta secca e gocce di cioccolato (facoltative)

Procedimento "versione mamma":

  • schiacciare con la forchetta le banane e bagnarle con il succo di limone per evitare che anneriscano
  • setacciare farina e fecola e aggiungere il lievito, il bicarbonato e la cannella
  • nel boccale inserire il burro e lo zucchero e azionare tre minuti, vel.3
  • aggiungere le uova, il vasetto di yogurt e il pizzico di sale e impostare un minuto, vel.3
  • versare la miscela di farine e continuare a vel.4 per due minuti
  • infine, inserire la frutta secca (noci, nocciole e pinoli) e le gocce di cioccolato (se non volete che affondino nell'impasto, infarinatele leggermente)
  • versate l'impasto nello stampo del plumcake imburrato o foderato di carta forno
  • mettete il banana-bread in forno statico preriscaldato a 180° per circa 50 minuti (come sempre, la tempistica dipende dal forno: prova stecchino raccomandatissima)
  • sfornate, fate raffreddare ed infine spolverizzate con zucchero a velo (in alternativa potete glassarlo)
  • servite a fette accompagnato da marmellata.

Nei giorni a seguire, potete scaldare leggermente le fette su una griglia o in una pentola antiaderente e servirle con burro e marmellata, proprio come fosse un pane tostato.

Versione per intrattenere i bambini:

  • setacciare farina e fecola di patate e aggiungere lievito, bicarbonato e cannella
  • schiacciare le banane e bagnarle col succo di limone
  • in una terrina dai bordi alti lavorare con uno sbattitore elettrico burro ammorbidito e zucchero finché il composto non risulterà morbido e cremoso
  • aggiungere lo yogurt, le uova e il pizzico di sale e procedere ancora per un paio di minuti
  • inserire ora le farine e proseguire per altri due minuti
  • infine mettere nell'impasto gocce di cioccolato e frutta secca

A questo punto non avete nessuna scusa per non provare il Banana Bread.

Ringhio e la Ninfa lo hanno portato ai nonni assieme a un biglietto colorato da loro e con una breve poesia allegata, un lavoretto talmente semplice che perfino una non-manualmente-dotata come me è riuscita a fare.

I nonni, che invece di ricorrenze non ne sanno molto, e quindi non se lo aspettavano, sono rimasti  davvero commossi.

Il Banana Bread è stato un successo, ma mai quanto vedere i pupi recitare la poesia ai loro amati nonni.

Buona festa dei nonni a tutti e nei commenti raccontatemi come l'avete celebrata.