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Essere mamma non è sempre bello. Non voglio dire che non rifarei i miei figli o che li spedirei indietro come reso (a volte sì, dai, ammettiamolo) , ma siamo sincere: essere madri ha anche i suoi lati negativi.

Ecco qui, in ordine sparso, le situazioni in cui mi imbizzarrisco come un cavallo pazzo e che mi schifano proprio dell'essere genitore:

  1. A TAVOLA: quando ti siedi a tavola e ti porti alla bocca la prima forchettata di pasta alla puttanesca, con i succhi gastrici che sono in fermento, le papille gustative che ballano la rumba e loro declamano: "Mamma, mi scappa la pipì/pupù proprio forte fortissimo";
  2. LA NOTTE: quando stai dormendo e ti svegliano a ripetizione perché hanno: sete/la tosse/il prurito al mignolo del piede sinistro/ l'uomo nero sotto il letto/non hanno più sonno/vogliono dirti un'informazione di vitale importanza;
  3. I PASTI: quando gli chiedi cosa vogliono mangiare e ti sbatti per soddisfare la loro richiesta, fai un impiattamento che manco alla finale di Masterchef e loro candidamente ti rispondono: "Io non ho più fame adesso. Avevo fame prima"
  4. IL BAGNO: quando sei in bagno ed entrano fregandosene altamente della privacy (la praivaché mamma?), si siedono sul tappeto e rimangono a fissarti. Farebbe saltare i nervi anche a Santa Madre Teresa di Calcutta;
  5. CONVERSAZIONI: quando stai parlando con un altro adulto e loro a raffica sparano: "Mamma, mamma, mamma ma mi ascoltiiiiiiii?";
  6. LE USCITE: quando dovete uscire, avete impiegato un'ora e mezza a preparare i pargoli, li avete caricati in macchina e legati ai seggiolini, avete sprangato porte e finestre, avete appoggiato il culo sul sedile, infilato la chiave e....- sono sicura che lo sapete benissimo- Vi assale un profumino di Eau de Pupù n.5, per cui dovete tirare giù il pupo dal seggiolino, toglierli i dieci strati di vestiti che ha indosso, lavarlo e cambiarlo;
  7. IL NASO: quando devono pulirsi il naso e invece del fazzoletto usano le tende della sala, il rivestimento del divano, le salviette del bagno, la manica del vostro vestito nuovo;
  8. LE PULIZIE: quando hai appena finito faticosamente di passare lo straccio bagnato sul pavimento, ti siedi soddisfatta e i piccoli demoni arrivano di corsa coi i loro piedini scalzi e lasciano le loro stampe che manco le star sul walk of fame;
  9. AL SUPERMERCATO: quando sei in coda alla cassa del supermercato e dopo ore di attesa, dopo la nonnina pensionata cieca e sorda, dopo l'omino col cappello che paga la spesa con la monetina rossa, dopo l'extracomunitario che vuole essere certo che non ci sia strutto nel pane che ha comperato, arriva il tuo turno, metti la spesa sul nastro e...Forza, diciamolo in coro! "Mamma, mi scappa la pipìììììì!";
  10. PER L'ETERNITA': l'ansia perenne e logorante che nasce con tuo figlio e cresce con lui, che non ti abbandonerà mai perché oramai sei mamma e quando sei mamma sei mamma per sempre, che ti spinge a chiederti ad ogni starnuto, ad ogni colpo di tosse e ad ogni mal di pancia se in realtà non sia il sintomo di qualche grave malattia.

Se volete aggiungerne qualcuno, forza, non esitate!

 

In questi ultimi giorni la mia vita notturna ha subito un grande miglioramento.

La Ninfa assieme ai regali di Santa Lucia si è beccata pure la varicella. Se siete mamme esperte, saltate questo paragrafo, sennò fatene tesoro che potrebbe servirvi prima o poi.

"La  varicellaè una malattia infettiva altamente contagiosa provocata dal virus Varicella zoster (Vzv), della famiglia degli Herpes virus." Detta così fa proprio paura, eh? Su, ripigliamoci un attimo. Chi di voi non ha avuto la varicella da piccolo?  Se non l'avete fatta, preoccupatevi. Se invece l'avete fatta, ecco, siete ancora vivi.

In breve è quella malattia infettiva per cui ci si ricopre di pustolette piene di siero che una volta scoppiate diventano crosticine e prudono molto. Se togli le crosticine, ti rimane una bella cicatrice.

La Ninfa per ora ne è affetta solo in forma leggera, che significa poche pustole, niente febbre e prurito nella norma. Solitamente viene prescritta una lozione per la pelle ( scusate, io sono retrograda ma uso il talco mentolato o "mescolato" come dice la pupa), un antistaminico e paracetamolo al bisogno.

Quindi, prima di andare a letto se ha molto prurito, come prescritto dalla pediatra, le do alcune gocce di antistaminico. Risultato: non si gratta più. Fattore collaterale: sonno di piombo. Il che vuol dire che al mattino la ritrovo nel letto nella stessa posizione in cui si è addormentata.

Non so se sia per simpatia o per altro, pure Ringhio dorme sonni sereni e si sveglia alle sei, ma senza l'intermezzo a cavallo delle due.

Riuscite a immaginare cosa vuol dire per me? No, non vuol dire che dormo otto ore di fila, perché oramai ho il cervello che automaticamente mi fa svegliare alle due e poi faccio fatica a riprendere sonno.

Se prima non dormivo per i risvegli di Ringhio o per il pavor nocturnus della Ninfa, ora non dormo perché c'è troppo silenzio: i pargoli non russano, non parlano, non si girano e rigirano come frittate nei loro lettini e il mio maledettissimo subconscio lo avverte come una sorta di pericolo. Quindi mi devo alzare per verificare che siano vivi e vegeti.

Per cui, ricapitoliamo la situazione: quando sono neonati non si dorme perché devono mangiare, quando sono poppanti non si dorme perché sono programmati dalla natura per svegliarsi frequentemente e rompono i maroni o soffrono di pavor nocturnus  quando dormono non dormiamo noi perché madre Natura ci fa scattare un segnale di allarme che ci spinge a verificare empiricamente che la nostra progenie non sia morta nel sonno.

Quindi, quando può dormire una povera madre?

Ieri sera  non ho dato  l'antistaminico alla Ninfa perché diceva che non le faceva prurito niente.

Durante la notte, sento una vocina che mi chiama.

-Mamma, facciamo l'albero di Natale?

Alle due di notte?! Ma poi l'abbiamo già fatto, no?

-Amore, cosa stai dicendo? Dormi che è notte.

-Quello con tutte le luci colorate che poi è bellissimo.

Mi alzo imbufalita perché voglio evitare che Ringhio si svegli. Entro nella cameretta e me la trovo lì, bella come il sole, seduta sul tappetto in mezzo alla stanza.

Comincia a battere le mani e a cantare una canzone. La guardo un attimo nella penombra e mi rendo conto che è persa nel suo mondo.

Ci mancava anche il sonnambulismo !

Con calma mi siedo vicino a lei e in tono tranquillo tento parlarle. Non serve a nulla. Dopo un altro paio di canzoni si alza e si rimette a letto.

Confesso che mi sono un pò agitata. Sicuramente come fenomeno è meno agghiacciante del pavor. Però sono comunque un filino preoccupata. La Ninfa non ha vagato per casa ma se dovesse farlo e non me ne accorgessi?

CF è sonnambulo, ma lui si è sempre limitato a parlare nel sonno, non si è mai mosso dal letto. Tranne forse da piccolo.

In qualunque caso quando si ha a che fare con bambini sonnambuli ci sono solo due cose da fare: stare calmi e assicurarsi che il pupo non si faccia male.

Dicono che poi passa da solo, di solito durante l'adolescenza. Quindi se mi va bene forse potrò dormire sonni tranquilli tra dieci o dodici anni circa.

Devo solo mantenere la calma, munirmi di thè e caffè e sperare che il mio sistema nervoso non collassi prima. O continuare a darle l'antistaminico.

 

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Fin da piccola il periodo natalizio a casa mia coincideva con una tradizione ben rodata: l'otto dicembre si addobbava casa, poi partiva la corsa ai regali per parenti e amici.

Già dal quindici si metteva a punto il menù del pranzo di Natale (non della Vigilia). Quest'arduo compito spettava alla Somma Triade (nonna paterna, mamma e una cognata) che doveva prendere in considerazione i gusti di tutti gli invitati, dai bambini agli anziani. Quando era pronta la lista, mia mamma ed io ci occupavamo della grande spesa del ventitrè (se vuoi trovare la roba buona non puoi ridurti a comperare il giorno della Vigilia, nonna dixit).

Nel frattempo si ingannava l'attesa preparando la casa per l'arrivo dei parenti d'oltralpe, che ci onoravano della loro presenza la Vigilia e il giorno di Natale e non ricomparivano più fino a Pasqua.

Quando arrivavano loro cominciavano le visite. La casa si trasformava in un porto di mare: il cugino frate di vatte la pesca, la zia vedova per la quinta volta di pincopallo perfino il cugino della prima moglie del nonno paterno.

La sera della Vigilia cenavamo tutti assieme ma in modo sobrio, perché la vera festa era il giorno di Natale. Dopo cena si scartavano i regali e si aspettava l'ora di andare alla messa di mezza notte.

Crescendo, noi cugini abbiamo preferito celebrare la Vigilia a modo nostro: il tempio sacro è stato sostituito con quello pagano e quindi tutti al cinema o a pattinare sul ghiaccio o a bere vin brulè e mangiare caldarroste in città.

Il giorno di Natale ci si alzava tardi e ci si ritrovava tutti assieme a fare colazione. Mamme, nonne e zie (io sono stata arruolata solo più tardi) erano già all'opera in cucina per preparare un pranzo che da solo sarebbe bastato a sfamare l'esercito dei Mille.

La giornata si trascinava lentamente, chi più chi meno attorno al tavolo, finché i parenti d'oltralpe decidevano che era arrivata l'ora di andare. Saluti baci e bacetti e del Natale rimanevano i regali, i ricordi e una tavola immensa da sparecchiare.

Alla morte dei miei nonni, come forse succede anche a tante altre famiglie, siamo andati incontro ad una lenta ma inesorabile disgregazione familiare, come se venendo a mancare loro fosse venuto meno anche il collante che teneva unita tutta la famiglia. 

Noi ragazzi siamo diventati adulti ed abbiamo creato nuovi nuclei familiari. Continuare a celebrare il Natale in questo modo non è più stato possibile.

Avete notato anche voi che quando si cresce perfino le usanze tipiche della nostra famiglia, pilasti inamovibili della nostra giovinezza, non sono più così scontate?

Bisogna tenere in conto anche le abitudini della famiglia del partner, abitudini che spesso non sono uguali alle nostre. 

A me è capitato in sorte CF che di tradizioni natalizie ha solo dei vaghi ricordi. Quindi non sempre capisce quanto piccole cose all'apparenza banali siano importanti per me, perché fanno parte del mio essere. Sono diventati ricordi indelebili e fondanti della mia personalità.

I ricordi sono una bella cosa, ma per la legge del contrappasso diventano anche un metro di valutazione ingombrante con cui confrontarsi. Come si fa allora a conciliare il vecchio col nuovo, a fondere due tradizioni familiari in modo che tutti siano soddisfatti?

Ora che ho due bambini per me è importante creare dei ricordi felici che li supportino nei momenti difficili della loro vita. Vorrei che uno di questi fosse collegato al Natale, proprio perché per me ha sempre rappresentato uno dei periodi più belli dell'anno.

Ogni famiglia secondo me ha bisogno di una sorta di ritualità che la faccia sentire anche più unita: leggere una favola assieme o  guardare un cartone animato nel lettone prima di addormentarsi, il pranzo domenicale o la pizza al sabato sera...

Quindi CF ed io abbiamo deciso di creare la nostra tradizione natalizia che per ora comprende:

  1. addobbare assieme l 'albero di Natale (CF è l'addetto alle lucine, io faccio il resto e i pupi hanno per ora  un piccolo folletto a testa da appendere ai rami -il resto è fragile ma ci organizzeremo);
  2. procurarsi un calendario dell'avvento (andando avanti spero di poterne creare uno con l'aiuto dei bambini, ma non ci conto troppo);
  3. dedicare un giorno a sfornare biscotti e dolcetti tipici natalizi;
  4. preparare i biglietti di Natale (anche disegnati dai bambini) da spedire via posta (so che sono demodè ma per me hanno sempre il loro fascino);
  5. scambiarsi i doni anche a Natale e alla Befana, non solo il giorno di Santa Lucia;
  6. andare a sentire con i bambini i cori gospel;
  7. andare in città prima di Natale e immergersi nell'atmosfera magica, tra luminarie, vin brulè, panettone e caldarroste;
  8. festeggiare la Vigilia con CF e i bambini in modo degno di questo nome e riservare il giorno di Natale al pranzo sontuoso con i parenti e gli amici;
  9. fare una full-immersion di film natalizi (vi vedo già inorridire);
  10. non fare nulla di tutto ciò e sentirsi bene e felici ugualmente.

Voi come vivete il periodo natalizio? Lo schifate proprio o ci sguazzate felici come una rana nello stagno?

 

 

Less is more! Ludwig Mies van der Rohe

La felicità sta nelle piccole cose o, in questo caso, nelle piccole case.

Fino a qualche anno fa abitavo con la mia famiglia in una sezione di un antico palazzo del 1482 (no, ragazze, non immaginatevi palazzi signorili o principeschi. Trattasi di un vecchio palazzo pieno di scale, freddo,  ma sicuramente affascinante, con passaggi segreti, botole, cantine e forse pure fantasmi. Il sogno di ogni bambino con un minimo senso dell'avventura).

Avevamo stanze grandi e, anche se non riscaldate, ognuno aveva molto spazio a disposizione.

Ora invece vivo in un moderno appartamento di 70 mq con il mio compagno, due pesti, due gatti, un criceto e un pesce rosso (originariamente erano due ma uno è deceduto alcune settimane fa). C'è anche un cane che però sta in giardino.

Abitare in una casa piccola ha i suoi vantaggi:

  1. i costi di mantenimento sono sicuramente minori rispetto a quelli delle case grandi;
  2. si riscalda in poco tempo;
  3. fare le pulizie è più facile: in tre ore al massimo ho pulito tutto;
  4. le case piccole trasmettono un calore e un senso di intimità maggiori rispetto ad abitazioni grandi e dispersive;
  5. avendo a disposizione spazi ridotti, si tende a comprare solo cose indispensabili, eliminando oggetti superflui.

Ma c'è anche il retro della medaglia:

  1. una casa piccola riduce ai minimi termini i momenti di privacy, specialmente quando si ha un unico bagno e si è di fretta;
  2. bisogna essere per forza organizzati e creativi se si vuole sfruttare al meglio gli spazi;
  3. la mancanza di spazio limita per forza l'afflusso di amici e parenti (impensabile organizzare cene con più di 8-10 commensali che ora che abbiamo figli vuol dire noi quattro più un'altra coppia con figli);
  4. si è obbligati ad essere ordinati se si vuole muoversi;
  5. bisogna trovare il modo giusto per arredarla spesso con mobili su misura per sfruttare al meglio ogni centimetro.

Gestire 70 mq in termini di divisioni non è uno scherzo. Ognuno dispone di aree proprie da utilizzare come meglio crede (in altre parole ognuno ha un armadio molto capiente da sfruttare per l'abbigliamento, per gli accessori e per oggetti dedicati agli hobby).

Negli spazi comuni come il soggiorno cerchiamo di disporre oggetti carini e significativi per entrambi, anche se devo ammettere che i miei libri la fanno da padrone.

Nel bagno abbiamo optato per una grande doccia dove riusciamo a mettere anche una vasca nel caso in cui i bambini vogliano fare il bagnetto.

Abbiamo una cantina che utilizziamo per riporre pentole ingombranti e che sfruttiamo come dispensa, mentre la lavatrice sta in un piccolo garage assieme all'armadio che prima era in cameretta e alle lettiere dei gatti.

Abbiamo tentato di dare profondità all'ambiente utilizzando specchi e luci con un minimo di senso logico e abbiamo utilizzato colori a contrasto.

Notate come è bello rilassato il gatto!

Tutto sommato devo dire che sono soddisfatta: nel suo piccolo è un nido confortevole ma anche pratico, con pochi fronzoli ma allo stesso tempo con un suo carattere.

A volte mi chiedono come riusciamo a vivere in una casa casa così piccola. Francamente al momento non mi sembra di fare alcuna fatica: i bambini possono giocare in sala o in cameretta o in qualsiasi altra stanza, tanto sono sempre a portata d'orecchio. Anche noi abbiamo il nostro "bagaglio" di oggetti non indispensabili, che, benché ridotto all'osso, continua ad essere parte integrante dell'arredamento.

In futuro, se dovessimo avere bisogno di più spazio, troveremmo sicuramente tante cose di cui ci potremmo liberare tranquillamente. I bambini si adatteranno come si sono sempre adattati tutti in passato.

Siamo una famiglia "ad alto contatto", a cui fa piacere trascorrere il poco tempo che abbiamo quando siamo a casa tra di noi e che non lo vive come un'imposizione o un peso. In fondo, famiglia vuol dire anche condivisione: di responsabilità, compiti, piacere e anche di spazi.

E voi, cosa ne pensate? Vorreste avere più spazio o vivere in un posto diverso?

 

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imagesC'è una cosa più bella del giorno di Natale. Impossibile, direte voi! Invece è proprio così: è la notte tra il 12 e il 13 dicembre, la notte di Santa Lucia.

La Santa siracusana è attesissima dai bambini della nostra zona (e pure da me, perché mia mamma mi fa ancora il regalo!). Santa Lucia, portatrice di luce e protettrice di tutto quello che concerne gli occhi, passa con il suo carretto carico di giochi e dolci che consegna con l'aiuto del fedele cocchiere Castaldo a tutti i bambini buoni.

In cambio, ogni famiglia prepara una tazza di caffè per la Santa (che altrimenti poverina s'addormenta tra una consegna e l'altra), carote e fieno per l'asinello e latte e biscotti o un tozzo di pane per il buon Castaldo.

I bambini sanno bene che S.Lucia passa la sera del 12 dicembre in processione accompagnata dal tintinnio del campanellino d'argento. E sanno pure che la notte non devono uscire dai loro lettini, perché la S.Lucia si spaventa e getta cenere negli occhi dei malcapitati (cosa non si dice per non farsi sorprendere a lasciare i doni).

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Come per Babbo Natale, anche la Santa viene informata direttamente dai pupi su cosa vogliono ricevere. Ogni paesello ha una bella buca per le lettere a lei dedicata.

Io da stasera ho introdotto una nuova fiaba della buonanotte da raccontare ai pargoli: quella dell'asinello di Santa Lucia. Perché se non ci fosse lui i doni non verrebbero consegnati, un pò come se mancassero le renne alla slitta di Babbo Natale.

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" Quando Santa Lucia arrivò in cielo vide che era un posto davvero molto bello, con prati verdi e punteggiati di fiori. Santa Lucia venne accolta molto bene dagli altri Santi. Quello che le piaceva più di tutti era San Pietro, che con le sue rughe e la sua barba bianca sembrava un nonno buono e gentile.

 Lucia trascorreva le sue giornate passeggiando sulle nuvolette. Ma man mano che il tempo passava cominciò a diventare triste e malinconica. San Pietro se ne accorse e, preoccupato, le chiese quale fosse il problema.

"Sono preoccupata per i bambini che ho lasciato sulla Terra, soprattutto per quelli più poveri e bisognosi".

Il vecchio San Pietro allora le diede una piccola chiave d'oro e le disse: "Con questa chiave puoi aprire una porticina per vedere come stanno i bambini sulla Terra".

Lucia e il suo amico guardarono e quello che videro fece diventare la Santa ancora più triste. Sulla terra infatti i bimbi più poveri non avevano cibo, coperte per scaldarsi, giocattoli per giocare. 

San Pietro, vedendo che la povera Lucia piangeva disperata, le diede un'altra chiave.

"Questa chiave apre una porta nello spazio", spiegò 

La piccola santa guardò e vide giochi, dolci e morbide coperte che volteggiavano tra le stelle.

"Queste sono le cose che i bambini ricchi e viziati non vogliono più e che si sono dimenticati di avere. Se vuoi, puoi prenderle tutte e andare stanotte a consegnarle ai bambini poveri"

Gli occhi di Lucia tornarono a sorridere e la ragazza subito cominciò a raccogliere balocchi, dolcetti e coperte.

Il buon Pietro vide che il lavoro era tanto e andò a chiamare Castaldo, un giovane e robusto ragazzo, per aiutare la piccola Lucia. I due insieme misero tutti i doni su un bel carretto di legno. 

"Sono pronta a partire" esclamò Santa Lucia.

"Ma chi tirerà il carro?" chiese pratico Castaldo.

San Pietro assieme ai due compagni cominciò a cercare qualcuno disposto a tirare il carretto.

"Gatto, vuoi venire ad aiutarci a portare i doni ai bambini poveri?"

"Verrei volentieri, ma sono piccolo e non posso tirare il carretto. Chiedete al cane."

"Cane, vuoi venire ad aiutarci a portare i doni ai bambini poveri?"

"Verrei volentieri, ma sono il migliore amico dell'uomo e il mio compito è stare accanto a lui. Chiedete al bue"

"Bue, vuoi venire ad aiutarci a portare i doni ai bambini poveri?"

"Verrei volentieri, ma sono lento e non riusciremmo mai a consegnare tutti i regali in una sola notte. Chiedete al cavallo"

"Cavallo, vuoi venire ad aiutarci a portare i doni ai bambini poveri?"

"Verrei volentieri, ma il carro per me è troppo pesante e non riuscirei mai a trainarlo"

Sconsolata, Santa Lucia cominciò a piangere. Ma proprio in quel momento si sentì un "Hi-ho, hi-ho, hi-ho".

San Pietro, Lucia e Castaldo si girarono e videro un bell'asinello.

"Vengo io con voi a consegnare i regali ai bambini! Sono abbastanza forte da trainare il carretto e abbastanza veloce da fare il giro in una sola notte".

Lucia cominciò a saltellare per la gioia e abbracciò l'asinello.

Fu così che, da quella notte, Santa Lucia, Castaldo e il fido asinello tutti gli anni passano a portare giocattoli e dolcetti ai bambini buoni".

E voi, avete favole tradizionali legate a questo periodo dell'anno? Raccontatecele qui!

 

 

Ai miei bambini piace tantissimo disegnare. La Ninfa lo fa con grande serietà e convinzione. Ringhio invece lo fa per imitazione (della serie, se non vedo gli altri che lo fanno a me non viene manco in mente).

Pennarelli e bambini, si sa, non sono un connubio felice. Quindi, su consiglio di chi è mamma da più tempo di me, ci siamo equipaggiati di pennarelli lavabili di varie marche e grandezze, mentre per andare in giro abbiamo optato per le classiche matite colorate. Ho preferito per ora bandire i gessi perché ho paura che Ringhio se li ingoi.

Un discorso a parte meritano i gessetti a cera. Lo scorso anno infatti un'amica senza bambini ne regalò una bella scatola alla pupa. Ringraziammo sentitamente e li mettemmo da parte per i tempi futuri.

Non so ancora come abbia fatto, ma la Ninfa un paio di giorni dopo riuscì a mettere le sue manine sulla scatola e, approfittando di un momento di assenza genitoriale (era con la nonna di turno mentre noi eravamo via a fare una visita con Ringhio), li usò per colorare. Il suo estro creativo non risparmiò le federe bianche dei cuscini.

Al momento di andare a dormire, CF mi fece i complimenti: "Belli questi cuscini tutti colorati, sono molto allegri". 

Da quel momento i gessetti a cera sono stati banditi dalle mura domestiche.

In un'epoca non meglio definita, la pupa usò il gatto di casa (più bianco che nero) come lavagna. Lui (povero!) si lascia fare tutto, ma avere un gatto con il pelo a macchie verdi e viola non è il massimo. Soprattutto quando poi lo devi lavare e asciugare.

In queste ultime settimane, volendo imitare delle compagne d'asilo che si pitturano le unghie, la Ninfa si impiastriccia tutte le dita. Non contenta di ciò, ieri sera si è presentata a casa con le labbra tutte blu. Faceva davvero impressione, è un'idea da tenere in considerazione per Halloween.

Per fortuna i pennarelli sono lavabili e quindi basta un pò di sapone e acqua tiepida e tutto (o quasi) scompare.

Ieri, intanto che la bimba disegnava un bel mare con i pesciolini ma senza barche accanto a suo fratello, mi sono persa in una conversazione nonnesca, di quelle lunghe senza capo nè coda.

Complice la stanchezza, non mi sono resa conto che Ringhio era in silenzio già da un pò. Mi sono girata e lui era lì, piccolo Diego Rivera, a colorare la parete crema del soggiorno. 

"Noooooooo, che cos'hai fatto!?". L'urlo belluino è uscito spontaneo dalla mia gola.

Acchiappo il monello, lo sgrido senza troppa convinzione e valuto il danno. Massì, mi dico, tanto sono lavabili. Lavabili un bel paio di palle!

Mi armo di spugnetta e acqua e tento di toglierli. Sfrego, sfrego, sfrego ma niente. I colori sbiadiscono ma permangono.

Provo con uno straccetto e una miscela fatta con acqua, bicarbonato e aceto. L'acqua santa avrebbe fatto di più.

Scoraggiata, ricorro alla chimica: riesumo una vecchia spugnetta magica, prodotto miracoloso. Nulla da fare. Il disegno del mio famigerato quasi duenne spicca ancora sul muro.

Pazienza, c'ho provato, mi toccherà dipingere l'intera parete di nuovo.

La Ninfa non ha mai preso in considerazione l'idea di usare i muri per disegnare. Perché lui sì?

E' proprio vero che i figli non sono mai uguali l'uno all'altro.

Anche a voi sono capitate disavventure simili? Come le avete risolte?