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Alzi la mano che non ha mai passato tutta la notte in giro per locali a divertirsi con gli amici. Eppure la mattina vi alzavate per andare al lavoro o  restavate a poltrire nel vostro letto tutta la domenica. Non è mai stato un peso, anzi. Ci faceva sentire vive.

E come mai invece ora se ci capita di non dormire per una notte ci sentiamo morte? Altro che sintomi da dopo sbronza: cerchio alla testa, occhi gonfi e pesanti, cerchiati di nero che un panda al vostro confronto è niente, camminata da zombie...In una parola sola: DISTRUTTE.

Ecco, quando prima di diventare mamma le mia amiche già mamme mi descrivevano come si sentivano sfatte la mattina dopo aver passato la notte in bianco, ho sempre creduto che ingigantissero il problema. "Non hanno il fisico, non sono abituate", pensavo ingenuamente.

Finché sono diventata mamma anch'io. E allora ho capito. Ho capito che non lo ingigantivano affatto, il problema, ma anzi che dai loro racconti non emergeva tutta la drammaticità di cosa vuol dire passare una notte in bianco per colpa di un bambino insonne. Perché ci sta che i neonati siano per natura programmati per svegliarsi frequentemente, ma un bambino di (quasi) due anni sano come un pesce, col pancino pieno ma non troppo, che non ha sete-caldo-freddo e che ha il pannolino pulito che cosa avrà mai da continuare a piangere?

Ieri sera dopo una seduta di coccole bacini abbracci che solo a pensarci mi viene il diabete, ho messo Ringhio a dormire nel suo lettino. La Ninfa era già tra le braccia di Orfeo, per cui niente favola.

"Ciao amore della mamma ci vediamo domani mattina". Bacino bacino bacetto e mi infilo nel letto.

Dopo venti minuti: "Mamma, mamma" e il pupo, bello come il sole, si affaccia alla porta della camera.

Scosto il piumone, abbraccio Ringhio e lo riporto nel suo lettino.

"Amore adesso è ora di fare la nanna. Stanno dormendo tutti, vedi? Perciò stringi forte il tuo coniglio e dormi". Esco dalla porta e il peluche di mio figlio mi atterra davanti.

"Non si buttano i giochi! Giù subito a fare la nanna!"

"Ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee"

Parte la sirena. Afferro rapida il bimbo prima che si svegli la Ninfa e lo porto in sala.

"Allora non vuoi dormire asinello? Va bene, guardiamo un pò cosa fanno in tv. Oh, guarda, c'è Poirot! Niente di più soporf...indicato vero?". Peccato che poi io dormissi sul divano mentre Ringhio metteva la casa a soqquadro.

Rientra CF.

"Come mai ancora svegli?"

"Mah, Ringhio non riesce a dormire. Ho provato con una camomilla intanto che guardavamo la tv ma non è servito a niente. Io dovrei ancora farmi la doccia..."

"Vai vai amore che ci penso io."

Secondo voi me lo faccio ripetere due volte? Quando esco dal bagno trovo i due nel lettone.

"Che ci fa lui qui dentro? Non si era detto niente lettone che poi ripartiamo con il circolo vizioso?"

"Stavamo aspettandoti e intanto guardavamo cose da maschi sul tablet". E mi fa vedere uno spezzone di Top Gear.

"Su, Ringhio, dai un bacio al papà che facciamo la nanna."

Col piccolo in cameretta, mi infilo velocemente nel mio letto.

"Brummm brummm brummm"

"No, non è possibile. Adesso ti alzi tu che hai avuto la brillante idea di fargli vedere le automobili prima di andare a letto".

CF si alza brontolando e ricompare dopo un'eternità.

"Penso si sia addormentato". Finalmente dormo, penso.

"Ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee".

Non ci posso credere, è l'una e lui è ancora sveglio.

"Tocca a te stavolta" dice CF. Poi si gira sul fianco e riprende a russare. Ma come è possibile?!

Ciabatto fino in cameretta."Senti tu, piccolo assatanato, si può sapere che cosa succede?" Lui mi guarda con il labbro tremolante. E ricomincia a piangere. Implacabile e inarrestabile. Mi siedo, lo prendo in braccio ma niente. E' inconsolabile. Provo a metterlo a terra, ma è ancora peggio. Mi si aggrappa come una scimmietta.

Lo riprendo in braccio e torno in sala. Comincio a camminare e saltellare come facevo quando era più piccolo. Peccato ora che con i suoi quasi dieci chili la differenza si senta. Già dopo cinque minuti i bicipiti mi fanno male. Ringhio si è placato e si ciuccia il pugnetto. Sbadiglia, sbadiglia ma non crolla. Inutile, le sue pile sono inesauribili.

Mi accascio sul divano. Mi sembra un incubo: sono tornata indietro nel tempo, Ringhio è di nuovo piccolo e noi non dormiamo. Anzi, è peggio: adesso se per sbaglio mi appisolo questa peste bubbonica accende le luci, sveglia la sorella e fanno un party alla facciazza mia. Che faccio? Niente Valium, ma posso provare a passarlo sul gas? Magari funziona davvero, così dormo per un pò. Vi preeeegoo voglio solo chiudere gli occhi in pace. Dieci minuti. Ok, anche cinque fa lo stesso. Mi raggiunge CF.

"Cosa succede? Avrà fame? Sete? Il pannolino?"

Gli tiro un cuscino. Scalpiccio di piedini. Ecco, di bene in meglio: si è svegliata anche la Ninfa.

"Ho sete." Beve un goccio di acqua e poi prende Ringhio per mano.

"Dai andiamo a letto che è tardi". Lui, il piccolo disgraziato figlio degenere che mi ha tenuto sveglia fino alle tre, si fa accompagnare docile nel suo lettino. La Ninfa si stende vicino a lui, si coprono con il piumino e, voilà, in dieci nanosecondi dormono.

Sono esterrefatta. Incredula. Interdetta. Sull'orlo delle lacrime.

CF si riprende prima di me e borbottando come una pentola di fagioli torna a dormire. Io rimango lì, sul divano. Non ho la forza di alzarmi. Tanto alle sei suona la sveglia...

 

 

 

 

I bambini, si sa, giocano. E giocano un sacco. Maria Montessori, non a torto, affermava addirittura che "il gioco è il lavoro dei bambini".

Mi fermo spesso a osservare, non vista, la Ninfa e Ringhio mentre giocano. Non lo fanno ancora assieme, per esempio se giocano con le lego condividono i materiali ma ognuno poi va per la sua strada e lo stesso succede quando cucinano: si dividono i giocattoli in maniera più o meno equa ma l'interazione avviene quando Ringhio ruba quello che sta usando la Ninfa o viceversa ( e non dovete sforzarvi per immaginare cosa succede).

Ultimamente le cose stanno cambiando: la Ninfa tenta di coinvolgere suo fratello quando gioca a "facciamo finta che", anche se lui poco si presta a seguire le sue direttive.

In questo periodo si nota proprio che stanno attraversando delle tappe evolutive diverse: Ringhio sta superando la fase esplorativa mentre la Ninfa è oramai nel pieno della fase del gioco simbolico.

Si parla di gioco esplorativo soprattutto in riferimento al primo anno di vita quando i bambini utilizzano un oggetto alla volta e imparano a conoscere la realtà utilizzando i cinque sensi. In questo periodo si sviluppa anche la sfera motoria. Pian piano il bambino impara a manipolare gli oggetti e comincia a metterli in relazione tra di loro.

A partire dal secondo anno e fino al settimo l'attività preferita dei bambini diventa il gioco simbolico o di rappresentazione. "Facciamo finta che io sono la maestra e tu sei la bambina", esclama la Ninfa rivolta a suo fratello che la guarda estasiato, sorride e va avanti a impilare i cubi uno sull'altro. Lei alza gli occhi al cielo, lo sgrida e va a prendere le sue bambole che improvvisamente diventano le sue compagne d'asilo (devo dotarmi di bambolotti maschili perché vedere un Federico in gonnella mi lascia sempre perplessa).

Ho scoperto che il gioco dei bambini è stato studiato da eminenti psicologi, quali Piaget e Vygotskij.

Secondo il primo il gioco simbolico si può dividere in cinque livelli:

  1. gioco di passaggio: il bimbo comincia a creare dei simboli (ecco quindi che Ringhio usa il suo telefonino giocattolo e se lo porta all'orecchio),
  2. gioco simbolico verso se stessi: i bambini fingono di fare qualcosa ( la Ninfa finge di farsi la doccia e pettinarsi);
  3. gioco simbolico verso altri: la Ninfa abbraccia per esempio una bambola o un peluche perché si sono fatti male;
  4. Sequenza di giochi simbolici: Ringhio finge di fare il numero sul suo cellulare giocattolo e poi telefona;
  5. Simbolizzazione sostitutiva: quando i bambini usano un oggetto che per loro diventa però qualcosa di diverso ( sempre il nostro fedele Ringhio che utilizza il telecomando fingendo che sia un telefonino).

Quando la Ninfa gioca al "facciamo finta che" è raro che mi chieda di farlo con lei (ed io spesso ci rimango male). Ma il saggio Vygotskij mi rassicura: il gioco simbolico è un'attività formativa che avviene grazie all'interazione tra adulto e bambino. L'adulto aiuta il bambino fino a quando il pargolo non ha appreso specifiche abilità che gli permettono di essere autonomo ( ergo, la Ninfa gioca da sola perché ha le abilità per farlo, per cui non sono proprio una mamma scacciona).

Il gioco simbolico del "far finta" viene utilizzato anche per valutare gli aspetti della crescita e lo stato di benessere del bambino. I bambini riproducono con bambole e pupazzi ciò che accade durante la loro giornata, rappresentando le loro emozioni e quello che è loro capitato .

Guardando i bambini giocare in tanti casi si sono scoperti problemi di rabbia e di abusi. Adesso però non spaventatevi se vedete i vostri figli che picchiano o sgridano o mettono in punizione le loro bambole: è facile che stiano imitandoci in uno dei nostri momenti non proprio brillanti.

A me è proprio successo l'anno scorso, quando la Ninfa ha cominciato ad andare alla materna: in seguito all'ennesima zuffa con il fratello che ancora non sapeva difendersi da solo, l'ho sgridata violentemente e l'ho messa in castigo. Lei è andata avanti a riprodurre la scena per giorni: sgridava veementemente la sua bambola e la metteva nell'angolino. Dopo un pò la cosa ha preso una brutta piega: la Ninfa picchiava addirittura la bambola! Ho pensato: "Oddio, se le maestre vedono una cosa del genere magari chiamano anche gli assistenti sociali!".Già mi vedevo a tentare di giustificarmi mentre mi portavano via la bimba... Ero davvero angosciata, ma la cosa si è risolta spontaneamente.

Ho scoperto che la rappresentazione di una storia aiuta il bambino a esorcizzare le sue paure e le sue debolezze (interpretando il ruolo del cattivo i bambini esorcizzano la rabbia). Il gioco simbolico ha effetti positivi anche sulla creatività del bambino che impara a usare gli oggetti in modo fantasioso. Inoltre stimola i bambini a relazionarsi con gli altri, perché quando  giocano assieme a "facciamo finta che" ognuno di loro interpreta un ruolo, impara a gestirlo e ad interagire con gli altri personaggi.

Per incentivare la creatività dei nostri figli basta davvero poco. A loro piace imitare le attività degli adulti e in commercio troviamo giochi già pronti all'uso: cucine, kit di falegnameria, borse da dottore... Se siete brave con le attività manuali (io non rientro tra quelle) potete addirittura costruire una cucina servendovi di una grande scatola di cartone. I miei bambini hanno usato sia quella già fatta sia quella hand-made a casa della nonna. Ora la riproducono su un mobiletto basso, utilizzando i sottopentola al posto dei fornelli e prediligono pentole e posate vere rispetto a quelle giocattolo.

Per quanto riguarda la Ninfa, lei adora travestirsi "da grande", per cui mi chiede braccialetti, collane, scarpe col tacco o foulard. Poi si mette davanti allo specchio e si trucca, si pettina e si profuma. Infine saluta tutti e va al lavoro. Mi fa sorridere quando spiega alle sue bimbe che "la mamma va al lavoro ma poi torna sempre dai suoi bambini che sono la cosa più importante di tutte".

Quando la Ninfa è andata al pronto soccorso, ha passato la settimana successiva a fare punture e flebo a tutti quelli che venivano a trovarci, a somministrare pillole e sciroppi e a consolare malati immaginari.

Quando invece vengono altri bambini a trovarci, la Ninfa organizza il gioco del lupo: Ringhio è il lupo che mangia gli altri bambini e questi si costruiscono una tana per nascondersi. Solitamente tirano fuori tutte le tovaglie, gli asciugamani e i plaid a disposizione, cercano un angolo comodo, utilizzano le sedie per fare la struttura e accatastano cuscini e altre cose per fare una barriera anti Ringhio.

Io a volte mi stendo sul tappeto e faccio finta di dormire. Quanto vorrei poterlo fare davvero, ma ci sono le piccole pesti sempre in piena attività...

E ai vostri bambini cosa piace fare? E voi, vi ricordate quali erano i vostri giochi preferiti quando eravate piccoli?

Con l'inizio dell'anno scolastico arriva puntuale il momento delle assemblee, delle elezioni dei rappresentanti di classe e dei colloqui. Un appuntamento che terrorizza le mamme lavoratrici. Come riuscire ad andare? Optare per delegare il compito ai papà? E quando i figli sono più di uno? Cominciano i salti mortali per incastrare tutto alla perfezione. Perché bisogna andarci, pena la scomunica. In caso contrario, l'onta della vergogna perseguiterà la tua intera progenie. Tuo figlio passerà l'anno a nascondersi dagli sguardi compassionevoli degli insegnanti. Tutti, bidelli compresi, ti guarderanno con occhi pieni di biasimo. E questo perché tu hai egoisticamente anteposto  il tuo lavoro ai tuoi figli.

Io quindi ho fatto le gincane, dribblando auto, prendendo sensi unici al contrario, schivando pedoni e bruciando semafori per arrivare in tempo alle votazioni dei rappresentanti della materna di mia figlia. L'assemblea mio malgrado l'ho persa, quindi salviamo il salvabile. I seggi chiudono alle diciannove. Io varco i cancelli alle 18,50, col fiatone, le ascelle pezzate, i capelli ritti in testa. Mi appresto a ritirare la scheda quando una delle maestre esclama:"Ecco che cominciano ad arrivare anche le mamme ritardatarie!". I capelli mi si arricciano ancora di più e non per l'umidità. Una me immaginaria conficca la matita nell'occhio annoiato dell'insegnante. Ho le palpitazioni e le mani mi prudono. Silenzio tombale. Io ruggisco:"Non arrivano le mamme ritardatarie, ma quelle lavoratrici che escono dall'ufficio alle diciotto e si fanno in quattro per essere qui in tempo".

Mi guarda serafica."Ah, lei lavora di pomeriggio?"

"No, lavoro anche la mattina, non solo il pomeriggio. Se fossi stata a casa, mi creda, sarei venuta volentieri anche all'assemblea."

Voto in fretta, poi me ne vado. Mi sento umiliata. Oltre al danno anche la beffa. Non esistono solo le madri che lavorano part time. Esistono anche quelle che, per scelta o per imposizione, lavorano full time. E nella maggior parte dei casi non fanno il lavoro dei loro sogni e non lo fanno per ambizione o per fare carriera. Lavorano per necessità. Lo fanno e basta. Credo meritino comunque rispetto a prescindere da questo. Evidentemente la mamma che lavora otto ore è una mosca bianca. Qui da noi si accetta l'idea che una donna con figli lavori quattro o sei ore. Non è proprio contemplata l'idea che si lavori di più. Mi scoccia essere considerata lo stereotipo della donna "in carriera" perché sono fuori casa otto-dieci ore al giorno. Probabilmente sono solo una mamma che si sbatte più delle altre per star dietro a tutto, casa-lavoro-famiglia.

Care maestre, invece dei vostri giudizi arbitrari, quanto mi farebbe piacere il vostro sostegno! Far capire ai nostri bambini che la mamma deve andare al lavoro ma che li ama ugualmente come quella mamma che può accompagnarli e andare a prenderli tutti i giorni, questo sarebbe bello!

Non metterli in imbarazzo con frasi dette a metà. La bimba ha le pantofole rovinate? "Tesoro, ricordati di dirlo alla tua mamma, del resto lei lavora, non ha tempo per badare a queste cose". Che messaggio passa a mia figlia? La mamma lavora e per questo non tiene in considerazione le tue faccende da bambina. Ai suoi occhi il fatto che tu abbia le pantofole nuove è meno importante del suo lavoro. Per estensione: la mamma considera i tuoi bisogni irrilevanti rispetto al suo lavoro. Diverso sarebbe stato se le avesse magari detto: " Tesoro, la tua mamma è molto occupata perché lavora per non farti mancare niente. Le potresti dire che le tue pantofole si sono rovinate?". Il messaggio sarebbe comunque arrivato ma la mia bimba non mi avrebbe fatto notare che è l'unica che ha le pantofole scollate e che la colpa è mia perché sono al lavoro tutto il giorno.

Vorrei capire come fanno a dire alle donne che lavorano di liberarsi dai sensi di colpa se le prime a puntare il dito sono altre donne (magari mamme pure loro) lavoratrici! E' davvero paradossale. Come in molte altre occasioni, si creano assurde lotte tra madri lavoratrici e non, tra quelle che lavorano part-time e quelle che lavorano a tempo pieno, tra carriera e famiglia.

Al di là del tempo che passo fuori casa, so che sto facendo del mio meglio con e per i miei figli. La ricompensa più grande è vedere la gioia con cui mi salutano quando rientro, è la mano della Ninfa che mi accompagna su divano, è il bacio bavoso che Ringhio mi stampa sulla guancia. Credetemi, le maestre in questo campo hanno ancora tanto da imparare!

 

Siamo oramai in autunno, le giornate si fanno più fresche e spesso piovose. E riapre lo spazio gioco. Cos'è esattamente uno spazio gioco? Come dice il nome, è un luogo dove i bambini giocano. Abbiamo portato per un anno la Ninfa prima della materna e ora è il turno di Ringhio.

Lo spazio gioco si trova nel nostro comune all'interno di un bellissimo parco. Ai bambini dai dieci mesi ai tre anni viene assegnato l'uso del salone di un  capannone ristrutturato. I bambini vengono divisi in due gruppi: dai dieci ai ventitré mesi e dai ventiquattro ai trentasei mesi. Ogni gruppo si incontra due volte a settimana per circa due ore e mezza. E' gestito da una cooperativa e si paga una minima retta mensile.

Le insegnanti sono fresche di laurea, alcune lavorano part-time presso le scuole materne. Ringhio quest'anno fa parte ancora del gruppo dei piccoli. Purtroppo, lavorando, non ho la possibilità di accompagnarlo e quindi quest'incombenza spetta alla nonna. Ogni lunedì e mercoledì mattina Ringhio va tutto allegro allo spazio gioco.

Secondo me ci sono almeno cinque buoni motivi per usufruire dello spazio gioco:

  1. socializzazione: i bambini, verso l'anno di età, cominciano ad aprirsi al mondo esterno e cercano il contatto con i loro simili. Amano infatti guardare gli altri bimbi giocare e, anche se il gioco continua ad essere di tipo autonomo fin verso il secondo anno, iniziano i primi tentativi di interazione con l'altro;
  2. autonomia: i bambini che frequentano altri bambini cominciano a superare pian piano la fase dell'egocentrismo. Fanno parte di un gruppo formato da loro pari, possono iniziare a staccarsi da mamma e papà ( o dalle altre figure di riferimento come nonni o baby sitter) e questo è sicuramente utile per evitare la crisi nell'approccio con la scuola materna;
  3. condivisione: i piccoli imparano che non è tutto loro, ma che i giochi e i materiali sono a disposizione di tutti;
  4. imparare le regole: va da sé che quando si sta in gruppo ci sono delle semplici regole da rispettare (mettere a posto i giocattoli,  aspettare il proprio turno, imparare a chiedere...);
  5. sperimentazione: i bimbi, sotto la guida dell'insegnante, imparano ad utilizzare materiali diversi attraverso la creazione di lavoretti e, attraverso esperienze corporee, imparano a conoscere il mondo e a rappresentarlo.

Lo spazio gioco è impostato su una rigida routine, che aiuta il bimbo a rapportarsi con lo scorrere del tempo: accoglienza e gioco libero, merenda seduti al tavolo, canzoncine, giro tondo, lavoretti e saluti.

Molti genitori sono perplessi riguardo al luogo: nel nostro caso è uno spazio a misura di bambino, con giocattoli su mobiletti bassi o dentro comodi contenitori, libri, fogli e materiale per disegnare, tavolini e seggioline, palle e giochi da interno per favorire l'attività motoria, comodi tappetoni per sedersi ad ascoltare le favole. I bambini e gli accompagnatori si tolgono le scarpe e utilizzano pantofole o calze antiscivolo. Per quanto riguarda la pulizia, il locale è lindo: un'impresa di pulizie viene a pulirlo alle sette e trenta per farlo trovare senza macchia alle nove, quando arrivano i bambini. E' vero che stare tutti quanti assieme in un ambiente chiuso, scambiandosi giocattoli che magari a volte vengono anche messi in bocca può favorire il passaggio di raffreddore, influenza o tosse, ma questo è normale nella fase della crescita: le piccole infezioni rafforzano il sistema immunitario e quando i bambini cominceranno l'asilo il primo anno si ammaleranno molto meno.

E per quanto riguarda mamme, papà, nonni e baby- sitter? Lo spazio gioco è una grande opportunità per confrontarsi tra di loro e con l'educatrice e per osservare i pargoli mentre prendono confidenza con gli altri e con le nuove attività.

Anche voi fate frequentare ai vostri figli spazi gioco o ludoteche?

Essere genitori a volte può essere davvero davvero davvero esasperante. Spesso i bambini diventano capricciosi e ingestibili, a meno che tu non sia tra quelle fortunate che hanno un bambino "angelico" usando la definizione di Tracy Hogg.

Riuscite a immaginarvi la situazione quando i bambini sono più di uno? C'è una cosa che mi spaventa più dei capricci, più delle lacrime e delle urla, più delle scene isteriche. Sono i LITIGI.

Quando torno la sera dopo una giornata passata al lavoro in un ambiente dove i battibecchi e le scaramucce sono all'ordine del giorno e vorrei solo trovare un'atmosfera da Mulino Bianco e invece i bambini danno il peggio di sé. Esistono infiniti motivi che possono innescare la miccia:

  1. "Quel gioco è mio e lo voglio io, lo stavo usando io, io l'ho visto prima" e qui va a picche tutto il lavoro sulla condivisione. Soluzione drastica: togliere il suddetto giocattolo e riporlo in un luogo sicuro e inaccessibile. A volte poi ce ne dimentichiamo e il gioco fa la polvere;
  2. "C'ero prima io tu vai a sederti da un altra parte". Qui chiaramente portare via divano, sedia o poltrona diventa più complicato. Quindi via, tutti a sedersi sul tappetone che la mamma deve pulire proprio lì ora e subito;
  3. "La mamma è mia tu vai dal papà". Tesori, la mamma è di tutti e due, sono sicura di avervi sfornato io entrambi ( le mie parti basse hanno ancora i segni quindi impossibile dimenticarsene), ho due gambe per cui forza che ci state tutti e due, una di qua e l'altro di là. E già che ci siete potete baciarmi ognuno su una guancia;
  4. "Io prima, io prima, io prima". Questo lo dicono per tutto tranne che quando devono andare a letto. Chissà perché...Si fa una volta per uno, so che è difficile ma voi siete bambini molto intelligenti e ce la fate di sicuro.

Ovviamente blandire a volte non basta. I furbetti mi sorridono e appena mi giro passano alle maniere pesanti che manco i gladiatori: la Ninfa scatta con un pizzicotto, Ringhio ricambia con uno schiaffone, la Ninfa contrattacca con una sequenza di graffi alle parti esposte (il più delle volte sulle guance paffute del fratellino), Ringhio ricambia azzannandola al polpaccio.Urlo per sovrastare i loro pianti (l'ho già detto che sono una cattiva madre), li separo e li mando in castigo per un tempo indefinito una in un angolino e l'altro in quello opposto.

Continuano a piangere a piangere a piangere. Io recito mentalmente il mio mantra: "Devo-stare-tranquilla-sono-solo-bambini", inspiro-espiro "Ohmmmmm....Un cerchio dentro un quadrato un quadrato dentro un cerchio". I pianti si fanno vi via più flebili. Quando smettono del tutto, da mamma sadica quale sono, ignoro i pargoli e continuo a farmi i fatti miei.

Generalmente poi arriva la Ninfa, orecchie basse e coda tra le gambe: "Scusa mamma non lo faccio più". Anche Ringhio esce dall'angolo e si avvicina. Abbraccio di gruppo con moccio e lacrime (attenzione alle magliette nere. Vi chiederanno se una lumaca vi è camminata sopra) e voilà. Magicamente è arrivato il momento di andare a letto. Indovinate un pò chi ci va per prima?

Voi come vi comportate quando i vostri figli litigano tra di loro? Siete delle mamme zen, tutte calma e comprensione? Seguite i consigli degli addetti ai lavori o andate a naso?

E' inquietante la disinformazione che ruota attorno alle coppie di fatto, i cui figli vengono considerati ancora figli di serie "B".

Scena: interno casa di un amico di famiglia. Personaggi principali: Priscilla e la mamma dell'amico che se ne stava tornado a casa propria. Comparse: Ninfa, Ringhio e l'amico. Sul palco si trovano già: Priscilla, i bambini e la signora M.

Signora M.: "Cara, è tanto che non ci vediamo! Come stai?"

P.: "Bene, signora M. Un pò di corsa come la maggior parte delle mamme..."

Signora M., fissando i pupi: "Ma cara e questi sono i tuoi bambini?"

P. "Sì, sì, Ninfa e Ringhio. Su, bambini, salutate."

Agitano piano la mano, intimoriti dall'aspetto inquietante della signora.

Signora M., con voce in falsetto:"Ma che ammmoorii. Ma quando ti sei sposata?"

P. rivolta al pubblico :"Ah, lì volevi arrivare, brutta vecchiaccia!"

P., sospirando: "No, non mi sono sposata."

Signora M. si ritrae inorridita quasi come se l'avessero schiaffeggiata ed esclama con tono melodrammatico:" Ma come, ancora no? Presto allora?"

P., che comincia a sentirsi sulle spine: "No, non credo...Sa, abbiamo tante spese da affrontare, altre priorità. E poi il matrimonio..."

Signora M. con voce ispirata e cantilenante, quasi da sermone, agitando le mani: "Ma dovete pensare anche ai bambini e al loro bene!"

Irrompe sul palco l'amico, che afferra la madre per il braccio e la conduce velocemente alla porta.

Poi, rivolgendosi a P.: "Ti chiedo scusa ma sai com'è, è un pò all'antica"

All'antica?! No, è arrogante e ignorante. E' dal primo gennaio 2013 infatti che, grazie alla legge 219/12 e con il successivo decreto legislativo n.°154 del 28 dicembre dello stesso anno, i figli nati al di fuori del vincolo matrimoniale godono degli stessi diritti di quelli nati all'interno del matrimonio.  Non c'è più distinzione tra figli legittimi, naturali e adottati. Per la Legge, sono tutti figli allo stesso modo, anche dal punto di vista della terminologia. Il 2013 è l'anno in cui si conclude un percorso avviato decenni fa, che aveva già assegnato ai figli "naturali" gli stessi diritti e doveri di un figlio "legittimo" ma solo nei confronti dei genitori.

Ora invece in caso di "fratellastri", se il genitore comune muore, anche il figlio "naturale" ha gli stessi diritti ereditari del "fratellastro" nato all'interno del matrimonio. L'eredità viene divisa in parti uguali.

Inoltre la nuova Legge tutela e garantisce il diritto dei nonni a mantenere i rapporti con i nipoti. In caso sia loro impedito, i nonni possono ricorrere al giudice.

Se i genitori conviventi decidono di lasciarsi, i figli hanno diritto ad essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti moralmente, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni esattamente come i figli delle coppie sposate. Anche dal punto di vista processuale, sarà solo il Tribunale ordinario l'unico referente per regolare le questioni relative all'affidamento, alle modalità di visita e al contributo al mantenimento dei figli, mentre prima le coppie di fatto dovevano rivolgersi al Tribunale dei Minori.

Quindi, cara Signora M., il bene dei mie figli non è sicuramente garantito dal fatto che siamo o meno sposati. Il bene dei miei figli è garantito dal fatto che hanno intorno a loro persone che li amano a prescindere dal legame matrimoniale che intercorre tra me e il loro papà.