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Questi ultimi giorni per i bambini sono stati giorni intensi, all’insegna del divertimento e della vita familiare.

Giovedì sera abbiamo assistito al rito tradizionale del Rogo della Vecchia

Il maltempo e la pioggia ci hanno graziato giusto in tempo per andare all’oratorio e partecipare ai festeggiamenti.

Nel campo di calcio (chè ogni oratorio ha almeno un campo di calcio) avevano allestito una pira su cui capeggiavano un vecchio e una vecchia di cartapesta seduti su due sedie.

Prima di andare ho spiegato ai pupi che quello che avrebbero visto era un fuoco che veniva accesso per bruciare un pupazzo, non una persona vera (sia mai che magari pensassero chissà ché).

Ho anche detto due parole sul significato di questa tradizione: il rito pagano che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera e quello cristiano di mezza Quaresima.

Credo che la Ninfa abbia capito quello del passaggio dalla bella alla brutta stagione, ma del resto è normale visto che non ho mai spiegato cosa fosse la Quaresima.

Gli allestitori avevano delimitato lo spazio con delle corde per ragioni di sicurezza. Tutti i bambini sono stati messi in prima fila e la pira è stata accesa dal signore e dalla signora più anziani del paese (mi è parsa una bella idea).

Al coro di “Brucia brucia” il fuoco si è mangiato pira, sedie e vecchietti. I bambini erano affascinati. Del resto è stato uno spettacolo suggestivo: notte buia, fiamme rosse e arancio, bambini elettrizzati…

Ne è valsa la pena. In oratorio inoltre si poteva cenare e non mancavano nemmeno zucchero filato e frittelle.

L'espressione rapita mentre guarda il rogo della vecchia

Non ci siamo trattenuti tantissimo, perché lo spettacolo è finito alle attorno alle dieci e per noi era già tardi. Sicuramente il prossimo anno sarà da ripetere.

I bambini hanno poi passato la giornata del venerdì a casa col papà. Hanno fatto enormi torri e castelli con i mattoncini della Lego Duplo, hanno guardato “Inside out” che poi hanno voluto rivedere con me anche sabato pomeriggio, hanno preparato un pranzetto coi fiocchi.

Sabato mattina siamo andati in piscina. La Ninfa ha concluso il corso di acquaticità e si è portata i suoi braccioli. Ora tocca a Ringhio.

Mentre la pupa giocava con i suoi amichetti sotto sorveglianza di una mamma amica (santa subito!) io affrontavo la prima lezione con un bambino recalcitrante per natura ad ogni novità.

Devo dire che mi aspettavo di peggio. Ha pianto dieci minuti, poi si è calmato e ha provato qualche esercizio. La cosa più piacevole è stata fare il motoscafo con il biscione galleggiante usato come un salvagente e catturare le palline.

Mentre la Ninfa si scatenava su e giù dallo scivolo, Ringhio se ne stava pacifico nel suo mondo a raccattare palline colorate.

Vedremo le prossime lezioni. Visto come ora la pupa sta in acqua volentieri credo che il corso di acquaticità nel mio caso sia stato un investimento azzeccato.

Il pomeriggio invece nonostante il bel tempo ce ne siamo rimasti a casa. L’obiettivo era quello di far riposare un po’ i bambini, in vista della serata. Sa va san dir che erano svegli e pimpanti come grilli.

Infatti siamo andati a cena da una coppia di amici che vediamo (ahimé) poche volte l’anno. I bambini si sono divertiti un sacco a giocare con la figlia della coppia che ha un anno più della Ninfa.

Dopo una normale prima fase di timidezza, i tre sembrava che si fossero frequentati fino al giorno prima. Hanno colorato, giocato, cantato senza litigare una sola volta.

E questo ovviamente ha permesso anche a noi adulti di vivere una serata tranquilla, tra chiacchiere e risa.

Domenica, complici il cambio dell’ora e l’orario in cui siamo tornati, ci siamo alzati verso le undici. Tutti assieme ci siamo preparati un bel brunch.

I bimbi si sono divertiti a mangiare dolce e salato senza un ordine preciso, torte al cioccolato con uova strapazzate e pancetta, latte con miele e succo d’arancia, toast con marmellata…

Sono davvero entrati nella parte. Era da tanto che non facevamo un brunch, probabilmente non se ne ricordavano più. Comunque hanno davvero apprezzato, sia la fase di preparazione sia il cibo stesso.

Il pomeriggio il tempo era incerto. Io e la Ninfa avevamo in programma di andare all’oratorio, dove le mamme avevano organizzato un pranzo per raccogliere fondi per la scuola materna. Dopo pranzo c’erano in programma diverse attività ricreative, giochi e lavoretti per la Pasqua.

Ma la Ninfa a sorpresa si è rifiutata categoricamente di andare. Le ho spiegato che non l’avrei lasciata da sola, che saremmo state assieme, che ci sarebbero state le sue amichette ma è stata irremovibile.

Ha detto che lei voleva stare a casa, punto e basta. Ci sono perfino rimasta male.

Allora ho tirato fuori la mia cartelletta magica dei lavoretti. Vi ho già detto, vero, che io a livello manuale sono negata e odio fare qualsiasi cosa che implichi l’uso di carta, colla, forbici e affini?

Per la legge del contrappasso mia figlia adora fare queste cose, così l’ho presa come un’opportunità e quando me lo chiede facciamo qualcosa assieme (sono ancora a livello base, chiariamo).

Comunque domenica abbiamo lavorato sulle stagioni. Abbiamo ritagliato un alberello riproposto su cinque fogli: il primo è la copertina e gli altri quattro sono dedicati ciascuno ad ogni stagione. Su un foglio a parte ci sono due file di fiori, due di frutti, due di foglie e due di fiocchi di neve.

L’attività è semplice: si ritagliano gli alberi, si incollano per la parte superiore una sopra l’altro e il bambino deve ritagliare e appiccicare su ogni stagione il disegnino giusto.

Io ho trovato un sacco di cose interessanti su Homemademamma .

Così la Ninfa e Ringhio hanno passato un paio d’ore a ritagliare e incollare (Ringhio ritagliava a modo suo, ovviamente).

Siccome ero a casa, mi sono dilettata a provare con la famiglia una nuova ricetta: gli gnocchi fuscia.

La posterò nei prossimi giorni, perché ne vale davvero la pena, soprattutto se avete delle bambine che mangiano poco e che sono fissate col colore rosa declinato in tutte le varianti possibili.

E voi, come avete passato questo fine settimana?

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Per il venerdì del libro questa volta vi porto nientepopodimeno che in Cina.

Per la precisione, nella Cina del VII secolo.

immagine di una tipica festa cinese del VII sec. www.cinaoggi.it

Il romanzo “Imperatrice” dell’autrice Shan Sa lascia trasparire già dal titolo quale sarà l’argomento della narrazione.

In realtà “Imperatrice” è molto di più: è la storia di una donna che, praticamente da sola, riesce a diventare da orfana di un mandarino (no, non il frutto, i mandarini erano i funzionari cinesi che si occupavano di varie cose a livello economico e burocratico) la prima donna a sedersi sul trono dell’impero cinese.

Nella prima parte del libro troviamo Luce, la protagonista, alle prese con l’apprendimento dell’arte della concubina.

Si parla proprio di arte, perché essere concubine non vuol dire solo fare le amanti, ma è molto di più.

Significa essere educate alla poesia, alla pittura, al canto, al portamento e anche all’arte amatoria.

Luce si destreggia tra i rigidi insegnamenti e la vita di corte, tra la difficoltà degli studi e le difficoltà a livello interpersonale con le altre allieve.

Finito l’apprendistato, la ragazza intraprende il suo cammino verso il potere. Con astuzia e perseveranza, giocando in maniera non sempre leale, riesce a conquistare i favori dell’imperatore.

Va da sé che questa situazione attira le antipatie delle altre concubine.

Pian piano Luce riesce a far innamorare l’imperatore che arriva, andando contro i consigli dei suoi cortigiani e delle famiglie nobili, a sposarla.

Alla morte dell’imperatore, Luce è la prima donna della storia cinese a diventare imperatrice.

E qui la situazione si ribalta: per la prima volta e in modo del tutto casuale l’imperatrice si innamora. Di un uomo. Ovviamente sbagliato.

L’amore è cieco, è irrazionale ed imprevedibile. Luce si innamora di un uomo di umili origini.

Questo scandalo sarà terreno fertile per la vita di corte. Grazie a notizie false e ambigue, la situazione porterà alla morte dell’innamorato e alla destituzione della protagonista.

Questa è in sintesi la trama.

Su una storia dall’apparenza semplice l’autrice monta un castello basato sulla sete di potere, sugli intrighi di corte, sulle alleanze labili e fittizie.

Non si tralascia neppure la realtà storica, tra battaglie, sommosse, omicidi e stragi.

E’ un romanzo storico e di formazione che offre uno spaccato dettagliato sul netto contrasto tra la ricchissima vita di corte e la povertà del popolo.

Il punto a suo favore è dato senza dubbio dal personaggio di Luce, che ci viene descritta come una ragazza che fa suo il motto “volere e potere”.

Razionale, calcolatrice, quasi spietata. Luce non esita a servirsi di trucchi e inganni per saziare la sua sete di potere.

Trasforma gli eventi in opportunità e non esita a coglierli al volo.

Ogni tanto si coglie qualche barlume di umanità, di incertezza. Ma sono sfumature che non vengono mai approfondite, quasi che per l’autrice fosse prioritario dare di Luce l’immagine di una ragazza forte e self-made.

Quindi ho fatto fatica a raffigurarmi una Luce in preda all’amore, sentimento irrazionale per eccellenza. Mi sembra che le cose siano state un po’ forzate, non in linea con il personaggio che ci è stato descritto fino ad ora.

Altra nota dolente del romanzo sono le descrizioni. Lunghe, esagerate e soprattutto non sempre funzionali alla narrazione in sé. Ma, come è indicato nei diritti del lettore, se risultano troppo noiose si possono sempre saltare.

Quindi consiglierei  questo libro? Tutto sommato sì, ma non aspettatevi che sia una lettura leggera.

 

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La primavera è arrivata: la natura si risveglia, il clima diventa più mite, le giornate si allungano…

Ma se sei madre di un bambino di due anni primavera per te significa solo una cosa: spannolinamento.

Lo spannolinamento rappresenta l’ultimo ostacolo che vi renderà donne libere, che vi farà vedere la fantomatica luce alla fine dal tunnel, affrancandovi per sempre (o finché non sarete abbastanza vecchie da doverlo utilizzare per voi) dal pannolino.

Come per qualsiasi altra cosa inerente all’universo dei bambini, la pratica dello spannolinamento varia da bambino a bambino: quello che funziona per uno non è detto che funzioni per l’altro (per  cui non stressatevi  a fare inutili paragoni con il figlio della cugina del fratello della cognata del vicino di casa, che lasciano il tempo che trovano).

Nemmeno se si parla di fratelli.

Con la Ninfa è stata una guerra-lampo: in un giorno lei ha imparato ad utilizzare il water. La mattina si è svegliata con il pannolino e la sera è andata a dormire con le mutandine.

Non siamo mai più tornati indietro. Non ha mai fatto una pipì addosso. Per assurdo, le è capitato un paio di volte quest’anno all’asilo, perché non è riuscita ad arrivare in bagno in tempo.

Come ho fatto? Mi piacerebbe attribuirmi il merito, ma non ho proprio fatto niente.

A due anni e mezzo lei in piena autonomia ha deciso che il pannolino non lo voleva più, nemmeno a dormire. Io da vera scettica le ho proposto il vasino, già armata di straccio e spazzolone per raccattare il liquido paglierino dai pavimenti di casa.

La Ninfa ha letteralmente scagliato il vasino sul muro del bagno (fortuna senza beccare lo specchio, altrimenti altro che sette anni di guai) e ha indicato perentoria il wc aggiungendo un “Lì!”. Quindi riduttore, poggiapiedi e via.

Ovviamente Ringhio è di un’altra pasta. Quello che ci si prospetta è una cosa lunga, più sullo stile della Guerra dei Cent’anni.

Quando sente il bisogno di andare in bagno, il monello parte alla carica verso la porta del bagno, urlando “Pipìpipìpipìpipìpipì”.

Scatta la mobilitazione generale: l’adulto più vicino corre ad aprire la porta e aiuta il pupo a calarsi i pantaloni e il pannolino a mutandina. Ringhio sale fiero sulla pedanina, si sporge sulla tazza del water e si concentra tutto. A volte la pipì esce con un getto deciso altre volte invece nonostante gli sforzi  escono solo delle piccole goccioline.

In ogni caso Ringhio gonfia il petto come un tacchino, stira le labbra in un sorriso soddisfatto e indica il fondo del wc tutto orgoglioso.

Saluta la pipì (è ben educato, il nostro ometto), viene sollevato e tira lo sciaquone..

Una volta rivestito, scatta l’applauso di rito che il piccolo accoglie con falsa modestia, come un attore navigato che si gode il suo momento di gloria sul palcoscenico.

Il problema è che il pupo non ha ancora ben chiaro quando deve andare in bagno.

A volte dice “pipì” quando l’ha già fatta, a volte lo dice ma quando arriva in loco non la fa (nonostante i suoi sforzi, perché lo vedi che si impegna pure, diventa perfino rosso, ma non esce nulla), a volte non lo dice e bisogna portarlo in bagno di peso.

La notte il pannolino continua ad essere il suo compagno fedele.

Al di là delle mie esperienze personali, esistono chiari segnali che ci avvertono che i nostri pargoli sono pronti ad essere spannolinati:

  1. secondo alcuni quando un bambino sa salire e scendere le scale in autonomia allora è in grado anche di controllare vescica e sfintere ( nel mio caso, come direbbe Fantozzi e sempre per restare in tema “è una cagata pazzesca”, perché entrambi i pupi facevano le scale da soli a 18 mesi, Ringhio anche prima);
  2. un altro indizio sarebbe dato dal fatto che i bambini pronti hanno già un discreto vocabolario ( e anche qui, permettetemi di dissentire: la Ninfa ha cominciato a parlare tardissimo, più o meno quando è entrata all’asilo, per cui direi trenta mesi abbondanti e sapeva dire bene quindici parole al massimo. Se osserviamo suo fratello, ora come ora sa pronunciare sì e no sette parole);
  3. i bambini pronti sono quelli che vogliono fare le cose da soli e sanno eseguire alcune richieste, come per esempio “vai per favore a prendere la scatola blu in camera”;
  4. sono pronti quando manifestano disagio e insofferenza se non vengono cambiati subito (Ringhio se ha fatto la cacca te lo fa notare e se prontamente non lo pulisci, si toglie il pannolino da solo. Ovviamente provocando danni irreparabili;)
  5. se quando si svegliano la mattina il loro pannolino è asciutto o rimane asciutto per circa due ore di seguito durante il giorno (vi vedo già lì, col vostro cronometro in mano…);
  6. le femmine raggiungono anche questo traguardo prima rispetto ai maschietti (perché, c’è davvero qualcuno che ne dubitava?)

Sicuramente ce ne saranno altri ( potete scriverli nei commenti  se ve ne viene in mente qualcuno).

Ci sono anche tanti trucchetti da utilizzare per rendere questa fase meno traumatica (per i genitori probabilmente, perché se il bimbo è ok non c’è nessun trauma).

Potete allestire un angolo a misura di bambino, mettendo il vasino vicino al water e portando il piccolo con voi ogni volta che dovete andare in bagno.

Ci sono anche dei simpatici vasini a forma di water che vi possono facilitare il compito.

Esiste anche un filone letterario dedicato a non utilizzare più il pannolino per l’espletamento delle proprie funzioni corporali (chi l’avrebbe mai immaginato, prima di diventare genitori, eh?!)

Potete anche usare il meccanismo della ricompensa ( se fai pipì e pupù nel posto giusto, allora ti do in premio una caramella o un biscottino – sì, proprio come facciamo con Fido, ma occhio a non confondere i biscottini!-).

Ma come sempre, amiche mie, ricordatevi che sono necessarie calma e pazienza.

E stracci e spazzolone.

 

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Va bene, è ufficiale: Ringhio è nella fase dei “terrible two”.

A due anni questo bambino è una miscela esplosiva: basta un nonnulla per accendere la miccia e provocare una deflagrazione di proporzioni epiche.

Anche la Ninfa ha attraversato questa fase che poi è andata via via scemando (per fortuna!).

Quando vedo Ringhio che si arrabbia tento sempre di placcarlo prima che la situazione degeneri: ultimamente infatti quando è in piena crisi urla, lancia oggetti e volte picchia gli altri.

Queste scenate mi destabilizzano completamente: oltre ad un senso di impotenza, di smarrimento e di imbarazzo vengo poi regolarmente assalita dall’inevitabile senso di colpa.

Sulla mia spalla compare una piccola tata Lucia che mi sussurra all’orecchio che in fondo in fondo è tutta colpa mia, che dovrei essere più autoritaria ma allo stesso tempo più amorevole, che dovrei essere autorevolmente dolce, che come mamma sono proprio un disastro….

Insomma, ho reso l’idea, no?

Quando mi riscuoto, passo all’azione. Sto utilizzando lo stesso metodo sperimentato con la Ninfa ( ovviamente se avete altri consigli da darmi saranno bene accetti).

Per prima cosa tento di contenere fisicamente Ringhio, cosa che non è sempre facile, perché il pupo scalcia come un cavallo pazzo. Lo abbraccio forte, ma senza stringerlo. Lo massaggio sulla schiena e gli bisbiglio parole dolci all’orecchio.

Quando vedo che si è calmato, allora tento di spiegargli la situazione.  Generalmente cerco un luogo appartato, come un angolino.

In casa abbiamo proprio un posto dedicato ai capricci che chiamiamo “l’angolo del castigo”. Sì, suona male, ma non è che trasciniamo lì i bambini e infliggiamo loro punizioni corporali. E’ semplicemente un luogo dove la Ninfa e Ringhio dovrebbero stare a sbollire la rabbia e riflettere.

Ovviamente la pupa, vista anche l’età, sa gestire meglio la cosa. Quando ha fatto decantare la rabbia e si è calmata, mi chiede: “Mamma, adesso sono calma. Scusa, posso uscire?”.

E io o il papà la facciamo sedere in braccio a noi e le spieghiamo perché ci siamo arrabbiati e l’abbiamo messa in castigo. Poi facciamo spiegare a lei, con le sue parole, perché si è comportata male.

Con Ringhio la cosa è più complicata, dal momento che ancora non sa parlare (a parte cinque o sei parole).Quando vedo che è tornato calmo, gli dico  con voce ed espressione serissima (mi raccomando, la mimica facciale e l’atteggiamento del corpo sono messaggi forti che arrivano bene ai bambini):

“La mamma è arrabbiata con te perché tu ti sei comportato male: hai lanciato i giocattoli e picchiato gli altri e lo sai che non si fa. La mamma capisce che ti sei arrabbiato perché volevi il gioco della Ninfa ( metteteci quello che secondo voi ha provocato lo scatto d’ira) ma ti abbiamo già spiegato che certi comportamenti non si devono fare. E’ sbagliato far male agli altri o urlare. Adesso stai qui con me ancora un po’ e poi andiamo a chiedere scusa”

Funziona sempre. Il problema principale è il lasso di tempo che ci impiega Ringhio a sbollire. A volte ci vuole anche un’ora abbondante.

E purtroppo il discolo può comportarsi male di nuovo, sempre per gli stessi motivi. Magari non il giorno dopo, magari la settimana successiva.

Quindi la domanda che sorge spontanea è: ma a che cavolo serve fare tutta questo se dopo siamo punto e a capo?

Dove sto sbagliando?

Sinceramente non mi ricordo se anche la Ninfa era così ( probabilmente sì, ma devo avere rimosso tutto).

So che ci vuole tanta tanta pazienza. So che il ragionamento di base è giusto e che per funzionare anche io devo essere in grado di mantenere la calma.

La gestione della rabbia e dell’aggressività è una conquista. Da solo il bambino non può arrivarci, per cui è indispensabile l’aiuto dei genitori.

La conquista dell’intelligenza emotiva è una meta per tutti, sia adulti che bambini. E siccome i pargoli apprendono anche attraverso l’imitazione, i genitori devono dare il buon esempio.

Ma quanto è faticoso ricordarsi che siamo di fronte a dei bambini che non sempre sanno esprimere con le parole quello che provano, anche se sanno parlare!

Ricordiamoci che i grandi siamo noi, per cui respiriamo profondamente, facciamo un “Ommmmmmm”, contiamo fino a dieci, ma non perdiamo il controllo: niente urla, niente sceneggiate, niente insulti o frasi sarcastiche che possono confondere i bambini ( il sarcasmo si acquisisce attorno ai sette-otto anni, per cui i pupi intendono quello che diciamo loro in modo letterale) e soprattutto….mani a posto!

E che Dio ce la mandi buona!

Prima o poi anche i terrible two passano. E arrivano i terrificanti tre, gli agghiaccianti quattro, i drammatici cinque…

Ma questa è un’altra storia.

 

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Quando ero piccola, diciamo dai cinque anni fino circa agli otto c’erano molte mattine in cui entrambi i miei genitori si alzavano prestissimo per andare al lavoro.

All’ epoca pochi ricorrevano a tate o baby-sitter, ma ci si affidava agli onnipresenti nonni.

Io poi avevo il privilegio di vivere al piano di sopra, per cui mi bastava scendere le scale e aprire la porta ed ero già lì.

I miei nonni erano proprio lo stereotipo dei nonni: capelli bianchi, faccia rugosa, sempre pronti a giocare e viziare i nipotini…

Quando scendevo loro erano ancora a letto. Bussavo alla porta della loro camera, mettevo dentro la testa e bisbigliavo: “Nonna, sono qui!”.

Mia nonna, sorda come una campana, a volte si accorgeva della mia presenza solo per l’aria e la luce che entravano dalla porta socchiusa.

Allora filavo a sedermi in cucina, afferravo il telecomando e accendevo la tv.

Era talmente presto che questo era quello che vedevo:

Stavo lì, semplicemente ad aspettare, osservando le lancette dell’orologio.

E poi mi sparavo in sequenza tutti i cartoni animati che venivano trasmessi finché i miei nonni non si alzavano (e per me comunque era sempre troppo presto).

Generazione anni Ottanta, cresciuta a suon di cartoni animati tristissimi (probabilmente la filosofia di fondo era “non lamentarti, c’è sempre qualcuno più sfigato di te!”), abbandonata a se stessa davanti alla scatola parlante.

Sara lovely Sara...L'immagine parla da sé!

Anche Dolce Remì a livello di tristezza non scherzava

Allora non si parlava degli effetti collaterali delle troppe ore seduti di fronte al televisore, né dei danni dell’olio di palma o della dipendenza dagli zuccheri…

Una mamma che dava una girella alla sua bambina intanto che guardava “Lady Oscar” era all’ordine del giorno e non per questo veniva flagellata pubblicamente.

Beata ignoranza!

Anche la Ninfa e Ringhio sono bambini mattinieri. Si svegliano verso le 6,30 ma a volte gestirli intanto che devo prepararmi diventa una vera e propria battaglia.

Ringhio si avvinghia alla mia gamba, la Ninfa vuole fare le coccole in braccio. Già preparare la colazione diventa complicato.

Non posso neanche tentare di rabbonirli mettendo loro in bocca un Flauto o un Panecioc…

Allora sono scesa a compromessi, con me stessa soprattutto: guardiamo i cartoni animati intanto che la mamma si prepara.

Forza, mamme, sparate pure: sono un’incosciente che espone la sua prole al lavaggio del cervello mediatico già dalle prime ore del giorno.

A mia discolpa posso solo dire che la tv rimane accesa solo per la durata di un episodio (che è il tempo che generalmente passo in bagno), dopodiché si spegne e si fa colazione assieme.

Di cartoni animai ce n’è davvero tantissimi e per tutti i gusti.

Trovarne uno che metta tutti d’accordo è una cosa difficile.

Requisiti necessari:

  • Adatto alla fascia d’età di entrambi i pargoli;
  • Non quelli così detti “interattivi”, ossia quelli in cui i personaggi fanno delle domande e poi attendono in silenzio una risposta da parte del pubblico, risposta che generalmente non arriva;
  • Melodie soft perché la mattina i ritmi troppo agitati mi scombussolano (sto invecchiando, che ci vuoi fà!)
  • Se è educativo è anche meglio
  • Ovviamente deve interessare ai pupi

Chi si è salvato?

“Il piccolo regno di Ben e Holly” che fortunatamente viene trasmesso proprio nella fascia oraria che mi interessa.

“Il piccolo regno di Ben e Holly”  nasce dalla mente di un team inglese ed è prodotto dallo stesso studio che ha realizzato l’ormai famosissimo” Peppa Pig”.

Viene trasmesso su NickJr e su Rai Yoyo.

E’ ambientato in un mondo fantastico, popolato da fate ed elfi, gnomi, nani e bambini.

Ogni gruppo di personaggi ha delle caratteristiche particolari che ogni bimbo può riconoscere e ricordare.

L’ambientazione punta molto sulla natura: boschi e prati, ruscelli e radure. Inoltre elfi e fate hanno come animali da compagnia degli insetti, come per esempio la coccinella “canina”.

I protagonisti sono un elfo e una fatina, amici per la pelle, anche se diversi: gli elfi sono laboriosi e concreti e non amano la magia, mentre il popolo fatato è creativo e ama fare feste (non vi ricorda nulla? A me viene in mente la Cicala e la Formica).

Ogni episodio affronta in modo semplice problemi che normalmente i nostri bambini si trovano a fronteggiare: la gelosia nei confronti delle sorelline piccole, i guai che possono capitare se si dice una bugia, la paura di dormire da soli….

Ovviamente in maniera leggera e divertente.

Se non fossi di fretta mi piacerebbe sedermi sul divano e guardarne un paio di puntate…

Anche se, sa va san dir, nulla a paragone con “I Puffi” o “ La stella della Senna…”

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Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord.
(Proverbio tibetano)

Se l’indice del Prodotto Interno Lordo (PIL) del mio paese non è elevato, l’indice di Felicità Interna Lorda (FIL) è invece più che soddisfacente.
(Rappresentante dello stato del Bhutan)

 

Il prossimo 20 marzo cade la giornata internazionale della felicità.

Ora come ora, parlare di felicità sembra scandaloso: la situazione socio-politica globale è disastrosa e di motivi per essere felici apparentemente non ce ne sono molti.

Martin Selingman, il creatore della psicologia positiva, afferma che la felicità si basa per il 60% sul nostro corredo genetico e sulla realtà in cui noi viviamo e per il 40% invece su noi stessi.

Quindi, se cambiare i geni e le circostanze esterne è quasi impossibile, lavorare invece su noi stessi è una cosa fattibile.

Ci sono fior di manuali sulla felicità, esistono corsi e filosofie che hanno come finalità il raggiungimento della felicità.

Alcune ricerche hanno scoperto che aiutare gli altri attraverso attività di volontariato rende le persone che lo praticano più felici.

Essere felici provoca tutta una serie di reazioni biochimiche che si riflettono anche a livello esterno. Secondo Barbara Fredrickson, psicologa dell'Università del North Carolina che da tempo studia gli effetti del buonumore sul cervello, la felicità accresce l'attenzione visiva e facilita la raccolta di informazioni su ciò che ci circonda, fornendoci preziosi strumenti di analisi degli eventi che tornano utili per fronteggiare anche eventi futuri.

C’è chi basa la felicità sulla soddisfazione dei propri desideri, sull’ appagamento che prova per aver raggiunto i propri obiettivi.

Spesso si sente dire che la felicità non è la meta, ma il viaggio.

E’ stato perfino provato che la felicità è contagiosa. I ricercatori della Harvard University hanno scoperto che quando una persona diventa felice, un amico che le vive vicino ha una probabilità del 25%  in più di diventarlo anche lui.

Per me la felicità è una parola-contenitore, nel senso che “essere felici” assume un significato diverso per ogni essere umano.

Tante volte la felicità mi assale così, all’ improvviso.

Può essere un senso di pace che mi coglie camminando per strada, la pennellata di una nuvola nel cielo che noto mentre sono ferma in coda al semaforo, la telefonata di un’amica, l’abbraccio dei miei figli, un sapore nuovo quando assaggio qualcosa…

Il fatto stesso che io e le persone a cui tengo non abbiamo particolari problemi di salute mi rende felice.

Sono contenta quando ricevo la busta paga, perché so che di questi tempi portare a casa la pagnotta non è cosa da tutti.

Sono felice perché ho un tetto sulla testa, ho acqua per dissetarmi e lavarmi e cibo a mia disposizione, come e quando voglio.

Mi sento fortunata perché ho degli amici che mi riempiono la vita.

Solo per questi motivi, apparentemente banali, dovrei alzarmi e gridare “Grazie!” all’universo.

Essere felici è guardare il mondo con gli occhiali rosa, vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontare le situazioni vivendole come opportunità e non come ostacoli.

La felicità è l’insieme di tutte quelle piccole grandi cose che ci fanno stare bene.

E che purtroppo nella nostra cultura tendiamo sempre a dare per scontate.

Motivi per essere felici ne abbiamo? Sicuramente sì, anche se a volte non li notiamo.

Quindi vi propongo un simpatico giochetto da fare durante il week-end: trovate almeno dieci motivi per essere felici.

Come dite? Sono tanti? Ma scherziamo?!

Scommetto che se vi avessi chiesto di trovarne almeno il doppio per dimostrarmi che siete  infelici non avreste avuto nulla da ridire.

Prova per un momento a cambiare ottica, a vederti da un’altra prospettiva e sono sicura che di motivi per essere felici ne troverai almeno un centinaio.

E, siccome siamo mamme, vi lascio con la frase conclusiva di ogni episodio dei “Mini-cuccioli”:

“Arrivederci, piccoli amici, tornate presto e siate felici”

 

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