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Io e Compagno Fedele siamo degli animali sociali, nel senso che amiamo molto passare del tempo con amici e parenti, anche se non disdegniamo la reciproca compagnia o i momenti solo per noi.

L'altra sera ci ha fatto visita una coppia di nostri amici con due bimbi dell'età della Ninfa. Una chiacchiera tira l'altra e si sono fatte le 19.00. I pupi cominciavano a reclamare la pappa, ma i nostri amici non sembravano volersene andare. Che fare allora? La Ninfa, dall'alto dei suoi quasi quattro anni, mobilita la squadra.

"Adesso si apparecchia".

Gli amici ci guardano, forse sentendosi di troppo. Ma, si sa, l'ospitalità è sacra, per cui si invitano gli amici a rimanere. Cori di giubilo e saltelli di bimbi.

CF sfodera il telefonino per ordinare le pizze da asporto alla nostra fidata pizzeria, ma non ci rispondono. Mi guarda sconfortato.

"Non preoccuparti, ci penso io!". Ammetto di essermi sentita wonder woman.

Ho pescato dal freezer un chilo di casoncelli fatti in casa la scorsa settimana e ho messo a bollire l'acqua. Conditi con burro e salvia e abbondante parmigiano sono la fine del mondo.

Nel frattempo ho incaricato gli uomini di pelare le patate mentre i bambini apparecchiavano la tavola sotto la direzione dell'altra mamma.

Sempre dal mio congelatore ho tolto un vassoio di arrosto di lonza al latte. Quando lo faccio ne congelo sempre un pò per le emergenze. Ho acceso il forno, l'ho infilato assieme a una teglia di patate e voilà, cena pronta.

Per concludere con l'aiuto dei nani abbiamo preparato una bella macedonia.

Abbiamo stappato una bottiglia di prosecco e tagliato un salamino nostrano. Avevamo il pane preso dal forno la mattina (questo è stato un caso, perché di solito il pane non c'è quasi mai).

Problema cena risolto in un batter d'occhio, senza scoraggiarsi o perdersi in un bicchiere d'acqua. A me non piace usare prodotti già pronti. Quando ho il tempo per cucinare faccio sempre delle porzioni in più da mettere nel freezer da utilizzare in caso di emergenza. Non ho un congelatore grande, ma quello classico dei frigoriferi a colonna. Il trucco sta nel non stivare troppa roba perché poi è facile dimenticarsene. Il cibo pronto risolve delle serate no, quando arrivo tardi dal lavoro causa incidenti o quando non posso cucinare o semplicemente quando non ne ho voglia.

Voi come vi destreggiate in queste situazioni?

 

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E' risaputo che coi bambini gli imprevisti sono all'ordine del giorno. Soprattutto quando si avvicina il week-end e tu hai quell'impegno fissato da luglio.

Regolare come la maledizione faraonica. Uno dei tuoi figli -o, perché no, entrambi- cominceranno a mostrare segni inequivocabili di malattia incombente.

Di solito lo spartiacque  è il mercoledì sera. Fino a poco prima il pargolo era vispo e allegro. Di colpo starnuti a raffica. Tu, dall'altro capo della stanza, lo guardi. "Sicuramente qualche granello di polvere che passava di là".

Il giorno dopo il pupo si alza con naso completamente chiuso, rosso e gocciolante. Tu, ingenuamente, pensi: " E' solo un raffreddore, del resto è stagione, si sa".

Venerdì la situazione si aggrava: oltre agli starnuti compare anche quella stramaledetta tosse stizzosa che da mane a sera si tramuta in tosse grassa, grassissima. Ora ti trovi a fronteggiare muco dal naso e catarro (che sempre quello è) dalla bocca. Ma non perdi la speranza: si va di aerosol e lavaggi nasali.

Trovi almeno due collaboratori ( solitamente una nonna e il padre) e tenti di schizzare nel naso di tuo figlio quanta più soluzione fisiologica- isotonioca -ipertonica che neanche un piccolo chimico. Uno immobilizza le braccia, l'altro la testa e tu tenti di centrare la narice del bambino che si dimena e urla come Emily Rose mentre la stanno esorcizzando. Schizzi il liquido, il pupo scansa la testa all'ultimo minuto e centri l'occhio di tua suocera.

Venerdì notte: il punto di non ritorno. Alle due o giù di lì il tuo allenatissimo orecchio di mamma capta un sinistro "sbluarhhhh" provenire dal letto di tuo figlio. Scatti in piedi. Codice rosso, codice rosso: tuo figlio sguazza in una nauseante poltiglia. Riconosci chiaramente le mezze penne consumate per cena.

Seguono: bagno completo al bambino, cambio di lenzuola e pulizia della stanza. Il piccolo viene portato nel letto col papà intanto che la stanza viene arieggiata.

Sabato mattina: il bambino scotta (di solito lo esclama la nonna di turno). Per cui tenti in qualche modo di infilare da qualche parte il termometro al tuo recalcitrante figliolo per scoprire se puoi somministrare o meno il paracetamolo. 37,8 aspettiamo. 38,02 aspettiamo. 38,7 io lo darei e tu? Seguono consulti sul gruppo mamme di whatsup. Quando la febbre sfiora i 40 l'opinione pubblica è concorde: si va di paracetamolo. E qui scatta la fase due: meglio supposta o sciroppo. Segue consulto.

Sabato, pomeriggio inoltrato:  sull'orlo delle lacrime, povera tapina, disdici l'impegno, consapevole che tutti penseranno che hai usato tuo figlio come scusa per l'ennesima volta.

Passi il sabato notte insonne, alternandoti con il tuo compagno al capezzale del bambino per tenerlo monitorato. Gli fai bere qualche cucchiaino di acqua, ma senza esagerare. Il tuo unico desiderio è che tenga giù il riso in bianco che ha mangiato a cena.

Domenica mattina sei uno straccio: non ti reggi in piedi dalla stanchezza, ma per contro il sangue del tuo sangue sembra migliorare a vista d'occhio. Febbre sparita, vie aeree sgombre e un pallido rosa che gli tinge le guance.

A pranzo mangia come un leone, mentre tu non hai nemmeno la forza di sollevare la forchetta. Domenica sera il bambino è miracolosamente guarito.

Tu invece nell'ordine accusi: emicrania, nausea, male alle ossa, brividi seguiti da vampe di calore.

Lunedì mattina, puoi scommetterci, hai la febbre. Chiami tua mamma per chiedere una mano, ma il virus ha colpito anche lei. E pure quella scorza dura di tua suocera.

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"Voulez vous coucher avec moi?" recita una  notissima canzone. Attenzione, cari maschietti, a porre questa domanda: il rischio è di prendersi una cinquina a mano aperta o sentirsi rispondere: "No grazie preferisco andare a bere una tazza di cioccolato".

infatti, secondo una ricerca condotta qualche anno fa dalla "Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia" (SIGO), nell'ambito del progetto "Scegli tu" su un campione di più di 500 donne è emerso che il mondo femminile preferisce il cioccolato al sesso. L'83% di donne dichiara di consumarlo nei giorni del ciclo e il 68% anche durante la fase premestruale.

Il cioccolato fa ingrassare, sovraccarica il fegato, fa venire l'acne...Macchè, tutte sciocchezze oramai superate. Le ultime indagini danno la cioccolata (soprattutto fondente ed extrafondente) come la miglior amica delle donne (assieme ai diamanti, ovvio).

Grazie ai flavonoidi, sostanze contenute anche nel thè verde e nel vino rosso, ha un alto potere antiossidante, paragonabile solo all'aglio e alle fragole.

Tossite? Invece delle caramelle alle erbe provate a mangiare un bel cioccolatino o una bella pralina: la teobromina contenuta nella cioccolata seda la tosse. Poi fatemi sapere.

Via libera a tavolette e barrette anche se soffrite di ritenzione idrica: la teobromina stimola i reni e favorisce la diuresi (altro che l'acqua della salute, plin-plin).

Vogliamo parlare del magnesio? Utile per prevenire i crampi nelle più sportive ma anche durante la gravidanza.

Quando si è "in quei giorni" divorare cioccolatini fa bene all'umore e al corpo: il cioccolato stimola la produzione di dopamina che a sua volta sollecita quella dell' ossitocina, quel famoso ormone tipicamente femminile che tutte le mamme associano al parto. Tranquille, l'ossitocina regola anche le relazioni sociali, materne e sessuali.

Quindi mangiare cioccolato aiuta ad aumentare l'autostima, rende più empatiche, sensibili verso il prossimo e inclini all'innamoramento.

Va bene, tutte ottime ragioni per sentirci meno in colpa quando ci abbandoniamo all'estasi del cioccolato. Ma nessuna di noi pensa a questo quando sceglie di mangiarlo.

L'amore delle donne per la cioccolata è istintivo e innato. Quasi primordiale. Ma perché?

La scienza afferma che alla base della predilezione dell'universo femminile per il cibo degli Dei c'è la capacità del nostro cervello di cogliere meglio la maggior parte dei componenti di cui è composto quest'alimento. Cosa che avviene in maniera nettamente inferiore nel cervello degli uomini.

Concludendo, per far andare bene il mondo le donne dovrebbero assumere con regolarità il cioccolato. Così sarebbero più felici e invogliate a fare sesso. In questo modo farebbero felici anche gli uomini, che regalerebbero più cioccolatini alle donne. La produzione dell'industria del cioccolato subirebbe un'impennata, creando nuovi posti di lavoro e questo si ripercuoterebbe positivamente sull'economia.

Sapete cosa vi dico? Me ne vado a mangiare fragole e cioccolato, annaffiate da un bel calice di vino rosso. La notte è lunga...

PS: Guardate qui che bell'idea da fare con palloncini e cioccolato!

Tazzine di cioccolato

 

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Amo la comunicazione, da sempre. Mi piace parlare e scrivere con le persone. Sono la classica rompic...ehm, donna che ti importuna sul treno per fare due chiacchiere. Sono capace di attacar bottone anche con un cactus, davvero.

Ho studiato lingue perché il mio sogno era girare il mondo facendo la guida turistica, vivendo un pò qua e un pò là. Poi mi sono ritrovata a fare tutt'altro, ma questa è un'altra storia.

Avrei voluto approfittare per insegnare ai mie pargoli l'inglese fin da quando erano in fasce, ma mi sono scoraggiata per quello che avevo letto: puoi insegnare una seconda lingua solo se sei madrelingua, altrimenti fai solo pasticci. Metti che ti capiti di rovesciare qualche cosa: ti viene da smadonnare nella tua lingua, giusto? Per istinto se non sei madrelingua nelle situazioni più imprevedibili e paradossali ti trovi senza parole.

Pazienza, mi sono detta, impareranno come abbiamo fatto noi. Arrancando, con grande fatica, grazie ad un sistema scolastico antiquato che ha un approccio totalmente sbagliato dal punto di vista dell'insegnamento delle lingue straniere.

Poi mi sono imbattuta per caso in questo bellissimo sito. E ho scoperto che erano tutte cazzate. E' più faticoso insegnare una lingua straniera ad un bambino già più grande, ma è fattibile. Si parla di insegnamento precoce di una lingua. Presa dal senso di colpa prima e fulminata sulla via di Damasco dopo, mi sono detta che non tutto era perduto.

Ho cominciato qualche mese fa per gioco con la mia famiglia a introdurre pian piano l'inglese, nel modo più soft e banale possibile. Semplicemente, facciamo baby-dance in lingua con canzoncine semplici come "Head, shoulders, knees and toos". A loro piace un sacco, sembriamo degli invasati, balliamo seguendo le immagini sul tablet. Se per caso capita qualcuno a trovarci e siamo nello svolgimento del balletto, coinvolgiamo anche il povero malcapitato (se poi gli ospiti non vengono più a trovarvi, non chiedetevi il motivo).

Il sabato mattina quando andiamo in piscina in auto la Ninfa ed io cantiamo a squarciagola un ritornello che dice: "We are going to the swimming-pool, swimming-pool, swimming-pool. We are going to the swimming-pool, la du da da".

Un'altra idea che mi è venuta è quella di fare inglese durante i pasti. Colazione, pranzo e cena sono scanditi dai miei blaterii  che nessuno comprende. Mi aiuta indicare le cose, il tono della voce, la mimica e le espressioni del viso. Inizialmente c'è stato un netto rifiuto da parte della Ninfa. Tenete in considerazione che Compagno Fedele non capisce nulla di inglese e Ringhio è ancora piccolo per esprimere una qualsiasi opinione. Quindi ero in minoranza.

Devo ammettere che mi sono demoralizzata e ho lasciato perdere. Ovunque c'è scritto che se i bambini si oppongono non ha senso continuare. Significa che non sono ancora pronti. Ma domenica mattina la Ninfa mi ha sorpresa. Durante la colazione, infatti, mi ha detto: "Ma mamma non giochiamo più all'inglese? Io voglio il milk, ma freddo!". Mi è venuto un mancamento...

Così, sull'onda dell'entusiasmo, le ho regalato una bambolina che si trasforma in paticcino. Le ho detto che è una bambola speciale perché parla solo inglese. L'ha chiamata Margaret. La Ninfa per comunicare con Margaret si sforza di usare questa lingua sconosciuta. Mi chiede come si dice la tal cosa e tenta di ripeterla alla bambola. E' tenera e tenace assieme. Ha imparato a dire "cupcake" e ora si sta esercitando con "strawberry". Margaret infatti ha un delizioso profumo di fragola...

Mi ha chiesto se Margaret ha delle sorelle e ovviamente ho risposto di sì.

"Ma dove sono?"

"Sono in Inghilterra. Perché?"

"Perché lei si sente sola, poverina"

"Dai, vedrai che se scrivi la lettera a Babbo Natale magari te ne porta un'altra."

Forse ho trovato il modo giusto per stimolarla. La Ninfa è ancora piccina, tra pochi mesi compirà quattro anni. Ma è già più esposta a nuove lingue di quanto lo fossi io da piccola.

La scuola dell'infanzia dove va è frequentata anche da bambini del Ghana, della Liberia, della Bulgaria, dell'Albania...A volte la maggior parte di loro arriva e sa parlare solo in inglese.

Proprio per questo da alcuni anni hanno avviato dei progetti per aiutare i bambini ad approcciarsi con le lingue straniere. Le insegnanti si appoggiano a studenti di lingue, universitari o dell'ultimo anno del liceo linguistico, che per alcuni mesi si impegnano come tirocinio a lavorare coi i bambini.

Attraverso canzoni, rime e attività ludico-ricreative insegnano loro le prime parole. Disegnano grandi cartelloni tematici, come per esempio l'autunno. E ogni bambino appiccica immagini di foglia, frutti o attività legate a quel periodo.

La Ninfa ha imparato a fare il giro tondo ("Ring a-ring o'roses") e sta tentando di insegnarlo al suo fratellino. Lo obbliga a giocare in continuazione, fino allo sfinimento.

Recentemente Compagno Fedele ha scoperto che su youtube si possono trovare gli episodi di Peppa Pig in lingua originale, per cui ogni tanto lui e i pupi colonizzano il lettone e si guardano due o tre episodi. Seguono il cartone animato con grande concentrazione. Anche se sono ancora alle prime armi, grazie ai disegni semplici capiscono il senso generale della trama. Io intanto ne approfitto.

Mi chiudo in bagno da sola a leggere, mi faccio una doccia con acqua bollente (quando i bambini sono con me la temperatura dell'acqua è nettamente inferiore, se non voglio bollirli come aragoste), riesco perfino a usare il balsamo e l'olio per il corpo.

Mi piace perché tutti l'hanno presa come un gioco, con leggerezza e spensieratezza. Cantiamo, balliamo, ci divertiamo. E intanto impariamo. Se anche a scuola provassero ad utilizzare dei metodi simili a questo, più coinvolgenti e divertenti, ci sarebbero più persone che parlano non solo inglese, ma anche spagnolo o arabo o cinese.

Adesso ai nostri amici stranieri in visita chiediamo di parlare inglese quando ci incontriamo, proprio per far capire ai bambini che nella vita reale esistono persone che parlano una lingua diversa.

La Ninfa mi ha chiesto se quest'estate in ferie andremo in Inghilterra. Le ho detto che la mamma preferisce i posti caldi, ma magari un week-end ci possiamo anche andare.

Non pretendo che i miei figli diventino bilingue, anche perché oramai è troppo tardi,  ma se sanno già qualcosa d'inglese male non fa. Come dice il proverbio: "Impara l'arte e mettila da parte".

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Oggi non è giornata. O per essere precisi oggi è proprio una giornata no. Una giornata di merda. Se il buongiorno si vede dal mattino allora sono proprio fregata.

Nell'ordine:

  • levataccia ante lucana causa bambino frignante;
  • incontro ravvicinato tra il mio mignolino e lo spigolo del letto;
  • bagno occupato da CF stranamente sveglio;
  • latte bollito che tracima e sgocciola sul pavimento;
  • pupa lamentosa e capricciosa che vuole le coccole quando io vorrei solo tornare nel letto;
  • scoprire che Trump ha vinto le elezioni (tra i due mali avrei preferito Hilary che almeno è donna);
  • farsi sorprendere da Ringhio che getta l'anima  sul pavimento;
  • pulire latte e vomito;
  • uscire di casa e trovare l'auto brinata;
  • rischiare un tamponamento causa uomo col cappello al volante;
  • arrivare in ufficio di pessimo umore e scoprire che il riscaldamento è rotto.

Cosa mi riserva il futuro non è dato sapere.

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Ieri sera, dopo cena, mentre giocavamo tutti quanti sul tappetone.

"Mamma, facciamo che io ero la dottoressa e ti visitavo?"

"Sì, amore va bene. Ma hai giocato anche stamattina alla dottoressa con gli altri bimbi?"

"Un pò. Poi la maestra nuova ci ha insegnato una conta."

"Dai, fammela sentire"

"Amblimblone buccia di limone, amblimblè, buccia di caffè"

"Ehi, ma la so anche io! La sa anche papà, vero?"

CF annuisce con aria smarrita. Non sono così sicura che la conosca...

"Ma mamma, quando tu eri piccola giocavi alla dottoressa?"

"Certo e giocavo anche a tanti altri giochi con gli altri bambini"

"Quali giochi?"

" Tu non li conosci, perché per farli bisogna essere in tanti e stare fuori. Ma adesso i bambini non escono più a giocare"

"Perché mamma?"

Già, perché? Domanda da un milione di dollari.

I nostri bambini sono ipertecnologici, sanno usare tablet, smartphone e computer ma giocano pochissimo con gli altri bambini. I momenti di socializzazione sono ridotti: durante la scuola dell'infanzia, al parchetto, nelle ludoteche, a volte a casa di qualche amico.

Sappiamo tutti che lo stile di vita degli ultimi anni è causa di un aumento dell'obesità infantile e tentiamo di correre ai ripari iscrivendo i bambini ad attività extrascolastiche.

Quando penso a queste cose mi sento davvero vecchia. Della serie noi che...

Noi che eravamo sempre fuori casa con qualsiasi tempo, sotto il solleone di luglio e con il gelo di gennaio, infischiandocene di raffreddori e influenze ( e se ne fregavano pure i nostri genitori evidentemente, eh!)

Noi che la mamma ci doveva chiamare dalla finestra e a volte minacciarci per farci rientrare in casa all'ora dei pasti.

Noi che eravamo instancabili (quello anche i bimbi di oggi, però), sempre in movimento, zozzi, lerci ma soddisfatti.

Noi che eravamo sempre in tanti, senza metterci d'accordo con telefonate o whatsuppate.

Non sto dicendo che una volta i bambini giocavano meglio di adesso, ma che ora si gioca in modo diverso. Del resto anche io non me la sentirei di lasciare la Ninfa e Ringhio fuori casa a giocare: anche se è una strada secondaria è molto trafficata.

Al parco potrebbe andare ma se i bambini non si conoscono fanno fatica a giocare assieme. Senza contare le mamme o chi per loro con le  mille raccomandazioni (anche qui scatta la competizione, per cui non sei una brava mamma se non riprendi la tua prole nell'ordine: perché si muove troppo, perché si muove troppo poco, perché si sporca, perché suda, perché grida, perché povera anima vuole salire sui giochi).

Ma voi, mamme e papà più o meno vecchi come me, vi ricordate cosa facevate da piccoli? A volte ho l'impressione che alcuni genitori crescendo soffrano di amnesie selettive.

Questi sono i miei giochi preferiti di quando anche io ero bambina:

  • libera-ferma: si fa la conta e uno o più bambini a seconda del numero dei giocatori deve prendere gli altri che scappano. Ogni volta che un bambino viene preso si ferma e può essere rimesso in gioco se un altro bambino lo tocca. Si vince quando tutti i bambini sono stati presi. (A volte si è così in tanti che si va avanti a oltranza);
  • nascondino (no mi rifiuto di spiegarvelo. Se non lo conoscete avete avuto davvero un'infanzia infelice!);
  • rialzo: un bambino deve prendere gli  altri che sono salvi solo quando si rifugiano su una cosa alta, tipo scalini, muretti...(sullo stinco ha una bella cicatrice, perché ho calcolato male l'altezza di un muretto. Se dovesse succedere adesso probabilmente porteremmo il nostro pupo al pronto soccorso. A me è toccata una sgridata, una disinfettata e il mitico mercurio cromo);
  • campana (anche qui non mi dilungo);
  • cimberlina: i bambini si siedono in cerchio (sì, mamme, rabbrividite: ci si sedeva sull'asfalto, sullo sterrato o sull'erba con gran pace dei vestiti e senza preoccuparsi dell'attacco congiunto di germi e batteri), un bambino fuori dal cerchio passa con un fazzoletto ( anche qui vi lascio immaginare in che condizioni era quel povero moccichino) e lo lascia cadere alle spalle di uno dei giocatori. Il bambino se se ne accorge tastando con le mani dietro la schiena deve alzarsi e correre in senso opposto a quello dell'altro giocatore. Vince quello che arriva per primo al posto del bambino che i è alzato. Il perdente prende il suo posto. Anche qui più si è meglio è.

E che soddisfazione quando si riusciva a far partecipare anche qualche genitore, solitamente i papà che le mamme si sa devono mantenere un certo decoro!

E voi, pensateci e ditemi quali erano i vostri giochi preferiti. Perché tutti siamo stati bambini.

 

 

 

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