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Solo ora, superati i trentacinque anni, mi accorgo di essere normale.

Solo adesso, leggendo i blog di altre mamme, di altre donne, di altre persone, mi rendo conto che le mie paure, le mie ansie, le mie fissazioni, le mie stranezze sono in realtà sentimenti comuni.

Dopo anni in cui ho fatto su e giù dalle montagne russe interiori, dopo aver sondato i recessi più bui della mia anima, dopo aver assaporato l'estasi delle vette più alte, dopo aver conquistato un certo equilibrio interiore mi dico: "Ma perché non c'era Internet quando avevo quattordici anni?"

Aprirsi con chi non ti conosce è più semplice. Non c'è il timore di essere giudicate, non c'è la paura di essere riconosciute.

C'è solo la disponibilità all'ascolto degli altri, una spalla su cui piangere, una presenza che colma il silenzio, anche se manca di fisicità.

Internet lascia spazio a tutti, è democratico, non importa come sei, importa chi sei.

O chi dici di essere, ma questo è un altro paio di maniche.

L'avessi avuto prima, quando serviva, questa maledetta Rete!

Quando gli altri mi additavano perché non mi piaceva tirare fino alle quattro di mattina, stiparmi in locali rumorosi, seguire la moda.

Ci tiene, la gente, a farti sentire anormale, sempre fuori posto, diversa.

Io l'etichetta di "strana" l'ho sempre portata, mi spetta di diritto, è una parte di eredità familiare.

Mio padre è lo "stravagante" per eccellenza, quello che, in un piccolo mondo dove tutti seguono il calcio, sono cacciatori e vanno a funghi, si è dedicato all'osservazione del cielo, alla speleologia, al volo col parapendio, alle arti marziali.

Mia madre all'inizio sembra comune, quasi non ci fai neanche caso, ma è quella che non ha esitato un secondo a sposare mio padre, a dire addio alla sua famiglia senza voltarsi indietro due volte, sempre pronta a farsi in quattro per tutti. Schiva, ombrosa, ma dal cuore grande.

La zia pazza, divorziata tre volte, con tanti amanti, tante lauree, che ha girato il mondo in autostop con il suo zaino e i suoi jeans a zampa d'elefante, quando qui da noi si usavano ancora ridicoli vestitini, che segue strane religioni spirituali, che ha studiato una tribù africana e ha discusso la tesi alla Sorbona.

Potrei andare avanti all'infinito, fino alla dodicesima generazione, ché mio papà un bel giorno ha deciso di ricostruire l'albero genealogico.

E allora via per cimiteri ad annotare i nome, via nelle curie delle chiese a leggere tomi polverosi, via nei Comuni a tentare di reperire dati ormai dimenticati da tempo. Lavoro di squadra, ovviamente.

Indovinate un po' cosa diceva la gente quando ci vedeva vagare tra le tombe con taccuino e matita in mano?

E se il nome ha qualche nesso con l'anima, il mio la dice lunga.

Sono quella strana con quel nome strano.

Ecco, questa è la mia normalità.

Perché poi tutto diventa normale,eh, la gente si fa l'abitudine a vederti con un libro sotto braccio, vestita in modo stravagante mentre insegni ai tuoi figli a parlare con gli alberi.

Perché poi tu ci fai l'abitudine, alla gente che ti guarda sogghignando e che bisbiglia alle tue spalle.

Impari a convivere con la tua anormalità.

Finché incappi in altri tuoi simili, navigando in Internet.

E ti si leva il velo dagli occhi. Finalmente capisci che tutto ha un senso.

Forse non sei tu ad essere diversa, forse sei semplicemente un tantino sfortunata perché abiti nel luogo sbagliato.

Ma se poi tutto il mondo è paese...

Meno male che c'è Internet allora!

 (Questo post partecipa al tema #cosaènormale promosso dagli Aedi digitali)

Ieri sera sono arrivata a casa in ritardo per l'ennesimo incidente

Durante il viaggio, ho tentato di rilassarmi, anche se sapevo che la Ninfa e Ringhio mi aspettavano con ansia perché avevo promesso loro che avremmo preparato la cena assieme

Una parte di me sperava che se ne dimenticassero, vista la stanchezza.

Ma una promessa è una promessa, per cui avrei fatto in modo di onorarla.

Quando sono arrivata a casa, ho scoperto con immenso sollievo che CF aveva provveduto alla cena.

Con l'aiuto dei pupi, hanno preparato qualcosa di  veloce e a portata di bambino.

Ecco qui la ricetta del manicaretto di ieri sera, giusto in tempo per la rubrica "L'uomo in cucina- ricette per veri uomini""

FUSILLI BRESAOLA E TREVISANO

Ingredienti:

30 gr.di olio EVO

1/2 cespo di trevisano ( io uso quelli a palla che mi sembrano meno amari)

1 scalogno (ma va bene anche la cipolla)

100 gr. di bresaola

1/2 confezione di panna fresca (si trova nel banco frigo ma va bene anche quella da cucina a lunga conservazione)

mezzo bicchiere di latte

concentrato di pomodoro

sale e pepe q.b.

parmigiano grattugiato

300 gr. di fusilli

Queste sono le dosi che CF ha utilizzato per me, lui e i bambini, poi regolatevi in base a quanti siete.

Procedimento:

Mettere a bollire l'acqua per la pasta (per velocizzare l'ho fatela scendere già calda, mettete un bel coperchio e salatela dolo quando sta già bollendo).

Fate buttare la pasta ai bambini quando l'acqua bolle e abbassate la fiamma.

Nel frattempo, prendere una pentola antiaderente (noi usiamo il wok che ci piace di più) e aggiungere l'olio.

Mentre il papà affettava lo scalogno, la Ninfa e Ringhio hanno spezzettato con le mani il trevisano e la bresaola.

Hanno fatto soffriggere piano lo scalogno e aggiunto il trevisano.

Dopo pochi minuti, quando era bello appassito, la Ninfa ha versato piano il latte e la panna e Ringhio ha aggiunto un cucchiaino scarso di concentrato di pomodoro (serve solo per colorare).

Regolate di sale e pepe e fate aggiungere ai bambini aggiunto la bresaola.

Dopo circa cinque minuti unite il parmigiano e  mischiate per amalgamare il tutto.

Infine scolate la pasta e fatela saltare nel wok.

Poi...tutti a tavola!!

E' inutile sottolineare che i bambini non vanno mai lasciati soli ai fornelli.

Fate anche attenzione ai coltelli (quando cucino solo con la Ninfa lei ha il suo, un vecchio coltello spuntato e non molto affilato ma che per quello che le dico di fare funziona benissimo).

Buon appetito!

Cosa ha cucinato la vostra dolce metà nell'ultimo mese? Avete voglia di raccontarmelo?

Se avete un blog, potete scrivere un post linkando il mio sito oppure potete fotografare i manicaretti preparati dalla vostra dolce metà e pubblicarli su IG o FB con i seguenti hashtag:  #luomoincucina #ricetteperveriuomini  @datemiunam.

 

 

Secondo giorno di vita post vacanze natalizie.

Se ieri pensavo di aver ripreso la solita vita in maniera abbastanza soft, oggi ho dovuto ricredermi.

La solita vita infatti mi ha mollato un ceffone a mano aperta in pieno viso.

Stamattina per fare emergere i bambini da sotto il piumone ci ha pensato CF, con un bieco ricatto: " Forza, se non vi alzate dal letto oggi all'asilo vi accompagno io!"

Che poi proprio non capisco, ma non dicevano che le figlie femmine hanno un rapporto particolare con il papà?

Beh, se per particolare intendono che se lo filano solo in caso di disperata necessità allora ci siamo.

I pupi si sono fiondati in bagno. La nostra casetta piccina picciò è dotata di un solo bagno.

Già da ora ogni volta è un litigio su chi deve andarci per primo.

Regola che non vale per la mamma, ché lì si sa che le sedute si svolgono a porte aperte ed ognuno è libero di entrare, uscire e sostare a proprio piacimento, gatti compresi.

Sedata la litigata su chi aveva il diritto sacrosanto di fare pipì per primo -metteremo un cartello con l'ordine di ingresso o magari adotteremo i numerini del supermercato-, tutti a vestirsi.

E qui scatta la gara, che vede contrapporsi la squadra madre-figlia e padre-figlio (non per sessismo, ma per il suddetto rapporto figlia-padre).

Ovviamente vinciamo noi, figurati se loro hanno qualche chance.

A tavola si riaccende lo spirito competitivo: chi finisce prima la colazione ha vinto.

Ma che cosa poi, un mal di stomaco?

I pupi si gettano famelici sulle tazze di latte e si ingozzano di biscotti e fette.

Io cerco di mantenere un atteggiamento zen: stamattina sicuramente non devo dir loro di mangiare in fretta.

Il mantra mattutino invece è "State attenti non fate cadere il latte, la tazza e tutto il resto", in simbiosi con le occhiate dardeggianti che scaglio a CF, mentre sulla mia fronte passa a chiare lettere la scritta: "Se succede qualcosa pulisci tu!".

Caffè, fette con marmellata e miele, spremuta d'arancia intanto che ripasso mentalmente la scaletta della giornata.

Mi chiedo se abbiamo preparato tutto, se ho concordato con CF chi deve fare cosa, se i nonni sono ok in caso di emergenza, se se se.

Perché io ve lo dico, eh, se salta un incastro qui salta tutto.

Quasi quasi mi scappa un "Sincronizziamo gli orologi!".

CF infila ai bambini giacche e scarpe, io li infilo in macchina e faccio tappa veloce alla materna.

Sono i primi, come sempre, baci bacini bacetti e la mamma con il suo bolide affronta il tragitto per il lavoro.

Radio accesa, pilota automatico inserito, mi perdo nei miei pensieri.

Ed è l'unico momento della giornata in cui faccio solo due cose contemporaneamente: guidare e pensare.

Chè già son troppe, soprattutto per una che non è un asso al volante.

In ufficio, si innesta la solita routine, con la presenza piacevole dell'amica con cui chiacchierare di quando in quando.

Il ritorno alla normalità ha sicuramente dei lati positivi: la tisana delle dieci e quella delle 16,30, le confidenze scambiate alla scrivania...

Il tempo che scorre via veloce, a volte troppo, come l'acqua dalle mani.

E la lotta contro il tempo è la costante del mio ritorno alla normalità.

In pausa pranzo volo veloce a casa, mezz'ora di macchina all'andata, mezz'ora al ritorno, quaranta minuti di sosta a disposizione.

Giusto quel che mi serve per mangiare, scambiare due parole con CF per vedere se tutto procede secondo i piani, sbrigare faccende varie e ritornare in ufficio.

Quando si torna alla normalità si viene catapultati in un mondo che viaggia a mille: niente polleggiamenti, pisolini, sieste.

E' come stare su un tapis-roulant: se ti fermi o rallenti vieni irrimediabilmente buttato giù.

E quando arrivi a sera, oh, prima di tirare il fiato ce ne vuole.

I bambini, piccoli tiranni, che pretendono -assurdo, non vi pare?- una massiccia dose di attenzioni: guarda prima me, no me, senti qua, ti racconto là, fammi una coccola, prendimi in braccio...

Cerco di godermi ogni istante della cena. Questa settimana CF è a casa, per cui mangiamo assieme, tutti quanti.

E anche se non sono i pasti luculliani delle feste, hanno un sapore particolare: quello della famiglia, del ritrovarsi, del raccontarsi.

E di nuovo - finalmente!- il tempo rallenta, si dilata, come quando siamo in ferie.

Ci muoviamo seguendo il ritmo indolente delle onde del mare, ci lasciamo cullare dal loro sciabordio, ognuno immerso nel proprio mondo, nei propri pensieri.

Questo è quello che il ritorno alla normalità non ci potrà mai portare via: la consapevolezza che, se anche durante il giorno possiamo sembrare schegge impazzite, la sera possiamo tornare ad essere semplicemente e pienamente noi.

E respirare, per qualche ora, un soffio di libertà.

(Questo post partecipa al tema della settimana #ritonoallanormalità proposto da Arianna, del Blog dei Bonzi).

Primo giorno di ritorno alla vita normale, alla solita vita, alla solita routine.

Il periodo delle ferie natalizie è stata una piacevole parentesi, tanto attesa e desiderata.

Non avere l'obbligo di alzarsi al suono della sveglia, vivere la giornata in modo più lento senza continuare a guardare l'orologio, godere della possibilità di rilassarsi e dedicare a tutti -chi più, chi meno, lo ammetto- le attenzioni che si meritano sono le cose che ho apprezzato di più, quelle di cui durante la solita vita sento maggiormente la mancanza.

Questi quindici giorni sono volati ma al tempo stesso ho avuto l'impressione che le giornate fossero interminabili.

Non so se capita anche a voi, quella strana sensazione di dilatazione temporale che vi fa credere che ogni singolo giorno di vacanza duri quanto una settimana della solita vita.

E non sto parlando della noia, ma proprio dell'intensità e della piacevolezza con cui queste singole giornate vengono vissute, quasi fossero davvero un dono dal cielo.

Con mio grande rammarico questa volta non sono riuscita a festeggiare la vigilia di Natale, come avrei voluto.

Per questione di compatibilità di orari dei vari familiari i festeggiamenti sono ritornati al pranzo del 25 Dicembre.

Abbiamo accolto i parenti nella nostra casetta con un pranzo davvero luculliano, cucinato da me il giorno della vigilia.

Astutamente, infatti, calcolando la presenza dei bambini e l'ansia da prestazione, ho scelto un menù che poteva essere preparato in precedenza.

Ho cucinato per l'intero pomeriggio, poi il progetto prevedeva di andare al cinema con i bambini (tradizione ereditata da quando ero piccola) e tornare per la messa di Natale (anche se non sono religiosa, ho sempre amato la messa di mezzanotte, la trovo particolarmente suggestiva).

Invece i pupi si sono addormentati verso le 20 e né io né CF abbiamo avuto cuore di svegliarli.

Il giorno di Natale abbiamo riabbracciato i nonni materni, arrivati dalla Spagna, mio fratello con il mio nipotino e i nonni paterni.

Qui da noi non c'è la tradizione dello scambio dei doni a Natale. I bambini infatti ricevono giochi e dolci il giorno di Santa Lucia e dei grandi a quanto pare non frega molto a nessuno.

Però nella mia famiglia i regali di Natalesono sempre stati un must e CF ha accolto con piacere questa usanza.

Per quest'anno mi sono orientata verso i libri, per cui ho donato un rene ad un paio di librerie, ma ognuno dei miei familiari ha ricevuto un libro pensato e ragionato.

Ovviamente anche la Ninfa e Ringhio hanno avuto il loro regalo. Santa Lucia infatti lascia i giochi e i dolci, ma tutto il resto a casa nostra lo porta Babbo Natale e qualcosa pure la Befana.

E' stata una giornata molto piacevole, senza incidenti diplomatici o capricci estenuanti.

Santo Stefano mi ha portato una gradita sorpresa: un viaggio di tre giorni con CF in Francia, che merita sicuramente un post a parte.

Capodanno ci ha trovato di nuovo nel nostro rifugio in compagnia di una coppia di amici storica, che risale ai tempi dell'università.

Sono arrivati carichi di ogni ben di Dio e accompagnati dal loro cucciolo di Pastore Tedescoche ha fatto la felicità dei bambini.

Il primo dell'anno ha bussato alla nostra porta e ha trovato i bimbi con l'influenza.

Niente di sorprendente, sapevo che sarebbe successo: questa volta il contagio è partito dal mio nipotino e si è esteso a tutti i membri della famiglia tranne la sottoscritta.

Gli altri giorni quindi ho soddisfatto il mio lato da crocerossina barcamenandomi tra bambini, nonni (sì, tutti e quattro) e CF, il quale oltre all'influenza è rimasto bloccato con la gamba per un'infiammazione al nervo sciatico che stiamo curando con simpatiche punture di cortisone.

La Befana è passata quasi in sordina, riempiendo tutte le calze con dolciumi e lasciando ai bimbi un album da colorare.

E ora siamo qua, il primo giorno della solita vita.

Alzati all'alba, colazionetranquilla perché ogni cosa era stata accuratamente preparata ieri: i bambini hanno scelto i loro vestiti e si sono preparati lo zainetto della materna, la previdente mamma ha caricato tutto in auto ieri sera così stamattina la ripresa è stato più delicata.

Tornare in ufficio dopo quindici giorni di assenza è sempre una botta, ma dopo un paio di ore ci si è già riabituati.

Il bello della solita vita è che è uguale solo in apparenza: le esperienze che abbiamo vissuto, la gente che abbiamo incontrato, quello che abbiamo letto, imparato, scambiato alla fine da a tutto un nuovo sapore.

Anche al primo lunedì lavorativo del nuovo anno.

 

 

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Ben ritrovate, care amiche!

Ci siamo lasciate nel 2017 e in un lampo ci ritroviamo scaraventate già nel nuovo anno.

Inutile scusarmi per questo silenzio. Come ben sapete, quando sono a casa in ferie - se le vogliamo chiamare così- mi risulta difficile anche solo avvicinarmi fisicamente al computer.

Del resto, non sono una mamma blogger di professione, sono ancora a livello amatoriale, per cui perdonatemi, devo ancora capire bene come organizzarmi meglio su questo punto.

Ecco, me ne sono già uscita con il buon proposito di turno!

Del resto, si sa, anno nuovo vita nuova. E il nuovo anno tradizionalmente si inizia stillando interminabili liste mentali fitte fitte di buoni propositi.

Salvo poi ritrovarsi, già verso fine Febbraio, con un senso di frustrazione esagerato per non essere riuscite nei nostri intenti.

A fare liste son bravi tutti, ma portare a termine quello che ci siamo prefissate invece è un altro paio di maniche.

Ecco perché da anni non faccio più buoni propositi. Ho cambiato impostazione mentale e ho trovato un metodo più concreto che mi aiuta a realizzare i miei obiettivi.

PROPOSITI REALIZZABILI PER IL NUOVO ANNO

Per prima cosa, ho imparato che i buoni propositi devono essere concreti e realizzabili.

Basta pensare a livello generale, provate a rendere i vostri desideri quantificabili e misurabili.

"Perdere peso" è un concetto generico. Invece che esprimerlo così, chiedetevi in termini concreti cosa significa: seguire un'alimentazione più equilibrata, mangiare in modo più sano, muoversi di più...

Così facendo avete già suddiviso il vostro pensiero generale in obiettivi intermedi che possono a loro volta essere frammentati in altri passi ancor più terra terra.

"Seguire un'alimentazione più equilibrata" vuol dire preferire alimenti freschi rispetto a quelli confezionati che concretamente si traduce con un semplicissimo " evitare o limitare il consumo di merendine, patatine o alimenti già pronti".

Ho voluto farvi questo esempio per dimostrarvi che quando si passa a parlare di obiettivi concreti anziché di buoni propositi si introducono delle azioni reali che se seguite ci conducono a risultati che possiamo misurare e quantificare.

In questo modo fare centro è molto più semplice.

L'altro piccolo consiglio che posso darvi è questo: tagliare il traguardo è questione di pazienza, tenacia e organizzazione.

Cambiare abitudini è davvero difficile, ma non impossibile. Invece che fare un passo da gigante, è meglio fare piccoli passi ma in maniera costante e continua.

Non introducete un cambiamento grande tutto di colpo, piuttosto procedete per gradi, con piccoli cambiamenti che a lungo andare diventano nuove abitudini.

BUONI PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO

Ecco, ci siamo. Abbiamo appreso la teoria, ora mettiamola in pratica.

Questa è la mia lista scritta di quello che mi ripropongo di realizzare nel corso del 2018:

  • trovare e scrivere ogni giorno tre cose per cui sono grata;
  • fare almeno trenta minuti di esercizio al giorno, che sia una semplice passeggiata o una sessione con l'ellittica;
  • progettare tre viaggi, due brevi e uno lungo;
  • dedicare mezz'ora al giorno solo a me stessa: dalla maschera alla lettura di un capitolo di un libro;
  • ridere di più.

Ora lancio a voi la palla: come pensate di migliorare il vostro 2018?

Come sempre, aspetto i vostri commenti.

E qualunque siano i vostri buoni propositi, ops, i vostri obiettivi, vi auguro uno strepitoso 2018!

Niente, quest'anno non ce la faccio.

Non che gli altri anni in questo periodo fossi messa meglio, ma stavolta sto raschiando il fondo del barile con le unghie.

Nel barile di energia ne è rimasta poca, davvero davvero poca.

A nulla sono valse le vitamine che ho cominciato a prendere un paio di settimane fa sotto consiglio della farmacista.

"Vedrà, sono una scarica di energia, si sentirà meglio in un paio di giorni".

A me quelle vitamine m'hanno scaricato solo una cosa, m'hanno alleggerito il portafoglio e lasciato -letteralmente e metaforicamente- l'amaro in bocca.

Fatto sta che sono stanca. Mi sento scarica e spossata.

Queste ultime settimane che precedono il Natale sono un vero massacro.

Al lavoro ci sono i clienti che si svegliano all'ultimo minuto, quasi si fossero resi conto solo ora che tra poco ci sarà la solita chiusura natalizia (è cinquant'anni che a Natale chiudiamo, dove sta la novità?!).

Alla materna è un susseguirsi di feste, spettacoli, fotografie, incontri...

Per rincarare la dose, CF invece ha un sovra dosaggio di lavoro e quindi anche la vita familiare ne risente.

Aggiungiamo a questo il picco della vita sociale: colazioni, aperitivi, cene e pranzi per fare gli auguri ad amici e parenti, altrimenti poi quando ci vediamo?

E poi ci si mette l'organizzazione di cene e pranzi di Natale, perché la sottoscritta non si lascia convincere ad andare a mangiare fuori, giammai!

Menzione a parte meritano i regali di Natale, ché tanto per quanto sia organizzata qualcuno mi manca sempre.

Quindi vorrei lanciare un appello a tutte le stazioni radio, sia locali che nazionali: Mariah Carey con la sua "All I want for Christmas", John Lennon che canta "Happy Christmas" e perfino  "Santa's coming for us" della bravissima Sia dopo un paio d'ore non le regge più nessuno.

Vi prego, vi scongiuro, abbiamo capito che siamo a Natale, del resto bastava dare un'occhiata alle luminarie e agli scaffali dei supermercati per rendersene conto, ma diamoci un taglio!

Bellissime le canzoni natalizie, eh, sia quelle storiche sia le new-entry ma non considerate l'effetto deleterio che possono avere sulle persone stanche?

Alla quarta canzone... Bang! Rischio di piombare addormentata sul volante, il piede schiacciato sull'acceleratore.

Se non volete avere incidenti sulla coscienza, care emittenti radiofoniche, vi consiglio caldamente di rivedere la vostra scaletta: per ogni canzone natalizia trasmettetene almeno tre di altro genere, possibilmente con ritmi incalzanti.

Vi giuro, non avrei mai pensato di arrivare al punto da desiderare di ascoltare di nuovo i tormentoni estivi!

Rimanete sintonizzati qui, care amiche e cari amici, per aggiornamenti vari.

Appena mi ripiglio.