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I libri, secondo me, sono uno dei regali più belli da fare ad un bambino.

Se poi i bambini sono ancora piccoli, le possibilità di scelta sono pressoché infinite.

Visto che Natale sta arrivando, oggi vi presento un libro particolare, perché non è fatto di parole, ma solo di immagini.

Oggi parliamo dei wimmelbuch.

COSA SONO I WIMMELBUCH

A differenza dei libri indirizzati a un pubblico pre-scolastico che si caratterizzano per illustrazioni vivide e sgargianti rappresentate generalmente su un unica pagina, il libro per immagini di cui vi parlo oggi ha come pubblico possibile anche lettori più grandi, perfino adulti, se vogliamo.

Si intitola "Guardiamo insieme" ed è un wimmelbuch.

Sono sicura che tanti di voi sapranno già di cosa si tratta. Io prima di trovarlo a ben € 2,95 su una bancarella di libri usati non sapevo neppure della loro esistenza.

I wimmelbuch sono libri cartonati di grandi dimensioni e si caratterizzano per la totale assenza di parole.

A parlare sono le immagini, affascinanti e ricche di dettagli, in cui il lettore può perdersi per ore.

Spesso vengono associati ai "silent books", ma vi è una lieve differenza: i silent books di fatto narrano una storia attraverso l'uso di disegni, per cui c'è un protagonista ben riconoscibile che agisce e quello che fa o quello che vive viene rappresentato attraverso le immagini.

Nei wimmelbuch  invece non c'è una vera e propria storia.

Ci sono queste bellissime tavole che sembrano davvero dei quadri piene zeppe di personaggi che ritraggono una scena quotidiana legata a vari temi, per esempio una giornata al parco o un giorno in città.

COME UTILIZZARE UN WIMMELBUCH

Un wimmelbuch è una porta verso l'infinito.

Possiamo perderci nella pura contemplazione del disegno, ma anche divertirci con i nostri bambini a giocare a "cerca e trova".

Io per esempio chiedo a Ringhio di trovare tutte le macchinine o alla Ninfa di cercare tutte le cose di una stessa forma.

Oppure si possono utilizzare i wimmelbuch per allenare la memoria: con il mio nipotino di otto anni circoscrivo un riquadro della pagina, gli lascio un minuto di tempo, poi chiudo e gli chiedo per esempio: "Di che colore era il vestito della signora in bicicletta?".

In questo modo i bambini imparano anche a visualizzare le cose e allenano la memoria fotografica.

Nessuno vi impedisce poi di utilizzarli alla stregua di un silent book: scegliete magari un personaggio ricorrente e inventate una storia da raccontare ai piccoli, oppure, se più grandicelli provate a chiedere  loro di raccontarvi una fiaba traendo ispirazione da quello che vedono.

Concludendo, i wimmelbuch sono libri versatili, adatti a grandi e piccini, che, grazie alle loro bellissime illustrazioni vi faranno volare assieme ai vostri figli sulle ali della fantasia.

Come sempre, un doveroso ringraziamento va a Paola, di Homemademamma per aver inventato il #venerdìdellibro.

Chi di voi conosceva già i wimmelbuch e i silent book? Oltre ad Amazon, conoscete qualche altro posto dove si possono reperire?

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In questo venerdì novembrino in cui il sole è tornato a invadere il cielo, vi presento un romanzo dell'autrice italiana Carla Maria Russo 

"Lola nascerà a diciott'anni"

"Lola nascerà a diciott'anni" non è un libro per stomaci deboli.

Crudo, straziante e intenso colpisce come un pugno allo stomaco.

Carla Maria Russo sceglie come sfondo Milano, sua città d'adozione, negli anni che vanno dal 1939 al 1961.

Idealmente si potrebbe dividere la storia in due parti: la prima ha come protagonista principale Mara Bonfanti e la seconda è dedicata ad Anna Colombo.

Due brevi cenni alla trama: Mara è una ragazza di famiglia ricca che trascorre la sua vita in un collegio gestito dalle suore.

La madre, una bella vedova, ha come scopo nella vita quello di preservare il buon nome e la reputazione della famiglia.

Gretta, meschina, arrivista e fredda calcolatrice, non ha in sé un briciolo di compassione o di amore, nemmeno dei confronti della povera figlia.

Mara ci viene presentata come la tipica ragazza viziata e leggera, in piena fase di ribellione.

Un giorno nota e viene notata da un bel ragazzo, Mario, appartenente alla classe operaia, che se ne innamora perdutamente all'istante.

Per far arrabbiare la madre e sfuggire a un matrimonio combinato con un tenente fascista, Manlio Melli, la ragazza organizza una breve fuga d'amore con Mario.

Quello che lei ingenuamente pensava potesse salvarla, in realtà innesta una serie di catastrofici e tragici eventi che porteranno alla morte di più di una persona.

Fughe, inganni, omicidi, tradimenti sullo sfondo di una città dilaniata dai bombardamenti alleati.

Carla Maria Russo non ci descrive la guerra, ce la fa vivere, in tutta la sua tragicità e il suo orrore.

Siamo con Giuseppe, il fratello diciassettenne di Mario, quando viene arrestato dalle brigate fasciste e percosso a morte.

Siamo con Camilla, la domestica di casa Bonfanti, quando scava tra le macerie della scuola per portare alla luce il corpo della figlioletta Evelina, morta a causa di una bomba sganciata per errore.

E siamo con Mara, quando quel fatidico 16 Agosto 1943, alla periferia di Milano, con lo sfondo delle granate in lontananza, dà alla luce la piccola Lola, creduta morta.

Nella seconda parte della storia, il cui anello di congiunzione è rappresentato dalla vecchia e acida Camilla, troviamo Anna Colombo, una ragazza vissuta in un orfanotrofio e allevata dalle suore.

Intelligente, testarda e compassionevole, Anna al compimento del suo diciottesimo anno verrà contattata in forma anonima da una sconosciuta che si dichiara disposta a rivelarle quali sono le sue vere origini.

Passato e presente si incontrano, tra racconti orali e articoli di giornale. Pian piano la verità torna a galla e finalmente incontriamo Lola.

"Lola nascerà a diciott'anni" è un'opera intensa e ricca di pathos.

Carla Maria Russo orchestra abilmente la narrazione.

Il punto di vista non è univoco e fisso. La storia ci viene narrata a turno dai vari personaggi, dai buoni come dai cattivi e, a volte, lo stesso avvenimento ci è presentato da vari punti di vista.

Con questa tecnica l'autrice ci invita a guardare un quadro da differenti prospettive e, chiaramente, ogni prospettiva metterà in luce dettagli diversi finché riusciremo a vedere l'opera nel suo complesso.

Anche i metodi di narrazione sono disparati: la storia viene raccontata in prima persona, oppure attraverso i ricordi e i racconti di testimoni, o ancora attraverso lettere e articoli di giornale.

Quando leggerete "Lola nascerà a diciott'anni" non aspettatevi di trovare buoni sentimenti, altruismo o pietà: qui sono in scena le brutture dell'animo umano, la viltà, la forza bruta, la codardia , la paura e il puro istinto di sopravvivenza.

Non uno solo dei personaggi si salva da questo lordume, se non Anna, che è nata in tempo di guerra ma non l'ha vissuta.

"Lola nascerà a diciott'anni" è sicuramente una lettura forte ma che deve essere fatta almeno una volta nella vita.

Purtroppo la guerra è un male contagioso. Si insedia nel cuore, nell'anima di ognuno di noi e ci corrompe. Ciascuno vive per se stesso ed è nemico di tutti i suoi simili, in una contrapposizione totale in cui non esistono più schieramenti ma solo una lotta cieca per la sopravvivenza."

Come sempre, un grande ringraziamento va a Paola, di Homemademamma, inventrice del #venerdìdellibro

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Primo venerdì di Novembre, primo suggerimento di lettura del mese.

Il libro di cui vi voglio parlare oggi mi è stato passato dalla mia grande amica che di libri se ne intende.

Mi ha fatto subito una buona impressione fin dal titolo: "Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli".

Un titolo già di per sé parlante, da cui si arguisce che:

  • la protagonista si chiama Flavia de Luce;
  • nel corso della narrazione viene perpetrato un delitto;
  • tale azione efferata si svolge in un campo di cetrioli.

Un'unica frase che suggerisce al lettore qualcosa riguardo al genere di narrazione che si appresterà a leggere, quasi come un buon profumo preannuncia il piatto che andremo a mangiare, mettendo in moto i meccanismi inconsci del nostro cervello e facendoci venire l'acquolina in bocca.

Qui dobbiamo ringraziare la traduzione italiana, perché il titolo originale in realtà è "The sweetness at the bottom of the pie", che non risulta altrettanto ad effetto.

Dicevo, "Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è il primo romanzo di Alan Bradley.

La vicenda si svolge nell'immaginaria cittadina inglese di Bishop's Lacey, attorno agli anni Cinquanta.

L'undicenne Flavia, terzogenita del colonnello de Luce, passa la sua esistenza rinchiusa prevalentemente nel suo laboratorio di chimica, dove conduce esperimenti che spesso testa sulle due sorelle, Ophelia e Daphne.

Flavia conduce una vita isolata, tra le mura della tenuta di Buckshaw. Suo unico confidente sembra essere il tuttofare Dogger, compagno d'armi del padre.

La vicenda prende il via in un giorno qualsiasi, quando la cuoca trova sulla porta della cucina un uccellino morto con uno strano francobollo infilzato nel becco.

Il fatto provoca un'esagerata reazione del padre di Flavoia, sempre riservato e taciturno.

Che cos'ha a che fare questo macabro ritrovamento con il colonnello de Luce?

Le cose si fanno più complicate quando il padre, appassionato di filatelia, riceve la visita di un inquietante personaggio.

Flavia, ragazza attenta ai dettagli e di mente acuta, comincia suo malgrado a cogliere strani segnali.

Una mattina, all'alba, l'undicenne si sveglia di soprassalto e, presa da una strana inquietudine, scende in giardino, dove scova nel campo di cetrioli quello che crede essere il cadavere di un uomo.

Flavia, con l'aiuto di Dogger, contatta la polizia e da qui parte un'indagine ingarbugliatissima che porterà a una serie di malintesi.

La protagonista, suo malgrado attratta dall'indagine, comincia a cercare prove ed indizi.

La sua mente analitica la spingerà ad approfondire i fatti e la condurrà vicino alla morte nel tentativo di trovare il vero assassino.

"Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è un romanzo giallo da leggere tutto d'un fiato, il primo della serie dedicata alla giovane detective in erba.

Scritto in modo magistrale, con uno stile elegante ed ironico, riesce a tenere in sospeso il lettore e a strappargli più di un sorriso.

Alan Bradley cura le ambientazioni così come i personaggi, dalla cuoca al garzone, alle due sorelle di Flavia.

I dialoghi sono veloci e ogni voce è appropriata al personaggio: il colonnello ha il suo modo di parlare che si differenzia per stile da quello di Dogger.

Il delitto è davvero difficile da risolvere, tanti i colpi di scena proposti, la trama è molto ben costruita e il lettore viene ripetutamente punzecchiato e messo sulle tracce della verità.

"Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è un romanzo che vale la pena leggere, al di là della scelta della protagonista che sembra indirizzarlo ad un pubblico più giovane.

In effetti, mi ricorda molto i gialli per ragazzi di una volta, quelli di Nancy Drew o dei Pimlico Boys, anche se la ragazzina per il suo carattere, la sua forza d'animo e le sue vicissitudini mi fa venire in mente la protagonista de "Un rubino nel buio".

In sintesi, un giallo avvincente e ben strutturato, adatto anche ad un pubblico più giovane, ma gradevole e fruibile anche per chi ha qualche anno in più.

Magari potete cominciare a segnarlo nelle liste dei regali per qualche adolescente che ama ancora leggere (ce ne sono ancora, vero?).

Come sempre, un ringraziamento a Paola di Homemademamma, l'inventrice del #venerdìdellibro.

 

Halloween è una festa che divide il popolo: c'è chi è per i festeggiamenti a oltranza e c'è chi invece si farebbe murare pur di non averci nulla a che fare.

Io sono sempre stata affascinata da questa strana festa, fin da bambina, quando di riferimenti ad Halloween erano pieni i telefilm e perfino i cartoni animati.

Ricordo che una volta, avrò avuto sette-otto anni, ho rotto talmente tanto le scatole che alla fine i miei genitori hanno acconsentito a farmi travestire da fantasma e a invitare le mie cuginette per fare un pigiama party.

Sono quindi contenta che pian pianino questa festività stia prendendo piede anche in Italia.

Lo scorso anno abbiamo festeggiato con gli amici di sempre, più che altro abbiamo utilizzato la scusa di Halloween per ritrovarci tutti quanti dopo tanto tempo, coinvolgendo anche i bambini, ovviamente.

Quest'anno invece festeggiamenti veri e propri non ne faremo perché CF lavora. Ma in ogni caso voglio che i pupi capiscano quello che sta accadendo.

Il primo passo è quello di spiegare loro, magari sotto forma di storiella, che cosa si celebra ad Halloween.

Halloween, cos'è?

Halloween, contrariamente a quanti pensano che sia una festa di recente invenzione, è in realtà una celebrazione molto antica.

Alcuni storici attribuiscono le radici di Halloween alla festa romana dedicata a Pomona, dea dei semi e dei frutti, o alla festività dei Parentalia, culto dedicato ai morti.

Parallelamente ai Romani, anche i Celti e i Gaeli  stanziati nelle terre Bretoni avevano scelto questo periodo per festeggiare Samhain, la festa che concludeva l'estate e sanciva l'arrivo ufficiale della stagione fredda.

Come sempre accade quando una religione diviene dominante, il rito pagano viene assorbito e adattato dalla cultura cristiana.

Così, nell'anno 840 papa Gregorio IV istituisce ufficialmente la festa di Ognissanti, da cui deriva la variante scozzese di All Hallows'Eve, divenuta in seguito Halloween.

Con i movimenti migratori avvenuti nei vari periodi storici, la festa di Halloween, particolarmente sentita in Irlanda, sbarca anche nel nuovo continente.

La zucca, simbolo di Halloween, e la leggenda di Jack-o'-Lantern

"C'era una volta un vecchio irlandese, di mente fina ma dedito all'acol. Una sera Jack, questo era il suo nome, incontrò al pub nientepopodimeno che il diavolo in persona che era venuto a prendersi la sua anima.

Ma il vecchio Jack ingannò il diavolo: con un astuto stratagemma lo fece trasformare in una moneta che chiuse nel suo borsello accanto ad una croce d'argento, cosicché il diavolo non poté più ritrasformarsi.

Il malandrino acconsentì a liberare il diavolo a patto che questi lo lasciasse in pace per altri dieci anni.

Passato il tempo stabilito, la creatura infernale si ripresentò al cospetto di Jack, ma questi lo ingannò nuovamente: gli promise la sua anima in cambio di una mela.

Il diavolo si arrampicò allora su un albero per prendere il frutto, ma Jack velocemente intagliò una croce sul tronco e bloccò così il suo avversario sui rami.

Dopo varie trattative il vecchio furfante acconsentì a liberare il diavolo a patto che questi non venisse più a cercarlo e smettesse di reclamare la sua anima.

Arrivò infine l'ora della morte anche per Jack. Ma a causa di tutti i suoi peccati non venne accettato in Paradiso.

Jack andò quindi a bussare all'Inferno, ma il diavolo lo scacciò, lanciandogli tizzoni ardenti, ricordandogli il patto stipulato anni prima.

Da allora Jack è costretto a vagare per il mondo, aspettando il giorno del giudizio, con l'unica compagnia della luce di uno dei tizzoni ardenti messo al riparo in una...rapa."

Ebbene sì, all'inizio in Irlanda fu una rapa, che venne sostituita con una zucca quando la leggenda arrivò in America, perché là le rape non c'erano.

E volete sapere un'altra cosa?

Le rape venivano già utilizzate in epoca romana: si intagliavano e al loro interno si metteva una candela, per simboleggiare gli spiriti dei morti.

Ecco da dove provengono nella tradizione cristiana i lumini dei morti.

Dolcetto o scherzetto?

Halloween non è Halloween se non ci sono i bambini mascherati che girano per le case a chiedere "dolcetto o scherzetto?".

"Trick or treat" è un pilastro di Halloween e, che ci crediate o no, anche questo ha origini antiche.

Pare infatti che in epoca medioevale i poveri nel giorno dei morti usassero andare di casa in casa a chiedere l'elemosina.

In cambio ripagavano la generosità ricevuta recitando preghiere per i morti.

Perché ci si maschera ad Halloween?

Impossibile festeggiare Halloween senza travestirsi. Più il costume è pauroso, meglio è.

La notte del 31 Ottobre celebrava l'addio della primavera e l'arrivo dell'inverno.

In molte culture si credeva che il passaggio permettesse agli spiriti di ritornare per una notte sulla Terra.

Travestirsi utilizzando costumi e maschere che incutessero terrore aveva lo scopo di mimetizzarsi con le creature magiche e di prendersi gioco di loro.

Con il tempo, mascherarsi diventa anche un modo per esorcizzare le nostre paure, per rendere terrestre e quindi soggetta a limiti umani anche la Morte.

Perché mi piace festeggiare Halloween

Se mi avete letto fin qui avete capito di sicuro che se festeggio Halloween è perché sono convinta che ci sia qualcosa da celebrare.

Ecco qui 5 motivi per cui vale la pena festeggiare Halloween:

  1. la festa di Halloween rappresenta una parte della nostra identità su cui la religione cristiana ha fondato la celebrazione legata ai morti. Che si sia credenti o meno, trovo stupido rinnegare tutto quello che c'è stato prima dell'avvento del Cristianesimo;
  2. Halloween rappresenta l'arrivo dell'inverno, che non significa morte e desolazione, ma periodo di incubazione e di maturazione lenta. Gli alberi e tanti animali dormono per poi svegliarsi in primavera;
  3. festeggiare Halloween significa entrare in contatto con culture differenti dalla nostra: accogliere e fare propri altri costumi ed altre usanze è un segno di apertura mentale e di rispetto, valori che soprattutto in questo periodo dovremmo tenere tutti in grande considerazione;
  4. creare costumi di Halloween, intagliare la zucca per fare la lanterna di Jack-o'-Lantern, utilizzare la polpa per piatti dolci e salati stimola la creatività in ognuno di noi, soprattutto nei bambini;
  5. la paura e la Morte legati ad Halloween, se debitamente spiegati, possono rappresentare un'occasione di crescita anche per i nostri bambini. Scherzare con le proprie paure, ridicolizzarle, è un modo sano per renderle più abbordabili e meno terrificanti. Care mamme e cari papà, avete mai visto Harry Potter? Allora sapete benissimo come funziona l'incantesimo Riddikulus

Sia che decidiate o meno di festeggiarlo, vi auguro buon Halloween!

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Oggi è il primo lunedì con il ritorno dell'ora solare.

Il che significa che abbiamo avuto, nella notte tra sabato e domenica, ben un'ora di sonno in più.

Quindi dovrei essere più riposata, ma scommetto che tutti noi genitori sappiamo benissimo che i nostri figli non si programmano come gli orologi.

Domenica mattina quindi bellamente si saranno svegliati prestissimo, tirandovi giù dal letto all'alba.

Nonostante la stanchezza, dovremmo ringraziare i nostri bambini che, così facendo, ci hanno permesso di sfruttare appieno la giornata.

Time is mine- La mia nuova rubrica

Siamo mamme e papà, siamo persone con tanti interessi e tante esigenze.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia importante riuscire a ritagliarsi qualche spazio per dedicarci a ciò che ci piace fare, sia esso una seduta dall'estetista o una partita a paintball.

Da qui è nata l'idea per questa piccola rubrica dove, a fine mese, vi proporrò qualcosa di interessante che ho fatto per me, di qualsiasi genere si tratti.

Lo scopo di questo spazio, che ho chiamato "Time is mine" è quello sì di darvi dei suggerimenti, ma anche quello di dimostrarvi che nonostante la nostra condizione di genitori, essere noi stessi è ancora possibile.

Non c'è niente di peggio per me di sentire frasi del tipo "Mi sacrifico per i miei figli" che tradotto in soldoni significa "Smetto di fare qualunque cosa mi piace perché devo seguire le mie creature", il che ci porta ad avere genitori esauriti e incattiviti che in modo più o meno cosciente gettano sui propri figli le loro frustrazioni.

"Qualche cosa di troppo"- Il film

Grazie ai miei adorabili pupi, domenica sono riuscita a guardare questo film francese che avevo in programma di vedere da un po' di tempo.

"Qualche cosa di troppo" è uscito quest'anno ma non se ne è sentito parlare molto.

Secondo me è un film invece che vale la pena vedere.

La regista, nonché attrice protagonista, è Dana Audrey, che aveva diretto già il film "11 donne a Parigi".

Protagonista della storia è Jeanne, una quasi quarantenne, professione architetto, sposata con due figli.

Jeanne è l'antitesi della rampante e affascinante donna in carriera.

Sul piano professionale si fa mettere i piedi in testa dai suoi colleghi e dal suo capo, su quello personale fa come gli struzzi: finge di non vedere che il suo matrimonio sta andando a rotoli.

Insomma, la povera Jeanne è una donna con una scarsa autostima che le deriva da questo concetto inculcatole fin dall'infanzia: "se non sei un uomo non vali niente".

La situazione precipita quando il marito la lascia definitivamente e il giudice stabilisce l'affido congiunto dei figli.

Jeanne, dopo lo sfogo di rito con l'amica del cuore, va a dormire affranta e si risveglia il mattino seguente, dopo una notte tempestosa, con...qualcosa in più.

Avete già capito di cosa si tratta?

Alla protagonista durante la notte è spuntato un bel pene con tanto di attributi.

Dopo l'ovvio terrore iniziale e una visita dal ginecologo (che segnerà la prima tappa di varie sedute), Jeanne si ritroverà a dover fare buon viso a cattivo gioco.

Non tutto il male vien per nuocere: la donna riesce pian piano a dimostrare il proprio valore al lavoro, lasciando di stucco sia il capo che i colleghi.

Allo stesso tempo riesce a vendicarsi del marito fedifrago, riprende le redini della propria vita e diventa una persona pienamente soddisfatta anche in ambito familiare.

Tutto questo sullo sfondo di equivoci divertenti e scene davvero esilaranti che non scadono mai nel volgare.

La commedia riesce a divertire basandosi sullo scambio uomo-donna, ma fatto in modo intelligente e profondo.

L'intento di Dana è quello di mostrarci il mondo maschile con occhi femminili ma lasciando da parte gli stereotipi (gli uomini pensano solo al sesso, le donne sono sempre delle vittime...).

Allo stesso tempo la regista vuole sottolineare quanto purtroppo la nostra società sia ancora legata a stereotipi di genere, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel film poi non manca la componente amorosa: Jeanne infatti si innamora, ricambiata, di un suo collega. Ma ora la domanda è: quest'uomo riuscirà ad amarla anche con...qualcosa in più?

Vi suggerisco quindi di vedervi questa pellicola, rilassarvi e ridere, sole o in compagnia (ecco, se non siete pronte a intavolare discussioni complesse magari mandate i bambini a nanna).

Ora aspetto i vostri preziosi suggerimenti non solo in ambito cinematografico: cosa avete fatto per voi questo mese che volete condividere?

Potete lasciarmi i vostri pensieri anche su FB o IG usando l'hashtag #timeismine @datemiunam.

 

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Tre tazze di cioccolata, me le berrei volentieri ora che comincia l'autunno.

Magari aromatizzate con qualche spezia, come peperoncino e cannella e, perché no, servite in una bella cioccolatiera.

Ragazze, non vi sto proponendo un libro di cucina che ha per protagonista il cioccolato, bensì un romanzo che si chiama proprio "Tre tazze di cioccolata".

Scritto da Care Santos, il libro è ambientato nell'affascinante Barcellona.

Se la città in cui si svolge l'intera vicenda rimane la stessa, il tempo invece cambia: si parte dai nostri giorni, si fa un passo all'indietro ed infine ci si ritrova al 1700.

Due sono i fili conduttori del romanzo: una cioccolatiera che capita in sorte alle protagoniste e la musica.

Tematicamente la storia può essere suddivisa in tre atti, quasi fosse un'opera lirica.

Peperoncino, zenzero e lavanda

La scena si apre con Sara, titolare di una storica e rinomata cioccolateria di Barcellona.

Sara è una donna realizzata, sia sul lavoro che sul piano personale. E' felicemente sposata con suo marito Max da molti anni, ha due figli e una bella casa.

Il suo amore per il cioccolato è pari soltanto a quello per Oriol, vecchio amico e maitre chocolatier, con cui ha una relazione segreta da anni, basata su sporadici incontri passionali.

L'autrice ripercorre a balzi la storia dell'amicizia di Sara, Oriol e Max, dagli esordi al fatidico momento in cui la cioccolatiera si rompe e che segna anche un drastico cambio di rotta nella vita di Sara.

Cacao, zucchero e cannella

Si torna indietro nel tempo. La cioccolatiera di porcellana diviene il pretesto per presentarci Aurora, cameriera dimessa e integerrima, dai sentimenti puri e casti.

Aurora fin da piccola risiede nel palazzo dell'inventore Estanislau Turull. Aurora diviene la cameriera personale, nonché confidente, di Candida, l'unica figlia di Estanislau.

Candida è l'opposto di Aurora: viziata, egocentrica, maliziosa e venale. Il destino delle ragazze è legato a doppio filo e la cameriera seguirà la padrona quando questa si sposerà con il cioccolatiere Sampons, astro nascente di Barcellona.

La ricca ragazza lo lascerà per un tenore italiano, fuggendo nel cuore della notte e lasciando la famiglia disonorata.

Aurora verrà allontanata dalle due famiglie ma la fortuna le sorriderà.

Pepe, chiodi di garofano e cannella

Ultimo balzo indietro nel tempo e, a mio parere, parte più intrigante della storia. A Barcellona sono arrivate segretamente due delegazioni, una inglese e una francese, con il compito di convincere il maitre chocolatier Fernandes a fornire esclusivamente alla loro nazione la sua famosa cioccolata.

La voce narrante cambia ed ora le vicende sono raccontate attraverso lettere che il giovane Victor Guillot, segretario di Madame Adelaide, scrive per informarla degli avvenimenti.

Madame Adelaide è la prima proprietaria della cioccolatiera di porcellana, che è stata fatta appositamente per lei e la sorella.

Adelaide è una delle figlie di re Luigi XV, colei che per intelletto avrebbe potuto rivestire un ruolo primario nella vita politica del Paese, ma che in realtà è stata costretta dal suo sesso a restare ai margini.

Stessa sorte capita a Marianna, moglie di Fernandes, costretta ad occultare la morte del marito pur di continuare a lavorare come cioccolataia.

Questo scatena i sospetti all'interno della corporazione dei cioccolatieri di Barcellona, che vogliono impadronirsi del segreto (un primitivo macchinario) di Fernandes.

Contesa quindi tra la corporazione, la delegazione inglese e quella francese l'impavida Marianna alla fine riuscirà a spuntarla su tutti, aiutata da Victor.

In questa parte non mancano vicende di spionaggio, sanguinosi duelli e intriganti farse sullo sfondo dell'ormai imminente rivoluzione francese e americana.

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"Tre tazze di cioccolata" è un'opera di finzione ma con molti riferimenti storici reali.

Gli avvenimenti sono ben congegnati e danno origine ad un impianto narrativo molto ben strutturato e connesso.

L'autrice ci presenta una galleria di personaggi, la maggior parte femminili, di diverse tipologie: dalla dimessa Aurora alla battagliera Marianna, alla rassegnata Madame Adelaide.

Dal punto di vista narrativo, la scrittura è fluida ed immediata. I dettagli storici sono diffusi con parsimonia, non appesantiscono la storia ma fanno da cornice e da sfondo per creare un miglior effetto di verosimiglianza.

Tutto sommato è un romanzo molto scorrevole, secondo me certe parti possono essere lette più volentieri di altre a seconda dei gusti personali, per esempio per me la terza parte è la più bella delle tre.

Lettura consigliata a chi ama i romanzi storici, con qualche nota d'amore e qualche sprazzo avventuroso, da gustarsi magari gustando proprio una tazza di cioccolata.

 

Come ogni venerdì ringrazio Paola di Homemademamma per il venerdì del libro.