CORSO DI PRIMO SOCCORSO: IO DICO SI’

Recentemente mi si è presentata l’opportunità di frequentare un incontro di primo soccorso pediatrico.

L’incontro gratuito, della durata di circa due ore, è stato organizzato dalle educatrici dello Spazio Gioco che frequenta Ringhio.

Il relatore, un infermiere che lavora al Pronto Soccorso, nonché giovane padre, ci ha mostrato la manovra di disostruzione e la procedura  di PBLS (acronimo inglese che sta per Paediatric Basic Life Support, che tradotto per noi non addetti al lavoro significa adoperarsi per supportare le funzioni respiratorie e cardiache intanto che si aspetta l’arrivo dei soccorsi).

L’infermiere è stato davvero bravissimo. Non si è trincerato dietro termini tecnici troppo difficili da capire, ha tenuto con noi genitori  un approccio amichevole e molto cameratesco, cercando di essere il più chiaro e coinvolgente possibile.

Avevo già frequentato un corso di primo soccorso anni e anni fa ma avendo ora due bambini mi è sembrato più che doveroso non farmi scappare questa opportunità.

La cosa che mi ha colpito di più della lezione è stata la seguente affermazione: “Noi in Italia non abbiamo la cultura del primo soccorso”.

Ed è vero, perfettamente e tragicamente vero.

Sono andata al corso solo ora che ho dei figli, proprio perché nel ruolo di madre mi sento in dovere di essere preparata ad ogni eventualità.

Ma non sono solo una mamma. Sono una figlia, una compagna, un’amica…Forse tengo meno alla vita degli altri rispetto a quella dei miei bambini? Se succedesse qualcosa a mio padre, per esempio,  non mi sentirei  forse male pensando di non essere in grado di aiutarlo?

E allora perché ho sentito la necessità di farlo solo ora?

E non parlo solo per me: quasi la totalità dei presenti ha ammesso di essere lì in qualità di genitori.

Sempre all’interno di questa mancanza gravissima a livello socio-culturale, l’infermiere ci ha fatto notare questo: “I vostri bambini sono in grado di chiamare i soccorsi se voi state male? Sanno aprire la porta ai soccorritori?”

Anche qui vuoto totale. Al di là di quei genitori con bambini ancora piccoli (anche Ringhio per ora rientra in questa categoria), credo che a nessuno sia mai venuto in mente di insegnare ai propri figli cosa fare in caso di emergenza.

Davvero, mettiamo il caso che improvvisamente io svenga. Cado giù come una pera sul pavimento e sono sola in casa con i pupi. I nonni non ci sono, il papà neppure. Classica situazione in cui potremmo trovarci tutte.

Su Ringhio non posso certo fare affidamento. Ma la Ninfa, che ha quattro anni, potrebbe fare la differenza: basta un vecchio cellulare con memorizzato il numero dei soccorsi (che per la Lombardia è diventato 112, come tutti dovremmo sapere), e schiacciando solo un numero, per esempio l’1, parte la chiamata.

La posizione dovrebbe essere rilevata in automatico, ma farle imparare a memoria l’indirizzo di casa è utile e non solo in questi casi.

Poi si fa affidamento sulla preparazione dell’operatore del centralino e sulla velocità dei soccorritori.

Lei sa già aprire la porta di casa (cosa che peraltro sa che non deve fare normalmente). In caso, insegnarlo può far risparmiare tempo ai soccorritori, che altrimenti devono aspettare l’arrivo dei pompieri.

Sono piccole accortezze ma che possono veramente aiutarci.

Lo sa bene quella mamma inglese incinta caduta dalle scale: la storia ha avuto un lieto fine grazie ad Emma che, a tre anni, è stata in grado di chiamare i soccorsi.

Credo che un altro “tranello” in cui tutti cadiamo sia: massì, non sarò così sfigato che capiti proprio a me.

Ecco, forse cambiare questo modo di pensare sarebbe già un enorme passo avanti.

Ma dai, fare il corso è inutile, stiamo sempre attenti a quello che diamo da mangiare al pupo e mica lo facciamo giocare con le sorprese dell’ovetto Kinder.

Credetemi (e parlo per esperienza diretta), basta una volta, un piccolo incidente. Vostro figlio ingerisce qualcosa e rischia di soffocare.

Pensate che i soccorritori arrivino in tempo per salvarlo? Volete davvero rischiare che vostro figlio perda la vita perché voi non sapete cosa fare?

O magari pensate di improvvisare e andare a spanne (pacche sulla schiena, afferrare il pupo e metterlo a testa in giù, dargli da bere un bel bicchiere d’acqua…Cose che nella fattispecie sono pure sbagliate).

Oppure se siete tecnologici vi basta affidarvi all’onnisciente Internet?

Siamo genitori che vogliamo il meglio per i nostri figli, anche a livello di sicurezza.

Non ci verrebbe mai in mente di non utilizzare il seggiolino o di mettere nostro figlio sul sedile anteriore intanto che viaggiamo.

Ma chissà perché invece ce ne freghiamo delegando la responsabilità di agire ad altri.

Sforziamoci di non rimanere passivi, attiviamoci noi per primi e non solo nei confronti dei nostri bambini.

Sapere come agire in determinate situazioni fa la differenza, a volte anche fra la vita e la morte.

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