DI AMORE, RISPETTO E SINTONIA- #aedidigitali #sintonia

"In famiglia devono dominare l'amore e il rispetto"

Così era solita predicare mia nonna Pina -no, non quella delle tagliatelle, un'altra-

Sicuramente è questa  la base di un matrimonio durato più di cinquant' anni.

Questo e il fatto che mia nonna era una gran bigotta, per cui se le cose non fossero andate bene non avrebbe comunque contemplato l'idea del divorzio.

Nonostante le idee radical-cattoliche, quando penso ai miei nonni capisco che in realtà erano una coppia molto affiatata, nel senso moderno del termine.

In casa vigeva una certa divisione non scritta del lavori domestici, per cui a mio nonno spettava il compito di accendere il fuoco, arrotare coltelli, eseguire piccole riparazioni e "menare" la polenta o fare le caldarroste.

La Pina si guardava bene dal superare questi taciti confini. Dal canto suo sovrintendeva alla normale preparazione dei pasti, soprattutto dei dolci.

E della pulizia della casa, sa va sans dire, coadiuvata da uno stuolo di aiutanti, prevalentemente manodopera infantile, anche se ho visto in talune occasioni mio nonno con una ramazza in mano.

C'erano però delle faccende che i miei nonni compivano assieme e, cascasse il mondo, nessuno aveva il permesso di intromettersi, neppure io, la nipote prediletta.

Una di queste era preparare gli gnocchi.

In ogni famiglia dello stivale che si rispetti esistono ricette che si tramandano di generazione in generazione, di solito in linea matriarcale.

Ecco, la ricetta degli gnocchi non rientra tra queste.

Per meglio dire, ingredienti e procedimento sono stati messi nero su bianco su foglietti svolazzanti più e più volte e corrispondono in tutto e per tutto a quelle ricettucole che si possono reperire su un manuale di cucina qualsiasi.

Ma nessuno, quando i miei nonni hanno smesso di preparare gli gnocchi, è stato in grado di replicarli.

"Capirai che un uomo è quello giusto quando sarete capaci di  preparare assieme gli gnocchi", sentenziava la Pina tra il serio e il faceto.

Io la guardavo con gli occhi sgranati, ben lungi dal capire a cosa alludesse realmente.

Il giorno degli gnocchi era un dì di festa.

Il nonno ci mandava a prendere le patate che riposavano da mesi al buio nel sottotetto.

Del resto, si sa, per fare gli gnocchi servono patate vecchie.

Erano delle belle patatone che provenivano direttamente dal nostro orto.

Era compito di noi nipoti dissotterrarle quando era ora di raccoglierle e non ci pesava affatto, anzi.

Ce ne stavamo tutti lì, nel piccolo campicello, con i pedi nudi nella terra secca e compatta a scavare con le mani, portando alla luce quei deliziosi tuberi.

A sera eravamo in condizioni pietose: le dita scorticate con le lunette nere, le ginocchia e i piedi che recavano segni di sporcizia e il terriccio perfino nelle orecchie.

Sfatti ma felici venivamo presi in consegna da mia mamma e da mia zia che si incaricavano di ripulirci.

A questo scopo ci trascinavano al lavatoio comune (ora non se ne vedono più), in riva al fiume, e ci buttavano nella fontana sfregandoci a forza con una spazzola di saggina e un bel pezzo di sapone di Marsiglia, incuranti delle nostre proteste e dei nostri gemiti di dolore.

Ne uscivamo lindi, con la pelle arrossata e gli occhi lacrimanti.

Dicevo, quindi, le patate.

Forse gli gnocchi non sono più venuti bene proprio per via delle patate.

I nonni cominciavano in silenzio a lavare le patate sotto l'acqua corrente e poi le buttavano in un grosso pentolone a bollire.

Quando erano pronte, uno da una parte e l'altro dall'altra, sollevavano il paiolo e scolavano le patate bollite.

In religioso silenzio, le sbucciavano incuranti della temperatura che arrossava loro la pelle della mani, assottigliata dagli anni.

Il nonno, nonostante il fisico mingherlino, schiacciava ininterrottamente chili e chili di patate servendosi di un vecchio e pesante schiacciapatate, residuo prebellico.

La polpa veniva sospinta lievemente verso la Pina che, come un alchimista o una fattucchiera, gettava farina, sale e noce moscata all'interno di una grossa terrina di ceramica bianca.

Una volta rimaneggiato, l'impasto veniva steso fino a formare lunghi biscioni bianchi.

Mentre la Pina formava chilometrici cilindri tutti perfettamente uguali, il nonno partiva da un'estremità della lunga tavola di quercia, che poteva ospitare comodamente fino a venti commensali, e tagliava gli gnocchi con un piccolo coltello luccicante totalmente senza filo.

Infine, la Pina li agguantava uno per uno e li passava sui rebbi di una forchetta.

I nonni lavoravano così, per ore, instancabili, senza intralciarsi e senza fare un movimento di troppo, silenziosamente, in perfetta sintonia.

Sembravano due danzatori che mettevano in scena una vecchia coreografia, provata e riprovata per anni, che aveva oramai raggiunto la perfezione.

Infine gli gnocchi erano pronti. La Pina li  lanciava in larghi vassoi infarinati che giacevano lì accanto.

A questo punto, noi bambini spuntavamo quatti quatti da sotto il tavolo e allungavamo le nostre avide mani per rubare quanti più gnocchi possibile.

Il bottino spariva subito nelle nostre  bocche, sempre affamate.

Dovevamo fare attenzione alla Pina però: quella donna mite sapeva assestare violenti colpi con un vecchio mescolo di legno sulle mani dei più incauti.

Quando il nonno morì, la Pina smise semplicemente di preparare gli gnocchi.

"Non ha più senso farli" rispondeva, quasi scusandosi, quando noi le chiedevamo se poteva prepararli.

"Senza il nonno, non vengono buoni". E stirava la labbra in un  mesto sorriso, malinconico e misterioso.

Credo di avere capito cosa volesse dire realmente solo anni e anni dopo.

L'amore e il rispetto sono i pilastri della vita familiare.

Ma se non c'è sintonia tra i membri della famiglia, soprattutto tra moglie e marito, si perde il gusto delle cose e anche la pietanza più buona diventa scialba, insapore.

Ogni nucleo familiare deve trovare la ricetta magica per la propria perfetta sintonia.

Quando l'avrà trovata, i suoni della vita si accorderanno, creando una sinfonia unica e ineguagliabile.

E tale sintonia si rispecchierà in ogni gesto quotidiano, anche il più banale, il più semplice, come quello di  preparare gli gnocchi.

(Questo post partecipa al tema della settimana #sintonia, scelto da Arianna del Blog dei Bonzi per gli #aedidigitali)

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7 pensieri su “DI AMORE, RISPETTO E SINTONIA- #aedidigitali #sintonia

  1. Pingback: L’ultimo tortellino – Pensieri in patchwork

  2. Silvia Fanio

    Che storia commovente!
    C'era un rispetto ed un amore profondo tra i nostri nonni, che a volte oggi manca nelle coppie.
    Sto cercando di prendere esempio proprio da loro per portare avanti il mio matrimonio.
    I miei nonni erano inseparabili. Così affiatati che se ne sono andati insieme, tre anni fa.
    E mi mancano un sacco...

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  3. L'angolo di me stessa

    Mi hai fatto sorridere sul passaggio in cui dai della bigotta a tua nonna, visto che io non contemplo l'idea del divorzio, non sono una radical-cattolica eppure penso che se decidi chi è l'uomo della tua vita lo sarà per sempre.
    Anche se magari ogni tanto ci si inciampa preparando gli gnocchi...

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    1. Priscilla

      Ahahah! No, lei era bigotta proprio, una suora mancata: avrebbe dovuto prendere il velo ma promise alla sua amica di rimanere accanto a mio nonno in caso a lei fosse successo qualcosa. L'amica, nonché prima moglie di mio nonno, morì di parto e mia nonna onorò la sua promessa....

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