Di solito inizio a considerarmi in clima natalizio a partire dai primi di Dicembre.

Quest'anno però pare che tutto sia più affrettato: alberi di Natale, qualche presepe, già i suggerimenti per i regali a bambini, partner, suocere e pure al cuggino di secondo grado della zia piemontese che abita a Roma e vediamo ogni dieci anni.

Insomma, la modalità Natale è ufficialmente "on".

Ed è già partito il conto alla rovescia.

Sì, perché se c'è una cosa che del Natale mi terrorizza (oltre a preparare i pacchi regalo) è lui, il temutissimo calendario dell'Avvento.

Vi vedo già , brave mammine, a preparare con le vostre mani di fata splendidi calendari dell'avvento.

O magari siete donne impegnate ma previdenti che avete già acquistato per i vostri frugoletti deliziosi ed originali calendari dell'avvento in materiale ecocompatibile e riciclabile.

Oppure siete come me.

Mamme imbranate che aborrono il fai da te, che quando vedono cartoncini, nastrini, feltro e colla a caldo rabbrividiscono e trovano mille più una scusa per evitare l'ingrato compito.

Allo stesso tempo però c'è quel sentimento latente, insediato in una piccola parte del vostro cervello, che vi pungola facendovi sentire la più spregevole delle genitrici non appena vi avvicinate ad uno di quei calendari dell'avvento da due soldi usa e getta con cioccolatini incorporati.

Frustrate e depresse, guardate con invidia tutte quelle meravigliose foto su Instagram o quei tutorial che per voi sembrano arabo che invadono il web.

Tranquille, carissime amiche sprovviste del fattore DIY, ho io la soluzione in grado di far felici voi e pure i vostri bambini.

In realtà devo ringraziare la divina provvidenza incarnata nel corpo mortale di Livia, un'assidua lettrice del blog.

Siccome si sa che a Natale siamo tutti più buoni, Livia, che mi segue da un po' e conosce le limitazioni da cui sono afflitta, mi ha inviato un magnifico calendario dell'avvento.

Qual'è la sua particolarità?

Consiste in ventiquattro piccoli sacchettini di carta correlati da ventiquattro numeri adesivi da appiccicare su ogni sacchetto.

Tali sacchettini numerati possono venire comodamente appesi ad uno spago e riempiti con dolcetti e affini.

Nel mio caso, ho deciso di inserire in ogni sacchetto delle brevi frasi o delle filastrocche sul Natale e solo in quelli relativi alla domenica dei bei cioccolatini.

Et voilà, anche noi abbiamo il nostro magnifico calendario dell'avvento!

Un grazie super speciale va alla stupenda Livia per il magnifico regalo che in un colpo solo ha salvato capra e cavoli.

E voi, avete già fatto il maledetto bellissimo calendario dell'avvento?

2

In questa ultima giornata di Novembre che finalmente se ne va faccio onore alla mia rubrica #timeismine per parlarvi di un bellissimo sabato.

Tra le poche ma significative cose che ho fatto unicamente per mio piacere personale nell'ultimo mese ho scelto di condividere con voi questa esperienza:

l'incontro con la scrittrice italiana Carla Maria Russo.

Sabato 18 Novembre uno sparuto ma esaltatissimo gruppetto di lettrici è saltato sul Freccia Rossa direzione Milano.

L'ultima volta che sono stata a Milano è stata dodici anni fa, non per lontananza geografica ma piuttosto per un primordiale e irrazionale terrore che mi coglie sempre quando si nomina questa città.

Già di per sé quindi andare a Milano per me sarebbe stato un grande evento.

Aggiungiamoci pure che le mie compagne di viaggio sono appassionate lettrici e che il fine ultimo era la presentazione de "Le nemiche", l'ultimo romanzo di Carla Maria Russo, e avrete un'idea perfetta del mio legittimo stato di esaltazione.

Ah, l'ho già detto che non c'erano bambini?!

L'incontro letterario si è svolto nella fantastica cornice del Palazzo Sforzesco, ancor più affascinante di quanto ricordassi, all'interno del progetto Book City Milano.

Cento soltanto i posti per entrare nella sala e assistere alla presentazione, tantissime quindi le persone che purtroppo sono state costrette a tornarsene a casa con le pive nel sacco.

In sé la conferenza non è durata molto, circa un'ora.

E' strano come pensare però che quello che è accaduto in un lasso di tempo così breve abbia lasciato su di me un'impronta davvero forte.

E la causa di tutto non è "Le nemiche", libro a cui dedicherò un post a parte.

Il motivo è l'autrice stessa.

Carla Maria Russo è una donna che racchiude in un corpo apparentemente gracile la forza di un bulldozer.

Energica, frizzante, vitale ma soprattutto di una semplicità e di una spontaneità genuine ed autentiche.

Durante quell'ora ha saputo rendere vivido e interessante un pezzo della nostra storia.

Ha narrato con passione ed eleganza, senza mai salire "in cattedra", ha affascinato la platea con la sua eloquenza, parlando però il linguaggio di noi comuni mortali.

E se parte di sé traspariva già dalle parole del romanzo "Lola nascerà a diciott'anni", l'incontro con lei in persona ha rafforzato l'opinione che mi ero fatta leggendo i suoi scritti.

Carla Maria Russo è di base una narratrice nata, ma la sua forza secondo me risiede nel saper dare voce e cuore ai personaggi che sceglie di presentarci.

Se è vero che il quadro storico-geografico in cui i personaggi agiscono è reale, i romanzi della Russo fanno quel passo in più.

Con un'abile mossa l'autrice ci cala nella psiche di ognuno di loro, mettendo in rilievo un fatto che siamo soliti dimenticare:

la Storia, anche quella con la esse maiuscola, l'hanno fatta gli uomini con il loro agire e il loro agire è determinato dalle loro passioni.

Questo è quello che rende unici i suoi romanzi. Con sapienti parole e brillanti intrecci Carla Maria Russo porta sul palcoscenico della nostra immaginazione figure storiche verosimili in cui è facile immedesimarsi anche a livelli davvero profondi.

Ha fatto più tanto Carla Maria Russo in un'ora di conferenza di quanto ahimè riescano a fare tanti insegnanti di storia in un mese di lezione.

Ancora frastornate a ammaliate dal suo discorso, le quattro amiche (che da quel giorno si chiameranno "Le quattro di Carla Maria"), se ne sono andate in giro per la città.

Infervorate dal sacro fuoco dello spirito letterario, si sono date all'esplorazione dettagliata e certosina di tutte le librerie del centro, riportando a casa un discreto bottino.

Anche qui hanno seguito il consiglio della scrittrice:

"Regalate libri. Un libro è un oggetto miracoloso e meraviglioso [...]".

Quando regaliamo un libro in realtà stiamo facendo molto di più.

Regaliamo storie che amiamo, avventure mozzafiato, viaggi in altri mondi...

Regalare un libro quindi significa in un certo modo regalare una parte di noi ad un'altra persona, mettere a nudo un pezzo della nostra anima.

Regalare un libro diventa perciò un profondo gesto di stima e fiducia reciproca.

Tenetelo presente, soprattutto ora che il Natale si avvicina.

Ora tocca a voi: che cosa avete fato questo mese per voi stesse?

Potete dirmelo con i commenti, potete utilizzare FB o IG con l'hashtag #timeismine @datemiunam, ma soprattutto potete raccontarlo sul vostro blog citandomi e magari estendendo l'invito a chi vi va.

PS: se sono stata capace di incuriosirvi e volete conoscere meglio questa scrittrice italiana, via lascio il link a questa sua intervista di qualche tempo fa.

6

"Mamma, continua a piovere!"

La Ninfa stasera pare un tantino giù di corda. Sarà la stanchezza? Di solito non si lamenta mai, al massimo fa i capricci e le sue solite sceneggiate.

Oggi invece sembra che un velo di malinconia le sia piombato addosso, come una cappa pesante.

So che alla materna è stata una giornata pesante: pare che una bimba grande alcuni giorni fa abbia picchiato un bimbo piccolo e le maestre hanno deciso di affrontare il problema con tutta la classe.

Inoltre hanno chiesto che anche noi genitori ci muoviamo in tal senso.

"Non ho voglia di guardare i cartoni". Sbuffa e se ne va in camera.

Spengo tutto e la seguo a ruota, tallonata da Ringhio.

Qui ci vuole un'idea, qualcosa di diverso da solito.

"Facciamo così, bambini, adesso spegniamo tutte le luci, accendiamo un paio di candele e la mamma vi racconta una storia nuova"

"Sì, mamma, una storia diversa. Siccome è autunno e piove, nella storia ci voglio...Un ombrello giallo!".

Rapidi si infilano nei loro lettini. Io mi siedo sul pavimento, in mezzo alla stanza, equidistante dall'uno e dall'altra.

"La nostra storia inizia a Parigi, in un giorno di pioggia, Noah esce di casa e prende le bus. Dietro al finestrino intravede un ombrello giallo, un sole nel grigio del giorno. Noah scende e segue quella macchia soleggiata per i vicoli di Mont Marte e..."

"E...?" domanda la pupa.

"E non riesce a staccare gli occhi da quell'ombrello. Cammina in trance, un piede dietro all'altro. Sta procedendo contromano e si ritrova a scansare le persone che gli si parano davanti, quasi come se fossero delle ragnatele.

La pioggia si è fatta più forte. Noah sente i piedi che sguazzano nelle leggere scarpe di tela mentre rivoli ghiacciati gli scendono dalla nuca lungo la schiena, come allegri torrenti di montagna.

E' talmente concentrato che si dimentica quasi di sbattere le palpebre.

L'ombrello giallo lo chiama e a Noah questo richiamo sembra invitante come quello delle sirene.

Impossibile resistere.

Il ragazzo affretta il passo ma non riesce a colmare la distanza che lo separa da quell'ombrello.

Per un attimo, uno soltanto, l'ombrello si sposta e Noah riesce a intravedere una chioma rossa.

Il suo cuore manca un battito, le mani tremano leggermente.

Spicca un balzo in avanti, ma il suo piede incontra un ostacolo e Noah cade rovinosamente a terra.

Steso a pancia in giù in una pozzanghera, Noah ha come la percezione che il mondo si sia fermato.

Sente le voci allarmate e spaventate dei passanti, osserva le punte delle loro scarpe muoversi concitatamente attorno a lui.

Mani forti lo sollevano e occhi preoccupati lo scrutano. Ma lui non ha tempo per tutto questo.

Deve trovare l'ombrello giallo. Ignorando le fitte di dolore, Noah gira la testa qua e là.

La macchia gialla non c'è più. I passanti riprendono il loro cammino. Noah resta in piedi, solo tra la folla, sotto il cielo plumbeo.

La pioggia ha cessato di scendere. Sentendosi addosso tutto il peso del mondo, il ragazzo si gira.

E lei è lì, l'ombrello giallo chiuso con l'elegante laccetto.

"Temevo di averti perso per sempre" prorompe il ragazzo.

La sua voce stridente in cui si mischiano le tonalità del bambino e dell'adulto rimane per un attimo sospesa nell'aria.

"Noah, non essere melodrammatico. Ci saremmo visti domani, finito il turno di lavoro. Ti ho aspettato, ma visto che non arrivavi..."

Con un gesto automatico la donna si tira indietro un ciuffo di capelli rossi sfuggiti alla molletta.

A Noah quel gesto così intimo e familiare fa passare subito il malumore.

"Ero in ritardo perché mi hanno rubato il portafoglio"

Lo sguardo della donna si fa più attento. Quando lo guarda così, Noah percepisce chiaramente la tensione che scorre dentro di lei.

Subito allora aggiunge: "Ma stamattina ho smesso di fare il codardo: sono andato dal professore e ho detto chiaro e tondo come stavano le cose. Siamo andati assieme dal preside che convocherà i genitori.

Sono stufo di essere preso in giro e maltrattato dagli altri solo perché sono il più piccolo"

Alza il mento con fierezza, quasi volesse apparire più alto del suo metro e cinquanta.

"Però, siccome non avevo i soldi, è da stamattina che non mangio..."

Il suo stomaco emette un cupo borbottio, quasi a sottolineare il concetto.

"Sei stato coraggioso, Noah, hai fatto la cosa giusta. Vedrai che da oggi le cose andranno meglio. Ora vieni, entrerò un po' più tardi al lavoro. Andiamo a mangiare qualcosa"

Noah sorride e passa un braccio attorno alla vita della donna.

"Sei la migliore, mamma!" esclama, contento.

Ha ricominciato a piovere e Noah apre l'ombrello giallo canarino.

E, guardando il mondo da sotto quella cupola dorata, ha la certezza che da quel momento ogni cosa andrà per il verso giusto."

(Questo racconto partecipa al tema della settimana #percezione, proposto dagli Aedi digitali)

 

Bambini o animali?

In questo mondo pazzo troppo spesso gli animali vengono trattati come figli e i figli come animali.

Ieri alla radio ho sentito che l'attenzione verso gli animali domestici è salita rispetto a quella verso i bambini, tanto che sempre più spesso i supermercati espandono i reparti dedicati agli animali e riducono quelli dedicati ai neonati.

Oramai si sa che l'Italia è un Paese dove le nascite sono sempre più in calo e lo speaker ipotizzava che le coppie fossero più propense a prendere un animale da compagnia piuttosto che a fare un figlio.

Io voglio sperare che la scelta non sia un out-out: chi ha dei bambini può decidere di allargare la famiglia e prendere un animale e chi ha un animale può tranquillamente decidere di fare un figlio.

Bambini e animali

Fin da quando ero piccola ho avuto l'opportunità di vivere a stretto contatto con gli animali domestici: gatti, canarini, pappagalli, criceti, pesci, tartarughe...

Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di tenere dei cani, perché i miei genitori hanno sempre pensato che avessero bisogno di stare in un giardino o in un cortile.

Ho rimediato ora che sono grande, "adottando" il cockerdei genitori di CF.

Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato come la presenza di un animale domestico accanto ai bambini arrechi loro grandi vantaggi.

Vantaggi psicologici

Prendersi cura di un cane, un gatto, una tartaruga...aiuta i nostri figli a diventare più responsabili - mi vengono sempre in mente i telefilm americani, dove a turno ogni alunno porta a casa la mascotte della classe per accudirla.-

La convivenza con un animale aumenta l'autostima, migliora le capacità di osservazione e riduce ansia e stress, come ha ben dimostrato la pet-therapy.

Inoltre, considerando che spesso gli animali da compagnia hanno aspettative di vita differenti dalle nostre, vivere con loro insegna ai nostri figli il ciclo della vita.

Spesso infatti i nostri pets vengono presi quando sono solo dei cuccioli e restano con noi fino a che non muoiono.

Seppur triste, da quest'esperienza ogni bimbo imparerà cheogni cosa ha un inizio e una fine, compresi gli esseri viventi.

Vantaggi fisici

Vivere a stretto contatto con un animale può recare vantaggi anche a livello fisico, non solo psicologico.

Pensiamo infatti a tutti quei bambini che hanno un cane: sono più invogliati ad uscire e questo riduce la sedentarietà e combatte il sovrappeso.

Uscire inoltre significa vedere e incontrare altre persone, stimolando la socializzazione.

Da tempo è stato dimostrato che chi vive a contatto con gli animali corre meno rischi di sviluppare allergie e forme asmatiche.

Inutile sottolineare che si parla sempre di animali ben tenuti, ossia sottoposti a periodici controlli veterinari almeno una volta l'anno e a cui vengono applicate le norme igieniche basilari: pulire frequentemente le gabbiette e le lettiere, così come ceste e cucce dove dormono, non far mai mancare loro acqua fresca e nutrirli in modo adeguato.

Quale animale scegliere?

Ok, avete capito che la convivenza tra animali domestici e bambini è possibile e avete deciso di prenderne uno.

Mi auguro che la decisione sia stata attentamente ponderata e non sia stato frutto dell'impulso del momento.

Non mi stancherò mai di ripetere di non regalare animali per Natale o per compleanno se non siete sicuri che poi vengano accuditi con gioia e amore per sempre.

Gli animali non sono giocattoli e richiedono impegno e costanza, che essi ci restituiscono poi sotto forma di amore e dedizione incondizionata.

Per capire quale animale è il più adatto per la vostra famiglia, il mio consiglio è quello di documentarsi e se possibile di fare una chiacchierata con un veterinario.

Tenete ben presente che, come ogni persona, anche gli animali sono individui unici con una loro personalità: il gatto della bisnonna non si comporterà necessariamente come il gatto che prenderete voi, il cane di vostro cugino non sarà mai uguale al vostro.

Ricordatevi che, qualunque sia la scelta che farete, un animale è come un diamante: per sempre.

Valutate quindi attentamente:

  • quanto tempo siete disposti a dedicargli: pulire la boccia dei pesci è meno impegnativo che badare ad un cane, per esempio;
  • quanto spazio avete: tenere un alano in un appartamento di 75 mq. a mio avviso non è una scelta, è un suicidio;
  • quali sono le vostre possibilità economiche: gli animali hanno un costo: controlli periodici dal veterinario, cibo e un minimo di attrezzatura. Il costo di mantenimento di un cavallo non sarà paragonabili a quello di un canarino.

L'ultimo consiglio importante che voglio lasciarvi è questo: se optate per animali che non stanno in gabbia, abbiate l'accortezza di non lasciarli mai incustoditi con i vostri bambini, soprattutto se molto piccoli.

Detto questo, concludo augurandovi una felice e serena convivenza!

 

 

Una sera qualsiasi di una giornata d'autunno come tante.

Ingolfata nel traffico mentre torno a casa dal lavoro, la voglia di farmi una doccia bollente e di svenire sul divano come unica compagnia.

Si procede a passo d'uomo, prima-seconda-fermi, prima-seconda-fermi.

La coda scivola lenta giù per la valle, mentre inganno il tempo canticchiando vecchie canzoni, persa tra le note malinconiche di ciò che passano alla radio.

Prima-seconda-fermi. Ma stavolta non si riparte. Capolinea. E a me, ovviamente,  scappa la pipì - perché queste cose capitano sempre nei momenti peggiori, eh?-

Con una rapida manovra che sorprende il motociclista che stava arrivando a velocità sostenuta -per andare dove, poi, che è tutto bloccato?-, mi tolgo dalla strada e parcheggio in una piazzola con annesso bar.

Bar uguale bagno e soprattutto uguale caffè, che non fa mai male, almeno a me.

Decido di prendermela comoda, tanto la coda non sembra procedere.

Mi siedo al tavolino, pronta a godermi il mio bell'espresso.

-Ciao, posso farti compagnia?

Non ho bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi è.

La vedo benissimo con gli occhi della mente, la testa lievemente reclinata di lato, i capelli lunghi e scuri che le ricadono sulla guancia, la bocca perfettamente truccata.

Non aspetta la mia risposta. Come allora, si siede e basta, accavallando le gambe ossute che sembra fatichino perfino a sostenere il peso delle eleganti scarpe con i tacchi.

Il suo profumo -sempre lo stesso, fondo dolce con note speziate-, la sua erre appena arrotondata, il suo tono tanto calmo e suadente.

"L'ipnotismo di un serpente", mi viene da pensare di colpo.

Le guardo le mani, l'unica cosa diversa in lei. Ora sono curate.

Ha smesso di mangiarsele fino all'osso.

"Chissà dove sfogherà tutte le sue energie negative ora".

Ma in realtà non voglio saperlo. Non mi interessa più. Ha smesso di importarmene tanto tempo fa, in effetti.

Lei nota il mio sguardo e si tira più giù le maniche del cardigan, un riflesso condizionato, quasi come se l'avessi colta in flagrante.

Non serve. Niente finzioni, niente menzogne, tra di noi.

Ambedue sappiamo benissimo cosa si nasconde là sotto, nella zona dove le commesse ti fanno provare il fondotinta.

Io c'ero e non ho dimenticato.

E' un attimo, ma basta. Mi basta.

Così con un atto di forza poco consono per me prendo le redini del discorso, prepotentemente, senza alcun tatto.

- Vedo che stai bene, ma soprattutto vedo che non sei cambiata affatto.

Lo interpreta come un complimento e la sua bocca si allarga in un sorriso, le fossette così familiari sulle guance incavate.

Prima che ricominci a parlare, la blocco decisa con un gesto perentorio.

- Ascoltami, per favore.

E' tanto che non ci sentiamo, sicuramente avrai molte cose da raccontarmi, magari le ho anche io.

Il fatto però è questo: negli anni che non ci siamo sentite, ho capito finalmente che la mia vita ha perfettamente senso anche senza di te.

Non sei come un pezzo di puzzle che completa l'immagine, non mi sei indispensabile, senza di te io sto bene.

E credo che la stessa cosa valga anche per te.

Sicuramente hai trovato altre persone più in sintonia con te, con la te stessa di adesso.

Anzi, no, con la te stessa di sempre, perché tu non sei cambiata affatto, sono io ad essere diversa adesso,nella strada che ho scelto, ma soprattutto nel mio modo di sentire e di vivere la vita.

Hai sempre detto tu per prima che i rami secchi vanno tagliati così che l'albero possa utilizzare la propria energia vitale in modo più razionale e mirato.

Ecco, è arrivato questo momento, anzi, in realtà l'abbiamo già fatto, questo è solo un istante casuale in cui ci siamo trovate nello stesso tempo ad occupare lo stesso spazio.

Io ti ho lasciato andare, anni fa, quando tu hai cominciato ad allontanarti da me.

Ed è stato proprio allora che ho smesso di essere il tuo satellite, di girarti attorno e di riflettere la tua luce.

Non è stato facile, questo no, ma ho cominciato a capire chi ero, chi potevo e volevo essere.

Ho utilizzato la mia vitalità per me, non più per te.

Ho impiegato il mio tempo per fare ciò che volevo fare realmente, non per fare ciò che poteva far star bene te.

Ho smesso di essere il tuo bilanciere, il tuo grillo parlante, la tua spalla su cui piangere.

Ho capito che tu non sei una mia responsabilità, perché l'amicizia non implica necessariamente che uno si faccia in modo automatico carico della felicità dell'altro, sempre e comunque.

Sono consapevole della contropartita: una persona con i tuoi talenti e le tue doti non l'ho più incontrata, il feeling che c'era tra di noi non l'ho più provato con nessun altro.

Ma le cose sono andate così ed io non ho rimpianti.Il gioco non valeva la candela.

Fatti un favore: lasciami andare, faccio parte del tuo passato e non hai bisogno di me né nel tuo presente né nel tuo futuro.

Sono un ramo secco oramai, da cui non puoi più attingere nulla.

Non sto dicendo di dimenticare o rinnegare quel che c'è stato anni fa, ma è ora di andare avanti.

Lasciami andare, perché stare con te non mi provoca gioia, ma neppure dolore.

Senza di te mi sento sollevata e libera, mi sento più...me stessa.

Non ho più paura del telefono che squilla a tarda notte, non ho più paura di trovarti stesa esanime sul pavimento di casa tua o di doverti raccogliere nel camerino di un negozio perché sei svenuta dalla fame mentre provavi quell'abito così carino.

Lasciami andare perché io non sono più disposta a rivivere tutto questo.

Il tuo narcisismo esasperante è una brutta bestia che si ripercuote  in centri concentrici su tutti quelli che ti stanno vicino"

Mi osserva, occhi grandi e profondi. Non c'è tristezza o disagio, non c'è rabbia o dolore, forse solo le antiche vestigia di un affetto lontano.

-Grazie! Sai che non amo fingere-

Le parole volano via leggere dalla sua bocca.

Barcollando appena sui suoi trampoli all'ultima moda, la borsa di Armani in spalla, esce da locale.

Quel che mi rimane di lei è la scia del suo profumo e il suo caffè da pagare.

Risalgo in macchina e mi rimetto in coda, paziente.

Seguo il traffico, consapevole che il momento del decluttering è stato davvero catartico.

"Does it sparks joy?"

Stare con lei, di gioia, non me ne dava più, inutile riprovarci.

Certe cose finiscono e basta.

Penso a Marie Kondo, alle sue parole: "Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti".

Sono certa che non si riferisse solo alle cose, la Marie.

Ed io di ripensamenti, in questo caso, non ne ho.

Sono libera, consapevole di essermi definitivamente lasciata alle spalle un grosso peso, una parte ingombrante del mio passato.

Ma la mia vita ora può continuare e credo sarà più fulgida ed appassionante di prima.

Questo post partecipa al tema #fantasmi #decluttering proposto dagli #aedidigitali. Se vuoi saperne di più, trovi tutto qui.

 

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Oggi è una giornata un po' così, di quelle che ti lasciano una sensazione di sospensione e di irrequietezza, di non definito.

Sarà il tempo ballerino o forse quel senso di struggimento e di vuoto che mi colpisce sempre quando finisco un libro.

I personaggi che non vogliono andarsene dalla testa, le emozioni suscitate che ti rimescolano le viscere, mentre guardi sconsolata gli altri libri pensando che nessuno sarà all'altezza di quello appena finito.

Poi passa eh....

Quello che oggi voglio presentarvi è un romanzo di quelli che ti scavano dentro: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti.

 

E' uno di quei libri che non si possono raccontare, ma che devono essere letti.

Ho cominciato a leggere "Le otto montagne" con il pregiudizio che non mi piacesse, dando per scontato che fosse qualcosa di trito e ritrito.

Ho erroneamente creduto che il libro fosse un'esaltazione della montagna, scritto da un appassionato di trekking che, appunto, scala otto montagne.

Niente di più sbagliato e fuorviante!

Mi sono dovuta ricredere già dopo l'incipit.

«Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia»

Quindi niente pensieri new-age, niente filosofia in senso puro, niente "ma quanto è bello vivere a contatto con la natura".

Ho detto prima che "Le otto montagne" è uno di quei libri che sono difficili da spiegare, perché vanno "sentiti" più che letti.

La difficoltà non è data dalla trama complicata, anzi, semmai proprio il contrario: la  vicenda in sé è riduttiva e non metterebbe nella giusta prospettiva la profondità e l'aura di sacralità che permea le pagine del romanzo.

Il racconto è semplice: Pietro è un ragazzino milanese che passa le ferie estive in montagna, vicino al Monte Rosa. I genitori infatti sono appassionati escursionisti, anche se vivono i monti in modo diverso.

Durante una vacanza, Pietro conosce Bruno, un coetaneo con una vita familiare travagliata, che vive a Grana in pianta stabile.

Lo scrittore narra di come l'amicizia tra i due cresca e si sviluppi negli anni, di pari passo con l'età anagrafica.

Vedete come suona banale? In realtà non lo è affatto.

Nelle parole de "Le otto montagne" si avverte tutto l'amore e il rispetto dell'uomo verso la montagna, intesa sia in senso materiale che in senso spirituale.

"Le otto montagne" affronta il complesso rapporto tra padri e figli, tra ragazzo di città e ragazzo di montagna, tra universo maschile e universo femminile.

Il gioco su cui si basa  è il detto-non detto che permea ogni relazione.

Le donne sono le portatrici della parola, a loro il compito di rendere udibile e in un certo senso tangibile la complessità dei sentimenti.

Agli uomini invece è associato il silenzio, quello che "da voce" al mondo interiore, quello carico di significati profondi e universali, rappresentato dalla montagna stessa.

Ma il silenzio non è necessariamente sinonimo di meditazione, appunto, ma racchiude in sé significati differenti per ciascuno dei personaggi.

A mio parere è uno di quei libri che vanno conservati e che risultano carichi di significato anche letti ad anni di distanza.

 Chi impara di più?, colui che fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru? Bruno la prende a modo suo, personalizza: io sarei quello che ha scalato il monte, chiede, e tu quello che ha fatto il giro? «Pare proprio di sì», risponde Pietro.

Ecco il nocciolo della questione: alla fine chi è che impara di più?

Ultima considerazione: non vi ricorda un po' l'interrogativo del romanzo "Lamica geniale"?: quale delle due è l'amica geniale?

Come sempre, grazie a Paolo di Homemademamma, ideatrice del venerdì del libro.