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Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?

4

Mi piace guardare i bambini giocare.

Quando i bambini giocano, a modo loro, ci insegnano sempre qualcosa.

Al parco, in spiaggia, nelle zone gioco dei centri commerciali è bello vedere i bambini interagire tra di loro anche se non parlano la stessa lingua.

Istintivamente, i bambini sanno che per giocare le parole non sono indispensabili.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per passare una giornata sulla neve.

Vicino a noi c'era un gruppetto di bambini di circa sei, sette anni. Si vedeva che i pupi si conoscevano tutti.

Giocavano con i loro bob, su e giù, su e giù.

Ad un certo punto uno ha deciso che era stufo.

"Dai, cambiamo gioco" ha proposto.

Si notava che gli altri non erano convinti. Nonostante questo, hanno comunque lasciato perdere i loro bob.

I bambini si sono seduti sulla neve e sono stati a parlottare tra di loro.

Non sapevano cosa fare, che gioco inventare.

All'improvviso, lo stesso bambino che prima aveva deciso di smettere di giocare con i bob ha preso una manciata di neve e ha gridato:

"Giochiamo a tirare la neve addosso a Giovanni"

E Giovanni in un minuto si è trovato ricoperto di neve dalla testa ai piedi.

Non rideva, Giovanni. Se ne rimaneva lì, docile, a farsi ricoprire, anche si si vedeva chiaramente che era infastidito.

Dopo un po' i bambini si sono stufati anche di questo "gioco" e sono corsi via.

Giovanni si è rialzato, si è ripulito alla bell'e meglio e li ha seguiti.

Si vedeva che era abituato a questo genere di trattamenti.

Mi si è stretto il cuore.

Perché so molto bene come si è sentito Giovanni.

A chi non è capitato di sentirsi così almeno una volta nella vita?

Ho guardato i miei figli che stavano trainando il loro bob sulla salita.

Ho ripensato a come li stiamo educando. Se stiamo o no facendo la cosa giusta.

Perché io non voglio ritrovarmi con due bambini prepotenti ma neppure con il Giovanni di turno.

Ho sempre insegnato alla Ninfa e a Ringhio a rispettare tutti: genitori, insegnanti, amici.

Insisto ogni giorno con le regole della buona educazione: per favore, grazie, prego...

Spiego loro che devono essere generosi e imparare a condividere le loro cose anche con gli altri.

Mostro loro, io per prima, che aiutare gli altri soprattutto chi si trova in difficoltà è un nostro dovere, che ci costa poco o niente.

E insegno loro come difendersi dai bambini prepotenti.

Non sono una che pratica la violenza, non credo che le punizioni corporali siano efficaci, anche se ogni tanto purtroppo qualche sculacciata è scappata anche a me.

Non sono una mamma interventista di quelle che quando i bambini tornano dall'asilo graffiati o morsicati fa il diavolo a quattro per scovare il colpevole e corre dai genitori a pretendere giustizia.

Ma, ecco, alla massima "porgi l'altra guancia" preferisco di gran lunga "occhio per occhio, dente per dente".

Non venite a fare i falsi buonisti con me, per favore, che ho sperimentato cosa vuol dire avere a che fare con i bulli per anni e anni.

Non puntate il dito dicendo che "bisogna insegnare ai bambini ad essere assertivi".

Che poi voglio capire come può un bambino di tre anni spiegare a uno che gli sta rubando il gioco o che lo sta importunando che non si deve fare, che rubare è una cosa brutta, che piacerebbe a te che io ti rubassi il gioco.

Credetemi, essere assertivi può servire quando chi ti sta di fronte è una persona dotata di raziocinio, cioè della capacità di fare e seguire un ragionamento.

E nella maggior parte dei casi non è così.

Non insegno ai miei figli che, quando hanno bisogno di un aiuto, devono correre a cercarlo dalla mamma, dal papà o dalla maestra.

I grandi non ci saranno sempre.

Semplicemente insegno ai miei figli che purtroppo in certe situazioni devono sbrigarsela da soli.

A volte si può lasciar perdere e andare via, a volte invece no.

Non educo i miei bambini alla violenza. Trovo intollerabile che si alzino le mani, anche se tra di loro lo fanno (e io non intervengo, sia chiaro).

La Ninfa e Ringhio sanno che se picchiano qualcuno senza motivo finiscono in castigo.

Perché picchiare è una cosa che non si fa.

Ma anche subire le angherie degli altri non ci fa stare bene, a meno che non siamo votati al martirio.

Il primo anno d'asilola Ninfa era stata presa di mira da una bambina più grande di lei. Tornava a casa ogni giorno con qualche "ricordo".

Le maestre non sempre potevano accorgersene, del resto ad una maestra che deve vigilare su venti bambini a volte qualcosa può sfuggire.

Dopo qualche settimana, ho detto alla Ninfa che poteva difendersi.

"Se la bimba ti picchia, tu prima chiama la maestra. Ma se la maestra non fa niente perché non ha visto, allora anche tu picchiala. E se qualcuno ti dice qualcosa, digli che la tua mamma ti ha detto di fare così".

Nel giro di pochi giorni, l'altra bambina ha smesso di tormentare mia figlia.

Non dico di aver fatto la cosa giusta in assoluto.

Dico che in quel momento quella era l'unica soluzione possibile.

Se la Ninfa non avesse reagito, la situazione si sarebbe protratta per l'intero anno lasciando sicuramente degli strascichi anche sulla Ninfa stessa: ansia, insicurezza, magari anche il terrore di andare alla materna.

Quello che intendo dire è che non è mai tutto bianco o tutto nero.

Scusare la violenza sempre e comunque, incentivare l'aggressività naturale dei bambini può essere disastroso.

Ma allo stesso tempo anche insegnare ai bambini a non reagire, a reprimere l'istinto di auto-conservazione, a non rispondere in modo attivo alle provocazioni dei bambini prepotenti può fare grandi danni: li fa sentire deboli e insicuri.

Bisogna spiegare ai nostri figli che in certe situazioni non si può essere passivi.

Insegnare ai bambini a difendersi non significa trasformarli in bambini prepotenti o in bulli.

Significa semplicemente fargli capire che anche loro sono sullo stesso piano dell'avversario, che non devono farsi sminuire o sentirsi deboli, perché non è così.

Purtroppo le parole non sempre bastano. E la violenza non sempre genera altra violenza.

La violenza non risolve i conflitti, ma a volte basta rispondere per le rime per disinnescare un comportamento che in altri modi non si sarebbe fermato.

Vi siete mai trovate ad affrontare situazioni di questo genere?

Come vi siete comportate?

 

 

8

Cinque anni fa nasceva mia figlia.

No, non preoccupatevi, non ho intenzione di scrivere un post mieloso e zuccherino su quanto sia cresciuta, su cosa le auguro per il futuro e, sì, anche su quanto a volte vorrei che il tempo tornasse indietro per riassaporare alcuni momenti particolari.

Oggi voglio affrontare un argomento spinoso che sta un po' sullo stomaco a tutti i genitori: la famigerata festa di compleanno.

La festa di compleanno dei nostri figli scatena accesi diverbi in famiglia.

Il dibattito parte con la decisione festa sì-festa no.

E se prima l'abbiamo sempre sfangata con la scusa che la Ninfa era ancora piccola, per cui abbiamo sempre festeggiato in casa con i parenti più stretti, quest'anno ci è risultato impossibile esimerci.

La Ninfa ha cominciato a fare confronti con le sue amiche.

"Mamma, lo sai che Tizia e Caia si sono trovate dopo l'asilo da Sempronia per fare merenda? Possiamo invitarle qui anche noi?"

"Tesoro, lo sai che sono al lavoro e non possiamo pretendere che la nonna inviti a casa sua delle bambine che non conosce neppure. Troppe responsabilità"

Inutile dire che alla lunga ci si rimane male.

Quindi quando ci ha chiesto la festa per il suo compleanno non me la sono sentita di dirle di no.

Ho sempre considerato sbagliato fare feste di compleanno fastose e megagalattiche per i bambini, che poi arrivano ai diciotto anni e chissà cosa pretendono.

CF poi è contrario a qualsiasi evento sociale che implichi invitare gente estranea alla sua cerchia.

Ma è possibile organizzare una festa di compleanno memorabile senza spendere un patrimonio.

COME ORGANIZZARE UNA FESTA DI COMPLEANNO: CONSIGLI PER MAMME NEGATE

La primissima cosa da fare è stabilire un budget che sia realistico e veritiero, vale a dire che bisogna avere in linea di massima delle informazioni riguardo ai prezzi, dalla location alla torta.

Presa la mia, ehm,  nostra decisione, ora serviva capire dove farla, sta benedetta festa di compleanno.

Escluso a priori il soggiorno di casa, visto che la nostra abitazione è abbastanza minimal.

Quindi ci siamo orientati, come fa la maggior parte delle famiglia, sugli oratori che affittano stanze a prezzi simbolici.

Sono riuscita a trovarne una libera solo per una botta di fortuna, perché chi l'aveva prenotata aveva disdetto.

"Signora, per fare la festa di compleanno a fine gennaio di solito si prenota a novembre!"

A novembre?! Ma è una festina per una bambina, mica un party per il diciottesimo della figlia di un VIP!

Risolto il problema della location, siamo passati agli invitati.

La Ninfa è stata categorica sulle persone da invitare: amiche e compagni d'asilo, per un totale di circa una ventina di bambini scatenati.

Anche qui il numero poi varia logicamente a seconda dello spazio a disposizione.

Tenete in considerazione che, a meno che non siate in strettissimi rapporti, anche i genitori dei piccoli invitati si fermeranno a festeggiare.

Per velocizzare la cosa, siccome non dispongo di tutto il tempo che vorrei, ho mandato un messaggio tramite cellulare a tutte le mamme pregandole ovviamente di confermare entro una certa data, bypassando lo step della distribuzione degli inviti cartacei.

"Non lo so, ti faccio sapere"

"Dovremmo esserci, ma sai gli imprevisti"

"Se non succede niente veniamo"

"Ho un impegno, se riesco a spostarlo volentieri"

Nella vita le certezze sono davvero poche, eh!

Quando finalmente ho avuto un numero se non definitivo quanto meno indicativo dei partecipanti, siamo passati al cibo.

CF aveva già escluso categoricamente che io mi occupassi della preparazione.

"Dai, lavori tutto il giorno quando prepari le cose?"

No, ma io lo so che in realtà è perché non si fida di me.

E fa bene: i dolci sono il mio tallone d'Achille.

Per cui ho prenotato salatini, pizzette, pasticcini, frittelle e torta in una buona pasticceria dei dintorni.

A questo ho aggiunto dei panini con prosciutto e salame, delle patatine e le immancabili caramelle.

Ho preso le bibite in un normale supermercato, pensando non solo ai bambini ma anche agli adulti, per cui sì a succhi di frutta, acqua, thè deteinato ma anche birre, spumante e bibite gasate.

A questo punto siamo passati all'allestimento vero e proprio.

Non sono una fan delle feste a tema e siccome la Ninfa non ha espresso alcun desiderio se non sulla torta ho scelto altro.

Ma sono comunque convinta che anche l'occhio vuole la sua parte.

L'allestimento per la festa di compleanno si è basata su due colori: il fucsia e il verde acido.

E' bastato prendere delle tovaglie a rotoli di una tonalità rosa pastello e giocare sull'alternanza dei due colori con bicchieri, piatti, tovaglioli, forchettine e suppellettili varie.

Per dare un tocco più chic e femminile, ho utilizzato un'alzatina e una tortiera con la cupola di vetro e delle graziose ciotoline di cristallo, oltre a piatti da portata trasparenti.

Ho disposto tutto il cibo su vassoi e piatti eliminando i cabaret di cartone, ho cosparso il tavolo di caramelle colorate e...Voilà!

Per fare una sorpresa alla Ninfa, ho  comperato un palloncino di quelli gonfiati con l'elio a forma di  numero 5 che ho appoggiato con il suo pesetto sulla tavola.

Ho messo le bibite per grandi e piccini tutte su un lato, ben lontane dal cibo, così in caso di malaugurata caduta non si sarebbe rovinato nulla.

Devo dire che la tavola così allestita ha fatto la sua bella figura, con una spesa minima e uno sforzo minimo.

Per far giocare i bambini non servono animatori: i bimbi sanno giocare benissimo senza un grande che li coordini.

Tutt'al più, in caso di emergenza, anche la mamma o il papà più negati possono proporre di giocare a ruba bandiera o giochi simili.

E' bastato uno stereo con la musica, un tavolo con colori e fogli e una marea (letteralmente) di palloncini colorati gonfiati dallo zio e dal papà per farli divertire.

Dopo il taglio della torta e la canzoncina di rito un'ipereccitata Ninfa ha aperto i regali, uno più bello dell'altro.

Siamo riusciti a convincerla ad aspettare la fine della festa per provarli a casa ed evitare che pezzi vari andassero persi nella confusione dei festeggiamenti.

Per distogliere l'attenzione dai giocattoli nuovi, ho proposto di uscire all'aperto per far volare il palloncino con il numero 5.

La festeggiata, tra cori e battimani, ha lasciato andare un po' a malincuore il suo palloncino fucsia.

Tutti i bimbi hanno seguito il volo del palloncino, naso all'aria, finché è diventato un piccolo puntino indistinguibile.

Ed è stato allora che ho tirato fuori la mia arma segreta: le bolle.

Ho comperato ventiquattro bolle da distribuire ad ogni bambino che aveva partecipato alla festa di compleanno, per ringraziarlo della compagnia e del regalo.

Nonostante il freddo, i bambini sono stati entusiasti di fare le bolle, gareggiando tra di loro a chi faceva la bolla più grande.

Per finire, quando oramai l'orario di tornare a casa si avvicinava, abbiamo dato ad ogni piccolo invitato una forchettina con cui scoppiare i palloncini rimasti.

Mai visto bimbi così felici!

Dopo aver ringraziato bimbi e genitori per la compagnia e aver sistemato e pulito, siamo tornati a casa stanchi ma grati per essere sopravvissuti alla nostra prima festa di compleanno.

4

La colazione, oramai si sa, è il pasto più importante della giornata.

Secondo le indicazioni dei nutrizionisti dovrebbe coprire il 20% del fabbisogno energetico giornaliero.

La colazione è il mio momento sacro, nel senso che rinuncerei volentieri a pranzo e cena, ma non toccatemi la colazione!

Se organizzare un menù settimanale per tutta la famiglia è incompatibile con il nostro stile di vita, mi sono detta però che con la colazione potevo anche riuscirci.

Per cui ho studiato sette tipi di colazione da proporre ai miei bambini (Cf è escluso, lui fa colazione solo la domenica...).

Entusiasta, appendo in cucina il mio menù settimanale, vergato a mano, con i sette modelli della colazione dei campioni.

Ho cominciato lunedì e, siccome il primo giorno della settimana è già tragico, ho deciso di introdurre solo un piccolo cambiamento.

Latte e cereali, quelli con la frutta dentro, anziché fette biscottate con marmellata, con aggiunta di abbondante caffè per la mamma (che, come dice mia figlia, finché non bevo il caffè non sono umana).

La Ninfa e Ringhio hanno fatto lavoro di squadra: lei ha mangiato tutti i pezzettini di frutta, lui ha mangiato tutti i cereali.

Tempo perso impiegato: quasi quaranta minuti.

Livello di isterismo della mamma: duecento su una scala da  una a cento.

Martedì quindi gioco d'anticipo e programmo la sveglia un'ora prima.

Metto sul tavolo yogurt greco con frutta fresca e frutta secca accompagnati da una bella cucchiaiata di miele.

I bimbi, che già sanno di cosa si tratta, mangiano volentieri.

Ringhio fa il bis e poi finisce quello che la Ninfa ha avanzato.

Soddisfatta, mi do una pacca sulla spalla.

Mercoledì, cioè stamattina, decido che sono pronti per il pezzo da novanta: la colazione salata.

Sul tavolo accuratamente preparato la sera prima per risparmiare tempo (sono una mamma organizzata, io!) si trovano piccoli e morbidi panini da imbottire con ricotta e prosciutto crudo, accompagnati da mandorle e spremuta d'arancia.

La Ninfa mi guarda stranita. Lentamente afferra un panino e comincia a dissezionarlo: lo apre, toglie il prosciutto che allunga fulminea al gatto il quale, come potete immaginare, gradisce, e non poco.

Poi la pupa lecca via tutta la ricotta con una certa soddisfazione ed infine passa le due metà del pane umidicce e insalivate al fratello, che in un paio di morsi le fa sparire nel suo stomaco senza fondo.

Inutile dire che Ringhio invece mangia tutto, voracemente e a tempi di record.

In viso mi si stampa un ghigno soddisfatto, mi sento la mamma migliore del mondo.

And the winner is...

La tragedia però non tarda ad arrivare.

Ringhio osserva la tavola e cerca con lo sguardo la sua tazza di latte.

"Che cosa stai dicendo, mamma?! Mica posso cominciare la giornata senza la mia tazza di latte intero microfiltrato leggermente intiepidito con aggiunta di una punta di miele. Lo sai che poi non carburo!"

Questo in sintesi quello che mi ha comunicato con uno sguardo assassino.

Io ho nicchiato mentre sparecchiavo.

Ma Ringhio è un cane da polpaccio, metaforicamente parlando: se si fissa su qualcosa non lo distogli, inutile, proprio come quei piccoli bastardi che quando azzannano non mollano più.

Ha cominciato a ronzarmi attorno.

"Mamma, non fingere di non vedermi. Voglio il mio latte".

Io ho seguitato a far finta di niente e mi sono diretta in bagno.

Lui si è accucciato sul tappetino, mentre con una mano mi infilavo la scarpa e con l'altra tentavo di non accecarmi con lo scovolino del mascara.

Il dialogo muto prosegue, spostandosi in sala, mentre faccio i codini alla Ninfa.

"Insomma, questo latte arriva o non arriva?"

Io impassibile comincio a infilarmi la giacca e poi la infilo ai pupi.

E lì parte la sirena: lacrimoni grossi come le gocce di pioggia ad agosto, quelle dure e pesanti dei temporali estivi, singhiozzi e ansimi degni di una prefica, urla strazianti da bambino agonizzante.

Ma io non cedo, che se mollo ora son perduta.

La coerenza, si sa, per un genitore è tutto.

La Ninfa mi segue in silenzio, rassegnata, mentre carico un disperato Ringhio in macchina.

"Latte, latte, latte" Una delle poche parole che sa.

"Latte, latte, latte" ripete quello, tra i singhiozzi strozzati.

Arriviamo alla materna e Ringhio non si è ancora placato.

Con la sua voce trillante, garrula, la Ninfa elargisce spiegazioni non richieste alla maestra.

"Sta piangendo perché la mamma non gli ha dato il latte per colazione, poverino!"

La maestra, dal canto suo, mi guarda come solo le maestre sanno guardare.

Io mi faccio piccola piccola e con aria colpevole tento di snocciolare una spiegazione.

"Sa, la colazione di oggi non lo comprendeva, il latte. Il menù..E' mercoledì, lei capisce..."

Mi impantano miseramente. Opto per la soluzione più ovvia.

"Scappo che è tardi!" E infilo la porta con quel briciolo di  dignità che mi è rimasta.

Poco fa la nonna mi ha informata che Ringhio ha pianto un sacco.

Le maestre non sapevano come consolarlo, non ha smesso neppure quando la sua insegnante preferita l'ha preso in braccio.

Finché la bidella  l'operatrice scolastica non gli ha allungato un cracker.

"Dica alla mamma che la colazione è importante, soprattutto per i bambini. Non si può portare qui un bambino senza avergli dato qualcosa da mangiare, almeno un goccio di latte".

Ecco, appunto.

Colpita e affondata: bollata come la mamma degenere che affama i figli.

Domani col cavolo che mi alzo prima per preparare le crepes dolci!

Da domani pane e acqua, ehm, facciamo latte che è meglio!

 

 

4

Solo ora, superati i trentacinque anni, mi accorgo di essere normale.

Solo adesso, leggendo i blog di altre mamme, di altre donne, di altre persone, mi rendo conto che le mie paure, le mie ansie, le mie fissazioni, le mie stranezze sono in realtà sentimenti comuni.

Dopo anni in cui ho fatto su e giù dalle montagne russe interiori, dopo aver sondato i recessi più bui della mia anima, dopo aver assaporato l'estasi delle vette più alte, dopo aver conquistato un certo equilibrio interiore mi dico: "Ma perché non c'era Internet quando avevo quattordici anni?"

Aprirsi con chi non ti conosce è più semplice. Non c'è il timore di essere giudicate, non c'è la paura di essere riconosciute.

C'è solo la disponibilità all'ascolto degli altri, una spalla su cui piangere, una presenza che colma il silenzio, anche se manca di fisicità.

Internet lascia spazio a tutti, è democratico, non importa come sei, importa chi sei.

O chi dici di essere, ma questo è un altro paio di maniche.

L'avessi avuto prima, quando serviva, questa maledetta Rete!

Quando gli altri mi additavano perché non mi piaceva tirare fino alle quattro di mattina, stiparmi in locali rumorosi, seguire la moda.

Ci tiene, la gente, a farti sentire anormale, sempre fuori posto, diversa.

Io l'etichetta di "strana" l'ho sempre portata, mi spetta di diritto, è una parte di eredità familiare.

Mio padre è lo "stravagante" per eccellenza, quello che, in un piccolo mondo dove tutti seguono il calcio, sono cacciatori e vanno a funghi, si è dedicato all'osservazione del cielo, alla speleologia, al volo col parapendio, alle arti marziali.

Mia madre all'inizio sembra comune, quasi non ci fai neanche caso, ma è quella che non ha esitato un secondo a sposare mio padre, a dire addio alla sua famiglia senza voltarsi indietro due volte, sempre pronta a farsi in quattro per tutti. Schiva, ombrosa, ma dal cuore grande.

La zia pazza, divorziata tre volte, con tanti amanti, tante lauree, che ha girato il mondo in autostop con il suo zaino e i suoi jeans a zampa d'elefante, quando qui da noi si usavano ancora ridicoli vestitini, che segue strane religioni spirituali, che ha studiato una tribù africana e ha discusso la tesi alla Sorbona.

Potrei andare avanti all'infinito, fino alla dodicesima generazione, ché mio papà un bel giorno ha deciso di ricostruire l'albero genealogico.

E allora via per cimiteri ad annotare i nome, via nelle curie delle chiese a leggere tomi polverosi, via nei Comuni a tentare di reperire dati ormai dimenticati da tempo. Lavoro di squadra, ovviamente.

Indovinate un po' cosa diceva la gente quando ci vedeva vagare tra le tombe con taccuino e matita in mano?

E se il nome ha qualche nesso con l'anima, il mio la dice lunga.

Sono quella strana con quel nome strano.

Ecco, questa è la mia normalità.

Perché poi tutto diventa normale,eh, la gente si fa l'abitudine a vederti con un libro sotto braccio, vestita in modo stravagante mentre insegni ai tuoi figli a parlare con gli alberi.

Perché poi tu ci fai l'abitudine, alla gente che ti guarda sogghignando e che bisbiglia alle tue spalle.

Impari a convivere con la tua anormalità.

Finché incappi in altri tuoi simili, navigando in Internet.

E ti si leva il velo dagli occhi. Finalmente capisci che tutto ha un senso.

Forse non sei tu ad essere diversa, forse sei semplicemente un tantino sfortunata perché abiti nel luogo sbagliato.

Ma se poi tutto il mondo è paese...

Meno male che c'è Internet allora!

 (Questo post partecipa al tema #cosaènormale promosso dagli Aedi digitali)

Ieri sera sono arrivata a casa in ritardo per l'ennesimo incidente

Durante il viaggio, ho tentato di rilassarmi, anche se sapevo che la Ninfa e Ringhio mi aspettavano con ansia perché avevo promesso loro che avremmo preparato la cena assieme

Una parte di me sperava che se ne dimenticassero, vista la stanchezza.

Ma una promessa è una promessa, per cui avrei fatto in modo di onorarla.

Quando sono arrivata a casa, ho scoperto con immenso sollievo che CF aveva provveduto alla cena.

Con l'aiuto dei pupi, hanno preparato qualcosa di  veloce e a portata di bambino.

Ecco qui la ricetta del manicaretto di ieri sera, giusto in tempo per la rubrica "L'uomo in cucina- ricette per veri uomini""

FUSILLI BRESAOLA E TREVISANO

Ingredienti:

30 gr.di olio EVO

1/2 cespo di trevisano ( io uso quelli a palla che mi sembrano meno amari)

1 scalogno (ma va bene anche la cipolla)

100 gr. di bresaola

1/2 confezione di panna fresca (si trova nel banco frigo ma va bene anche quella da cucina a lunga conservazione)

mezzo bicchiere di latte

concentrato di pomodoro

sale e pepe q.b.

parmigiano grattugiato

300 gr. di fusilli

Queste sono le dosi che CF ha utilizzato per me, lui e i bambini, poi regolatevi in base a quanti siete.

Procedimento:

Mettere a bollire l'acqua per la pasta (per velocizzare l'ho fatela scendere già calda, mettete un bel coperchio e salatela dolo quando sta già bollendo).

Fate buttare la pasta ai bambini quando l'acqua bolle e abbassate la fiamma.

Nel frattempo, prendere una pentola antiaderente (noi usiamo il wok che ci piace di più) e aggiungere l'olio.

Mentre il papà affettava lo scalogno, la Ninfa e Ringhio hanno spezzettato con le mani il trevisano e la bresaola.

Hanno fatto soffriggere piano lo scalogno e aggiunto il trevisano.

Dopo pochi minuti, quando era bello appassito, la Ninfa ha versato piano il latte e la panna e Ringhio ha aggiunto un cucchiaino scarso di concentrato di pomodoro (serve solo per colorare).

Regolate di sale e pepe e fate aggiungere ai bambini aggiunto la bresaola.

Dopo circa cinque minuti unite il parmigiano e  mischiate per amalgamare il tutto.

Infine scolate la pasta e fatela saltare nel wok.

Poi...tutti a tavola!!

E' inutile sottolineare che i bambini non vanno mai lasciati soli ai fornelli.

Fate anche attenzione ai coltelli (quando cucino solo con la Ninfa lei ha il suo, un vecchio coltello spuntato e non molto affilato ma che per quello che le dico di fare funziona benissimo).

Buon appetito!

Cosa ha cucinato la vostra dolce metà nell'ultimo mese? Avete voglia di raccontarmelo?

Se avete un blog, potete scrivere un post linkando il mio sito oppure potete fotografare i manicaretti preparati dalla vostra dolce metà e pubblicarli su IG o FB con i seguenti hashtag:  #luomoincucina #ricetteperveriuomini  @datemiunam.