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I bambini sono come gli uccellini: ad ogni momento aprono la bocca"

Mi ero dimenticata di questo proverbio fino a poche settimane fa, quando ho avuto l'occasione di vedere la bimba di pochi mesi di una mia amica.

La piccola apriva la sua boccuccia rosea, la punta della lingua guizzava tra le gengive ancora spoglie con un ritmo incalzante.

La notte scorsa, poi, mi sono ritrovata a pensare che esistono altre similitudini tra uccelli e bambini.

I bambini, infatti, con l'arrivo dell'autunno, migrano, proprio come fanno i volatili.

E dove se ne volano, vi starete chiedendo?

Forse  se ne vanno a svernare in qualche luogo caldo, in attesa che ritorni la primavera?

Magari fanno una capatina all'Isola Che Non C'é, seconda stella a sinistra e poi via...O era a destra?

Mannaggia, spero che abbiano più senso dell'orientamento di me.

Le migrazioni dei bambini sono molto più facili, anche se non prive di ostacoli.

Ogni bambino lo sa. Ogni bambino conosce la via che lo conduce alla sua mamma.

Ed è così che, in piena notte, sulla base di un istinto primordiale, i bambini sfidano l'incertezza del buio.

A piccoli passi, guardinghi, si fanno strada senza alcun lume per le stanze della casa.

Attraversano lunghi corridoi, schivano sedie, comodini, spigoli dei letti, si infilano con grazia felina tra le fessure delle porte socchiuse, evitano muri e giocattoli sparsi sul pavimento e giungono incolumi a destinazione.

Con un balzo lesto  atterrano sul letto, fianco a fianco alla mamma dormiente.

S'infilano sotto le lenzuola e pigolano per ottenere un abbraccio o un bacio.

Infine, con un sospiro voluttuoso, chiudono gli occhi e si riaddormentano, tranquilli e beati.

Loro.

Voi invece mentalmente tirate giù dal cielo giusto tutti i santi che conoscete, e non son pochi, visto il vostro passato (breve) da catechista.

Poi tentate di far rotolare il corpo inerme di vostro figlio - che nel frattempo avrà assunto il peso specifico del piombo- verso la schiena paterna.

Ma non appena il pupo avverte la vicinanza del padre, con uno scatto si gira e torna alla posizione di partenza.

Vale a dire che la sua manina coprirà esattamente la vostra bocca e almeno il mignolino sarà conficcato in una delle vostre narici, il gomito vi premerà lo sterno ed entrambi i piedi, ghiacciati per il contatto con le piastrelle del pavimento, si saranno non si sa come infilati sotto la maglia del vostro pigiama, provocandovi brividi diffusi.

A questo punto tenterete di spostarvi, assumendo quella che i soccorritori chiamano "posizione di sicurezza", vale a dire vi metterete sul fianco.

Così vi verrete a trovare sul bordo del letto. Vostro figlio vi si accozzerà ancor di più, abbracciandovi dietro la schiena come fanno i koala.

Ogni movimento vi sarà precluso, pena il risveglio prematuro dell'infante.

E starete lì, immobili, cercando di non battere i denti perché il lenzuolo se lo sarà tenuto tutto il bimbo.

Ma sarete felici, oh sì, davvero felici, mentre ascolterete il suo respiro e la vostra felicità diventerà tutt'uno con i rivoli di sudore che scenderanno nella zona del vostro corpo a contatto con quello del vostro bimbo.

Pelle a pelle, i respiri sincronizzati, vi godrete ogni istante, mentre un insano torpore si impadronirà dapprima della vostra mano, poi risalirà lungo il braccio ed infine si propagherà ad ogni singola parte del vostro corpo.

E quello sarà l'unica cosa addormentata che avrete.

Accoglierete con mistico tripudio la sveglia delle 5.00 che trillerà come la tromba dell'angelo, vedrete le schiere dei santi fare la ola davanti ai vostri occhi pesti, mentre il vostro amato si alzerà bofonchiando qualcosa su come ha passato male la notte.

Voi vorreste lanciargli il libro che tenete sul comodino - la Bibbia, putacaso- ma non potete raggiungerlo perché il braccio non risponde più ai vostri comandi.

Vi limitate a mandargli un sommesso "May day, may day!"  in codice Morse- tre punti, tre linee, tre punti-, battendo l'indice sulla cornice di legno del letto.

Seppur a rallentatore, seguendo la bradiposofia, il vostro partner compirà il sommo gesto d'amore che stavate aspettando.

No, non mi riferisco al bacio che può risvegliare Biancaneve o la Bella Addormentata, ma allo spostamento fisico di vostro figlio che finirà nella metà (sì, ho detto proprio metà!) del letto che fino a pochi istanti prima aveva occupato il vostro eroe.

Quindi, con un enorme atto di forza, raccogliendo le poche energie rimaste, riuscirete a rimettervi supine nella vostra metà.

Intanto che un fastidioso formicolio ridesterà i vostri arti atrofizzati, godendo del tepore dato dalla riconquista di un lembo di lenzuolo, chiuderete finalmente gli occhi, pregustando la vostra meritata ora di sonno profondo.

Ed è a quel punto che vostra figlia, seguendo il primordiale istinto migratorio che accomuna bambini ed uccelli, piomberà nel lettone, accanto a voi, anzi tra voi e vostro figlio, dando inizio allo schema fin qui illustrato.

Ma, care mamme, godetevi ogni prezioso istante del co-sleeping, perché quando i vostri bambini saranno grandi lo rimpiangerete amaramente.

Vi saliranno le lacrime agli occhi, guardando la vostra progenie ormai sedicenne uscire di casa, mentre penserete con gioia maligna: "E domani è domenica, alle cinque attacco subito l'aspirapolvere!"

E attenderete con ansia quel momento magico e mistico, esattamente come Linus, che ogni anno non smette di aspettare l'arrivo del Grande Cocomero.

(Con questo articolo partecipo al tema della settimana degli #Aedidigitali, il #GrandeCocomero)

Non ho mai festeggiato la festa dei nonni, che è entrata nel calendario ufficiale abbastanza recentemente.

Premetto che io sono una che adora festeggiare le ricorrenze, dai compleanni agli anniversari passando a quelle che spesso vengono definite "feste commerciali".

Per cui non mi sarei mai fatta scappare l'occasione di celebrare degnamente la festa dei nonni.

I nonni rivestono un ruolo molto importante all'interno delle famiglia.

Sono la memoria storica, incaricati di trasmettere valori e tradizioni alle generazioni future.

Mi pare giusto e meritevole che, in una società come la nostra dove l'età anagrafica tende a salire (e pure quella pensionabile), si renda omaggio agli anziani nella giusta maniera.

Nel nostro caso specifico, abbiamo deciso di festeggiare la festa dei nonni preparando un dolce che non avevamo mai provato, il Banana Bread.

Ora vi dico come abbiamo fatto.

Vi lascio sia la ricetta con il Bimby sia quella tradizionale, la prima più amata dalle mamme e la seconda più divertente per i bambini.

Ecco gli ingredienti per uno stampo da plumcake.

  • 2 banane molto mature (più lo sono, più il dolce viene buono perché risulta più...dolce!)
  • succo di un limone
  • 100 gr.di farina 00
  • 100 gr. di fecola di patate
  • 2 uova
  • 120 gr.di zucchero (noi utilizziamo quello di canna fine)
  • 80 gr. di burro
  • 1 vasetto di yogurt alla banana
  • 1 bustina di lievito
  • 1 cucchiaino di bicarbonato
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaino di cannella
  • frutta secca e gocce di cioccolato (facoltative)

Procedimento "versione mamma":

  • schiacciare con la forchetta le banane e bagnarle con il succo di limone per evitare che anneriscano
  • setacciare farina e fecola e aggiungere il lievito, il bicarbonato e la cannella
  • nel boccale inserire il burro e lo zucchero e azionare tre minuti, vel.3
  • aggiungere le uova, il vasetto di yogurt e il pizzico di sale e impostare un minuto, vel.3
  • versare la miscela di farine e continuare a vel.4 per due minuti
  • infine, inserire la frutta secca (noci, nocciole e pinoli) e le gocce di cioccolato (se non volete che affondino nell'impasto, infarinatele leggermente)
  • versate l'impasto nello stampo del plumcake imburrato o foderato di carta forno
  • mettete il banana-bread in forno statico preriscaldato a 180° per circa 50 minuti (come sempre, la tempistica dipende dal forno: prova stecchino raccomandatissima)
  • sfornate, fate raffreddare ed infine spolverizzate con zucchero a velo (in alternativa potete glassarlo)
  • servite a fette accompagnato da marmellata.

Nei giorni a seguire, potete scaldare leggermente le fette su una griglia o in una pentola antiaderente e servirle con burro e marmellata, proprio come fosse un pane tostato.

Versione per intrattenere i bambini:

  • setacciare farina e fecola di patate e aggiungere lievito, bicarbonato e cannella
  • schiacciare le banane e bagnarle col succo di limone
  • in una terrina dai bordi alti lavorare con uno sbattitore elettrico burro ammorbidito e zucchero finché il composto non risulterà morbido e cremoso
  • aggiungere lo yogurt, le uova e il pizzico di sale e procedere ancora per un paio di minuti
  • inserire ora le farine e proseguire per altri due minuti
  • infine mettere nell'impasto gocce di cioccolato e frutta secca

A questo punto non avete nessuna scusa per non provare il Banana Bread.

Ringhio e la Ninfa lo hanno portato ai nonni assieme a un biglietto colorato da loro e con una breve poesia allegata, un lavoretto talmente semplice che perfino una non-manualmente-dotata come me è riuscita a fare.

I nonni, che invece di ricorrenze non ne sanno molto, e quindi non se lo aspettavano, sono rimasti  davvero commossi.

Il Banana Bread è stato un successo, ma mai quanto vedere i pupi recitare la poesia ai loro amati nonni.

Buona festa dei nonni a tutti e nei commenti raccontatemi come l'avete celebrata.

 

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Oggi è una giornata un po' così, di quelle che ti lasciano una sensazione di sospensione e di irrequietezza, di non definito.

Sarà il tempo ballerino o forse quel senso di struggimento e di vuoto che mi colpisce sempre quando finisco un libro.

I personaggi che non vogliono andarsene dalla testa, le emozioni suscitate che ti rimescolano le viscere, mentre guardi sconsolata gli altri libri pensando che nessuno sarà all'altezza di quello appena finito.

Poi passa eh....

Quello che oggi voglio presentarvi è un romanzo di quelli che ti scavano dentro: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti.

 

E' uno di quei libri che non si possono raccontare, ma che devono essere letti.

Ho cominciato a leggere "Le otto montagne" con il pregiudizio che non mi piacesse, dando per scontato che fosse qualcosa di trito e ritrito.

Ho erroneamente creduto che il libro fosse un'esaltazione della montagna, scritto da un appassionato di trekking che, appunto, scala otto montagne.

Niente di più sbagliato e fuorviante!

Mi sono dovuta ricredere già dopo l'incipit.

«Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia»

Quindi niente pensieri new-age, niente filosofia in senso puro, niente "ma quanto è bello vivere a contatto con la natura".

Ho detto prima che "Le otto montagne" è uno di quei libri che sono difficili da spiegare, perché vanno "sentiti" più che letti.

La difficoltà non è data dalla trama complicata, anzi, semmai proprio il contrario: la  vicenda in sé è riduttiva e non metterebbe nella giusta prospettiva la profondità e l'aura di sacralità che permea le pagine del romanzo.

Il racconto è semplice: Pietro è un ragazzino milanese che passa le ferie estive in montagna, vicino al Monte Rosa. I genitori infatti sono appassionati escursionisti, anche se vivono i monti in modo diverso.

Durante una vacanza, Pietro conosce Bruno, un coetaneo con una vita familiare travagliata, che vive a Grana in pianta stabile.

Lo scrittore narra di come l'amicizia tra i due cresca e si sviluppi negli anni, di pari passo con l'età anagrafica.

Vedete come suona banale? In realtà non lo è affatto.

Nelle parole de "Le otto montagne" si avverte tutto l'amore e il rispetto dell'uomo verso la montagna, intesa sia in senso materiale che in senso spirituale.

"Le otto montagne" affronta il complesso rapporto tra padri e figli, tra ragazzo di città e ragazzo di montagna, tra universo maschile e universo femminile.

Il gioco su cui si basa  è il detto-non detto che permea ogni relazione.

Le donne sono le portatrici della parola, a loro il compito di rendere udibile e in un certo senso tangibile la complessità dei sentimenti.

Agli uomini invece è associato il silenzio, quello che "da voce" al mondo interiore, quello carico di significati profondi e universali, rappresentato dalla montagna stessa.

Ma il silenzio non è necessariamente sinonimo di meditazione, appunto, ma racchiude in sé significati differenti per ciascuno dei personaggi.

A mio parere è uno di quei libri che vanno conservati e che risultano carichi di significato anche letti ad anni di distanza.

 Chi impara di più?, colui che fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru? Bruno la prende a modo suo, personalizza: io sarei quello che ha scalato il monte, chiede, e tu quello che ha fatto il giro? «Pare proprio di sì», risponde Pietro.

Ecco il nocciolo della questione: alla fine chi è che impara di più?

Ultima considerazione: non vi ricorda un po' l'interrogativo del romanzo "Lamica geniale"?: quale delle due è l'amica geniale?

Come sempre, grazie a Paolo di Homemademamma, ideatrice del venerdì del libro.

 

 

Breve premessa: non mi piacciono le persone furbette.

O meglio, non mi piacciono tutte quelle persone che traggono vantaggio sfruttando gli altri, giocando sul loro buon cuore.

Capita a tutte le mamme (perché oggi voglio circoscrivere l'argomento a questa particolare categoria) di aver bisogno di un aiuto e fin qui non c'è niente di male.

Siamo umane, non siamo dei super-eroi (diffidate sempre da quelli che vi fanno credere che siate delle novelle wonder-woman, la fregatura è dietro l'angolo), per cui chiedere aiuto è lecito e doveroso.

Ma....Eppure c'è un ma.

Cosa succede quando queste richieste hanno cadenza quasi giornaliera?

Io da spettatrice assisto spesso a scene di questo tipo.

Mamma Smemorina a mamma amica comune:

  • "Oh, cavolo, mi sono appena ricordata che devo consegnare un documento importante, ma l'ufficio chiude tra poco! Ci pensi tu vero a ritirare mio figlio all'uscita dall'asilo? Poi passo a prenderlo a casa tua quando ho finito, così intanto fa merenda con i tuoi"
  •  "Cara, senti, non mi ricordavo più che avevo questo impegno precedente, per cui oggi devi proprio accompagnare tu i bambini a basket. Io non ci riesco."
  • "Tesoro, ti sto chiamando dall'auto col viva-voce naturalmente, sai, oggi che i bambini erano a musica ne ho approfittato per provare l'estetista nuovo e ora sono ingolfata nel traffico. Mi sono dimenticata che i bambini uscivano alle cinque, passi tu a prenderli, vero?"
  • "Ciao, senti, visto che vai al super mi faresti la cortesia di prendere un paio di cose anche per me? Sono andata ieri ma me le sono proprio scordate. Ti ho inviato la lista tramite whatsapp"
  • "Oh, caspita, non mi ricordavo più che oggi c'era la festa di compleanno! Puoi passare tu a prendere un regalo per il festeggiato, com'è che si chiama? Poi io ti do la mia parte di soldi a cose fatte, tanto sai che a me va bene tutto, sono una persona semplice, io!"

Tutte noi ci siamo trovate in situazioni del genere e ben venga la solidarietà femminile, soprattutto tra mamme, ma la cosa deve essere reciproca.

Invece c'è questa tipologia di mamme, che definisco Smemorine, che giocano sul fatto di non ricordarsi mai le cose.

Le prime volte fanno quasi tenerezza, le vedi lì, così, che ti sottopongono la loro richiesta con tono contrito e quasi imbarazzato, con gli occhi alla "Gatto con gli stivali", per intenderci.

E non ce la sentiamo di dire di no, non sarebbe giusto, e se ci fossimo noi al loro posto?

Quel complesso della crocerossina che deve salvare il mondo innato in ogni donna si risveglia prontamente.

Ma la dura realtà ci colpisce poi come un pugno nello stomaco quando capiamo la vera natura della Mamma Smemorina.

Perché, nella maggior parte dei casi sono solo delle madri che non hanno voglia di assumersi impegni e quindi delegano volentieri qualsiasi incombenza (e a volte pure fisicamente i figli) ad altre mamme.

Il colmo dei colmi è che nella mia breve frequentazione (anzi, per meglio dire, nella mia veste di spettatrice) di suddette genitrici ho riscontrato che nella maggior parte dei casi non lavorano nemmeno.

Però si sentono in diritto di sfruttare (perché solo così si chiama il loro comportamento) le altre madri.

Le quali, poverette, un po' per pena verso i figli delle Smemorine e un po' per non sfigurare con le altre mamme, spesso si prestano al gioco.

Il solo assistere a questo tipo di prevaricazione mi fa andare fuori dai gangheri.

Una volta, due volte, tre volte ci può stare. Ogni santo giorno facendo a turno con le mamme della cerchia no.

La mamma Smemorina è un flagello della natura, è come un parassita che rovina le piante e come tale va trattata.

Imparate a riconoscerle e a star loro alla larga, specialmente se siete già oberate da impegni vostri.

Vogliatevi bene e imparate a dire "No!". Sopprimete la crocerossina che alberga in voi.

Oppure cominciate a renderle pan per focaccia e vedrete che in quattro e quattr'otto si eclisserà per andare a impestare altre mamme.

 

 

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I bambini ci stupiscono sempre.

E' la frase -se vogliamo anche scontata- che si è affacciata timidamente nella mia mente ancora ottenebrata dal sonno quando stamattina ho lascito i pupi al pre-scuola alle 7,30.

I bambini ci stupiscono con le loro azioni, i loro pensieri, i loro comportamenti che differiscono da come noi avevamo pensato che potessero agire.

Per dire, avevo pensato che Ringhio avrebbe avuto problemi con l'inserimento alla materna, invece è entusiasta di andare all'asilo e non ha versato neppure una lacrimuccia, contrariamente all'adulta grande e vaccinata che si ritrova per mamma.

Ora, subdolamente, se voglio fargli fare qualcosa lo ricatto: basta che dica "domani non vai all'asilo" che Ringhio esegue prontamente qualsiasi ordine. Sì, lo so, non è educativo, ma che ci vuoi fare. E' sopravvivenza, baby!

I bambini mi lasciano esterrefatta quando si comportano in maniera più matura di quanto sia lecito aspettarsi.

La Ninfa l'estate scorsa ha fatto una lavanda gastrica in ospedale perché pensavamo si fosse ingoiata un paio di pasticche di Tachipirina 1000 (non era accaduto, ma nel dubbio...).

Dottoresse ed infermiere le hanno spiegato cosa dovevano fare, l'hanno mummificata con un lenzuolo per farla stare immobile e le hanno ficcato un tubicino giù nello stomaco, pompando acqua che poi aspiravano.

Insomma, rabbrividisco ancora ora che ci penso. Lei invece attenta e serafica, non si è mai lamentata, non ha mai pianto e ha perfino salutato tutti prima di andarsene.

Se penso che invece a volte mi fa certe scene per farsi mettere un cerotto...

I bambini mi lasciano sempre senza parole per l'ostinazione e la caparbietà con cui si impegnano a fare ciò che si mettono in testa di fare, che sia infilarsi le scarpe o infilare un cd nel lettore spento di papà.

Nella mia breve esperienza di madre ho imparato che i bimbi sono imprevedibili: quello che un giorno va bene, il giorno dopo no.

Sono volubili, incostanti e non lineari nel loro comportamento.

"Amore, stasera la mamma ti ha preparato la pasta al ragù"

"Non la mangio, non mi piace la pasta così!"

"Ma tesoro, ieri hai detto che la volevi!"

"Ieri mi piaceva, ma oggi non mi piace più!"

Destabilizzante, non trovate?

Ma allo stesso tempo sono esseri estremamente abitudinari, amano la loro routine.

Salvo poi reagire in modo imprevedibile e irrazionale anche nelle azioni che compiono ogni santo giorno: se la sera prima lavarsi i denti non era un problema, la sera seguente assume i toni di una catastrofe.

E noi genitori siamo lì, a spiare le loro reazioni, a tentare di prevedere come si comporteranno, come se fossero una banalissima equazione matematica da risolvere: se ieri a+b=c oggi...

Oggi no, perché "il bimbo è mobile qual piuma al vento muta d'accento e di pensiero", parafrasando il "Rigoletto".

I bambini mi stupiscono sempre perché sanno trovare mille più un motivo per ridere ogni giorno, ma anche per piangere e per arrabbiarsi.

Ma soprattutto mi sconcerta questo: se siamo tutti d'accordo che i bambini sono esseri imprevedibili anche nella loro prevedibilità, perché continuiamo a pretendere di sapere come reagiranno in una determinata situazione?

Del tipo, "Non esco la sera a mangiare con mio figlio, perché so troppa confusione lo innervosisce".

Ma lo sai perché hai provato quando aveva due mesi e pensi che valga ancora anche se ha due anni?

"Mio figlio è un tipo tranquillo, gli piace giocare con il suo pupazzo seduto sul tappeto"

"Ma....Non è lui quello che sta penzolando dal quadrato svedese a testa in giù? Sembra che si diverta un mondo!"

Dai, ragazze, ammettiamolo: pensiamo di conoscere i nostri figli mentre in realtà non li conosciamo affatto.

Quel che è certo con i bambini è che la vita è imprevedibile: da un nonnulla può nascere una catastrofe, mentre un problema si può dissolvere come una bolla di sapone.

Ed in fondo in fondo è proprio questo che rende magici i bambini agli occhi degli adulti: loro hanno il potere di stupirci ancora più degli effetti speciali o dei colpi di scena di un film.

Con loro non corriamo il rischio di annoiarci o di stufarci, semmai il contrario.

I bambini ci stupiscono e la loro imprevedibilità a volte ci fa saltare i nervi, ci fa impazzire, tira fuori il Mr. Hyde che è in noi.

Ma va bene così: non sono loro a essere "sbagliati", siamo noi adulti che come sempre pretendiamo di cucire addosso ai bambini il nostro metro di valutazione della realtà, scordandoci appunto che sono...bambini!

E se provassimo noi a cambiare il nostro punto di vista?

 

 

Questo fine settimana sono arrivate le prime piogge e le temperature sono finalmente scese.

Secondo quanto dicono gli esperti, ci siamo definitivamente lasciati il caldo africano alle spalle.

Che poi, correggetemi se sbaglio, ma tutti gli anni ci fanno credere che quella che stiamo vivendo sarà l'estate più calda del secolo e che l'inverno che arriverà sarà l'inverno più freddo di sempre.

Al di là di queste veri o presunti pronostici, è indubbio che sabato faceva freschino.

Le basse temperature hanno ridestato una fame lupina nei membri della mia famiglia, per cui, vista la situazione della dispensa, ho mandato l'uomo a far provviste mentre io ed i pupi ingannavamo l'attesa tra le mura domestiche sfoderando tutta la nostra creatività (leggi: io tentavo di intrattenere due bambini scatenati proponendo loro diverse attività ludiche più o meno educative).

CF, incurante della pioggia battente, senza un ombrello a ripararlo, è tornato tutto zuppo (perché gli uomini duri non usano ombrelli e affini, salvo poi frignare e piagnucolare alla comparsa di raffreddori e febbriciattola).

La sua incursione nell'ipermercato di zona ha dato i frutti sperati. Tutta la roba della lista è stata diligentemente acquistata,  al grido di "forza ragazzi, nessuno verrà lasciato indietro!"

In aggiunta l'uomo di casa, orgoglioso come un cacciatore primitivo, ha mostrato alla sua famiglia due belle confezioni di carne non prevista.

"E cosa ci facciamo con tutta questa carne?" ha chiesto Priscilla, interrogandolo con lo sguardo.

"Adesso vedrai!" ha ruggito CF, sfoderando dalla busta ecologica e riutilizzabile il suo asso nella manica.

"Ohhhhhh" hanno esclamato i bambini, contemplando meravigliati una bellissima palla di....cavolo bianco.

"E cosa ci facciamo con tutto quel maiale e un cavolo bianco?" ha ribadito Priscilla, pedante.

"Come cavolo bianco?! Non era mica una verza?" trasecola CF, preso in contropiede.

CF si guadagna uno sguardo di velata disapprovazione da parte della compagna. Del resto, si sa, l'uomo è cacciatore non raccoglitore.

"Qualche cosa ci farai ugualmente, lo so. Io ho fiducia in te". Sguardo ammaliante di Priscilla, che farebbe ogni cosa pur di non cucinare questo sabato sera.

E CF, investito da cotanta responsabilità, da uomo che ha sulle spalle non una, non due, non tre ma ben sei bocche da sfamare oltre alla sua (avendo invitato una coppia di amici con figlioletta a cena da noi), si barrica in cucina.

Ora, non so voi, ma io quando CF fa così tremo in ogni fibra del mio essere. Solitamente, dopo le mirabolanti prestazioni del mio compagno ai fornelli, io passo ore della mia vita a ripulire una cucina che sembra un campo da battaglia.

"Guarda che poi pulisci tu, io ti ho avvisato!" urlo giocando d'anticipo.

Mi giunge un grugnito che voglio interpretare come un assenso.

E stavolta CF ce la fa, a stupire e deliziare tutti i palati, bimbi compresi.

Come? Ma con questa ricetta facilissima, battezzata "Parente alla lontana della cassoeula".

Ingredienti per dieci persone (perché eravamo in quattro adulti e tre bambini, ma da noi vige la massima melius abundare quam deficere) per cui:

  • 1 palla di cavolo bianco bella grossa (peso non pervenuto)
  • venti costine di maiale
  • 4 salsicce
  • 2 salamelle tipo luganega
  • una cipolla
  • due carote
  • due gambi di sedano
  • brodo di carne
  • vino bianco
  • sale
  • pepe
  • olio evo e burro

Procedimento:

In una pentola molto grande far soffriggere con burro e olio cipolla, carote e sedano tagliati fini. Prima che la cipolla annerisca, aggiungere un mescolino di brodo.

Quando il liquido sarà quasi del tutto evaporato, disporre la carne, se possibile alternandola, nella pentola. Far rosolare per cinque minuti la carne rigirandola e poi sfumare con abbondante vino bianco.

Quando il vino sarà evaporato, ricoprire la carne con il cavolo bianco tagliato a listarelle fini.

Coprire con un coperchio e lasciar appassire il cavolo per una decina di minuti. Scoperchiare e mescolare energicamente.

Aggiungere due mescoli di brodo, rimettere il coperchio e proseguire la cottura a fuoco basso.

Il trucco sta nel continuare a tenere la preparazione ben umida e aggiungere brodo quando necessario.

Dopo circa una mezz'oretta assaggiare e regolare di sale e pepe.

Il risultato dovrebbe essere una carne molto tenera con un intingolo favoloso, bello cremoso che ben si accompagna a polenta o purè di patate.

Perfino i bambini, che non amano il cavolo, l'hanno mangiata volentieri.

Se dovesse avanzare, niente paura: potete conservarla in frigo per il giorno dopo o congelarla, seguendo le opportune regole.

Direi che CF è stato abbastanza abile a riparare ad un errato acquisto.

Voi cosa fate quando vi succede di comperare un ingrediente sbagliato? Lo conservate per utilizzarlo in seguito o cercate di farvelo andare bene?

Attendo i vostri racconti.

Buon inizio settimana!