Una sera qualsiasi di una giornata d'autunno come tante.

Ingolfata nel traffico mentre torno a casa dal lavoro, la voglia di farmi una doccia bollente e di svenire sul divano come unica compagnia.

Si procede a passo d'uomo, prima-seconda-fermi, prima-seconda-fermi.

La coda scivola lenta giù per la valle, mentre inganno il tempo canticchiando vecchie canzoni, persa tra le note malinconiche di ciò che passano alla radio.

Prima-seconda-fermi. Ma stavolta non si riparte. Capolinea. E a me, ovviamente,  scappa la pipì - perché queste cose capitano sempre nei momenti peggiori, eh?-

Con una rapida manovra che sorprende il motociclista che stava arrivando a velocità sostenuta -per andare dove, poi, che è tutto bloccato?-, mi tolgo dalla strada e parcheggio in una piazzola con annesso bar.

Bar uguale bagno e soprattutto uguale caffè, che non fa mai male, almeno a me.

Decido di prendermela comoda, tanto la coda non sembra procedere.

Mi siedo al tavolino, pronta a godermi il mio bell'espresso.

-Ciao, posso farti compagnia?

Non ho bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi è.

La vedo benissimo con gli occhi della mente, la testa lievemente reclinata di lato, i capelli lunghi e scuri che le ricadono sulla guancia, la bocca perfettamente truccata.

Non aspetta la mia risposta. Come allora, si siede e basta, accavallando le gambe ossute che sembra fatichino perfino a sostenere il peso delle eleganti scarpe con i tacchi.

Il suo profumo -sempre lo stesso, fondo dolce con note speziate-, la sua erre appena arrotondata, il suo tono tanto calmo e suadente.

"L'ipnotismo di un serpente", mi viene da pensare di colpo.

Le guardo le mani, l'unica cosa diversa in lei. Ora sono curate.

Ha smesso di mangiarsele fino all'osso.

"Chissà dove sfogherà tutte le sue energie negative ora".

Ma in realtà non voglio saperlo. Non mi interessa più. Ha smesso di importarmene tanto tempo fa, in effetti.

Lei nota il mio sguardo e si tira più giù le maniche del cardigan, un riflesso condizionato, quasi come se l'avessi colta in flagrante.

Non serve. Niente finzioni, niente menzogne, tra di noi.

Ambedue sappiamo benissimo cosa si nasconde là sotto, nella zona dove le commesse ti fanno provare il fondotinta.

Io c'ero e non ho dimenticato.

E' un attimo, ma basta. Mi basta.

Così con un atto di forza poco consono per me prendo le redini del discorso, prepotentemente, senza alcun tatto.

- Vedo che stai bene, ma soprattutto vedo che non sei cambiata affatto.

Lo interpreta come un complimento e la sua bocca si allarga in un sorriso, le fossette così familiari sulle guance incavate.

Prima che ricominci a parlare, la blocco decisa con un gesto perentorio.

- Ascoltami, per favore.

E' tanto che non ci sentiamo, sicuramente avrai molte cose da raccontarmi, magari le ho anche io.

Il fatto però è questo: negli anni che non ci siamo sentite, ho capito finalmente che la mia vita ha perfettamente senso anche senza di te.

Non sei come un pezzo di puzzle che completa l'immagine, non mi sei indispensabile, senza di te io sto bene.

E credo che la stessa cosa valga anche per te.

Sicuramente hai trovato altre persone più in sintonia con te, con la te stessa di adesso.

Anzi, no, con la te stessa di sempre, perché tu non sei cambiata affatto, sono io ad essere diversa adesso,nella strada che ho scelto, ma soprattutto nel mio modo di sentire e di vivere la vita.

Hai sempre detto tu per prima che i rami secchi vanno tagliati così che l'albero possa utilizzare la propria energia vitale in modo più razionale e mirato.

Ecco, è arrivato questo momento, anzi, in realtà l'abbiamo già fatto, questo è solo un istante casuale in cui ci siamo trovate nello stesso tempo ad occupare lo stesso spazio.

Io ti ho lasciato andare, anni fa, quando tu hai cominciato ad allontanarti da me.

Ed è stato proprio allora che ho smesso di essere il tuo satellite, di girarti attorno e di riflettere la tua luce.

Non è stato facile, questo no, ma ho cominciato a capire chi ero, chi potevo e volevo essere.

Ho utilizzato la mia vitalità per me, non più per te.

Ho impiegato il mio tempo per fare ciò che volevo fare realmente, non per fare ciò che poteva far star bene te.

Ho smesso di essere il tuo bilanciere, il tuo grillo parlante, la tua spalla su cui piangere.

Ho capito che tu non sei una mia responsabilità, perché l'amicizia non implica necessariamente che uno si faccia in modo automatico carico della felicità dell'altro, sempre e comunque.

Sono consapevole della contropartita: una persona con i tuoi talenti e le tue doti non l'ho più incontrata, il feeling che c'era tra di noi non l'ho più provato con nessun altro.

Ma le cose sono andate così ed io non ho rimpianti.Il gioco non valeva la candela.

Fatti un favore: lasciami andare, faccio parte del tuo passato e non hai bisogno di me né nel tuo presente né nel tuo futuro.

Sono un ramo secco oramai, da cui non puoi più attingere nulla.

Non sto dicendo di dimenticare o rinnegare quel che c'è stato anni fa, ma è ora di andare avanti.

Lasciami andare, perché stare con te non mi provoca gioia, ma neppure dolore.

Senza di te mi sento sollevata e libera, mi sento più...me stessa.

Non ho più paura del telefono che squilla a tarda notte, non ho più paura di trovarti stesa esanime sul pavimento di casa tua o di doverti raccogliere nel camerino di un negozio perché sei svenuta dalla fame mentre provavi quell'abito così carino.

Lasciami andare perché io non sono più disposta a rivivere tutto questo.

Il tuo narcisismo esasperante è una brutta bestia che si ripercuote  in centri concentrici su tutti quelli che ti stanno vicino"

Mi osserva, occhi grandi e profondi. Non c'è tristezza o disagio, non c'è rabbia o dolore, forse solo le antiche vestigia di un affetto lontano.

-Grazie! Sai che non amo fingere-

Le parole volano via leggere dalla sua bocca.

Barcollando appena sui suoi trampoli all'ultima moda, la borsa di Armani in spalla, esce da locale.

Quel che mi rimane di lei è la scia del suo profumo e il suo caffè da pagare.

Risalgo in macchina e mi rimetto in coda, paziente.

Seguo il traffico, consapevole che il momento del decluttering è stato davvero catartico.

"Does it sparks joy?"

Stare con lei, di gioia, non me ne dava più, inutile riprovarci.

Certe cose finiscono e basta.

Penso a Marie Kondo, alle sue parole: "Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti".

Sono certa che non si riferisse solo alle cose, la Marie.

Ed io di ripensamenti, in questo caso, non ne ho.

Sono libera, consapevole di essermi definitivamente lasciata alle spalle un grosso peso, una parte ingombrante del mio passato.

Ma la mia vita ora può continuare e credo sarà più fulgida ed appassionante di prima.

Questo post partecipa al tema #fantasmi #decluttering proposto dagli #aedidigitali. Se vuoi saperne di più, trovi tutto qui.

 

  • "Ogni scarrafone è bell'a mamma soja", ossia ogni bambino è bello per la sua mamma. E il suo papà. E la sua nonna.

Le nonne (che se le scomponiamo non sono altro che  mamme all'ennesima potenza), portano avanti una loro personale crociata: dimostrare al mondo, in particolare alle altre nonne, che i loro nipotini sono "i più".

I più cosa? I più belli, bravi, intelligenti, furbi, straordinari, magnifici, obbedienti, perfetti bambini sulla faccia della terra.

Ho visto cose che voi mortali....

Nonna 1: "Pensa, il mio nipotino di nove mesi sta già imparando ad andare in bicicletta".

Frase pronunciata mentre il pupo tenta di mantenersi in precario equilibrio posando una mano sulla catena lorda di grasso e l'altra sul pedale infangato della vecchia Legnano del nonno.

Nonna 2:" Ah, ma guarda, non per fare paragoni, neh, ma il mio a soli 13 mesi fa discorsi da adulti".

Il tutto proferito con convinzione mentre il rampollo biascica "Aoao nga" sputacchiano qua e là, nel tentativo ben riuscito di imitare il nonno quando cerca di dire qualcosa senza la dentiera.

Nonna 3: "Ma pensa, il mio bambino è sveglissimo, sa già fare la pipì fuori dal pannolino", mentre il nipotino, sfilatosi il pannolino con una mossa alla Houdini, annaffia giovialmente il piede calzato in una comoda Valleverde della Nonna 1.

Pare che la vecchiaia non abbia minimamente scalfito la corazza delle fu-mamme, ma in qualche modo l'abbia resa addirittura più dura.

Se già la guerra fra mamme è estenuante, immaginatevi che grossi guai può fare quella tra nonne!

Nonna A alla figlia: "Dovresti prendere in considerazione l'idea di un soggiorno all'estero per tuo figlio. Le lingue, si sa, sono importanti"

"Ma mamma, non ti pare un pò presto? Ha solo due anni, magari quando sarà più grandicello..."

"Ma guarda che la nipotina dell'Adalgisa, che è coscritta del tuo, sa già parlare il francese"

"Sì, mamma, ma la sua mamma è Belga"

Nonna B alla nuora: "Lo so che non dovrei intromettermi, che la figlia è vostra, ma è questo il momento giusto per iscriverla a danza. A quest'età sono così flessibili e hanno già il senso del ritmo", mentre guarda con occhi sbarluccicosi la nipotina di sette mesi portarsi elegantemente il piedino sulla fronte.

E via, novella Giovanna d'Arco, la nonna passerà il suo tempo a difendere a spada tratta la sua progenie, sbandierando ai quattro venti i progressi (tali o presunti) dei nipotini come se non ci fosse un domani.

Salvo poi che il domani arriva e anche i bimbi crescono e da innocenti creature si trasformano nei figli di Satana.

Nonna 1 "Ah, mio nipote ci sta facendo tribolare! Ha compiuto 15 anni e pretende di uscire il sabato sera e di rientrare a mezzanotte"

Nonna 2 " Pensa invece che mia nipote, te la ricordi quella tutta coi boccoli biondi che sembrava un angioletto, si è rasata  e va in giro con lo smalto nero sulle unghie"

Nonna 3" Ah, dove andremo a finire! Avete saputo della nipote dell'Adalgisa? Adesso l'è andata in Francia a fare uno "stage" e sta via per un anno"

Nonna A: "Sì, però, ghe l'aveo detto all'Adalgisa: "mogli e buoi dei paesi tuoi", altro che Belga!

 

 

Nascere femmina ai giorni nostri è un bel guaio.

Una donna di questi tempi è schiacciata dalla pressione sociale: deve essere curata dalla punta dei piedi alla punta dei capelli, deve essere magra, deve essere simpatica, intelligente e anche ambiziosa.

In ambito lavorativo, deve dimostrare di valere più della controparte maschile, benché raramente venga retribuita allo stesso modo.

In ambito familiare, ci si aspetta che le donne seguano tutto, dalle mansioni familiari all'educazione dei figli e pure a quella dei cani.

E il mondo femminile china la testa e si adatta.

A mala pena accetta l'intrusione degli uomini in determinati campi.

Mi ricordo la conversazione ascoltata per caso al parco, tra due papà.

"Sai, mia moglie ci ha provato con questa cosa che devo aiutarla con il bambino. Ma io l'ho messa subito a posto: la prima volta che mi ha dato F. da cambiare perché aveva fatto la cacca, accidentalmente ho fatto cadere il pannolino sul pavimento. Lei mi ha detto che sono una frana, ha pulito F. e il pavimento e da quel giorno non mi ha chiesto più niente"

Povera mamma di F.!

Avrebbe dovuto dire a suo marito che gli incidenti succedono, che si impara dai propri errori, per cui forza e coraggio! Pulisci il pupo e il pavimento e la prossima volta andrà meglio.

Sento ancora madri che piuttosto che lasciare i neonati ai loro partner si taglierebbero una mano, donne che pensano che i mariti siano soltanto in grado di buttare la spazzatura.

Sono le donne le peggiori nemiche di loro stesse.

Perché accettano di sentirsi dire: "Beata te che hai un marito che stira!", mentre non ho mai sentito un uomo dire ad un altro uomo: "Quanto sei fortunato, tua moglie ti stira le camice!"

La storia che le donne sono multitasking è stata un avera fregatura. Un complimento tanto vero quanto insidioso.

L'evoluzione ha costretto le femmine della nostra specie a fare da sole più cose contemporaneamente. Il prossimo passo saranno, come minimo, un paio di braccia in più.

(mettere immagine di dea kalì)

La grande trovata delle donne multitasking ha di fatto legittimato gli uomini a scaricare addosso al gentil sesso una miriade di responsabilità in più.

E le donne, invece di ribellarsi, si sentono perfino lusingate.

E si producono perfino dei film su quanto la popolazione femminile sia in grado di fare tutto da sola. (mettere immagine ma coma fa a fare tutto da sola)

Poi ci si interroga sul perché le donne, soprattutto le mamme, siano affette da delirio di onnipotenza.

Marciamo al grido di "Posso farlo!", quando sarebbe invece importante chiarire che "Posso farlo, ma non voglio né devo per forza farlo".

Che non vuol dire diventare lavative o pigre. Significa semplicemente riconoscere che, anche se ho le capacità per farlo, non sono l'unica in grado di compierlo.

Per cui largo a chi ci può dare una mano, mariti, partner, nonni, tate e quant'altro.

La parità si basa sul fatto che le donne per prime devono imparare che non sono dee scese in terra, super-eroi dai poteri straordinari, che avere la capacità di fare più cosa contemporaneamente non vuol dire necessariamente essere moralmente obbligate a farle.

La parità ci sarà quando vedremo un uomo che, senza imboccature o richieste più o meno esplicite, farà le polveri con il piumino o stenderà il bucato.

O semplicemente deciderà in maniera libera e autonoma di fare il casalingo, senza per questo sentirsi una mosca bianca perché la moglie lavora e mantiene la famiglia.

La parità ci sarà quando una madre che lavora non sarà costretta a chiedere il part-time per seguire i propri figli o a decidere se lavorare o fare la casalinga, o scegliere più o meno liberamente di lavorare da casa.

La parità ci sarà quando un bambino potrà sentirsi libero di pettinare una bambola o di andare a danza senza che l'intero parentado, dal cugino alla bisnonna, facciano congetture sulla sua futura virilità.

Questo sarà il giorno in cui la festa della donna potrà essere celebrata senza sembrare una festività commerciale.

E mi auguro che in un futuro non troppo lontano mia figlia possa ricevere una mimosa senza chiedersi se sia meritata o meno.

 

 

1

Martina, chi è?

Domanda lecita per chi capita in casa nostra in questo periodo  e si trova ad assistere a scene di questo genere.

SCENA UNO:

"Mamma, perché mi hai dato solo due caramelle?"

"Una per te e una per Ringhio"

"Ma come, ti sei dimenticata la Martina?"

"Scusa cara, eccotene un'altra"

SCENA DUE: 

"A tavola, è pronto!"

"Papà, e dove mangia la Martina?"

SCENA TRE:

"Ringhio, tirati su! Non vedi che stai schiacciando la Martina?"

La nostra famiglia si è allargata. Da qualche giorno è arrivata Martina, la sorella della Ninfa e Ringhio.

No, non è frutto di una relazione precedente di CF con un'altra donna. E neanche di una relazione parallela alla nostra.

E no, non è neppure figlia mia, credo che mi ricorderei di avere avuto un terzo parto. Si sa, non son quisquilie che si dimenticano così, dall'oggi al domani.

Martina è la sorella immaginaria della Ninfa, che a volte assume le sembianze di una bambola.

Anche se è invisibile agli occhi dei più.

Martina, o meglio, "la Martina" è oramai di fatto una di noi.

L'altra volta la Ninfa mi ha chiesto: "Mamma, quanti figli hai?"

"Due, te e Ringhio"

"No, mamma, tre. C'è anche la Martina."

La Martina è chiacchierona, fa delle battute divertenti, almeno a quel che dice la Ninfa.

Le due giocano sempre insieme.

Ogni tanto Ringhio vuol partecipare, salvo poi essere messo da parte quando si dimentica di trattare la Martina come una bambina in carne e ossa.

Ma la Martina è anche tremenda.

"Tesoro, perché la tua giacca è sul pavimento e non sull'attaccapanni?"

"Non sono stata io, è la Martina che l'ha buttata a terra."

"Amore, perché Ringhio piange?"

"Perché la Martina gli ha dato un pizzicotto"

Credetemi, se avere due figli è già un bell'impegno, averne tre (anche se una immaginaria) lo diventa ancor di più.

E se all'inizio può essere simpatico e anche divertente, a lungo andare stanca.

"Perché la Martina non dorme nel suo letto ma dorme con voi?"

"Ma no, la Martina sta dormendo nel suo letto, non vedi?"

"Mamma, non dirmi le bugie! Vedi un altro letto in questa camera?"

Si creano situazioni surreali, ingarbugliate, ingestibili.

Non sono preparata a fronteggiare una sorella immaginaria.

Nemmeno un amico immaginario.

Io non ho mai avuto amici immaginari.

Immaginavo di avere degli amici, ci giocavo, ma poi basta. Ad una certa ora tutti a casa loro.

La Martina invece è onnipresente. Non riusciamo neanche a dimenticarla accidentalmente nel parcheggio del supermercato.

Parlando di questo con persone che ne sanno più di me, ho scoperto che secondo gli psicologi più del 60% dei bambini crea una relazione solida con un compagno immaginario che vive solo nella loro fantasia.

L'amico immaginario può essere umano ma anche essere un animale, un cartone animato, un supereroe con poteri speciali o un personaggio famoso.

Per cui la Ninfa entra di diritto in quel 60% di bambini dai due agli otto anni che si inventano un compagno di gioco.

Niente problemi strani, niente paranoie del tipo "Oddio chissà che trauma sta attraversando. Sono una madre demmerda sicuramente è colpa mia!"

Keep calm e respira, amica mia!

Pensa, molti studi hanno dimostrato che non sono i bambini più timidi o solitari ad avere un amico "fantasma", ma sono -udite udite!- bambini spigliati con grandi capacità di socializzazione e di negoziazione,  capaci di ascoltare,  ragionare e discutere di ciò che sta più a cuore. E' segno di una straordinaria capacità creativa.

Avere un compagno immaginario arricchisce la vita del bambino, lo aiuta a crescere e a conoscersi. In questo modo lo mette in grado di capire meglio gli altri, sviluppa l'empatia e le relazioni sociali.

Ci sono molti motivi per cui si inventa un compagno di fantasia. A volte l'amico immaginario ha capacità o super poteri che il bimbo vorrebbe avere, a volte è immune alle paure stesse del bambino, come la paura del buio. Altre volte è un compagno fedele a cui si confidano i segreti più intimi.

Qualunque sia il motivo, sappiate che non c'è nulla di cui preoccuparsi.

State al gioco se il bambino lo chiede, senza forzare la situazione.

Nel mio caso: ok a mettere un coperto in più a tavola visto che la Ninfa l'ha chiesto, ma non si deve coinvolgere la Martina in situazioni abituali di nostra iniziativa.

E sapete qual'è la cosa buffa?

Che io mi sono preoccupata, magari anche un filino colpevolizzata, salvo poi scoprire che i bambini sanno di giocare, anche se per loro il gioco è un affare serio.

E quando l'amico immaginario non servirà più, svanirà da sé magicamente, come magicamente era apparso.

Dunque, se la Ninfa è autorizzata ad avere una sorella immaginaria, posso avere anche io un compagno immaginario?

Possibilmente bello, sensibile, galante, servizievole, intelligente, divertente, passionale, socievole, allegro, avventuroso, premuroso.....

 

 

Viva le maschere!

Carnevale si avvicina ed è tempo di pensare a come travestirsi.

I bambini adorano i travestimenti e il gioco del "facciamo finta che" tira tantissimo.

Ma non sono gli unici a giocarci. Gli adulti lo fanno quotidianamente.

C'è chi è più abile e chi meno, chi lo fa consapevolmente e chi invece non se ne accorge neanche.

Tutti noi portiamo una maschera.

Ci sono fior fiore di studi psicologici e antropologici sul ruolo della maschera e dei travestimenti nella storia dell'umanità.

Indossare una maschera è spesso sinonimo di falsità, di ipocrisia.

Ma per me no. Per me vuol dire mostrare un aspetto della propria personalità.

Siamo come diamanti, con tante facce. Nessuno può vederle tutte in usa sola volta. Le maschere portano a galla gli aspetti tipici di quel lato del diamante.

Io sono una mamma, ma sono anche una compagna, una figlia, un'amante, una sorella, un'amica...

Sono quindi una persona falsa?

Penso semplicemente che a seconda della situazioni in cui ci troviamo e a seconda delle persone con cui stiamo emerga un tratto preciso di me.

Sono consapevole che certe maschere, sfortunatamente, siamo obbligati ad indossarle, che ci piaccia o no.

La società ce lo impone e nella vita solo chi si adatta sopravvive. E' la legge della jungla.

Per cui falsamente continuerò a rispondere: "Bene, grazie!" a chi mi chiederà come sto.

Continuerò a sorridere e a essere gentile con i miei colleghi e il mio titolare sul posto di lavoro, perché un sorriso costa meno di un litigio.

Andrò avanti ad essere paziente con le altre mamme super-brave-super-fighe-so-sempre-tutto-io.

Proseguirò ad essere comprensiva, nonostante certi atteggiamenti non mi vadano sempre a genio.

Come dicono i Queen:

" The show must go on,
The show must go on, yeah
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on"

Allo stesso tempo però faccio di tutto per essere me stessa, senza sterili crociate contro la società.

Seguo le miei idee, i miei valori e cerco di adattarmi al contesto in cui vivo.

Senza snaturarmi, senza perdere di vista il mio centro.

Perché arrivare a conoscere se stessi è un percorso lungo a volte tutta la vita.

Per cui....Giù la maschera!

Cerchiamo di capirci, non vediamo sempre e solo i nostri difetti, le nostre mancanze, i nostri sbagli.

Accettiamo il fatto che non siamo perfette, vogliamoci bene per quello che siamo.

E impariamo a non giudicare gli altri in base alle maschere che indossano.

L'apparenza inganna, l'abito non fa il monaco, un libro non si giudica dalla copertina...

Quindi, visto che siamo ancora a inizio anno, come buon proposito per il 2017 mi impegno ad appendere al chiodo più frequentemente  la Maschera da Santa Maria Goretti che negli ultimi mesi  mi porto troppo addosso (sia mai che poi mi resti appiccicata per sempre come in "The mask").

Malefica

E a Carnevale resta il fatto che io mi travestirò da strega. Cattiva. Tipo Malefica o Grimilde. Quelle dei film. Che se poi per (s)fortuna rimango così mi va pure bene...

La strega cattiva di Biancaneve....

 

Quando si diventa mamme il tempo che dedichiamo a prenderci cura di noi stesse viene rosicchiato da mille altri impegni.

Spesso ci troviamo in situazioni tali per cui ficcarsi sotto il getto dell'acqua per dieci secondi netti viene definito "doccia".

A volte già solo trascorrere qualche minuto sole in bagno, con una porta chiusa che ci divide dal mondo esterno (e dai nostri figli, soprattutto), diventa il paradiso.

Sfogliando una delle tante riviste che di solito reperite nei bar o dalla parrucchiera, mi sono imbattutta nell'ennesimo articolo sulla cura della pelle. "Skin care perfetta in dieci minuti".

Dunque la domanda mi è sorta spontanea: ma quanto tempo dedica normalmente alla cura di sè una mamma?

Secondo i suggerimenti di questi tabloid, ecco come dovrebbe essere una buona  routine giornaliera.

Al mattino, la donna che si prende cura di sè mette fuori le sue lunghe gambe flessuose dal letto, si stira voluttuosamente e pratica il saluto al sole. Poi si dirige nella stanza da bagno.

La mamma si fionda fuori dal letto all'ennesimo trillo della sveglia, che ha posizionato strategicamente in corridoio per essere certa di alzarsi per spegnerla.

Dopodiché si dirige sbadigliando verso il bagno e nel tragitto si flette per raccogliere, nell'ordine: una macchinina, la spazzola della bambola e un pezzo delle lego su cui ha inavvertitamente appoggiato un piede.

In bagno, la donna che si prende cura di sé si fa un peeling o uno scrub con i sali del Mar Morto, mentre sulla sua chioma riposa una maschera all'olio di rosa mosqueta.

La mamma si infila velocemente sotto il getto dell'acqua fredda, lavandosi corpo e capelli con il primo doccia shampoo che le capita in mano, che se le va bene è quello dei bambini.

La donna delle riviste patinate  si tampona delicatamente il corpo e si massaggia sul corpo una crema super idratante al burro di karitè, mentre su seno e glutei applica una generosa dose di crema elasticizzante.

La mamma salta la crema corpo, che si stanno svegliando i bambini.

La donna degli articoli di bellezza a questo punto si dedica alla cura del viso: rifinisce con cura le sopracciglia, idrata la pelle con una crema adatta alla sua età, applica quella per il contorno occhi e si trucca con cura da red carpet.

La mamma si cosparge il viso con un abbondante strato di crema super idratante antirughe dodici effetti in uno e in due minuti applica: fondotinta super coprente, sperando di mimetizzare anche i baffetti che stanno spuntando, correttore per mimetizzare le occhiaie, ombretto, eye-liner e mascara.

La donna super fica intanto si dedica alla chioma rigorosamente leonina: la pettina con una spazzola in legno, si mette una noce di crema lisciante e si fa una piega da salone di bellezza.

La mamma afferra la spazzola e in quattro colpi è pronta. I capelli si asciugheranno intanto che prepara la colazione.

La sera, il rituale continua.

La donna che si prende cura di sé entra nel suo bagno, fiocamente illuminate da candele di varie misure che neanche una sala del commiato durante la veglia funebre della bisnonna. Si strucca con un'acqua micellare e si tampona con un tonico rigenerante. Poi si immerge nella vasca che è già stata preparata per lei (da chi non ci è dato sapere) per un bagno rilassante con olio essenziale di Ylang Ylang.

La mamma a fine giornata tenta di barricarsi in bagno, alza la radio a tutto volume per mascherare le urla belluine dei suoi figli che urlano al cielo il proprio dolore per essere stati chiusi fuori.

Entra direttamente nella vasca da bagno in precedenza preparata da lei stessa medesima in persona, con l'acqua già quasi fredda e il bagno schiuma dei bambini. Si strucca direttamente lì.

La donna sofisticata che ci mostrano le immagini delle riviste femminili, emerge dalla vasca con una grazia tale che al suo confronto sarebbe impallidita pure la Venere di Botticelli. Sul suo corpo, praticamente perfetto, senza cellulite, rotolini e soprattutto senza peli applica la nuova crema corpo di Narciso Rodriguez. Si spalma sul viso un siero notte specifico e si ravviva la folta chioma con le dita. Poi indossa un reggiseno in pizzo e le coulotte coordinate (probabilmente di là la sta aspettando quello che le ha preparato la vasca da bagno).

La mamma reale si asciuga con l'accappatoio di spugna del marito e applica la stessa crema super idratante tutto in uno del mattino sul viso. Decide che non può più posticipare di un altro mese l'appuntamento per la ceretta mentre indossa le mutande contenitive sotto il pigiama di pile. Prende in seria considerazione l'idea di dormire direttamente sul tappeto del bagno, perché non sa con certezza se riuscirà ad arrivare a letto, dove probabilmente suo marito si sarà già addormentato.