In questi giorni sulla stazione radio che ascolto abitualmente mentre vado e vengo dal lavoro stanno trasmettendo una campagna informativa per promuovere la "Casa delle donne di Brescia.

La "Casa delle donne" è una Onlus che da anni si occupa di aiutare tutte quelle donne che subiscono violenza domestica o stalking.

La violenza all'interno delle mura di casa è la forma di violenza più diffusa perpetrata ai danni di altri membri della famiglia (non solo donne, ma anche bambini e a volte anche mariti).

 

E' anche quella più subdola, perché innesca delle trappole mentali nelle vittime che arrivano a credere di meritarsi di essere trattate in quel modo.

Questo meccanismo si chiama "spirale della violenza" e passa attraverso diverse fasi: l'uomo cerca di fare il vuoto attorno alla donna, la isola dai rapporti sociali, fa in modo che pian piano smetta di vedere amici e familiari, così da tenerla emotivamente legata a sé.

In seguito, se la partner ha un impiego, cerca di convincerla a smettere di lavorare: in questo modo di fatto ottiene che la donna dipenda economicamente da lui.

In crescendo, l'uomo comincia a manifestare atteggiamenti possessivi che spesso sfociano in immotivate scene di gelosia, per cui la compagna viene di fatto segregata in casa.

L'uomo, forte del suo potere, inizia a sminuire sistematicamente ogni cosa che la donna fa, ripetendole in continuazione che è un'incapace, un'inetta, una che non vale nulla, finché lei stessa non finisce per crederci.

Giusto per non farsi mancare nulla, dalla violenza psicologica si passa a quella fisica: percosse a mani nude o con oggetti contundenti, spesso in zone del corpo che possono essere facilmente nascoste dagli abiti, forzature e aggressioni in ambito sessuale, soffocamenti...

Queste fasi possono mescolarsi e anche alternarsi a periodi di relativa calma che confondono ancora di più la vittima, ormai completamente sottomessa al carnefice.

Per completare l'opera, l'uomo minaccia la donna promettendo ripercussioni sui figli o su altri membri della famiglia a lei cari, perfino sugli animali domestici.

Ogni scusa è buona per tiranneggiare la compagna: una pietanza non gradita, un oggetto fuori posto, uno sguardo. E la miccia si accende.

"E' colpa tua, te la sei cercata"

"Sbagli sempre, me le tiri sempre fuori"

"Sei proprio brutta, nessuno ti vuole. Per fortuna che hai trovato me."

E altre giustificazioni assurde per colpevolizzare la donna.

La violenza domestica è diffusissima, più di quanto si pensi.

E' una piaga sociale difficile da individuare, proprio perché sono ancora troppo poche quelle che riescono a denunciare il proprio aguzzino.

Associazioni come quella che opera nella provincia di Brescia (con varie dislocazioni sul territorio della provincia) sono presenti in tutta Italia e lavorano a stretto contatto con i pronto soccorsi locali.

Offrono supporto psicologico, legale e accolgono le donne che decidono di liberarsi in vere e proprie case d'accoglienza.

Inoltre, cosa importantissima, organizzano incontri informativi e formativi allo scopo di portare in superficie questo discorso che per tanti è ancora tabù: quante volte si sente dire che "i panni sporchi si lavano in casa?"

E lo fanno anche nelle scuole, per sensibilizzare la popolazione partendo proprio dalla base, dai nostri figli.

"Perché il sapere rende liberi" come diceva Malala.

SE TI PICCHIA NON TI AMA!

LA VIOLENZA NON E' UNA FORMA D'AMORE

 

 

5

Ieri sera la Ninfa faceva i capricci perché voleva mangiare il gelato.

"Voglio il gelato, quello buono alla panna con il cono e il cioccolato sopra!"

Immaginatevi essere tallonate da una quatrenne che ripete "voglio il gelato, voglio il gelato, voglio il gelato!" come una mitraglietta, senza tirare il fiato.

Mentre cucini, attaccata alla gamba.

Mentre sei seduta, alle tue spalle.

Mentre sei in bagno, fuori dalla porta.

Martellante, instancabile, esasperante.

Ma non ho ceduto. Sono stata ferrea, irremovibile e salda nella decisione presa di comune accordo con il padre.

"Il gelato si mangia dopo cena e solo se fai la brava e la smetti subito di fracassarmi i maroni  fare i capricci!"

Ovviamente non è servito a nulla, ha proseguito imperterrita col suo mantra, lei, tanto che alla fine è riuscita a far venire voglia di gelato pure a me, che non ne vado matta.

Durante la cena non ha toccato cibo. In compenso ci ha pensato Ringhio a ripulire per bene anche il suo piatto.

Per coerenza, anche se mi è dispiaciuto, non ha avuto il gelato tanto desiderato.

Imbronciata, la piccola è andata a buttarsi sul letto.

L'ho lasciata sbollire un pò nella vaga speranza che la tempesta si placasse.

Poi ho preso Ringhio e siamo andati in cameretta per la favola della buona notte.

"....E la donna cattiva, dal cuore di pietra, non si fece commuovere dalle lacrime della fanciulla..."

"Cosa vuol dire cuore di pietra?" mi domanda la pupa, curiosa.

"Ma non hai detto che non volevi ascoltare la favola?" insinuo, con un pizzico di soddisfazione.

"Infatti non la ascolto io, la ascoltano le mie orecchie" puntualizza la Ninfa.

Sorrido nella penombra: il gelato alla panna è stato dimenticato.

"Una persona che ha un cuore di pietra vuol dire che è una persona insensibile, cattiva"

"Il contrario della mamma che ve le dà sempre tutte vinte e vi vizia" sbotta CF dalla camera adiacente.

La Ninfa salta sul letto e grida: "No, non è vero, la mamma è cattiva e ha un cuore di pietra perché non mi ha dato il gelato alla panna".

Presa in contropiede, maledico mentalmente CF per la sua tempestività.

La Ninfa è di nuovo imbronciata. Nella luce soffusa vedo il suo corpicino rannicchiato sotto il lenzuolo.

Sospiro e continuo il racconto col cuore pesante.

Ringhio si addormenta in un batter d'occhio sopra di me, con quell'abbandono tipico che solo i bambini hanno.

Con mosse degne di un contorsionista riesco a districarmi senza svegliarlo.

Getto uno sguardo sconsolato al letto della Ninfa, da cui non proviene alcun rumore.

So che è ancora sveglia, così mi avvicino per darle un bacio.

"Ehi cucciola..." sussurro.

Pian piano la sua testa fa capolino da sotto le lenzuola aggrovigliate.

Le poso un bacio lieve sulla fronte, lei mi stringe la mano e mi chiede: "Cos'è quello?"

Seguo la direzione del ditino e tento di distinguere qualcosa.

Tra i giochi d'ombra creati dalla luce del lampione che penetra tra le persiane socchiuse, scorgo una sagoma che guizza lungo il muro.

"Sarà un insetto o un ragno, amore. Starà tornando a casa per andare a dormire. Ora chiudi gli occhi e dormi anche tu".

"Ahhhh..." risponde la pupa, calma e tranquilla.

E subito dopo urla: "Papàààààà, vieni,corri veloce!"

CF allarmato si precipita in cameretta e accende la luce.

La Ninfa saltella sul letto indicando il muro.

"Guarda, c'è un insetto grande. Buttalo via, buttalo via!"

Io la guardo esterrefatta: la mia bimba non ha mai avuto paura degli insetti, anzi. Io mi preoccupo sempre per loro, più che per lei.

Da piccola si è inghiottita un bel pò di formiche e non erano neppure quelle Bon-bon!

"Amore, bastava dirlo alla mamma...."

"No, no! Io voglio solo il mio papà che butta via le creature cattive"

CF pare rifulgere di luce propria.

Investito da cotanto onore, nei panni dell'eroe salvifico, acchiappa il malcapitato mostro e lo schiaffa nel water, giù per il tubo, senza alcuna pietà.

I bambini saltellano in giro per la stanza, eccitati, in una strana danza tribale.

"Bravo papà, bravo papà!" E battono le mani.

Lui si gode il suo momento di gloria. La Ninfa, appesa al suo collo, gli schiocca un bacio rumoroso e umidiccio sulla guancia.

CF è letteralmente in brodo di giuggiole.

"Papà, il mio pancino ha fame ora. Visto che siamo svegli, posso avere il gelato col cono e la panna?" miagola lei, con uno sguardo che non ha nulla da invidiare al Gatto con gli Stivali di Shrek.

"Ehi!" tento di oppormi.

Ma CF non mi guarda neppure. Si dirige in cucina con la bimba in braccio e Ringhio che gli trotterella dietro.

"E poi chi è che li vizia?" salto su fingendomi indignata.

"Sei stata tu a dire che non poteva mangiare il gelato, non io!" ribatte il padre dei miei figli, con una faccia da schiaffi.

"Sì, sì" sottolineano loro.

"Il mio papà è il più coraggioso del mondo. Ed è buono buono come questo gelato. Ha proprio...un cuore di panna!"esclama la Ninfa.

Guardo mia figlia leccare il gelato, completamente appagata.

Osservo il mio compagno che sorride trasognato: una volta tanto è lui al centro dei pensieri della sua bambina.

Sbircio Ringhio, a cui basta mangiare qualcosa per essere contento.

Sospiro e sgranocchio la cialda del gelato. E' davvero buono!

"E vissero tutti felici e contenti", concludo mentalmente.

(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali)

4

I bambini, si sa, non hanno il concetto del tempo.

Non sanno cos'è un'ora, un giorno o un mese, vivono nel "qui e ora".

Ve ne sarete accorte anche voi, quando per esempio dite loro "ancora cinque minuti e poi andiamo" e, quando arriva il momento, loro esclamano "ma no è passato pochissimo".

Oppure quando siete in coda alla cassa e vi fanno gentilmente notare che "è almeno un anno che sono lì in piedi".

Però in compenso sono in grado di passare davvero un'ora d'orologio ad osservare una formichina attraversare il prato o le gocce di pioggia inseguirsi sul vetro della finestra.

Pare che la relatività del tempo contagi anche i padri dei nostri figli.

Non appena divengono genitori, infatti, avviene qualche mutazione genetica: scatta un primordiale istinto contemplativo.

Se già prima, quando eravate solo una coppia, pretendere di avere il tavolo sparecchiato dopo mezz'ora dalla fine del pasto era un miraggio, ora che avete figli mezz'ora, se vi va bene, diventerà uno standard.

Gli uomini sono procrastinatori per natura. Tranne che su una cosa, e avete già capito quale.

Perché si deve fare oggi quello che può essere fatto domani?

Tutte le faccende domestiche, in generale, non vengono avvertite come prioritarie.

Prima di sparecchiare non è meglio digerire con calma?

C'è sempre tempo per mettere i piatti in lavastoviglie, non cambia niente se li metti alle 20.00 o alle 22.00.

E ti perdi il bello della vita, ammirare i pupi neonati mentre dormono o mentre gorgheggiano, in fondo crescono così in fretta...

"Dopo" diventa il loro mantra. 

E questo fa a botte con il mio: "prima il dovere e poi il piacere".

"Tesoro, puoi portare fuori la spazzatura?"

"Sì, dopo, adesso sto giocando con le Lego"

"Amore, puoi passarmi la pentola?"

"Certo, dopo, ora finisco di fare la lotta con Ringhio"

"Caro, puoi preparare il caffè?"

"Adesso? No, dai, dopo, ora stiamo guardando un cartone"

Insomma, utilizzano senza vergogna i  bambini.

"Ma come, dici sempre che dovrei dedicare più tempo ai nostri figli e quando sono con loro mi chiedi di fare delle cose che non sono urgenti?!"  esclamano, con tono incredulo e amareggiato.

E qui scatta la trappola: sì, perché siamo così ingenue da abboccare ingoiando esca, amo e tutto.

Con gli occhi a cuoricino, sentendoci perfino in colpa, balbettiamo un "non ti preoccupare, faccio io", orgogliose che il padre dei nostri figli faccia "il papà".

Uè, balenghe, non sarà il caso di svegliarsi un pò?

O siete particolarmente zen, per cui riuscite veramente ad aspettare il non meglio definito "dopo" che potrebbe quantificarsi in minuti, ore o giorni o trovate una soluzione alternativa.

Siccome "c'è un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù", io scelgo la strada alternativa.

"Bambini, aiutate il papà a sparecchiare che dopo la mamma vi dà una caramella gommosa?"

Sì, lo so, baro, gioco sporco.

Ma funziona: i bimbi costringono l'uomo di casa a fare qualcosa subito perché, vivendo "qui e ora" , il "dopo" del padre per loro non ha molto senso.

"Dopo quando?" chiedono.

"Dopo aver sparecchiato"rispondo io serafica.

Bastano due o tre volte e l'arte del procrastinare viene assoggettata alle esigenze di routine familiare.

Così dopo tutti, compresa la mamma, hanno tempo a volontà da dedicare alle arti contemplative, nella fattispecie sedersi sul divano e contemplare i bambini giocare con il papà.

Che non può sfuggire cavandosela con un "gioco con voi dopo aver aiutato la mamma".

 

 

 

 

2

"Cose che capitano, su!"

Mi dice CF, nel vano tentativo di consolarmi.

"Dai, non prendertela! Poteva capitare a chiunque" mi rassicura mia mamma, mentre mio papà tenta di nascondere un sorrisetto divertito sotto i baffi.

"Su, su, non prendertela! Vedrai che poi tornerà come prima", sostiene mio fratello, allungandomi una pacca cameratesca sulla spalla.

Ogni persona che è transitata fortuitamente da casa nostra questo week-end si è sentita moralmente obbligata a rincuorarmi.

Tutti tranne mia suocera. Lei si è limitata ad alzare gli occhi al cielo, stirare le labbra sottili in una smorfia di biasimo ed emettere un neppur troppo lieve sospiro sconfortato.

Sicuramente si sarà chiesta- per la centesima volta- dove il suo figliolo mi avesse scovata.

E ha allungato la lista dei miei difetti aggiungendo una qualche forma di daltonismo per cui geneticamente non sono in grado di discernere tra le varie sfumature di colore.

Tutto questo a causa di Ringhio e delle sue manie di lasciare graffiti e murales sulle più svariate superfici della casa, gatto compreso.

Alcuni mesi fa il diabolico graffittaro, approfittando di un momento di distrazione genitoriale, aveva imbrattato il divano color panna.

Le mefistofeliche rigate inflitte a suon di evidenziatore rosa fosforescente, dopo innumerevoli trattamenti, sono diventate pallide cicatrici rosate.

La stessa sorte è toccata alle pareti di casa. Scarabocchi dei più svariati colori sono comparsi improvvisamente qua e là, scombussolando l'ordine prestabilito.

Proprio per ripristinare l'ordine- o una parvenza di esso- venerdì sera mi sono armata di pennello e tempera per interni.

Ho pulito le pareti bianche per togliere i segnacci dei pennarelli lavabili ( non ho capito perché li definiscono così, visto che dai vestiti non scompaiono mai del tutto e nemmeno dalle mani dei bambini, figuriamoci dai muri di casa).

Ho ridato il colore bianco nella sfumatura prescelta identificata chiaramente con un codice a sei cifre sul barattolo stesso e tutto è tornato come prima.

Galeotto invece fu il colore.

Perché eliminare le tracce da una parete colorata di arancio è cosa complicata. Sotto la pittura il segno torna a vedersi, se gratti togli il colore e quando metti quello nuovo la differenza si nota.

Quindi? Quindi ho tentato di eliminare gli scarabocchi utilizzando la gomma pane, poi la spugna magica, poi spugnetta e sgrassatore, poi nonmiricordopiù.

Alla fine, quando non è rimasta neanche l'ombra delle opere di Ringhio, ho applicato il colore.

Pennello alla mano, fischiettando la sigla di "Topo TIP", ho colorato i pezzi della parete che avevo ripulito.

Al compimento dell'opera, ho guardato la parete su cui campeggiavano macchie arancione scuro, come toppe colorate sugli abiti dei clown.

CF, che rincasava in quel momento dal lavoro, mi chiede se avevo utilizzato la tempera della sfumatura giusta.

"Perché, quante latte abbiamo? Io ho trovato solo questa, per cui è quella giusta per forza. Sarà così perché si deve asciugare", affermo vantando una certa sicurezza.

La mattina dopo CF mi trova impietrita davanti a quello che viene soprannominato il Muro del Pianto. Le toppe colorate, lungi dall'uniformarsi al colore della parete, fanno bella mostra di sé.

L'impatto è quello che di solito si ha quando si vedono i provini dei pittori sulle pareti, fatti per scegliere il colore definitivo da applicare.

CF, dopo essere scoppiato in una fragorosa risata, va a prendere la latta e confronta il codice con quello riportato sulle palette dei colori che avevamo utilizzato per scegliere quella sfumatura tanto discreta che ci piaceva tanto.

Ovviamente non era la stessa nuance.

"Ma come è potuto accadere?!" continuo ad esclamare.

Ho dovuto aspettare che riaprisse il colorificio questa mattina per acquistare la tinta giusta.

E sottopormi al vilipendio collettivo, perché casa nostra si è trasformata nella nuova Mecca proprio questo fine settimana.

Sono cose che capitano, sì, vorrei sapere a chi oltre a me, però!

 

2

Siamo quasi a metà Aprile e sempre più spesso parlando con gli altri mi sento chiedere se abbiamo già prenotato le ferie.

Già, perché quando si hanno bimbi piccoli le ferie decise all'ultimo minuto sono solo un lontano ricordo.

Se aggiungiamo anche che per motivi lavorativi posso muovermi solo ad Agosto la cosa diventa problematica.

Ma a farla diventare quasi impossibile ci pensa lui, CF.

CF è il classico uomo che d'avventuroso ha solo lo spirito. Per lui vacanza è sinonimo di relax con qualche escursione su sentieri battuti.

Vede pericoli ovunque: "Bambini, non camminate nell'erba alta che ci sono le vipere", dove per erba alta si intende qualsiasi prato non rasato.

Per cui escluse vacanze in luoghi troppo esotici.

Ecco, la foresta amazzonica scartata a priori

 

Allo stesso tempo però ha seri problemi con qualsiasi cosa sia routinario, per cui escludiamo anche "stessa spiaggia stesso mare" (E per fortuna, dico io!)

Siccome da quando è diventato genitore il suo livello d'ansia è salito in maniera esponenziale, il luogo prescelto deve avere almeno un ospedale (o struttura analoga) nelle vicinanze.

Il mare deve essere pulito, la spiaggia deve avere le doccie, l'appartamento o l'hotel a pochi metri dalla spiaggia,il parcheggio riservato, il wi-fi disponibile, il prezzo accettabile, la zona non sovraffollata (in Agosto?!)

La calca anche no, grazie!

Nel periodo estivo quindi da Ansioman diventa Mr. Esigentino.

Niente va mai bene per lui. Niente è mai troppo giusto.

Capite bene che trovare il posto perfetto diventa impresa non da poco.

Io, di mio, sono poco esigente: pur di andare bivaccherei anche sotto un ponte (cosa che quand'ero più giovane ho fatto).

Ora che i miei bimbi sono piccoli voglio solo una cosa: acqua pulita e spiaggia con la sabbia, perché già inciampano ogni tre per due normalmente, figuriamoci con sassi e pietre!

Quando saranno un pò più grandicelli andranno bene anche zone più scogliose.

Troppi sassi!

Parlare di ferie diventa aspro terreno di scontro, con me che smanio per concludere e lui che prende tempo per vedere se c'è qualcosa di meglio.

Di solito le discussioni partono pacificamente e poi degenerano in veri e propri alterchi, che ci lasciano sfiniti e svogliati.

Cominciamo a parlare delle varie mete ad Aprile e finiamo per prenotare a Luglio.

Devo dire però che abbiamo sempre trovato dei posti belli e a prezzi non esagerati anche prenotando già in alta stagione.

Per cui questa volta, stufa marcia di litigare anche per questo motivo, ho deciso che non mi spazientirò e manterrò la calma.

Abbiamo tutto il tempo per decidere dove andare e cosa fare.

E se è vero che con i bambini partire all'ultimo minuto è faticoso, sapere dove si andrà una settimana prima invece che quattro mesi prima non fa alcuna differenza.

Qualunque sarà la destinazione, quello che conta è anche il viaggio inteso non solo in senso  letterale.

Arrivare al mare o in montagna dopo aver litigato, dopo aver perso ore e ore in stupide dispute, toglie già tanto al gusto della vacanza stessa.

E il mondo è davvero grande, pieno di posti meravigliosi, anche secondo i canoni restrittivi di Mr. Esigentino.

E voi come scegliete la meta per le ferie? Quali sono le caratteristiche che deve avere la vostra vacanza ideale?

La doccia c'è, vedrai! Al massimo usiamo l'acqua della bottiglia!

 

 

 

 

1

Quando si diventa genitori, si sa, la vita cambia drasticamente (vi prego, diffidate da chi vi dice il contrario, ché generalmente è uno che di figli non ne ha o ha a disposizione fior di tate diurne e notturne).

Ci sono cose che quando si diventa mamme si sognano ad occhi aperti: bagni rilassanti dalla durata pressoché infinita, cene gustosissime consumate tete-a-tete a lume di candela con il vostro partner, una fuga ai Caraibi, una casa che si autopulisce….

Personalmente a me, che sono una donna pratica, basterebbero tre cose: dormire almeno cinque ore di fila, andare a fare la pipì da sola e trovare la casa silenziosa quando torno dal lavoro.

La mia realtà lavorativa è spesso caotica, gente che strilla, telefoni che squillano, fax e stampanti in sottofondo. Per cui sì, mi piacerebbe arrivare a casa e poter far riposare le orecchie.

E siccome a volte i desideri si realizzano, ieri sono stata accontentata.

Al mio ritorno da un corso, ho trovato la casa immersa in un incredibile, fantastico, meraviglioso, stupefacente SILENZIO.

La famiglia dormiva sparsa qua e là: il divano ospitava il corpo pesante del papà, la bimba giaceva scompostamente sul tappeto avvinghiata al gatto grande, il piccolo spuntava a mala pena dal groviglio di lenzuola del lettone, la gatta era acciambellata sulla sedia e la coppia di criceti ronfava beatamente nella propria tana.

Ho camminato in punta di piedi per non svegliare nessuno, mi sono furtivamente infilata nel bagno e ho fatto la pipì. In pace, da sola, senza bambini attorno che vogliono raccontarmi qualcosa di vitale importanza proprio in quel momento. Perché, si sa, la privacy per i bambini è un concetto sconosciuto.

Poi il dubbio: tiro lo sciacquone o no? Se lo tiro, c’è il rischio che il rumore dell’acqua svegli qualcuno. O magari tutti. Oddio, no che non lo tiro. Lo farò dopo. D'altronde dicono che per risparmiare acqua si può aspettare che anche gli altri facciano la pipì e tirare lo sciacquone solo una volta….

E la doccia? La faccio oppure no? Con la porta chiusa in soggiorno non dovrebbero sentirmi, ma il pupo dorme nella camera di fronte al bagno, magari poi il rumore arriva, anche se attutito. E se apre gli occhi solo per un secondo e vede la luce filtrare da sotto la porta, capace che non si riaddormenta più. Non si può mica fare la doccia al buio però, devo anche sfoltire la foresta che mi è cresciuta sulle gambe, già a volte con la luce lascio qualche ciuffo qua e là, figuriamoci al buio! Via, stasera saltiamo. Tanto non siamo in estate e non ho neanche le ascelle pezzate. Poi non era Napoleone che  aveva detto alla sua bella Giuseppina di non lavarsi che stava tornando a casa?

Va bene, allora direi che magari passo. Adesso però urge mangiare qualcosa: non ho cenato perché avevo fretta e lo stomaco brontola. Mi avvio in cucina a passi felpati.          La luce del lampione stradale entra dalla finestra e conferisce ai mobili un aspetto sfumato, indefinito. Nel chiarore crepuscolare apro l’anta del mobile e prendo il sacchetto del pane. Un fragoroso fruscio mi fa subito desistere. Trattengo il fiato e mi guardo attorno. Stavolta mi è andata bene, ma devo stare più attenta. Potrei mangiare uno yogurt. Devo aprire il frigorifero però e questo è un problema. Lo sportello è duro e bisogna tirare forte. Quando si apre fa lo stesso rumore di una ventosa staccata  dal vetro contro la sua volontà. Improponibile. Pensierosa, muovo la mano lungo il mobile e le mie dita urtano il cestino della frutta. Sì, frutta va bene. Trovo una banana e me la mangio avidamente. Non ci penso nemmeno a buttare la buccia nell’umido. La abbandono sul piano di lavoro, ripromettendomi di buttarla la mattina seguente. Del resto se non è sul pavimento non può essere pericolosa…

Perfetto, un’intera serata tutta per me. Beh, intera si fa per dire. E’ quasi mezza notte ormai. La stanchezza della giornata mi pesa sulle spalle. Forse è meglio andare a dormire. Le sei e mezza arrivano presto.

Torno in soggiorno, procedendo guardinga. Il pavimento è un campo minato cosparso di giocattoli. Non vorrei ritrovarmi una lego sotto il piede o, peggio!, non vorrei pestare o urtare qualche diavoleria sonora.

Tutto è ancora come prima, tutti dormono tranquilli. Il ritmo regolare del  loro respiro è l’unico suono che si sente in quel silenzio profondo. Papà e bimba sembrano i personaggi di un quadro bucolico dedicato alla pace campestre. E ’un peccato svegliarli. Mando loro un bacio sulla punta delle dita.

Anche la situazione in camera è rimasta invariata: dalle lenzuola sporge solo il piedino nudo del pupo. Trattengo a stento l’istinto di mordicchiargli il tallone. Escludo subito l’idea di dormire nel mio letto: il pavimento della camera è di parquet e scricchiola alla minima pressione.

Dirotto verso la camera dei bimbi e mi stendo, immensamente felice, sul letto della bimba. Chiudo gli occhi e mi preparo ad una bella e rigenerante dormita. Morfeo, sono pronta, vieni a prendermi!

Dopo un’ora sono ancora lì ad aspettare. Forse il dio del sonno aveva un impegno, magari  arriverà più tardi. Oramai mi sono girata e rigirata come una polpetta, il letto è tutto disfatto. Fosse capitato in una sera qualsiasi, mi sarei alzata e sarei andata a preparare una tisana o una tazze di latte tiepido, poi magari avrei letto un libro in soggiorno aspettando il momento giusto per tornare a dormire.

Ma stasera no, impossibile! Rompere quel silenzio perfetto mi sembra un atto sacrilego, quasi irriconoscente nei confronti della sorte che mi ha fatto quel regalo. Provo a contare le pecore, a visualizzare quei soffici erbivori che saltano la proverbiale staccionata. Uno, due, tre…centoventotto, centoventinove, centotrenta…Niente da fare, urge nuovo metodo. Sto cominciando a innervosirmi, è già l’una e mezza e sono ancora sveglia.

Provo con le sciarade e gli scioglilingua, ma recitarli mentalmente non ha lo stesso effetto che dirli ad alta voce.  Ho anche sete, ma non voglio aprire quel maledetto frigo o usare l’acqua del rubinetto.

Tento con il training autogeno, come facevo alla fine della lezione di yoga: parto dalle dita dei piedi e risalgo lentamente fino alle testa. Rilassa le dita dei piedi, rilassa la caviglia col polpaccio, rilassa la coscia… Inutile, tutto superfluo. Invece che addormentarmi mi sento più arzilla di un grillo.

Da piccola per prendere sonno ascoltavo i rumori della notte, ma qui a parte il rombo attutito delle auto sulla strada in lontananza stanotte non si sente proprio nulla.

Neanche i latrati dei cani o il miagolio dei gatti. Neppure lo scoppio della marmitta del motorino del solito teenager  che passa a tutto gas alle due di notte. Niente di niente.

Quel silenzio tombale comincia ad opprimermi. Mi sembra di essere sola al mondo, l’ultima sopravvissuta  ad una qualche pestilenza che ha decimato l’intero pianeta.

Punf! Oddio, che è? Saranno mica gli zombie?! Aiuto!

Macché, è solo la mia gattina che è venuta ad accoccolarsi accanto a me. Il nervosismo e la stanchezza cominciano ad avere il sopravvento e l’autosuggestione  cavalca a briglia sciolta. Accarezzo la micia e le fusa partono in automatico.

Ronn, ronn, ronn…Quel suono celestiale mi culla, le palpebre si fanno pesanti, sempre più pesanti Driiiiiiiinnnnnnnn! Un attimo dopo squilla la sveglia! No, non può essere vero, mi sembra di aver appena chiuso gli occhi.

Barcollando vado in camera da letto e sbatto contro lo stipite della porta come la pallina di un flipper. Nel tentativo di spegnere quell’aggeggio maledetto faccio cadere sul pavimento la torre di libri che mi riprometto di leggere da almeno un mese.

Mugugnando senza ritegno, vado in bagno e mi faccio la doccia, mi asciugo i capelli col phon e alzo le tapparelle. Poi corro in cucina e comincio a preparare la colazione. Aziono il microonde, tosto il pane e apparecchio. Le stoviglie sbattacchiano allegramente, il caffè gorgoglia nella moka, il telegiornale riporta le stesse notizie del giorno prima.

I criceti stanno facendo footing sulla loro ruota, i gatti stanno mangiando.

Piano piano tutti si svegliano. Belli, freschi e riposati. Perfino la bimba che ha passato la nottata sul tappeto.

Io invece sono ridotta uno straccio. Panda, fatti da parte che non c’è storia!

Sono troppo stanca perfino per arrabbiarmi. Vengo sommersa da un’ondata di autocommiserazione. Me tapina, ho sprecato una notte magica e perfetta, una notte in cui potevo finalmente dormire almeno sei ore e sottolineo ben sei ore di seguito a rigirarmi senza sosta in un letto.

Mi viene in mente un vecchio film d’animazione, in cui il pozzo dei desideri diceva: “Pensa bene a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.”

Silenzio traditore! Mai un desiderio è stato così sprecato.

Con questo post partecipo al tema della settimana proposto da Aedi digitali.