A Natale siamo tutti più buoni.

Seee, come no, e gli asini volano (sì, quello di Santa Lucia per lo meno).

I regali di Natale sono una vera spina nel fianco, fastidio secondo forse solo alle riunioni familiari a cui non ci si può sottrarre, pena la scomunica o, peggio ancora, la perdita dell'eredità.

Fare i regali a Natale dovrebbe essere messo nella lista delle dodici fatiche, che così diventerebbero tredici, con buona pace dei superstiziosi.

I più previdenti cominciano a comperare pensierini e oggettame vario ancora un anno prima, approfittando dei saldi e delle varie occasioni, ché così la spesa non si accumula ed evitano lo stress.

Poi ci sono quelli che compilano liste infinite, da una parte i nomi e dall'altra il regalo e poi procedono spediti tra i negozi e le bancarelle, senza deviare di una virgola, penna in mano per mettere un segno di spunta quando l'acquisto viene fatto.

Una considerazione speciale va a chi fa lavoro di squadra: i tuoi parenti amore li fai tu, i miei io, gli amici in comune li dividiamo in ordine alfabetico e così ce la caviamo in mezza giornata.

Non si può non considerare i generosi, che comperano qualcosa per tutti, perfino per il cognato della portinaia, perché a Natale il regalo è d'obbligo.

Ecco, forse è proprio questa la cosa fastidiosa, la nota stonata, quella contro cui vengono lanciati gli anatemi del consumismo e del buonismo a tutti i costi.

Fare regali a Natale non dovrebbe essere un obbligo, ma un piacere.

Odio le persone che mi regalano la qualsiasi solo perché così fan tutti.

In un nanosecondo capace di ritrovarmi con imbarazzanti pigiami, improponibili borsette, bigiotteria scadente, fragranze ammorbanti o inutili pseudo-complementi d'arredo.

Astenersi, prego.

Peraltro mi infastidiscono anche coloro che sono per "l'utile a tutti i costi".

Che cosa ti serve? Ma cosa vuoi che mi serva? Magari la lavatrice nuova, ma dubito che tu possa stanziare un budget così alto solo per me.

In caso contrario, parliamone.

I regali di Natale sono dei doni.

Donare: Dare ad altri liberamente e senza compenso cosa gradita.

Focalizziamoci sull'aggettivo "gradito".

Presuppone che il donatore abbia con colui che riceve il dono un qualche tipo di rapporto di conoscenza.

Se il rapporto è superficiale, prego evitare il famigerato regalo.

Se il rapporto è invece più profondo, magari amichevole o sentimentale, allora si presuppone che chi dona dovrebbe sapere almeno a larghe spanne cosa gradisce l'altro.

Magari ti metto sulla buona strada se le opzioni sono più di una.

Impossibile non avere in mente un possibile regalo di Natale.

Dei due, l'una: o non si conosce davvero la persona o si preferisce ignorare per comodità quali sono i suoi interessi.

Se si sa che i desideri sono davvero al di fuori della nostra portata, onestamente, spieghiamolo quando presentiamo il nostro regalo alternativo.

Ma vi prego, non dite alla vostra fidanzata che sapevate benissimo che preferiva un bracciale di diamanti mentre scarta una sciarpa di lana sferruzzata dalla prozia Ada.

Fatevi guidare dal cuore e dall'istinto.

Tenete ben presente che quando regalate qualcosa state trasmettendo anche un pensiero, l'idea che voi stessi avete di chi vi sta di fronte.

Con questa massima ben impressa, orsù andate e scatenatevi che il famigerato 25 Dicembre si avvicina.

E tanto a Natale basta il pensiero. Oppure no?!

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In questo lunedì novembrino, reduce da un fine settimana particolare di cui vi parlerò in seguito, voglio cogliere l'occasione e condividere con voi alcuni momenti felici della scorsa settimana.
Scelgo di farlo in una giornata importante e significativa soprattutto per noi genitori: la giornata universale dei diritti dei bambini
Ogni mamma e ogni papà che si rispettino desiderano il meglio per i loro figli.
Spesso, però, ci si perde nella ricerca di beni e oggetti, dando per scontato che la felicità ha le sue basi in ricchezze che non sono certamente materiali.
Parlare dei diritti del fanciullo con i nostri bambini, specialmente se piccoli, può sembrare un'impresa difficile, ma non lo è affatto.
Ogni cosa che facciamo con loro durante la giornata, ogni attività che loro sono abituati a svolgere, ogni pretesto anche apparentemente banale può fornirci lo spunto per iniziare a spiegare i bambini i diritti dei bambini.
Non ci credete? Vi faccio un esempio. Ieri sera ho fatto un gioco con loro.
Sdraiata a letto per la seduta di coccole quotidiana, ho chiesto loro di dirmi tre momenti in cui sono stati felici.
Ed ecco qua le loro scintille di gioia:
  1.  Quando sabato scorso con la mamma siamo andati in biblioteca a scegliere i libri e la bibliotecaria ci ha fatto la tessera, una per uno: così possiamo tornare là e prendere tutti i libri che ci piacciono e guardarli con la mamma e il papà. (Quale miglior incipit per spiegare loro che nel mondo tanti bambini non sanno leggere, scrivere e non hanno nemmeno i libri?)
  2. Quando la nonna G. ci ha preparato il gelato al caffè per merenda ("Sapete che tanti bambini non hanno nulla da mangiare, nemmeno il pane? E che non hanno neanche una famiglia?)
  3. Quando abbiamo scritto la letterina a Santa Lucia che così ci porta i giochi e i dolci e possiamo giocare anche con la mamma e il papà (non serve che ve lo dica, vero? Non tutti i bambini sono così fortunati da poter giocare).

Ogni santo giorno ci sono milioni di momenti e milioni di modi per ricordarci quanto siamo fortunati e per cominciare a insegnarlo anche ai nostri figli.

Parlando con Ringhio e con la Ninfa mi sono resa conto di quanto questo sia possibile, prendendo spunto proprio dalla nostra vita quotidiana e da qui gesti a cui non diamo più il giusto peso: disegnare, lavarsi i denti, riposarsi...

Colgo quindi il suggerimento della bravissima e super positiva Silvia del blog "Scintille di gioia" e vi invito a indicarmi tre momenti felici della passata settimana.

Se poi siete interessati, potete anche:

1- utilizzando l'hastag #scintilledigioia condividere con una foto su Instagram, Facebook, Twitter e/o un post sul blog tre momenti felici vissuti la settimana precedente;
2-nominate il blog "Scintille di gioia" e date le istruzioni su come partecipare;
3- invitate chi volete a partecipare a questo bellissimo gioco;
4- inviate a Silvia i vostri momenti felici alla mail fiorellinosn@gmail.com mettendo come oggetto "Scintille di Gioia", in modo che io non se ne perda nemmeno uno!
Se siete curiose e volete sapere a chi ho chiesto di partecipare, date un'occhiata su FB!
Con questo vi lascio. Attendo i vostri preziosi momenti felici e vi auguro una buonissima settimana.

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Vorrei avere il lusso di aprire gli occhi baciata dai raggi del sole, non di rischiare il colpo apoplettico al suono della sveglia impostata sulla stessa ora cinque giorni la settimana.

Vorrei avere il tempo per preparare una colazione stile famiglia Mulino Bianco, con la tavola imbandita di ogni ben di Dio che tutte le volte ti chiedi in quanti sono in famiglia o se aspettano ospiti.

Vorrei poter indugiare a tavola, ascoltare le chiacchiere dei bimbi mentre io e CF ci scambiamo occhiate complici e innamorate.

Vorrei poter accompagnare la Ninfa all'asilo e anche andare a prenderla, che l'ultima volta che l'ho fatto nemmeno me lo ricordo e soprattutto non se ne ricordava la maestra che non mi ha riconosciuto.

Vorrei poter passare un'ora a coccolare Ringhio, che al di là del soprannome è un bambino dolcissimo, fargli le pernacchie sul pancino e i grattini sulla schiena prima di andare al lavoro.

Vorrei poter andare a lavorare col sorriso, senza rimanere imbottigliata nel  traffico, senza l'ansia di arrivare in ritardo.

Vorrei un lavoro stimolante, con colleghi simpatici e capi comprensivi, dove collaborazione e gentilezza siano all'ordine del giorno.

Vorrei avere tempo da dedicare a me stessa, per fare quello che mi va, fare una passeggiata canina con le amiche di sempre e, perché no, incontrare persone nuove, andare a visitare una mostra, fare shopping...

Vorrei avere l'opportunità di fare almeno un viaggio al mese sola con CF , perché viaggiare stimola la mente e non solo.

Vorrei perdermi a guardare la Ninfa e Ringhio giocare e scoppiare a ridere in modo irrefrenabile per qualcosa che solo loro due capiscono.

Vorrei poter preparare pranzi e cene luculliane, sperimentare nuove ricette e avere la soddisfazione di vedere tutta la famiglia mangiare fino all'ultimo boccone.

Vorrei poter parlare con CF di persona, senza usare il telefonino o scambiarci messaggi di servizio con whatsapp, come facevamo quando ci siamo conosciuti che passavamo ore e ore seduti in auto a chiacchierare di qualsiasi cosa.

Vorrei poter rimanere al caldo sotto il piumone nelle giornate di pioggia, a raccontare fiabe ai bimbi e poi alzarci e rincorrerci per la casa coi i nostri buffi calzettoni caldi.

Vorrei riuscire a non addormentarmi "come le galline", ad aspettare CF che torna dal lavoro alle 22,30 e magari guardare un film con lui mentre sorseggio una tisana bollente.

Vorrei addormentarmi, stanotte, con la certezza di poter realizzare, prima o poi, questi piccoli sogni.

Da quando sono venuti alla ribalta show dedicati alla cucina molti uomini hanno scoperto che cucinare può essere interessante.

Se prima dell’avvento di Masterchef gli uomini cucinavano solo davanti ad un barbecue, sulla scia di Cracco e Borghese ora sono sempre di più quelli che passano il tempo davanti  ai fornelli.

Non sempre i risultati però sono da cucina stellata…

Recenti sondaggi hanno dimostrato che le donne italiane reputano più sexy gli uomini che cucinano

I vostri partner che rapporto hanno con la cucina?

Parlando con le amiche, ho scoperto che siamo tutte più o meno “affette” da uomini che si improvvisano cuochi.

Ecco qui una lista dei sintomi che ti aiuteranno a capire se anche il maschio alfa della tua famiglia soffre di “sindrome da cuoco compulsivo”

  • Critica puntualmente tutte le pietanze che gli metti davanti, dall’uovo sodo al risotto alla milanese. Se una volta il suo giudizio era racchiuso nella temutissima frase “Quello di mia mamma è più buono” ora è diventato più articolato. Si passa dal banale “manca un po’ di sale” al più complesso “questo piatto è completamente sbilanciato, la nota acida non viene fuori e manca totalmente di croccantezza”
  • Si alza la domenica mattina e declama: “Oggi cucino io”. Niente può farlo desistere, neanche il fatto che aspettate ospiti per l’ora di pranzo. Questo serve solo a galvanizzarlo.
  • Con indosso il grembiule che hai ricevuto in regalo dalla suocera premurosa e non hai mai indossato, si chiude in cucina alle 8.00 di mattina e vi impone di rimanerne fuori, qualunque cosa accada.
  • Salvo poi chiamarvi ogni tre per due per chiedervi la qualunque. “Amore, dov’è l’apriscatole?” , “Tesoro, l’olio?”, “Ma come si accende il forno?”
  • All’ora di pranzo riemerge per ordinarvi di apparecchiare “col servizio buono”
  • Vi accomodate, fate sedere gli ospiti che avete whtsappato prima scusandovi in anticipo e che si sono fermati sicuramente da qualche parte a mettere qualcosa nello stomaco e attendete.
  • Quando l’ultimo rintocco delle campane ancora aleggia nell’aria, lo chef arriva in tavola con il suo capolavoro culinario. Pomposamente, quasi come se stesse presentando al regno il nuovo erede al trono, annuncia: “Quello che andremo ad assaggiare oggi è una ricetta tradizionale rivisitata in chiave moderna e che ho chiamato pasta-a-modo-mio”. Si guarda attorno aspettandosi degli applausi che chiaramente non arrivano.
  • Comincia a chiederti di passargli i piatti e, in modo puntiglioso, ti spiega come deve essere eseguito l’impiattamento. Ovviamente tu annuisci e distribuisci la pasta come hai sempre fatto, causando sospiri di sconforto, da genio frustrato e incompreso.
  • Si siede, chiude gli occhi e assaggia.
  • Con falsa modestia, afferma: “Delizioso, ma probabilmente, come noterete anche voi che avete un palato allenato, avrei dovuto mettere un pizzico in più di alligator pepper. Di solito mi viene meglio” Il malato tenta di metter le mani avanti, con il classico atteggiamento della captatio benevolentiae, comportandosi da vero paraculo.
  • La platea guarda sconsolata l’ammasso informe che giace nel piatto, chiedendosi se in effetti quel pizzico in più avrebbe reso magari commestibile qualunque cosa sia quello che stanno mangiando. Qui ovviamente dovete gratificare l’ego del cuoco, lodandolo tra un boccone e l’altro.
  • Finito il pasto che si componeva di un’unica portata (nonostante il vostro uomo sia stato chiuso in cucina per quattro ore), lo chef in erba si svaccherà distrutto sul divano. Perché il peggior sintomo di questa bruttissima malattia è la seria convinzione che rassettare la cucina non sia di competenza del cuoco. Alle vostre proteste, la risposta comune sarà: “Ma hai mai visto Cracco che lava i piatti o pulisce i fornelli?”.

Voi, di fronte allo spettacolo raccapricciante che vi accoglie in cucina, con piani di lavoro ricoperti da sostanze viscide e appiccicose e pezzi di materiale organico che costellano il pavimento manco ci avesse fatto un lavoretto Dexter, vi chiedete: “Ma com’è possibile che per cucinare degli spaghetti scotti con il sugo all’amatriciana già pronto uno debba usare un’intera batteria di pentole?”

Sospirando, vi appresterete a passare un paio di ore della vostra domenica pomeriggio a bonificare la stanza, immaginando Cracco che, con indosso solo il grembiule della suocera, cucinerà per voi mille prelibatezze. E senza sporcare nulla.

 

Nascere femmina ai giorni nostri è un bel guaio.

Una donna di questi tempi è schiacciata dalla pressione sociale: deve essere curata dalla punta dei piedi alla punta dei capelli, deve essere magra, deve essere simpatica, intelligente e anche ambiziosa.

In ambito lavorativo, deve dimostrare di valere più della controparte maschile, benché raramente venga retribuita allo stesso modo.

In ambito familiare, ci si aspetta che le donne seguano tutto, dalle mansioni familiari all'educazione dei figli e pure a quella dei cani.

E il mondo femminile china la testa e si adatta.

A mala pena accetta l'intrusione degli uomini in determinati campi.

Mi ricordo la conversazione ascoltata per caso al parco, tra due papà.

"Sai, mia moglie ci ha provato con questa cosa che devo aiutarla con il bambino. Ma io l'ho messa subito a posto: la prima volta che mi ha dato F. da cambiare perché aveva fatto la cacca, accidentalmente ho fatto cadere il pannolino sul pavimento. Lei mi ha detto che sono una frana, ha pulito F. e il pavimento e da quel giorno non mi ha chiesto più niente"

Povera mamma di F.!

Avrebbe dovuto dire a suo marito che gli incidenti succedono, che si impara dai propri errori, per cui forza e coraggio! Pulisci il pupo e il pavimento e la prossima volta andrà meglio.

Sento ancora madri che piuttosto che lasciare i neonati ai loro partner si taglierebbero una mano, donne che pensano che i mariti siano soltanto in grado di buttare la spazzatura.

Sono le donne le peggiori nemiche di loro stesse.

Perché accettano di sentirsi dire: "Beata te che hai un marito che stira!", mentre non ho mai sentito un uomo dire ad un altro uomo: "Quanto sei fortunato, tua moglie ti stira le camice!"

La storia che le donne sono multitasking è stata un avera fregatura. Un complimento tanto vero quanto insidioso.

L'evoluzione ha costretto le femmine della nostra specie a fare da sole più cose contemporaneamente. Il prossimo passo saranno, come minimo, un paio di braccia in più.

(mettere immagine di dea kalì)

La grande trovata delle donne multitasking ha di fatto legittimato gli uomini a scaricare addosso al gentil sesso una miriade di responsabilità in più.

E le donne, invece di ribellarsi, si sentono perfino lusingate.

E si producono perfino dei film su quanto la popolazione femminile sia in grado di fare tutto da sola. (mettere immagine ma coma fa a fare tutto da sola)

Poi ci si interroga sul perché le donne, soprattutto le mamme, siano affette da delirio di onnipotenza.

Marciamo al grido di "Posso farlo!", quando sarebbe invece importante chiarire che "Posso farlo, ma non voglio né devo per forza farlo".

Che non vuol dire diventare lavative o pigre. Significa semplicemente riconoscere che, anche se ho le capacità per farlo, non sono l'unica in grado di compierlo.

Per cui largo a chi ci può dare una mano, mariti, partner, nonni, tate e quant'altro.

La parità si basa sul fatto che le donne per prime devono imparare che non sono dee scese in terra, super-eroi dai poteri straordinari, che avere la capacità di fare più cosa contemporaneamente non vuol dire necessariamente essere moralmente obbligate a farle.

La parità ci sarà quando vedremo un uomo che, senza imboccature o richieste più o meno esplicite, farà le polveri con il piumino o stenderà il bucato.

O semplicemente deciderà in maniera libera e autonoma di fare il casalingo, senza per questo sentirsi una mosca bianca perché la moglie lavora e mantiene la famiglia.

La parità ci sarà quando una madre che lavora non sarà costretta a chiedere il part-time per seguire i propri figli o a decidere se lavorare o fare la casalinga, o scegliere più o meno liberamente di lavorare da casa.

La parità ci sarà quando un bambino potrà sentirsi libero di pettinare una bambola o di andare a danza senza che l'intero parentado, dal cugino alla bisnonna, facciano congetture sulla sua futura virilità.

Questo sarà il giorno in cui la festa della donna potrà essere celebrata senza sembrare una festività commerciale.

E mi auguro che in un futuro non troppo lontano mia figlia possa ricevere una mimosa senza chiedersi se sia meritata o meno.

 

 

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Ieri sera è venuta a trovarci una coppia di amici che non vedevamo da qualche mese. Aspettano un bambino. Sono frizzanti e agitati come tutte le coppie in attesa.

Ma sono anche molto pratici, o meglio lei è molto pratica. Sotto tutta quell'aurea rosa piena di cuoricini e sdolcinatezze varie tipica delle donne incinte, spicca una donna dal carattere forte.

Inevitabilmente abbiamo parlato di figli (no, tranquille, non ho fatto terrorismo psicologico).

Mi ha fatto una domanda spiazzante: "Ma voi l'avete fatto il pre-riconoscimento?"

Scena muta. Io e CF siamo scesi dalle nuvole. Il pre-ri-cosa?

In poche parole ci ha spiegato cos'è.

Quando si convive (ma anche se non si convive), al momento della nascita dei figli, entrambi i genitori devono andare all'anagrafe per riconoscere il frugoletto. Se ci va solo la mamma, al bambino viene dato il suo cognome di default. Il padre da solo non viene neppure preso in considerazione. Invece nelle coppie sposate questa procedura può essere fatta solo da un genitore.

Ma cosa succede se uno dei due non ha la possibilità di andare? Per esempio, se la mamma in seguito al parto (porella!) ha avuto delle complicazioni e non può andare all'anagrafe o se il padre è tragicamente venuto a mancare prima del termine (sì, sono ammessi scongiuri di ogni tipo), come fa a riconoscere il proprio figlio?

Ecco allora che i legislatori hanno avuto un colpo di genio: il riconoscimento posteriore al concepimento. Trattasi di una procedura semplicissima che ogni coppia non sposata che vuole riconoscere il proprio bambino dovrebbe fare.

Quando il figlio se ne sta ancora bello placido nella pancia della mamma, i futuri genitori muniti di documenti d'identità validi e di certificato che attesti la gravidanza vanno all'anagrafe e firmano una dichiarazione che afferma che, dall'unione naturale dei conviventi, è stato concepito un figlio che entrambi si impegnano fin da subito a riconoscere.

Una copia della dichiarazione viene rilasciata ai futuri genitori e, dopo il parto, basterà che uno solo di loro si rechi all'anagrafe. Et voilà!

Semplice, immediato ed efficace!

Noi non lo sapevamo. Non ce l'hanno spiegato neppure al corso pre-parto, quando ci è stato detto quello che dovevano fare le coppie non sposate.

Certo, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno. E se invece così non fosse stato? Mi vengono i brividi solo a pensarci.

E' soddisfacente sapere che pian piano la legislatura si sta adoperando per parificare e tutelare i figli non concepiti all'interno del matrimonio. Ma allo stesso tempo trovo strano che l'informazione non venga divulgata. Personalmente io non conoscevo questa pratica, ma chiedendo qua e là ho assodato che nessuna delle coppie non sposate con cui sono in contatto ne era a conoscenza. Fa parte della Legge numero 219 del 10 Dicembre 2012. Io ho avuto la Ninfa nel 2013  e Ringhio nel 2014, per cui qualcuno avrebbe potuto informarmi.

Francamente sono costernata. Insomma, non è un'informazione da poco!

Ho fatto una telefonata al comune dove viviamo, tanto per vedere che aria tira. La signora dell'anagrafe mi ha detto che è una pratica che nell'ultimo anno hanno fatto spesso, ma effettivamente non ci sono volantini o brochure che la incoraggiano. Davvero, ha detto proprio così, "incoraggiano"!

Neppure al consultorio ho trovato materiale informativo, ma mi hanno rassicurato dicendo che durante il corso pre-parto sono informazioni che si danno. Delle due, allora, l'una: o la nostra ostetrica si è dimenticata di dirlo o non lo sapeva nemmeno lei. Su dieci coppie (di cui tre non sposate) nemmeno una si ricorda di questo.

Che dire, per fortuna non ci è capitato nulla di grave! E' chiaro che se tornassi indietro lo farei subito immediatamente al volo.

Che di mamma (e anche di papà) in questo caso ce n'è una sola.