Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?

2

Oggi per il #venerdìdellibro voglio presentarvi un romanzo che mi ha irretito fin dalle prime pagine.

Sto parlando di "Le nemiche", l'ultima creatura di Carla Maria Russo.

Chi mi segue per la parte letteraria si ricorderà che avevo già dedicato un post ad un suo romanzo precedente, "Lola nascerà a diciott'anni" (se ve lo siete persi potete leggere la recensione qui).

E non dimentichiamoci che ho avuto modo di incontrare Carla Maria Russo di persona, in occasione del Book City Milano, proprio lo scorso mese e ho deciso di condividere con voi la mia esperienza.

Quel giorno ho fatto autografare la mia copia de "Le nemiche", libro di cui ho rimandato la lettura a dopo la presentazione.

"Le nemiche" di Carla Maria Russo

Ho divorato "Le nemiche" in un batter d'occhio, ma come spesso accade con certi romanzi ho avuto bisogno di un attimo di tempo per far sedimentare le informazioni ma soprattutto le emozioni.

L'ultima opera di Carla Maria Russo è dedicata a due famose figure femminili molto controverse: Isabella d'Este e Lucrezia Borgia.

Come ha spiegato l'autrice stessa, nei suoi libri, categorizzati come storici, prende in analisi solo una piccola finestra temporale dove si svolgono i fatti che  l'hanno colpita e di cui ha deciso di narrare.

In questo caso l’azione si svolge tra il giugno 1501 e il novembre 1508, con due accenni ad alcuni fatti avvenuti nel 1540 e nel 1559.

Isabella d'Este, primadonna della penisola italica e non solo, indiscusso punto di riferimento per la cultura dell'epoca, donna colta, raffinata e fine stratega, apprende che il padre, il duca di Ferrara Ercole I, ha deciso per motivi politici ed economici di far sposare il figlio Alfonso, designato ad essere suo erede, con Lucrezia Borgia.

Lucrezia, figlia illegittima di Papa Alessandro VI, con alle spalle due precedenti matrimoni finiti tragicamente, è la donna più chiacchierata del tempo, famosa oltre che per la sua bellezza anche per il suo stile di vita libertino e sfarzoso.

Il perno del romanzo è l'inimicizia acerrima tra queste due figure centrali, scaturito più che da fatti concreti dai pregiudizi che l'una ha dell'altra.

Non aspettatevi di trovare qui due donne con istinti materni o  donne disposte a sacrificarsi o a farsi mettere da parte.

Tutt'altro: siamo di fronte a due potenze, terribilmente abili nella manipolazione del prossimo, il cui unico scopo è quello di ottenere il potere assoluto e prevaricare sull'avversaria.

Isabella e Lucrezia, per dirla come si usa oggi, non si sono prese, provano l'una per l'altra un'antipatia a pelle che sarà purtroppo la rovina di molti.

Isabella teme Lucrezia, che disprezza perché di sangue non puro: ha sempre il presagio che porterà sfortuna alla sua famiglia. La ritiene capricciosa, vanesia e superficiale.

Dal canto suo Lucrezia invece ha paura di Isabella, perché conosce la sua intelligenza e sa quanto può essere influente la rivale in campo politico.

La loro relazione inizia già male in partenza e le due donne sono destinate ad essere nemiche giurate.

Questo genera anche la nascita di due schieramenti in guerra tra loro, tra cui si annidano spie pericolose: la corte dei Gonzaga a Mantova e quella degli Este a Ferrara.

Ma "Le nemiche" va oltre e ci mostra un quadro storico d'insieme, in cui vediamo le varie corti rinascimentali sull'orlo del collasso, pressate dai Francesi a Nord e dagli Spagnoli a Sud.

Nelle vicende hanno grande rilievo anche le manie d'espansione della Chiesa, guidata dal papa Alessandro VI e dal fratello di Lucrezia.

Questo è lo scenario su cui si muovono le nostre due donne.

Lucrezia, sposata con Alfonso, rimasto vedovo della precedente moglie, Anna Maria Sforza, tenta in qualche modo di emulare la rivale, convincendo personaggi famosi, come scrittori e pittori, a far parte del suo entourage.

La duchessa di Ferrara riesce a portare dalla sua parte anche alcuni artisti convocati alla corte di Isabella.

Tale smacco, assieme all'ascendente che la bellezza di Lucrezia pare esercitare su tutti i suoi fratelli, scatena le ire di Isabella che tenta in ogni modo di osteggiare l'avanzata di Lucrezia.

La giovane, quasi animata da una segreta voglia di rivalsa e riscatto, riesce perfino a far innamorare di sé Francesco II, duca di Mantova nonché marito di Isabella.

La quale, ovviamente, non esita un solo istante a vendicarsi della rivale.

Nella solitudine del suo studiolo, luogo dedicato all'arte e alla perfezione a cui la donne tende con tutta se stessa, Isabella ordisce un piano diabolico per lavare l'onta dell'oltraggio subito.

Oltre alle due donne principali, nel libro vengono narrate anche le vicende di altri personaggi che hanno un ruolo comunque determinante nello svolgimento della storia.

Tra questi voglio solo citare Angela, cugina di Lucrezia, e il fratellastro di Isabella, Giulio, la cui relazione provoca le ire di Ippolito, vescovo e fratello della duchessa di Mantova e che sarà uno dei fattori scatenanti della sanguinarie vicende successive.

Tra tremendi colpi di scena, omicidi, inganni e sotterfugi Carla Maria Russo ci condurrà ad un finale davvero epico.

"Le nemiche" è sicuramente un romanzo al femminile, ma che presenta due tipologie di donne ben lungi dal concetto di femminilità e maternità che ci si potrebbe aspettare di trovare in un romanzo d'ambientazione.

L'autrice sceglie infatti di mettere in scena la guerra dei sentimenti, la battaglia tra potere e amore.

Attraverso una narrazione elegante ma non vezzosa, diretta e incisiva, Carla Maria Russo rappresenta a tinte vivaci la vita delle  e nelle corti rinascimentali, quasi come se fossero degli organismi viventi sempre in divenire.

Alla base della storia ci sono le passioni umane, dall'amore puro di Giulio all'invaghimento passionale e possessivo di Ippolito, a quello platonico di Isabella a cui fa da contraltare quello più fisico di Lucrezia.

Ma ci sono anche altre forme d'amore come per esempio quello fraterno che prova Isabella o quello materno che prova la cognata di Isabella che non ha potuto avere figli per le due nipotine figlie della duchessa di Mantova.

Otre alla verosimiglianza, l'aspetto che apprezzo di più ne "Le nemiche" è il taglio dato dalla scrittrice ai personaggi, soprattutto alle due protagoniste.

Isabella D'Este e Lucrezia Borgia ci vengono descritte attraverso il loro comportamento, le loro azioni e i loro pensieri, ma mai in maniera troppo positiva o troppo negativa.

Però è inevitabile schierarsi. Io ho deciso a quale corte appartenere, ma non ve lo svelerò ora.

Se avete letto il libro, mi dite voi da che parte state?

"Le nemiche" mi ha fatto molto riflettere su quanto possono fare le donne in qualsiasi epoca.

Pensiamo a cosa avrebbero potuto creare Isabella e Lucrezia se si fossero date l'opportunità di conoscersi davvero, se fossero andate oltre i pregiudizi e le gelosie.

E riflettiamo allo stesso modo su quanto a volte noi donne ci osteggiamo e ci ostacoliamo a vicenda in qualsiasi campo, perfino nell'essere madri.

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In questa ultima giornata di Novembre che finalmente se ne va faccio onore alla mia rubrica #timeismine per parlarvi di un bellissimo sabato.

Tra le poche ma significative cose che ho fatto unicamente per mio piacere personale nell'ultimo mese ho scelto di condividere con voi questa esperienza:

l'incontro con la scrittrice italiana Carla Maria Russo.

Sabato 18 Novembre uno sparuto ma esaltatissimo gruppetto di lettrici è saltato sul Freccia Rossa direzione Milano.

L'ultima volta che sono stata a Milano è stata dodici anni fa, non per lontananza geografica ma piuttosto per un primordiale e irrazionale terrore che mi coglie sempre quando si nomina questa città.

Già di per sé quindi andare a Milano per me sarebbe stato un grande evento.

Aggiungiamoci pure che le mie compagne di viaggio sono appassionate lettrici e che il fine ultimo era la presentazione de "Le nemiche", l'ultimo romanzo di Carla Maria Russo, e avrete un'idea perfetta del mio legittimo stato di esaltazione.

Ah, l'ho già detto che non c'erano bambini?!

L'incontro letterario si è svolto nella fantastica cornice del Palazzo Sforzesco, ancor più affascinante di quanto ricordassi, all'interno del progetto Book City Milano.

Cento soltanto i posti per entrare nella sala e assistere alla presentazione, tantissime quindi le persone che purtroppo sono state costrette a tornarsene a casa con le pive nel sacco.

In sé la conferenza non è durata molto, circa un'ora.

E' strano come pensare però che quello che è accaduto in un lasso di tempo così breve abbia lasciato su di me un'impronta davvero forte.

E la causa di tutto non è "Le nemiche", libro a cui dedicherò un post a parte.

Il motivo è l'autrice stessa.

Carla Maria Russo è una donna che racchiude in un corpo apparentemente gracile la forza di un bulldozer.

Energica, frizzante, vitale ma soprattutto di una semplicità e di una spontaneità genuine ed autentiche.

Durante quell'ora ha saputo rendere vivido e interessante un pezzo della nostra storia.

Ha narrato con passione ed eleganza, senza mai salire "in cattedra", ha affascinato la platea con la sua eloquenza, parlando però il linguaggio di noi comuni mortali.

E se parte di sé traspariva già dalle parole del romanzo "Lola nascerà a diciott'anni", l'incontro con lei in persona ha rafforzato l'opinione che mi ero fatta leggendo i suoi scritti.

Carla Maria Russo è di base una narratrice nata, ma la sua forza secondo me risiede nel saper dare voce e cuore ai personaggi che sceglie di presentarci.

Se è vero che il quadro storico-geografico in cui i personaggi agiscono è reale, i romanzi della Russo fanno quel passo in più.

Con un'abile mossa l'autrice ci cala nella psiche di ognuno di loro, mettendo in rilievo un fatto che siamo soliti dimenticare:

la Storia, anche quella con la esse maiuscola, l'hanno fatta gli uomini con il loro agire e il loro agire è determinato dalle loro passioni.

Questo è quello che rende unici i suoi romanzi. Con sapienti parole e brillanti intrecci Carla Maria Russo porta sul palcoscenico della nostra immaginazione figure storiche verosimili in cui è facile immedesimarsi anche a livelli davvero profondi.

Ha fatto più tanto Carla Maria Russo in un'ora di conferenza di quanto ahimè riescano a fare tanti insegnanti di storia in un mese di lezione.

Ancora frastornate a ammaliate dal suo discorso, le quattro amiche (che da quel giorno si chiameranno "Le quattro di Carla Maria"), se ne sono andate in giro per la città.

Infervorate dal sacro fuoco dello spirito letterario, si sono date all'esplorazione dettagliata e certosina di tutte le librerie del centro, riportando a casa un discreto bottino.

Anche qui hanno seguito il consiglio della scrittrice:

"Regalate libri. Un libro è un oggetto miracoloso e meraviglioso [...]".

Quando regaliamo un libro in realtà stiamo facendo molto di più.

Regaliamo storie che amiamo, avventure mozzafiato, viaggi in altri mondi...

Regalare un libro quindi significa in un certo modo regalare una parte di noi ad un'altra persona, mettere a nudo un pezzo della nostra anima.

Regalare un libro diventa perciò un profondo gesto di stima e fiducia reciproca.

Tenetelo presente, soprattutto ora che il Natale si avvicina.

Ora tocca a voi: che cosa avete fato questo mese per voi stesse?

Potete dirmelo con i commenti, potete utilizzare FB o IG con l'hashtag #timeismine @datemiunam, ma soprattutto potete raccontarlo sul vostro blog citandomi e magari estendendo l'invito a chi vi va.

PS: se sono stata capace di incuriosirvi e volete conoscere meglio questa scrittrice italiana, via lascio il link a questa sua intervista di qualche tempo fa.

Domani è una giornata importante che spero non venga fatta passare sotto tono.

Domani è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Non voglio scrivere un post che tratti dell'argomento, non perché non mi stia a cuore, anzi.

Ho scritto un post lo scorso anno che tratta di violenza sulle donne ma anche di quella meno conosciuta sugli uomini.

Ho parlato della Casa delle donne e di come quest'associazione aiuta e supporta donne che hanno subito vessazioni sia psicologiche che fisiche.

Quello di cui voglio parlare oggi è un libro che tratta il tema della violenza sulle donne.

Non è un romanzo recentissimo, probabilmente ne avrete già sentito parlare, ma per me è un libro che ci da una prospettiva differente sulla violenza contro le donne.

"UN BRAVO RAGAZZO" DI JAVIER GUTIERREZ

"Un bravo ragazzo" è un libro relativamente breve- circa 170 pagine-, ma molto intenso.

Il protagonista è Rubèn Polo, un ragazzo per bene, con un lavoro in banca, una fidanzata bellissima e quello che si prospetta un radioso futuro.

Polo, un bel giorno, camminando per le strade di Madrid incontra casualmente Blanca, una vecchia amica.

Quest'incontro da il via a un escalation di ricordi turbinosi.

Dalla mente di Polo emergono fatti legati a un lontano passato, fatti che il protagonista pensava fossero scomparsi e sepolti per sempre.

In un flusso trascinante di pensieri ed emozioni l'autore ci porta per mano, in una commistione tra passato e presente, fino agli anni Novanta, a quando Polo, Blanca, Nacho e Chino suonavano in una rock-band.

La forte connessione con il mondo della musica che segna e percorre l'intero libro è, assieme alla vita sregolata ed eccessiva dei ragazzi, la chiave di lettura per comprendere la trama del romanzo.

Rubén è ben lungi dall'essere un bravo ragazzo.

Rubén si è macchiato di un orribile colpa che non riuscirà mai a cancellare dalla mente, neppure dopo dieci anni.

E questa sarà la sua condanna, il suo castigo.

Gutierrez, attraverso un intreccio a volte anche confusionario, ci fa vivere quel tragico giorno in cui una grave violenza è stata perpetrata dal gruppo selvaggio servendosi del roipnol, la droga della stupro.

"Un bravo ragazzo" è un romanzo che scatena indignazione, rabbia profonda ma anche una certa compassione.

E' un libro dove la violenza viene presentata e descritta attraverso gli occhi del carnefice, un ragazzo che, alla fine, si vergogna e molto di quello che ha fatto e che vorrebbe solo dimenticare.

Ma in sostanza sempre di violenza si tratta, non quella brutale di cui magari siamo avvezze a sentir parlare, ma quella più infida proprio perché viene utilizzato il roipnol e la vittima alla fine non sa neppure di essere stata stuprata.

Ecco perché ho scelto di parlare di questo libro: la violenza assume molte forme, da quelle più sottili a quelle più eclatanti.

Ma uno stupro è e rimane sempre tale e proprio per questo deve essere comunque punito.

"Un bravo ragazzo" è un libro scomodo, sia dal punto di vista narrativo per la difficoltà di ricostruire e di dare coesione alla trama, che saltella tra passato e presente, con questa voce narrante che utilizza la seconda persona singolare.

E lo è soprattutto per quello che rappresenta: la violenza non è una cosa astratta che capita nei paesi sottosviluppati o nelle nazioni che sono in guerra.

La violenza contro le donne è un fatto quotidiano che avviene anche nei posti più civilizzati e ad opera anche dei "bravi" ragazzi.

Questo è il modo con cui intendo partecipare alla giornata internazionale della violenza contro le donne.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, creatrice del #venerdìdellibro.

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La scorsa settimana ho ricevuto una mail molto lusinghiera da parte di una lettrice.

Oltre ai complimenti, che fanno sempre piacere, la ragazza mi diceva di aver notato che durante il fine settimana non scrivo mai.

Effettivamente è così, a parte qualche post su FB o IG non scrivo mai il sabato e la domenica.

E come potrei?

Il fine settimana per le mamme lavoratrici generalmente è un caos.

Non voglio polemizzare o gettare fuoco sulla battaglia tra mamme casalinghe e mamme lavoratrici.

Il mio è semplicemente un dato di fatto.

Una casalinga "lavora" in casa (ho virgolettato lavora perché il termine presuppone una retribuzione che nel caso della casalinga non c'è, ma la fatica e l'impegno sono comunque innegabili) ogni giorno della settimana, per cui oggettivamente ha più tempo per gestire i lavori domestici e il menage familiare.

Le mamme lavoratrici generalmente passano parte della giornata  fuori casa, nel mio caso otto ore sono in ufficio e due se le porta via il tragitto casa-luogo di lavoro.

Di conseguenza quel che resta a disposizione per dedicarsi ad altro è davvero poco.

Io esco di casa coi bambini alle 7,25 e rientro per la pausa pranzo a 12,40 per ripartire poi a 13,20 e rincasare alle 18,45.

La mattina ho giusto il tempo per preparare me e i bambini e, mentre loro fanno colazione, riesco a rifare i letti e sfamare cane e gatti.

Ogni giorno mi dedico alla pulizia della casa, sfruttando anche la pausa pranzo: bagno e cucina, polveri in tutte le stanze, passata con l'aspirapolvere sui pavimenti, carico-scarico lavastoviglie...

Va da sé che poi la sera, quando rientro, c'è la cena da preparare, i bambini che giustamente reclamano la loro dose di attenzioni, la casa da finire di sistemare e se riesco magari qualche interazione con CF quando non è al lavoro.

In più ci sono le lavatrici, la spazzatura, la spesa, il giardino...

L'ho detto tante volte che la mamma lavoratrice è un'equilibrista: riesce a fare tante cose perché di fondo è brava ad organizzare e gestire il tempo che ha a disposizione, giocando di squadracon gli altri membri della famiglia.

E'inevitabile però che anche la giornata della mamma lavoratrice sia formata da ventiquattro ore, per cui tempo materiale per fare proprio tutto tutto non c'è.

Quindi i mestieri più impegnativi vengono relegati al fine settimana: cambio delle lenzuola, pulizia di vetri, lampadari e affini, lavaggio dei pavimenti, la fantomatica spesa...

A questi si sommano magari altre incombenze, come passare in tintoria, in posta, in biblioteca...

E non scordiamoci la vita sociale: cene, compleanni, gite, visite e così via.

Il week-end delle mamme lavoratrici è un caos, perché di solito noi mamme che lavoriamo facciamo quello che le mamme casalinghe possono spalmare durante gli altri giorni della settimana.

Inoltre, il sabato e la domenica io voglio stare con i miei bambini e con il loro papà.

E' un mio bisogno, vedendoli così poco gli altri giorni, durante il fine settimana mi piace passare il mio tempo con loro.

Li coinvolgo nelle faccende domestiche, andiamo a fare la spesa, cuciniamo assieme, disegniamo, coloriamo e giochiamo.

Facciamo in modo di divertirci e di sfruttare e godere di ogni momento.

Chiaro, non è tutto rose e fiori: CF magari non c'è, i bambini a volte sono stressanti e insopportabili o magari io stessa sono stanca e nervosa.

Tutto questo per dire che, scusatemi proprio, ma durante il mio caotico fine settimana da mamma lavoratrice il tempo per scrivere sul blog non lo trovo proprio.

Perché durante il fine settimana io "vivo" quello che tante altre mamme hanno la possibilità di vivere ogni altro giorno della settimana.

Ditemi voi, invece, cosa fate durante il fine settimana: riuscite a rilassarvi o siete congestionate da impegni sociali e non?

 

 

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Oggi è il primo lunedì con il ritorno dell'ora solare.

Il che significa che abbiamo avuto, nella notte tra sabato e domenica, ben un'ora di sonno in più.

Quindi dovrei essere più riposata, ma scommetto che tutti noi genitori sappiamo benissimo che i nostri figli non si programmano come gli orologi.

Domenica mattina quindi bellamente si saranno svegliati prestissimo, tirandovi giù dal letto all'alba.

Nonostante la stanchezza, dovremmo ringraziare i nostri bambini che, così facendo, ci hanno permesso di sfruttare appieno la giornata.

Time is mine- La mia nuova rubrica

Siamo mamme e papà, siamo persone con tanti interessi e tante esigenze.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia importante riuscire a ritagliarsi qualche spazio per dedicarci a ciò che ci piace fare, sia esso una seduta dall'estetista o una partita a paintball.

Da qui è nata l'idea per questa piccola rubrica dove, a fine mese, vi proporrò qualcosa di interessante che ho fatto per me, di qualsiasi genere si tratti.

Lo scopo di questo spazio, che ho chiamato "Time is mine" è quello sì di darvi dei suggerimenti, ma anche quello di dimostrarvi che nonostante la nostra condizione di genitori, essere noi stessi è ancora possibile.

Non c'è niente di peggio per me di sentire frasi del tipo "Mi sacrifico per i miei figli" che tradotto in soldoni significa "Smetto di fare qualunque cosa mi piace perché devo seguire le mie creature", il che ci porta ad avere genitori esauriti e incattiviti che in modo più o meno cosciente gettano sui propri figli le loro frustrazioni.

"Qualche cosa di troppo"- Il film

Grazie ai miei adorabili pupi, domenica sono riuscita a guardare questo film francese che avevo in programma di vedere da un po' di tempo.

"Qualche cosa di troppo" è uscito quest'anno ma non se ne è sentito parlare molto.

Secondo me è un film invece che vale la pena vedere.

La regista, nonché attrice protagonista, è Dana Audrey, che aveva diretto già il film "11 donne a Parigi".

Protagonista della storia è Jeanne, una quasi quarantenne, professione architetto, sposata con due figli.

Jeanne è l'antitesi della rampante e affascinante donna in carriera.

Sul piano professionale si fa mettere i piedi in testa dai suoi colleghi e dal suo capo, su quello personale fa come gli struzzi: finge di non vedere che il suo matrimonio sta andando a rotoli.

Insomma, la povera Jeanne è una donna con una scarsa autostima che le deriva da questo concetto inculcatole fin dall'infanzia: "se non sei un uomo non vali niente".

La situazione precipita quando il marito la lascia definitivamente e il giudice stabilisce l'affido congiunto dei figli.

Jeanne, dopo lo sfogo di rito con l'amica del cuore, va a dormire affranta e si risveglia il mattino seguente, dopo una notte tempestosa, con...qualcosa in più.

Avete già capito di cosa si tratta?

Alla protagonista durante la notte è spuntato un bel pene con tanto di attributi.

Dopo l'ovvio terrore iniziale e una visita dal ginecologo (che segnerà la prima tappa di varie sedute), Jeanne si ritroverà a dover fare buon viso a cattivo gioco.

Non tutto il male vien per nuocere: la donna riesce pian piano a dimostrare il proprio valore al lavoro, lasciando di stucco sia il capo che i colleghi.

Allo stesso tempo riesce a vendicarsi del marito fedifrago, riprende le redini della propria vita e diventa una persona pienamente soddisfatta anche in ambito familiare.

Tutto questo sullo sfondo di equivoci divertenti e scene davvero esilaranti che non scadono mai nel volgare.

La commedia riesce a divertire basandosi sullo scambio uomo-donna, ma fatto in modo intelligente e profondo.

L'intento di Dana è quello di mostrarci il mondo maschile con occhi femminili ma lasciando da parte gli stereotipi (gli uomini pensano solo al sesso, le donne sono sempre delle vittime...).

Allo stesso tempo la regista vuole sottolineare quanto purtroppo la nostra società sia ancora legata a stereotipi di genere, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel film poi non manca la componente amorosa: Jeanne infatti si innamora, ricambiata, di un suo collega. Ma ora la domanda è: quest'uomo riuscirà ad amarla anche con...qualcosa in più?

Vi suggerisco quindi di vedervi questa pellicola, rilassarvi e ridere, sole o in compagnia (ecco, se non siete pronte a intavolare discussioni complesse magari mandate i bambini a nanna).

Ora aspetto i vostri preziosi suggerimenti non solo in ambito cinematografico: cosa avete fatto per voi questo mese che volete condividere?

Potete lasciarmi i vostri pensieri anche su FB o IG usando l'hashtag #timeismine @datemiunam.