Vi ho già detto che per me giugno rappresenta sempre il mese della fine?

Ma ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio, un pò come quando a dicembre si fa la lista dei buoni propositi.

Ecco, i buoni propositi di solito sono buoni fin tanto che li pensi, ma poi non si concretizzano mai.

Le diete vengono sempre rimandate al lunedì, l'iscrizione in palestra al mese seguente, il riordino della casa alle pulizie di primavera...

In una parola, procrastiniamo e rimandiamo. E mi ci metto anch'io, eh.

Giugno invece no. Lui è il mese dei progetti concreti, delle cose realizzabili, tangibili.

Sarà perché con l'arrivo dell'estate mi sento più piena di energia, più positiva e più propositiva.

Le giornate si allungano, i bambini passano più tempo fuori, all'aria aperta.

Ed io ho più tempo per pensare, programmare, progettare.

Le miei idee, appena abbozzate, prendono forma attraverso le parole, attraverso i dialoghi con CF (a volte proprio un santo!) e diventano fattibili.

Poi si parte così, in sordina, quasi per gioco.

"E se proviamo a...?"

"Sì, però come facciamo? Dobbiamo arrangiarci con quel che abbiamo"

"Via, dai, vediamo se siamo capaci, qualcosa ne verrà fuori"

"Del resto, guarda col blog, non eri capace neppure a inserire un'immagine....Se poi parliamo delle cose che hai fatto fuori dal mondo virtuale, lo sai meglio di me."

"Sì, boh, mah, non sapresi...E se poi viene una schifezza?"

"Noi proviamo..."

Insomma, dagli che ti ridagli, tra una risata di cuore e una caduta a picco dell'autostima, è nato lui:

 il mio canale youtube!

Quello che vedete qui sopra è ovviamente una prova....La vita va presa con leggerezza!

Date un'occhiata agli altri video che ho caricato e fatemi sapere cosa ne pensate.

Si accettano consigli, anche perché ho delle idee su quello che vorrei fare ( ve ne parlerò in seguito)  ma il confronto è sempre d'aiuto.

Ah, non serve che vi dica di iscrivervi, vero?

 

In questi giorni sulla stazione radio che ascolto abitualmente mentre vado e vengo dal lavoro stanno trasmettendo una campagna informativa per promuovere la "Casa delle donne di Brescia.

La "Casa delle donne" è una Onlus che da anni si occupa di aiutare tutte quelle donne che subiscono violenza domestica o stalking.

La violenza all'interno delle mura di casa è la forma di violenza più diffusa perpetrata ai danni di altri membri della famiglia (non solo donne, ma anche bambini e a volte anche mariti).

 

E' anche quella più subdola, perché innesca delle trappole mentali nelle vittime che arrivano a credere di meritarsi di essere trattate in quel modo.

Questo meccanismo si chiama "spirale della violenza" e passa attraverso diverse fasi: l'uomo cerca di fare il vuoto attorno alla donna, la isola dai rapporti sociali, fa in modo che pian piano smetta di vedere amici e familiari, così da tenerla emotivamente legata a sé.

In seguito, se la partner ha un impiego, cerca di convincerla a smettere di lavorare: in questo modo di fatto ottiene che la donna dipenda economicamente da lui.

In crescendo, l'uomo comincia a manifestare atteggiamenti possessivi che spesso sfociano in immotivate scene di gelosia, per cui la compagna viene di fatto segregata in casa.

L'uomo, forte del suo potere, inizia a sminuire sistematicamente ogni cosa che la donna fa, ripetendole in continuazione che è un'incapace, un'inetta, una che non vale nulla, finché lei stessa non finisce per crederci.

Giusto per non farsi mancare nulla, dalla violenza psicologica si passa a quella fisica: percosse a mani nude o con oggetti contundenti, spesso in zone del corpo che possono essere facilmente nascoste dagli abiti, forzature e aggressioni in ambito sessuale, soffocamenti...

Queste fasi possono mescolarsi e anche alternarsi a periodi di relativa calma che confondono ancora di più la vittima, ormai completamente sottomessa al carnefice.

Per completare l'opera, l'uomo minaccia la donna promettendo ripercussioni sui figli o su altri membri della famiglia a lei cari, perfino sugli animali domestici.

Ogni scusa è buona per tiranneggiare la compagna: una pietanza non gradita, un oggetto fuori posto, uno sguardo. E la miccia si accende.

"E' colpa tua, te la sei cercata"

"Sbagli sempre, me le tiri sempre fuori"

"Sei proprio brutta, nessuno ti vuole. Per fortuna che hai trovato me."

E altre giustificazioni assurde per colpevolizzare la donna.

La violenza domestica è diffusissima, più di quanto si pensi.

E' una piaga sociale difficile da individuare, proprio perché sono ancora troppo poche quelle che riescono a denunciare il proprio aguzzino.

Associazioni come quella che opera nella provincia di Brescia (con varie dislocazioni sul territorio della provincia) sono presenti in tutta Italia e lavorano a stretto contatto con i pronto soccorsi locali.

Offrono supporto psicologico, legale e accolgono le donne che decidono di liberarsi in vere e proprie case d'accoglienza.

Inoltre, cosa importantissima, organizzano incontri informativi e formativi allo scopo di portare in superficie questo discorso che per tanti è ancora tabù: quante volte si sente dire che "i panni sporchi si lavano in casa?"

E lo fanno anche nelle scuole, per sensibilizzare la popolazione partendo proprio dalla base, dai nostri figli.

"Perché il sapere rende liberi" come diceva Malala.

SE TI PICCHIA NON TI AMA!

LA VIOLENZA NON E' UNA FORMA D'AMORE

 

 

Sono una persona che da sempre è in lotta con l'immagine esteriore di sé.

E chi non lo è, direte voi?

Diciamo che, nel corso della vita, sono riuscita a sopravvivere agli anni dell'adolescenza senza buttarmi da un ponte, sono scesa a compromessi con me stessa e con gli altri e sono giunta alla conclusione che non si può piacere a tutti.

L'importante è piacere a se stessi. E volersi bene.

E se per la sfera interiore sono abbastanza soddisfatta, nel senso che ho focalizzato le cose che di me non vanno bene e ci sto lavorando, per quella esteriore è un altro paio di maniche.

Lavorare sull'involucro richiede davvero un sacco di energie.

Invidio e ammiro tutte quelle persone che riescono ad essere ordinate, eleganti e magari anche alla moda ogni santo giorno.

Non so proprio come ci riescano, dove trovino il tempo e le energie.

Sicuramente tante sono state favorite da Madre Natura, che quando ha distribuito grazia e bellezza ha omesso di mandarmi un invito.

Però so che dietro c'è anche tanto impegno, che magari a loro non pesa perché sono più portate e dotate di me.

Se è vero che a volte mi faccio trasportare dalla corrente, ci sono periodi in cui mi sento più combattiva e più propensa al cambiamento.

Ovviamente la primavera è uno di quelli.

Posseduta dallo fuoco sacro del decluttering, quest'anno ho deciso di affrontare la mia nemesi: il guardaroba.

Ma questa volta ho proceduto in un altro modo.

Ho perso la pazienza con me stessa: basta temporeggiare, basta accumulare vestiti e oggetti!

Via il blazer della laurea in cui non riesco più a infilare nemmeno un braccio, via la giacca di pelle lilla di quando avevo sedici anni, via il tubino nero in cui rientrerò forse quando sarò una vecchia ottantenne rinsecchita!

Via, via, via! Ho voglia di respirare, di non sentirmi soffocare da abiti e accessori che non so neppure di avere, o meglio che so di avere ma che non posso più usare, spesso perché non si abbinano tra loro.

Alla fine indosso sempre quelle dieci cose con cui mi sento più a mio agio, alcune delle quali mi valorizzano perfino!

Ho perso la pazienza con me stessa, perché ho smesso di guardarmi dentro, di capire chi sono e cosa mi piace.

Mi sono fatta soggiogare dalla moda del momento, dall'imitazione delle amiche che stimo.

Mi sono smarrita come capita alle adolescenti.

L'immagine della me fuori non corrisponde all'immagine della me dentro.

E' una forzatura che alla lunga stanca, perché il conflitto prima o poi comincia a farsi sentire.

E quindi la ricerca di me stessa passa anche da qui.

Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, è altrettanto vero che anche l'occhio vuole la sua parte.

Per assurdo, è stata la Ninfa a farmi ragionare su questo, lei e la sua mania di provare e riprovare vestiti e abbinamenti, lei che si guarda allo specchio, lei che è sempre precisina e attenta ai dettagli.

Mi sono affidata all'onnisciente voce del web e ho avuto la conferma di una teoria che ho sempre sostenuto: meglio pochi ma buoni.

I capi d'abbigliamento sono come gli amici: non serve averne a vagonate, ne bastano pochi e di buona qualità.

Rinfrancata, ho approfondito la ricerca e ho trovato la soluzione a questo annoso dilemma.

Per come sono io, l'ideale è un capsule wardrobe, ovverosia un guardaroba formato da un certo numero di vestiti che si possono però abbinare tra di loro senza il minimo sforzo.

Folgorata sulla via di Damasco, ho avuto la visione di me stessa che sceglie un outfit (il giro su Internet ha dato i suoi frutti anche sulla terminologia) agevolmente e senza sbattimenti.

La prima cosa da fare è individuare il proprio stile personale, partendo da quello che già si ha.

In parole povere: svuota completamente l'armadio e tieni solo quelle cose che ti stanno e che ti fanno sentire bene.

Quello è il punto di partenza. Poi focalizza l'attenzione sulla forma del tuo corpo (e qui, ragazze, ho scoperto delle cose che voi umani...).

Quando ne venite a capo, dovete scegliere una paletta di colori: solitamente si scelgono colori neutri (bianco, nero, blu...) a cui si abbina un colore a contrasto, declinato in varie nuance.

I colori devono armonizzarsi con la carnagione, gli occhi e i capelli.

Una volta che avete deciso, si parte!

Quanti e quali devono essere i capi e gli accessori (scarpe comprese)  di un capsule wardrobe?

Chi l'ha ideato, propone un bel 37 (o'monaco) per stagione ma è puramente indicativo.

Il concetto basilare è che i pezzi in generale dovrebbero essere capi intramontabili che non passano mai di moda.

Il bello del capsule wardrobe è che il proprio stile emerge giocando molto sui dettagli, sulla ricercatezza, sulla qualità dei materiali.

Di solito, i capi consigliati sono: un vestito da giorno, uno da sera (solitamente un tubino nero), tre t-shirt, una maglietta più elegante, una camicetta bianca, un blazer, un trench, una gonna, un paio di pantaloni sportivi, un paio di jeans, un paio di pantaloni eleganti, un paio di scarpe da ginnastica, un paio di ballerine e un paio di scarpe col tacco.

Bisogna poi adattarlo a noi: per esempio, io non utilizzo le ballerine perché mi sembra di essere un papero, quindi sceglierò altro.

Alla fine, dopo aver scremato e integrato, ho trovato il mio guardaroba ideale per questa stagione: bianco, nero e blu, con rosso, arancio e giallo che mi fanno sentire grintosa. Per quanto riguarda il numero, bhè, non li ho contati, ma sicuramente sono più di 37 ma meno di 47.

Ma per ora è già un bel risultato. Adesso vestirsi la mattina è diventato meno impegnativo (che poi io li preparo comunque la sera prima).

Soprattutto mi sento più "io", più in linea con la me interiore. Ho fatto un altro passo sulla strada del "conosci te stesso".

Devo ancora affrontare la questione delle scarpe ( io adoro le scarpe!) e qui la vedo davvero dura.

Vedrò nei prossimi mesi se veramente questa è la soluzione ideale per me.

Sapete quale dicono sia un altro vantaggio del capsule-wardrobe?

Che, limitando il numero dei capi, si smette di comperare cose a casaccio, rischiando (come nel mio caso) di trovarsi poi con armadi colmi e non sapere mai cosa mettersi.

E voi, che rapporto avete con il vostro guardaroba e con lo shopping? Siete per la qualità o per la quantità?

Ma soprattutto, quello che indossate rispecchia l'immagine di voi che volete comunicare agli altri?

 

  • "Ogni scarrafone è bell'a mamma soja", ossia ogni bambino è bello per la sua mamma. E il suo papà. E la sua nonna.

Le nonne (che se le scomponiamo non sono altro che  mamme all'ennesima potenza), portano avanti una loro personale crociata: dimostrare al mondo, in particolare alle altre nonne, che i loro nipotini sono "i più".

I più cosa? I più belli, bravi, intelligenti, furbi, straordinari, magnifici, obbedienti, perfetti bambini sulla faccia della terra.

Ho visto cose che voi mortali....

Nonna 1: "Pensa, il mio nipotino di nove mesi sta già imparando ad andare in bicicletta".

Frase pronunciata mentre il pupo tenta di mantenersi in precario equilibrio posando una mano sulla catena lorda di grasso e l'altra sul pedale infangato della vecchia Legnano del nonno.

Nonna 2:" Ah, ma guarda, non per fare paragoni, neh, ma il mio a soli 13 mesi fa discorsi da adulti".

Il tutto proferito con convinzione mentre il rampollo biascica "Aoao nga" sputacchiano qua e là, nel tentativo ben riuscito di imitare il nonno quando cerca di dire qualcosa senza la dentiera.

Nonna 3: "Ma pensa, il mio bambino è sveglissimo, sa già fare la pipì fuori dal pannolino", mentre il nipotino, sfilatosi il pannolino con una mossa alla Houdini, annaffia giovialmente il piede calzato in una comoda Valleverde della Nonna 1.

Pare che la vecchiaia non abbia minimamente scalfito la corazza delle fu-mamme, ma in qualche modo l'abbia resa addirittura più dura.

Se già la guerra fra mamme è estenuante, immaginatevi che grossi guai può fare quella tra nonne!

Nonna A alla figlia: "Dovresti prendere in considerazione l'idea di un soggiorno all'estero per tuo figlio. Le lingue, si sa, sono importanti"

"Ma mamma, non ti pare un pò presto? Ha solo due anni, magari quando sarà più grandicello..."

"Ma guarda che la nipotina dell'Adalgisa, che è coscritta del tuo, sa già parlare il francese"

"Sì, mamma, ma la sua mamma è Belga"

Nonna B alla nuora: "Lo so che non dovrei intromettermi, che la figlia è vostra, ma è questo il momento giusto per iscriverla a danza. A quest'età sono così flessibili e hanno già il senso del ritmo", mentre guarda con occhi sbarluccicosi la nipotina di sette mesi portarsi elegantemente il piedino sulla fronte.

E via, novella Giovanna d'Arco, la nonna passerà il suo tempo a difendere a spada tratta la sua progenie, sbandierando ai quattro venti i progressi (tali o presunti) dei nipotini come se non ci fosse un domani.

Salvo poi che il domani arriva e anche i bimbi crescono e da innocenti creature si trasformano nei figli di Satana.

Nonna 1 "Ah, mio nipote ci sta facendo tribolare! Ha compiuto 15 anni e pretende di uscire il sabato sera e di rientrare a mezzanotte"

Nonna 2 " Pensa invece che mia nipote, te la ricordi quella tutta coi boccoli biondi che sembrava un angioletto, si è rasata  e va in giro con lo smalto nero sulle unghie"

Nonna 3" Ah, dove andremo a finire! Avete saputo della nipote dell'Adalgisa? Adesso l'è andata in Francia a fare uno "stage" e sta via per un anno"

Nonna A: "Sì, però, ghe l'aveo detto all'Adalgisa: "mogli e buoi dei paesi tuoi", altro che Belga!

 

 

2

Sì, praticamente sono stata io a trovare il corpo della donna nel fosso e a chiamare i carabinieri col cellulare senza pensarci due volte. Che fai, te ne torni a casa bella tranquilla, ti fai un caffè e non ci pensi più, non hai visto niente, non sono affari tuoi, la puttana la troverà qualcun altro?

Questa settimana vi lascio la recensione di un libro giallo, scritto da Carlo Fruttero, scomparso alcuni anni fa.

Non avevo mai letto nulla di quest'autore che mi è stato consigliato da un collega, che peraltro in seguito ha ammesso di non aver mai letto il romanzo in questione (della serie: tiri il sasso e nascondi la mano, eh?)

"Donne informate sui fatti" è un thriller ambientato a Torino e nelle zone limitrofe.

La trama è semplice: Milena, una ragazza giovane e molto bella, viene ritrovata morta in un fosso da una vecchia bidella e da una giovane barista.

Partono subito le indagini e si scopre che la ragazza era la moglie di un ricco banchiere torinese rimasto vedovo da poco.

I due si erano conosciuti perché Milena, come molte ragazze dell'Est, lavorava come baby-sitter presso la figlia divorziata del banchiere.

I carabinieri portano a galla il tormentato passato della ragazza, che prima di lavorare con i bambini faceva "la vita".

Era riuscita ad affrancarsi grazie all'aiuto di un'associazione cattolica che riabilitava le prostitute.

Ma Milena aveva davvero chiuso col suo passato? Il suo cadavere era vestito con un abbigliamento tipico del mestiere.

Si tratta allora della vendetta dei suoi protettori? O il movente è un altro?

La storia in sé a mio parere è abbastanza banale, perché già da metà romanzo si intuisce chi è il colpevole.

Il pregio non da poco di questo libro sta tutto nella narrazione.

Fruttero decide di raccontare la vicenda attraverso otto personaggi, tutti femminili.

Le otto donne vengono descritte attraverso piccoli tratti che il lettore apprende strada facendo.

Eventi passati, ricordi, pensieri, tic e idiosincrasie disegnano otto donne, tutte molto diverse, eppure sotto sotto tutte accomunate da un unico fattore: la solitudine.

E' una lettura poco impegnativa, piacevole, da fare magari sul divano intanto che fuori piove.

Questo post partecipa al venerdì del libro.

E voi, cosa avete da suggerire questa settimana?

2

Per il venerdì del libro questa volta vi porto nientepopodimeno che in Cina.

Per la precisione, nella Cina del VII secolo.

immagine di una tipica festa cinese del VII sec. www.cinaoggi.it

Il romanzo “Imperatrice” dell’autrice Shan Sa lascia trasparire già dal titolo quale sarà l’argomento della narrazione.

In realtà “Imperatrice” è molto di più: è la storia di una donna che, praticamente da sola, riesce a diventare da orfana di un mandarino (no, non il frutto, i mandarini erano i funzionari cinesi che si occupavano di varie cose a livello economico e burocratico) la prima donna a sedersi sul trono dell’impero cinese.

Nella prima parte del libro troviamo Luce, la protagonista, alle prese con l’apprendimento dell’arte della concubina.

Si parla proprio di arte, perché essere concubine non vuol dire solo fare le amanti, ma è molto di più.

Significa essere educate alla poesia, alla pittura, al canto, al portamento e anche all’arte amatoria.

Luce si destreggia tra i rigidi insegnamenti e la vita di corte, tra la difficoltà degli studi e le difficoltà a livello interpersonale con le altre allieve.

Finito l’apprendistato, la ragazza intraprende il suo cammino verso il potere. Con astuzia e perseveranza, giocando in maniera non sempre leale, riesce a conquistare i favori dell’imperatore.

Va da sé che questa situazione attira le antipatie delle altre concubine.

Pian piano Luce riesce a far innamorare l’imperatore che arriva, andando contro i consigli dei suoi cortigiani e delle famiglie nobili, a sposarla.

Alla morte dell’imperatore, Luce è la prima donna della storia cinese a diventare imperatrice.

E qui la situazione si ribalta: per la prima volta e in modo del tutto casuale l’imperatrice si innamora. Di un uomo. Ovviamente sbagliato.

L’amore è cieco, è irrazionale ed imprevedibile. Luce si innamora di un uomo di umili origini.

Questo scandalo sarà terreno fertile per la vita di corte. Grazie a notizie false e ambigue, la situazione porterà alla morte dell’innamorato e alla destituzione della protagonista.

Questa è in sintesi la trama.

Su una storia dall’apparenza semplice l’autrice monta un castello basato sulla sete di potere, sugli intrighi di corte, sulle alleanze labili e fittizie.

Non si tralascia neppure la realtà storica, tra battaglie, sommosse, omicidi e stragi.

E’ un romanzo storico e di formazione che offre uno spaccato dettagliato sul netto contrasto tra la ricchissima vita di corte e la povertà del popolo.

Il punto a suo favore è dato senza dubbio dal personaggio di Luce, che ci viene descritta come una ragazza che fa suo il motto “volere e potere”.

Razionale, calcolatrice, quasi spietata. Luce non esita a servirsi di trucchi e inganni per saziare la sua sete di potere.

Trasforma gli eventi in opportunità e non esita a coglierli al volo.

Ogni tanto si coglie qualche barlume di umanità, di incertezza. Ma sono sfumature che non vengono mai approfondite, quasi che per l’autrice fosse prioritario dare di Luce l’immagine di una ragazza forte e self-made.

Quindi ho fatto fatica a raffigurarmi una Luce in preda all’amore, sentimento irrazionale per eccellenza. Mi sembra che le cose siano state un po’ forzate, non in linea con il personaggio che ci è stato descritto fino ad ora.

Altra nota dolente del romanzo sono le descrizioni. Lunghe, esagerate e soprattutto non sempre funzionali alla narrazione in sé. Ma, come è indicato nei diritti del lettore, se risultano troppo noiose si possono sempre saltare.

Quindi consiglierei  questo libro? Tutto sommato sì, ma non aspettatevi che sia una lettura leggera.