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In questa ultima giornata di Novembre che finalmente se ne va faccio onore alla mia rubrica #timeismine per parlarvi di un bellissimo sabato.

Tra le poche ma significative cose che ho fatto unicamente per mio piacere personale nell'ultimo mese ho scelto di condividere con voi questa esperienza:

l'incontro con la scrittrice italiana Carla Maria Russo.

Sabato 18 Novembre uno sparuto ma esaltatissimo gruppetto di lettrici è saltato sul Freccia Rossa direzione Milano.

L'ultima volta che sono stata a Milano è stata dodici anni fa, non per lontananza geografica ma piuttosto per un primordiale e irrazionale terrore che mi coglie sempre quando si nomina questa città.

Già di per sé quindi andare a Milano per me sarebbe stato un grande evento.

Aggiungiamoci pure che le mie compagne di viaggio sono appassionate lettrici e che il fine ultimo era la presentazione de "Le nemiche", l'ultimo romanzo di Carla Maria Russo, e avrete un'idea perfetta del mio legittimo stato di esaltazione.

Ah, l'ho già detto che non c'erano bambini?!

L'incontro letterario si è svolto nella fantastica cornice del Palazzo Sforzesco, ancor più affascinante di quanto ricordassi, all'interno del progetto Book City Milano.

Cento soltanto i posti per entrare nella sala e assistere alla presentazione, tantissime quindi le persone che purtroppo sono state costrette a tornarsene a casa con le pive nel sacco.

In sé la conferenza non è durata molto, circa un'ora.

E' strano come pensare però che quello che è accaduto in un lasso di tempo così breve abbia lasciato su di me un'impronta davvero forte.

E la causa di tutto non è "Le nemiche", libro a cui dedicherò un post a parte.

Il motivo è l'autrice stessa.

Carla Maria Russo è una donna che racchiude in un corpo apparentemente gracile la forza di un bulldozer.

Energica, frizzante, vitale ma soprattutto di una semplicità e di una spontaneità genuine ed autentiche.

Durante quell'ora ha saputo rendere vivido e interessante un pezzo della nostra storia.

Ha narrato con passione ed eleganza, senza mai salire "in cattedra", ha affascinato la platea con la sua eloquenza, parlando però il linguaggio di noi comuni mortali.

E se parte di sé traspariva già dalle parole del romanzo "Lola nascerà a diciott'anni", l'incontro con lei in persona ha rafforzato l'opinione che mi ero fatta leggendo i suoi scritti.

Carla Maria Russo è di base una narratrice nata, ma la sua forza secondo me risiede nel saper dare voce e cuore ai personaggi che sceglie di presentarci.

Se è vero che il quadro storico-geografico in cui i personaggi agiscono è reale, i romanzi della Russo fanno quel passo in più.

Con un'abile mossa l'autrice ci cala nella psiche di ognuno di loro, mettendo in rilievo un fatto che siamo soliti dimenticare:

la Storia, anche quella con la esse maiuscola, l'hanno fatta gli uomini con il loro agire e il loro agire è determinato dalle loro passioni.

Questo è quello che rende unici i suoi romanzi. Con sapienti parole e brillanti intrecci Carla Maria Russo porta sul palcoscenico della nostra immaginazione figure storiche verosimili in cui è facile immedesimarsi anche a livelli davvero profondi.

Ha fatto più tanto Carla Maria Russo in un'ora di conferenza di quanto ahimè riescano a fare tanti insegnanti di storia in un mese di lezione.

Ancora frastornate a ammaliate dal suo discorso, le quattro amiche (che da quel giorno si chiameranno "Le quattro di Carla Maria"), se ne sono andate in giro per la città.

Infervorate dal sacro fuoco dello spirito letterario, si sono date all'esplorazione dettagliata e certosina di tutte le librerie del centro, riportando a casa un discreto bottino.

Anche qui hanno seguito il consiglio della scrittrice:

"Regalate libri. Un libro è un oggetto miracoloso e meraviglioso [...]".

Quando regaliamo un libro in realtà stiamo facendo molto di più.

Regaliamo storie che amiamo, avventure mozzafiato, viaggi in altri mondi...

Regalare un libro quindi significa in un certo modo regalare una parte di noi ad un'altra persona, mettere a nudo un pezzo della nostra anima.

Regalare un libro diventa perciò un profondo gesto di stima e fiducia reciproca.

Tenetelo presente, soprattutto ora che il Natale si avvicina.

Ora tocca a voi: che cosa avete fato questo mese per voi stesse?

Potete dirmelo con i commenti, potete utilizzare FB o IG con l'hashtag #timeismine @datemiunam, ma soprattutto potete raccontarlo sul vostro blog citandomi e magari estendendo l'invito a chi vi va.

PS: se sono stata capace di incuriosirvi e volete conoscere meglio questa scrittrice italiana, via lascio il link a questa sua intervista di qualche tempo fa.

Domani è una giornata importante che spero non venga fatta passare sotto tono.

Domani è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Non voglio scrivere un post che tratti dell'argomento, non perché non mi stia a cuore, anzi.

Ho scritto un post lo scorso anno che tratta di violenza sulle donne ma anche di quella meno conosciuta sugli uomini.

Ho parlato della Casa delle donne e di come quest'associazione aiuta e supporta donne che hanno subito vessazioni sia psicologiche che fisiche.

Quello di cui voglio parlare oggi è un libro che tratta il tema della violenza sulle donne.

Non è un romanzo recentissimo, probabilmente ne avrete già sentito parlare, ma per me è un libro che ci da una prospettiva differente sulla violenza contro le donne.

"UN BRAVO RAGAZZO" DI JAVIER GUTIERREZ

"Un bravo ragazzo" è un libro relativamente breve- circa 170 pagine-, ma molto intenso.

Il protagonista è Rubèn Polo, un ragazzo per bene, con un lavoro in banca, una fidanzata bellissima e quello che si prospetta un radioso futuro.

Polo, un bel giorno, camminando per le strade di Madrid incontra casualmente Blanca, una vecchia amica.

Quest'incontro da il via a un escalation di ricordi turbinosi.

Dalla mente di Polo emergono fatti legati a un lontano passato, fatti che il protagonista pensava fossero scomparsi e sepolti per sempre.

In un flusso trascinante di pensieri ed emozioni l'autore ci porta per mano, in una commistione tra passato e presente, fino agli anni Novanta, a quando Polo, Blanca, Nacho e Chino suonavano in una rock-band.

La forte connessione con il mondo della musica che segna e percorre l'intero libro è, assieme alla vita sregolata ed eccessiva dei ragazzi, la chiave di lettura per comprendere la trama del romanzo.

Rubén è ben lungi dall'essere un bravo ragazzo.

Rubén si è macchiato di un orribile colpa che non riuscirà mai a cancellare dalla mente, neppure dopo dieci anni.

E questa sarà la sua condanna, il suo castigo.

Gutierrez, attraverso un intreccio a volte anche confusionario, ci fa vivere quel tragico giorno in cui una grave violenza è stata perpetrata dal gruppo selvaggio servendosi del roipnol, la droga della stupro.

"Un bravo ragazzo" è un romanzo che scatena indignazione, rabbia profonda ma anche una certa compassione.

E' un libro dove la violenza viene presentata e descritta attraverso gli occhi del carnefice, un ragazzo che, alla fine, si vergogna e molto di quello che ha fatto e che vorrebbe solo dimenticare.

Ma in sostanza sempre di violenza si tratta, non quella brutale di cui magari siamo avvezze a sentir parlare, ma quella più infida proprio perché viene utilizzato il roipnol e la vittima alla fine non sa neppure di essere stata stuprata.

Ecco perché ho scelto di parlare di questo libro: la violenza assume molte forme, da quelle più sottili a quelle più eclatanti.

Ma uno stupro è e rimane sempre tale e proprio per questo deve essere comunque punito.

"Un bravo ragazzo" è un libro scomodo, sia dal punto di vista narrativo per la difficoltà di ricostruire e di dare coesione alla trama, che saltella tra passato e presente, con questa voce narrante che utilizza la seconda persona singolare.

E lo è soprattutto per quello che rappresenta: la violenza non è una cosa astratta che capita nei paesi sottosviluppati o nelle nazioni che sono in guerra.

La violenza contro le donne è un fatto quotidiano che avviene anche nei posti più civilizzati e ad opera anche dei "bravi" ragazzi.

Questo è il modo con cui intendo partecipare alla giornata internazionale della violenza contro le donne.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, creatrice del #venerdìdellibro.

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La scorsa settimana ho ricevuto una mail molto lusinghiera da parte di una lettrice.

Oltre ai complimenti, che fanno sempre piacere, la ragazza mi diceva di aver notato che durante il fine settimana non scrivo mai.

Effettivamente è così, a parte qualche post su FB o IG non scrivo mai il sabato e la domenica.

E come potrei?

Il fine settimana per le mamme lavoratrici generalmente è un caos.

Non voglio polemizzare o gettare fuoco sulla battaglia tra mamme casalinghe e mamme lavoratrici.

Il mio è semplicemente un dato di fatto.

Una casalinga "lavora" in casa (ho virgolettato lavora perché il termine presuppone una retribuzione che nel caso della casalinga non c'è, ma la fatica e l'impegno sono comunque innegabili) ogni giorno della settimana, per cui oggettivamente ha più tempo per gestire i lavori domestici e il menage familiare.

Le mamme lavoratrici generalmente passano parte della giornata  fuori casa, nel mio caso otto ore sono in ufficio e due se le porta via il tragitto casa-luogo di lavoro.

Di conseguenza quel che resta a disposizione per dedicarsi ad altro è davvero poco.

Io esco di casa coi bambini alle 7,25 e rientro per la pausa pranzo a 12,40 per ripartire poi a 13,20 e rincasare alle 18,45.

La mattina ho giusto il tempo per preparare me e i bambini e, mentre loro fanno colazione, riesco a rifare i letti e sfamare cane e gatti.

Ogni giorno mi dedico alla pulizia della casa, sfruttando anche la pausa pranzo: bagno e cucina, polveri in tutte le stanze, passata con l'aspirapolvere sui pavimenti, carico-scarico lavastoviglie...

Va da sé che poi la sera, quando rientro, c'è la cena da preparare, i bambini che giustamente reclamano la loro dose di attenzioni, la casa da finire di sistemare e se riesco magari qualche interazione con CF quando non è al lavoro.

In più ci sono le lavatrici, la spazzatura, la spesa, il giardino...

L'ho detto tante volte che la mamma lavoratrice è un'equilibrista: riesce a fare tante cose perché di fondo è brava ad organizzare e gestire il tempo che ha a disposizione, giocando di squadracon gli altri membri della famiglia.

E'inevitabile però che anche la giornata della mamma lavoratrice sia formata da ventiquattro ore, per cui tempo materiale per fare proprio tutto tutto non c'è.

Quindi i mestieri più impegnativi vengono relegati al fine settimana: cambio delle lenzuola, pulizia di vetri, lampadari e affini, lavaggio dei pavimenti, la fantomatica spesa...

A questi si sommano magari altre incombenze, come passare in tintoria, in posta, in biblioteca...

E non scordiamoci la vita sociale: cene, compleanni, gite, visite e così via.

Il week-end delle mamme lavoratrici è un caos, perché di solito noi mamme che lavoriamo facciamo quello che le mamme casalinghe possono spalmare durante gli altri giorni della settimana.

Inoltre, il sabato e la domenica io voglio stare con i miei bambini e con il loro papà.

E' un mio bisogno, vedendoli così poco gli altri giorni, durante il fine settimana mi piace passare il mio tempo con loro.

Li coinvolgo nelle faccende domestiche, andiamo a fare la spesa, cuciniamo assieme, disegniamo, coloriamo e giochiamo.

Facciamo in modo di divertirci e di sfruttare e godere di ogni momento.

Chiaro, non è tutto rose e fiori: CF magari non c'è, i bambini a volte sono stressanti e insopportabili o magari io stessa sono stanca e nervosa.

Tutto questo per dire che, scusatemi proprio, ma durante il mio caotico fine settimana da mamma lavoratrice il tempo per scrivere sul blog non lo trovo proprio.

Perché durante il fine settimana io "vivo" quello che tante altre mamme hanno la possibilità di vivere ogni altro giorno della settimana.

Ditemi voi, invece, cosa fate durante il fine settimana: riuscite a rilassarvi o siete congestionate da impegni sociali e non?

 

 

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Oggi è il primo lunedì con il ritorno dell'ora solare.

Il che significa che abbiamo avuto, nella notte tra sabato e domenica, ben un'ora di sonno in più.

Quindi dovrei essere più riposata, ma scommetto che tutti noi genitori sappiamo benissimo che i nostri figli non si programmano come gli orologi.

Domenica mattina quindi bellamente si saranno svegliati prestissimo, tirandovi giù dal letto all'alba.

Nonostante la stanchezza, dovremmo ringraziare i nostri bambini che, così facendo, ci hanno permesso di sfruttare appieno la giornata.

Time is mine- La mia nuova rubrica

Siamo mamme e papà, siamo persone con tanti interessi e tante esigenze.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia importante riuscire a ritagliarsi qualche spazio per dedicarci a ciò che ci piace fare, sia esso una seduta dall'estetista o una partita a paintball.

Da qui è nata l'idea per questa piccola rubrica dove, a fine mese, vi proporrò qualcosa di interessante che ho fatto per me, di qualsiasi genere si tratti.

Lo scopo di questo spazio, che ho chiamato "Time is mine" è quello sì di darvi dei suggerimenti, ma anche quello di dimostrarvi che nonostante la nostra condizione di genitori, essere noi stessi è ancora possibile.

Non c'è niente di peggio per me di sentire frasi del tipo "Mi sacrifico per i miei figli" che tradotto in soldoni significa "Smetto di fare qualunque cosa mi piace perché devo seguire le mie creature", il che ci porta ad avere genitori esauriti e incattiviti che in modo più o meno cosciente gettano sui propri figli le loro frustrazioni.

"Qualche cosa di troppo"- Il film

Grazie ai miei adorabili pupi, domenica sono riuscita a guardare questo film francese che avevo in programma di vedere da un po' di tempo.

"Qualche cosa di troppo" è uscito quest'anno ma non se ne è sentito parlare molto.

Secondo me è un film invece che vale la pena vedere.

La regista, nonché attrice protagonista, è Dana Audrey, che aveva diretto già il film "11 donne a Parigi".

Protagonista della storia è Jeanne, una quasi quarantenne, professione architetto, sposata con due figli.

Jeanne è l'antitesi della rampante e affascinante donna in carriera.

Sul piano professionale si fa mettere i piedi in testa dai suoi colleghi e dal suo capo, su quello personale fa come gli struzzi: finge di non vedere che il suo matrimonio sta andando a rotoli.

Insomma, la povera Jeanne è una donna con una scarsa autostima che le deriva da questo concetto inculcatole fin dall'infanzia: "se non sei un uomo non vali niente".

La situazione precipita quando il marito la lascia definitivamente e il giudice stabilisce l'affido congiunto dei figli.

Jeanne, dopo lo sfogo di rito con l'amica del cuore, va a dormire affranta e si risveglia il mattino seguente, dopo una notte tempestosa, con...qualcosa in più.

Avete già capito di cosa si tratta?

Alla protagonista durante la notte è spuntato un bel pene con tanto di attributi.

Dopo l'ovvio terrore iniziale e una visita dal ginecologo (che segnerà la prima tappa di varie sedute), Jeanne si ritroverà a dover fare buon viso a cattivo gioco.

Non tutto il male vien per nuocere: la donna riesce pian piano a dimostrare il proprio valore al lavoro, lasciando di stucco sia il capo che i colleghi.

Allo stesso tempo riesce a vendicarsi del marito fedifrago, riprende le redini della propria vita e diventa una persona pienamente soddisfatta anche in ambito familiare.

Tutto questo sullo sfondo di equivoci divertenti e scene davvero esilaranti che non scadono mai nel volgare.

La commedia riesce a divertire basandosi sullo scambio uomo-donna, ma fatto in modo intelligente e profondo.

L'intento di Dana è quello di mostrarci il mondo maschile con occhi femminili ma lasciando da parte gli stereotipi (gli uomini pensano solo al sesso, le donne sono sempre delle vittime...).

Allo stesso tempo la regista vuole sottolineare quanto purtroppo la nostra società sia ancora legata a stereotipi di genere, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel film poi non manca la componente amorosa: Jeanne infatti si innamora, ricambiata, di un suo collega. Ma ora la domanda è: quest'uomo riuscirà ad amarla anche con...qualcosa in più?

Vi suggerisco quindi di vedervi questa pellicola, rilassarvi e ridere, sole o in compagnia (ecco, se non siete pronte a intavolare discussioni complesse magari mandate i bambini a nanna).

Ora aspetto i vostri preziosi suggerimenti non solo in ambito cinematografico: cosa avete fatto per voi questo mese che volete condividere?

Potete lasciarmi i vostri pensieri anche su FB o IG usando l'hashtag #timeismine @datemiunam.

 

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Tre tazze di cioccolata, me le berrei volentieri ora che comincia l'autunno.

Magari aromatizzate con qualche spezia, come peperoncino e cannella e, perché no, servite in una bella cioccolatiera.

Ragazze, non vi sto proponendo un libro di cucina che ha per protagonista il cioccolato, bensì un romanzo che si chiama proprio "Tre tazze di cioccolata".

Scritto da Care Santos, il libro è ambientato nell'affascinante Barcellona.

Se la città in cui si svolge l'intera vicenda rimane la stessa, il tempo invece cambia: si parte dai nostri giorni, si fa un passo all'indietro ed infine ci si ritrova al 1700.

Due sono i fili conduttori del romanzo: una cioccolatiera che capita in sorte alle protagoniste e la musica.

Tematicamente la storia può essere suddivisa in tre atti, quasi fosse un'opera lirica.

Peperoncino, zenzero e lavanda

La scena si apre con Sara, titolare di una storica e rinomata cioccolateria di Barcellona.

Sara è una donna realizzata, sia sul lavoro che sul piano personale. E' felicemente sposata con suo marito Max da molti anni, ha due figli e una bella casa.

Il suo amore per il cioccolato è pari soltanto a quello per Oriol, vecchio amico e maitre chocolatier, con cui ha una relazione segreta da anni, basata su sporadici incontri passionali.

L'autrice ripercorre a balzi la storia dell'amicizia di Sara, Oriol e Max, dagli esordi al fatidico momento in cui la cioccolatiera si rompe e che segna anche un drastico cambio di rotta nella vita di Sara.

Cacao, zucchero e cannella

Si torna indietro nel tempo. La cioccolatiera di porcellana diviene il pretesto per presentarci Aurora, cameriera dimessa e integerrima, dai sentimenti puri e casti.

Aurora fin da piccola risiede nel palazzo dell'inventore Estanislau Turull. Aurora diviene la cameriera personale, nonché confidente, di Candida, l'unica figlia di Estanislau.

Candida è l'opposto di Aurora: viziata, egocentrica, maliziosa e venale. Il destino delle ragazze è legato a doppio filo e la cameriera seguirà la padrona quando questa si sposerà con il cioccolatiere Sampons, astro nascente di Barcellona.

La ricca ragazza lo lascerà per un tenore italiano, fuggendo nel cuore della notte e lasciando la famiglia disonorata.

Aurora verrà allontanata dalle due famiglie ma la fortuna le sorriderà.

Pepe, chiodi di garofano e cannella

Ultimo balzo indietro nel tempo e, a mio parere, parte più intrigante della storia. A Barcellona sono arrivate segretamente due delegazioni, una inglese e una francese, con il compito di convincere il maitre chocolatier Fernandes a fornire esclusivamente alla loro nazione la sua famosa cioccolata.

La voce narrante cambia ed ora le vicende sono raccontate attraverso lettere che il giovane Victor Guillot, segretario di Madame Adelaide, scrive per informarla degli avvenimenti.

Madame Adelaide è la prima proprietaria della cioccolatiera di porcellana, che è stata fatta appositamente per lei e la sorella.

Adelaide è una delle figlie di re Luigi XV, colei che per intelletto avrebbe potuto rivestire un ruolo primario nella vita politica del Paese, ma che in realtà è stata costretta dal suo sesso a restare ai margini.

Stessa sorte capita a Marianna, moglie di Fernandes, costretta ad occultare la morte del marito pur di continuare a lavorare come cioccolataia.

Questo scatena i sospetti all'interno della corporazione dei cioccolatieri di Barcellona, che vogliono impadronirsi del segreto (un primitivo macchinario) di Fernandes.

Contesa quindi tra la corporazione, la delegazione inglese e quella francese l'impavida Marianna alla fine riuscirà a spuntarla su tutti, aiutata da Victor.

In questa parte non mancano vicende di spionaggio, sanguinosi duelli e intriganti farse sullo sfondo dell'ormai imminente rivoluzione francese e americana.

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"Tre tazze di cioccolata" è un'opera di finzione ma con molti riferimenti storici reali.

Gli avvenimenti sono ben congegnati e danno origine ad un impianto narrativo molto ben strutturato e connesso.

L'autrice ci presenta una galleria di personaggi, la maggior parte femminili, di diverse tipologie: dalla dimessa Aurora alla battagliera Marianna, alla rassegnata Madame Adelaide.

Dal punto di vista narrativo, la scrittura è fluida ed immediata. I dettagli storici sono diffusi con parsimonia, non appesantiscono la storia ma fanno da cornice e da sfondo per creare un miglior effetto di verosimiglianza.

Tutto sommato è un romanzo molto scorrevole, secondo me certe parti possono essere lette più volentieri di altre a seconda dei gusti personali, per esempio per me la terza parte è la più bella delle tre.

Lettura consigliata a chi ama i romanzi storici, con qualche nota d'amore e qualche sprazzo avventuroso, da gustarsi magari gustando proprio una tazza di cioccolata.

 

Come ogni venerdì ringrazio Paola di Homemademamma per il venerdì del libro.

Una sera qualsiasi di una giornata d'autunno come tante.

Ingolfata nel traffico mentre torno a casa dal lavoro, la voglia di farmi una doccia bollente e di svenire sul divano come unica compagnia.

Si procede a passo d'uomo, prima-seconda-fermi, prima-seconda-fermi.

La coda scivola lenta giù per la valle, mentre inganno il tempo canticchiando vecchie canzoni, persa tra le note malinconiche di ciò che passano alla radio.

Prima-seconda-fermi. Ma stavolta non si riparte. Capolinea. E a me, ovviamente,  scappa la pipì - perché queste cose capitano sempre nei momenti peggiori, eh?-

Con una rapida manovra che sorprende il motociclista che stava arrivando a velocità sostenuta -per andare dove, poi, che è tutto bloccato?-, mi tolgo dalla strada e parcheggio in una piazzola con annesso bar.

Bar uguale bagno e soprattutto uguale caffè, che non fa mai male, almeno a me.

Decido di prendermela comoda, tanto la coda non sembra procedere.

Mi siedo al tavolino, pronta a godermi il mio bell'espresso.

-Ciao, posso farti compagnia?

Non ho bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi è.

La vedo benissimo con gli occhi della mente, la testa lievemente reclinata di lato, i capelli lunghi e scuri che le ricadono sulla guancia, la bocca perfettamente truccata.

Non aspetta la mia risposta. Come allora, si siede e basta, accavallando le gambe ossute che sembra fatichino perfino a sostenere il peso delle eleganti scarpe con i tacchi.

Il suo profumo -sempre lo stesso, fondo dolce con note speziate-, la sua erre appena arrotondata, il suo tono tanto calmo e suadente.

"L'ipnotismo di un serpente", mi viene da pensare di colpo.

Le guardo le mani, l'unica cosa diversa in lei. Ora sono curate.

Ha smesso di mangiarsele fino all'osso.

"Chissà dove sfogherà tutte le sue energie negative ora".

Ma in realtà non voglio saperlo. Non mi interessa più. Ha smesso di importarmene tanto tempo fa, in effetti.

Lei nota il mio sguardo e si tira più giù le maniche del cardigan, un riflesso condizionato, quasi come se l'avessi colta in flagrante.

Non serve. Niente finzioni, niente menzogne, tra di noi.

Ambedue sappiamo benissimo cosa si nasconde là sotto, nella zona dove le commesse ti fanno provare il fondotinta.

Io c'ero e non ho dimenticato.

E' un attimo, ma basta. Mi basta.

Così con un atto di forza poco consono per me prendo le redini del discorso, prepotentemente, senza alcun tatto.

- Vedo che stai bene, ma soprattutto vedo che non sei cambiata affatto.

Lo interpreta come un complimento e la sua bocca si allarga in un sorriso, le fossette così familiari sulle guance incavate.

Prima che ricominci a parlare, la blocco decisa con un gesto perentorio.

- Ascoltami, per favore.

E' tanto che non ci sentiamo, sicuramente avrai molte cose da raccontarmi, magari le ho anche io.

Il fatto però è questo: negli anni che non ci siamo sentite, ho capito finalmente che la mia vita ha perfettamente senso anche senza di te.

Non sei come un pezzo di puzzle che completa l'immagine, non mi sei indispensabile, senza di te io sto bene.

E credo che la stessa cosa valga anche per te.

Sicuramente hai trovato altre persone più in sintonia con te, con la te stessa di adesso.

Anzi, no, con la te stessa di sempre, perché tu non sei cambiata affatto, sono io ad essere diversa adesso,nella strada che ho scelto, ma soprattutto nel mio modo di sentire e di vivere la vita.

Hai sempre detto tu per prima che i rami secchi vanno tagliati così che l'albero possa utilizzare la propria energia vitale in modo più razionale e mirato.

Ecco, è arrivato questo momento, anzi, in realtà l'abbiamo già fatto, questo è solo un istante casuale in cui ci siamo trovate nello stesso tempo ad occupare lo stesso spazio.

Io ti ho lasciato andare, anni fa, quando tu hai cominciato ad allontanarti da me.

Ed è stato proprio allora che ho smesso di essere il tuo satellite, di girarti attorno e di riflettere la tua luce.

Non è stato facile, questo no, ma ho cominciato a capire chi ero, chi potevo e volevo essere.

Ho utilizzato la mia vitalità per me, non più per te.

Ho impiegato il mio tempo per fare ciò che volevo fare realmente, non per fare ciò che poteva far star bene te.

Ho smesso di essere il tuo bilanciere, il tuo grillo parlante, la tua spalla su cui piangere.

Ho capito che tu non sei una mia responsabilità, perché l'amicizia non implica necessariamente che uno si faccia in modo automatico carico della felicità dell'altro, sempre e comunque.

Sono consapevole della contropartita: una persona con i tuoi talenti e le tue doti non l'ho più incontrata, il feeling che c'era tra di noi non l'ho più provato con nessun altro.

Ma le cose sono andate così ed io non ho rimpianti.Il gioco non valeva la candela.

Fatti un favore: lasciami andare, faccio parte del tuo passato e non hai bisogno di me né nel tuo presente né nel tuo futuro.

Sono un ramo secco oramai, da cui non puoi più attingere nulla.

Non sto dicendo di dimenticare o rinnegare quel che c'è stato anni fa, ma è ora di andare avanti.

Lasciami andare, perché stare con te non mi provoca gioia, ma neppure dolore.

Senza di te mi sento sollevata e libera, mi sento più...me stessa.

Non ho più paura del telefono che squilla a tarda notte, non ho più paura di trovarti stesa esanime sul pavimento di casa tua o di doverti raccogliere nel camerino di un negozio perché sei svenuta dalla fame mentre provavi quell'abito così carino.

Lasciami andare perché io non sono più disposta a rivivere tutto questo.

Il tuo narcisismo esasperante è una brutta bestia che si ripercuote  in centri concentrici su tutti quelli che ti stanno vicino"

Mi osserva, occhi grandi e profondi. Non c'è tristezza o disagio, non c'è rabbia o dolore, forse solo le antiche vestigia di un affetto lontano.

-Grazie! Sai che non amo fingere-

Le parole volano via leggere dalla sua bocca.

Barcollando appena sui suoi trampoli all'ultima moda, la borsa di Armani in spalla, esce da locale.

Quel che mi rimane di lei è la scia del suo profumo e il suo caffè da pagare.

Risalgo in macchina e mi rimetto in coda, paziente.

Seguo il traffico, consapevole che il momento del decluttering è stato davvero catartico.

"Does it sparks joy?"

Stare con lei, di gioia, non me ne dava più, inutile riprovarci.

Certe cose finiscono e basta.

Penso a Marie Kondo, alle sue parole: "Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti".

Sono certa che non si riferisse solo alle cose, la Marie.

Ed io di ripensamenti, in questo caso, non ne ho.

Sono libera, consapevole di essermi definitivamente lasciata alle spalle un grosso peso, una parte ingombrante del mio passato.

Ma la mia vita ora può continuare e credo sarà più fulgida ed appassionante di prima.

Questo post partecipa al tema #fantasmi #decluttering proposto dagli #aedidigitali. Se vuoi saperne di più, trovi tutto qui.