2

Oggi è il primo lunedì con il ritorno dell'ora solare.

Il che significa che abbiamo avuto, nella notte tra sabato e domenica, ben un'ora di sonno in più.

Quindi dovrei essere più riposata, ma scommetto che tutti noi genitori sappiamo benissimo che i nostri figli non si programmano come gli orologi.

Domenica mattina quindi bellamente si saranno svegliati prestissimo, tirandovi giù dal letto all'alba.

Nonostante la stanchezza, dovremmo ringraziare i nostri bambini che, così facendo, ci hanno permesso di sfruttare appieno la giornata.

Time is mine- La mia nuova rubrica

Siamo mamme e papà, siamo persone con tanti interessi e tante esigenze.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia importante riuscire a ritagliarsi qualche spazio per dedicarci a ciò che ci piace fare, sia esso una seduta dall'estetista o una partita a paintball.

Da qui è nata l'idea per questa piccola rubrica dove, a fine mese, vi proporrò qualcosa di interessante che ho fatto per me, di qualsiasi genere si tratti.

Lo scopo di questo spazio, che ho chiamato "Time is mine" è quello sì di darvi dei suggerimenti, ma anche quello di dimostrarvi che nonostante la nostra condizione di genitori, essere noi stessi è ancora possibile.

Non c'è niente di peggio per me di sentire frasi del tipo "Mi sacrifico per i miei figli" che tradotto in soldoni significa "Smetto di fare qualunque cosa mi piace perché devo seguire le mie creature", il che ci porta ad avere genitori esauriti e incattiviti che in modo più o meno cosciente gettano sui propri figli le loro frustrazioni.

"Qualche cosa di troppo"- Il film

Grazie ai miei adorabili pupi, domenica sono riuscita a guardare questo film francese che avevo in programma di vedere da un po' di tempo.

"Qualche cosa di troppo" è uscito quest'anno ma non se ne è sentito parlare molto.

Secondo me è un film invece che vale la pena vedere.

La regista, nonché attrice protagonista, è Dana Audrey, che aveva diretto già il film "11 donne a Parigi".

Protagonista della storia è Jeanne, una quasi quarantenne, professione architetto, sposata con due figli.

Jeanne è l'antitesi della rampante e affascinante donna in carriera.

Sul piano professionale si fa mettere i piedi in testa dai suoi colleghi e dal suo capo, su quello personale fa come gli struzzi: finge di non vedere che il suo matrimonio sta andando a rotoli.

Insomma, la povera Jeanne è una donna con una scarsa autostima che le deriva da questo concetto inculcatole fin dall'infanzia: "se non sei un uomo non vali niente".

La situazione precipita quando il marito la lascia definitivamente e il giudice stabilisce l'affido congiunto dei figli.

Jeanne, dopo lo sfogo di rito con l'amica del cuore, va a dormire affranta e si risveglia il mattino seguente, dopo una notte tempestosa, con...qualcosa in più.

Avete già capito di cosa si tratta?

Alla protagonista durante la notte è spuntato un bel pene con tanto di attributi.

Dopo l'ovvio terrore iniziale e una visita dal ginecologo (che segnerà la prima tappa di varie sedute), Jeanne si ritroverà a dover fare buon viso a cattivo gioco.

Non tutto il male vien per nuocere: la donna riesce pian piano a dimostrare il proprio valore al lavoro, lasciando di stucco sia il capo che i colleghi.

Allo stesso tempo riesce a vendicarsi del marito fedifrago, riprende le redini della propria vita e diventa una persona pienamente soddisfatta anche in ambito familiare.

Tutto questo sullo sfondo di equivoci divertenti e scene davvero esilaranti che non scadono mai nel volgare.

La commedia riesce a divertire basandosi sullo scambio uomo-donna, ma fatto in modo intelligente e profondo.

L'intento di Dana è quello di mostrarci il mondo maschile con occhi femminili ma lasciando da parte gli stereotipi (gli uomini pensano solo al sesso, le donne sono sempre delle vittime...).

Allo stesso tempo la regista vuole sottolineare quanto purtroppo la nostra società sia ancora legata a stereotipi di genere, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel film poi non manca la componente amorosa: Jeanne infatti si innamora, ricambiata, di un suo collega. Ma ora la domanda è: quest'uomo riuscirà ad amarla anche con...qualcosa in più?

Vi suggerisco quindi di vedervi questa pellicola, rilassarvi e ridere, sole o in compagnia (ecco, se non siete pronte a intavolare discussioni complesse magari mandate i bambini a nanna).

Ora aspetto i vostri preziosi suggerimenti non solo in ambito cinematografico: cosa avete fatto per voi questo mese che volete condividere?

Potete lasciarmi i vostri pensieri anche su FB o IG usando l'hashtag #timeismine @datemiunam.

 

2

Tre tazze di cioccolata, me le berrei volentieri ora che comincia l'autunno.

Magari aromatizzate con qualche spezia, come peperoncino e cannella e, perché no, servite in una bella cioccolatiera.

Ragazze, non vi sto proponendo un libro di cucina che ha per protagonista il cioccolato, bensì un romanzo che si chiama proprio "Tre tazze di cioccolata".

Scritto da Care Santos, il libro è ambientato nell'affascinante Barcellona.

Se la città in cui si svolge l'intera vicenda rimane la stessa, il tempo invece cambia: si parte dai nostri giorni, si fa un passo all'indietro ed infine ci si ritrova al 1700.

Due sono i fili conduttori del romanzo: una cioccolatiera che capita in sorte alle protagoniste e la musica.

Tematicamente la storia può essere suddivisa in tre atti, quasi fosse un'opera lirica.

Peperoncino, zenzero e lavanda

La scena si apre con Sara, titolare di una storica e rinomata cioccolateria di Barcellona.

Sara è una donna realizzata, sia sul lavoro che sul piano personale. E' felicemente sposata con suo marito Max da molti anni, ha due figli e una bella casa.

Il suo amore per il cioccolato è pari soltanto a quello per Oriol, vecchio amico e maitre chocolatier, con cui ha una relazione segreta da anni, basata su sporadici incontri passionali.

L'autrice ripercorre a balzi la storia dell'amicizia di Sara, Oriol e Max, dagli esordi al fatidico momento in cui la cioccolatiera si rompe e che segna anche un drastico cambio di rotta nella vita di Sara.

Cacao, zucchero e cannella

Si torna indietro nel tempo. La cioccolatiera di porcellana diviene il pretesto per presentarci Aurora, cameriera dimessa e integerrima, dai sentimenti puri e casti.

Aurora fin da piccola risiede nel palazzo dell'inventore Estanislau Turull. Aurora diviene la cameriera personale, nonché confidente, di Candida, l'unica figlia di Estanislau.

Candida è l'opposto di Aurora: viziata, egocentrica, maliziosa e venale. Il destino delle ragazze è legato a doppio filo e la cameriera seguirà la padrona quando questa si sposerà con il cioccolatiere Sampons, astro nascente di Barcellona.

La ricca ragazza lo lascerà per un tenore italiano, fuggendo nel cuore della notte e lasciando la famiglia disonorata.

Aurora verrà allontanata dalle due famiglie ma la fortuna le sorriderà.

Pepe, chiodi di garofano e cannella

Ultimo balzo indietro nel tempo e, a mio parere, parte più intrigante della storia. A Barcellona sono arrivate segretamente due delegazioni, una inglese e una francese, con il compito di convincere il maitre chocolatier Fernandes a fornire esclusivamente alla loro nazione la sua famosa cioccolata.

La voce narrante cambia ed ora le vicende sono raccontate attraverso lettere che il giovane Victor Guillot, segretario di Madame Adelaide, scrive per informarla degli avvenimenti.

Madame Adelaide è la prima proprietaria della cioccolatiera di porcellana, che è stata fatta appositamente per lei e la sorella.

Adelaide è una delle figlie di re Luigi XV, colei che per intelletto avrebbe potuto rivestire un ruolo primario nella vita politica del Paese, ma che in realtà è stata costretta dal suo sesso a restare ai margini.

Stessa sorte capita a Marianna, moglie di Fernandes, costretta ad occultare la morte del marito pur di continuare a lavorare come cioccolataia.

Questo scatena i sospetti all'interno della corporazione dei cioccolatieri di Barcellona, che vogliono impadronirsi del segreto (un primitivo macchinario) di Fernandes.

Contesa quindi tra la corporazione, la delegazione inglese e quella francese l'impavida Marianna alla fine riuscirà a spuntarla su tutti, aiutata da Victor.

In questa parte non mancano vicende di spionaggio, sanguinosi duelli e intriganti farse sullo sfondo dell'ormai imminente rivoluzione francese e americana.

*****

"Tre tazze di cioccolata" è un'opera di finzione ma con molti riferimenti storici reali.

Gli avvenimenti sono ben congegnati e danno origine ad un impianto narrativo molto ben strutturato e connesso.

L'autrice ci presenta una galleria di personaggi, la maggior parte femminili, di diverse tipologie: dalla dimessa Aurora alla battagliera Marianna, alla rassegnata Madame Adelaide.

Dal punto di vista narrativo, la scrittura è fluida ed immediata. I dettagli storici sono diffusi con parsimonia, non appesantiscono la storia ma fanno da cornice e da sfondo per creare un miglior effetto di verosimiglianza.

Tutto sommato è un romanzo molto scorrevole, secondo me certe parti possono essere lette più volentieri di altre a seconda dei gusti personali, per esempio per me la terza parte è la più bella delle tre.

Lettura consigliata a chi ama i romanzi storici, con qualche nota d'amore e qualche sprazzo avventuroso, da gustarsi magari gustando proprio una tazza di cioccolata.

 

Come ogni venerdì ringrazio Paola di Homemademamma per il venerdì del libro.

Una sera qualsiasi di una giornata d'autunno come tante.

Ingolfata nel traffico mentre torno a casa dal lavoro, la voglia di farmi una doccia bollente e di svenire sul divano come unica compagnia.

Si procede a passo d'uomo, prima-seconda-fermi, prima-seconda-fermi.

La coda scivola lenta giù per la valle, mentre inganno il tempo canticchiando vecchie canzoni, persa tra le note malinconiche di ciò che passano alla radio.

Prima-seconda-fermi. Ma stavolta non si riparte. Capolinea. E a me, ovviamente,  scappa la pipì - perché queste cose capitano sempre nei momenti peggiori, eh?-

Con una rapida manovra che sorprende il motociclista che stava arrivando a velocità sostenuta -per andare dove, poi, che è tutto bloccato?-, mi tolgo dalla strada e parcheggio in una piazzola con annesso bar.

Bar uguale bagno e soprattutto uguale caffè, che non fa mai male, almeno a me.

Decido di prendermela comoda, tanto la coda non sembra procedere.

Mi siedo al tavolino, pronta a godermi il mio bell'espresso.

-Ciao, posso farti compagnia?

Non ho bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi è.

La vedo benissimo con gli occhi della mente, la testa lievemente reclinata di lato, i capelli lunghi e scuri che le ricadono sulla guancia, la bocca perfettamente truccata.

Non aspetta la mia risposta. Come allora, si siede e basta, accavallando le gambe ossute che sembra fatichino perfino a sostenere il peso delle eleganti scarpe con i tacchi.

Il suo profumo -sempre lo stesso, fondo dolce con note speziate-, la sua erre appena arrotondata, il suo tono tanto calmo e suadente.

"L'ipnotismo di un serpente", mi viene da pensare di colpo.

Le guardo le mani, l'unica cosa diversa in lei. Ora sono curate.

Ha smesso di mangiarsele fino all'osso.

"Chissà dove sfogherà tutte le sue energie negative ora".

Ma in realtà non voglio saperlo. Non mi interessa più. Ha smesso di importarmene tanto tempo fa, in effetti.

Lei nota il mio sguardo e si tira più giù le maniche del cardigan, un riflesso condizionato, quasi come se l'avessi colta in flagrante.

Non serve. Niente finzioni, niente menzogne, tra di noi.

Ambedue sappiamo benissimo cosa si nasconde là sotto, nella zona dove le commesse ti fanno provare il fondotinta.

Io c'ero e non ho dimenticato.

E' un attimo, ma basta. Mi basta.

Così con un atto di forza poco consono per me prendo le redini del discorso, prepotentemente, senza alcun tatto.

- Vedo che stai bene, ma soprattutto vedo che non sei cambiata affatto.

Lo interpreta come un complimento e la sua bocca si allarga in un sorriso, le fossette così familiari sulle guance incavate.

Prima che ricominci a parlare, la blocco decisa con un gesto perentorio.

- Ascoltami, per favore.

E' tanto che non ci sentiamo, sicuramente avrai molte cose da raccontarmi, magari le ho anche io.

Il fatto però è questo: negli anni che non ci siamo sentite, ho capito finalmente che la mia vita ha perfettamente senso anche senza di te.

Non sei come un pezzo di puzzle che completa l'immagine, non mi sei indispensabile, senza di te io sto bene.

E credo che la stessa cosa valga anche per te.

Sicuramente hai trovato altre persone più in sintonia con te, con la te stessa di adesso.

Anzi, no, con la te stessa di sempre, perché tu non sei cambiata affatto, sono io ad essere diversa adesso,nella strada che ho scelto, ma soprattutto nel mio modo di sentire e di vivere la vita.

Hai sempre detto tu per prima che i rami secchi vanno tagliati così che l'albero possa utilizzare la propria energia vitale in modo più razionale e mirato.

Ecco, è arrivato questo momento, anzi, in realtà l'abbiamo già fatto, questo è solo un istante casuale in cui ci siamo trovate nello stesso tempo ad occupare lo stesso spazio.

Io ti ho lasciato andare, anni fa, quando tu hai cominciato ad allontanarti da me.

Ed è stato proprio allora che ho smesso di essere il tuo satellite, di girarti attorno e di riflettere la tua luce.

Non è stato facile, questo no, ma ho cominciato a capire chi ero, chi potevo e volevo essere.

Ho utilizzato la mia vitalità per me, non più per te.

Ho impiegato il mio tempo per fare ciò che volevo fare realmente, non per fare ciò che poteva far star bene te.

Ho smesso di essere il tuo bilanciere, il tuo grillo parlante, la tua spalla su cui piangere.

Ho capito che tu non sei una mia responsabilità, perché l'amicizia non implica necessariamente che uno si faccia in modo automatico carico della felicità dell'altro, sempre e comunque.

Sono consapevole della contropartita: una persona con i tuoi talenti e le tue doti non l'ho più incontrata, il feeling che c'era tra di noi non l'ho più provato con nessun altro.

Ma le cose sono andate così ed io non ho rimpianti.Il gioco non valeva la candela.

Fatti un favore: lasciami andare, faccio parte del tuo passato e non hai bisogno di me né nel tuo presente né nel tuo futuro.

Sono un ramo secco oramai, da cui non puoi più attingere nulla.

Non sto dicendo di dimenticare o rinnegare quel che c'è stato anni fa, ma è ora di andare avanti.

Lasciami andare, perché stare con te non mi provoca gioia, ma neppure dolore.

Senza di te mi sento sollevata e libera, mi sento più...me stessa.

Non ho più paura del telefono che squilla a tarda notte, non ho più paura di trovarti stesa esanime sul pavimento di casa tua o di doverti raccogliere nel camerino di un negozio perché sei svenuta dalla fame mentre provavi quell'abito così carino.

Lasciami andare perché io non sono più disposta a rivivere tutto questo.

Il tuo narcisismo esasperante è una brutta bestia che si ripercuote  in centri concentrici su tutti quelli che ti stanno vicino"

Mi osserva, occhi grandi e profondi. Non c'è tristezza o disagio, non c'è rabbia o dolore, forse solo le antiche vestigia di un affetto lontano.

-Grazie! Sai che non amo fingere-

Le parole volano via leggere dalla sua bocca.

Barcollando appena sui suoi trampoli all'ultima moda, la borsa di Armani in spalla, esce da locale.

Quel che mi rimane di lei è la scia del suo profumo e il suo caffè da pagare.

Risalgo in macchina e mi rimetto in coda, paziente.

Seguo il traffico, consapevole che il momento del decluttering è stato davvero catartico.

"Does it sparks joy?"

Stare con lei, di gioia, non me ne dava più, inutile riprovarci.

Certe cose finiscono e basta.

Penso a Marie Kondo, alle sue parole: "Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti".

Sono certa che non si riferisse solo alle cose, la Marie.

Ed io di ripensamenti, in questo caso, non ne ho.

Sono libera, consapevole di essermi definitivamente lasciata alle spalle un grosso peso, una parte ingombrante del mio passato.

Ma la mia vita ora può continuare e credo sarà più fulgida ed appassionante di prima.

Questo post partecipa al tema #fantasmi #decluttering proposto dagli #aedidigitali. Se vuoi saperne di più, trovi tutto qui.

 

Mentre venivo al lavoro stamattina ho sentito alla radio il putiferio generato dalla Adidas, che ha scelto tra i tanti volti per la campagna #Superstar dedicata alle nuove "icone di domani" la modella svedese Arvida Bystrom.

La ragazza venticinquenne, che non è solo modella ma anche fotografa e artista, ha fatto scalpore per la sua decisione - già di qualche anno fa- di non depilarsi, rivendicando così la libera scelta di ogni donna di fare col proprio corpo ciò che vuole, sentendosi comunque femminile.

Leggendo poi qua e là, ho notato che nella testa dei più scatta subito l'associazione automatica non-depilazione = femminismo.

La cosa mi ha suscitato una serie di perplessità.

Basta decidere di tenersi i propri pelazzi su gambe, braccia, ascelle e inguine per essere definite femministe?

E al contrario, è sufficiente sottoporsi alla dolorosa pratica della depilazione o dell'epilazione per essere additate come non femministe?

Dai, ragazze, ci arriviamo tutte a capire che il ragionamento non è così semplicistico.

Non sono una masochista che ama farsi strappare la peluria, non gioisco all'idea di impiegare il mio (già poco) tempo libero nella guerra contro i peli superflui.

Ma lo faccio.

Per piacere agli altri? Sicuramente.

Per piacere a me stessa? Anche.

Sicuramente tutte noi lo facciamo per un discorso di accettazione.

Viviamo in una società in cui sia donne che uomini devono seguire determinati canoni, non solo estetici ma anche comportamentali per integrarsi ed essere accettati.

La scelta secondo me è esclusa già a priori: se vuoi far parte di questo mondo, devi accettare queste condizioni.

Se scegli di non farlo, sappi che in qualche modo di troverai ghettizzato ed emarginato.

Non sto affatto dicendo che sia giusto, sto solo sottolineando il fatto che è così, per cui non si parla più di libertà di scelta ma semplicemente di uniformità ed adeguamento.

Infatti dove sta la scelta se ti dicono o così o sei fuori?

Suvvia, suona un tantino come una presa per il culo, alla stregua del "ti faccio un'offerta che non puoi rifiutare" (se non sapete da che capolavoro è tratta la citazione, vi mancano le basi!)

"La femminilità può essere definita come l'insieme delle caratteristiche fisiche, psichiche e comportamentali giudicate da una specifica cultura come idealmente associate alla donna, e che la distinguono dall'uomo.

A differenza dal"sesso"femminile, che è una classificazione biologica e fisiologica, la "femminilità" si riferisce principalmente alle caratteristiche sessuali secondarie e ad altri comportamenti e caratteristiche, generalmente considerate proprie delle donne.

La femminilità non va confusa con il femminismo che è un movimento politico e culturale."

Questa è la definizione riportata da Wikipidia.

Quindi, alla luce di tutto ciò, una donna pelosa può essere comunque considerata femminile?

Ma soprattutto, una donna che sceglie di sottostare ai dettami estetici della società è necessariamente non femminista?

Allora non sono femministe tutte quelle donne nel campo legale che si occupano di questioni legate all'universo femminile, donne che si dedicano ogni giorno  a difendere chi ha subito violenza, solo perché indossano tacchi e hanno la piega fresca di parrucchiera.

Quindi non sono femministe tutte quelle donne manager che si impegnano ogni giorno in ruoli tradizionalmente riservati agli uomini solo perché decidono di farlo con un occhio al guardaroba e con una manicure perfetta.

Il femminismo non passa dal pelo, dal reggiseno, dal taglio di capelli.

Essere femminista (ma anche essere una persona intelligente) non è scegliere di sottostare a tutti i canoni estetici e comportamentali tipici dei giorni nostri, è capire che certe pratiche diffuse nel mondo odierno sono delle imposizioni la cui nascita si perde nei meandri dei tempi .

Una volta compreso questo, consapevolmente analizzando i pro e i contro, razionalizzando, si deve decidere come vogliamo vivere noi tali pratiche.

Ho ragione di credere che nessuna di noi voglia passare per la tipica Barbie ma neppure per la donna di Neanderthal.

Ma non perché decido di curare il mio aspetto (senza farne un'ossessione) allora mi devo sentire come una donna con idee retrograde.

Essere femministe secondo me vuol dire battersi affinché una donna riceva le stesse gratificazioni che spetterebbero a un uomo in ambito lavorativo ed economico, anche se non ha la barba.

Essere femministe vuol dire smetterla di sentirsi dire da altre donne "come sei fortunata perché tuo marito ti aiuta", ma far capire che in una famiglia aiutarsi e svolgere determinati compiti dovrebbe essere naturale.

Essere femminista è poter iscrivere mia figlia a calcio o in un istituto tecnico nonostante il novantanove per cento dei frequentanti sia di sesso maschile senza che debba essere additata come una mosca bianca.

La guerra contro gli stereotipi di genere non passa solo attraverso i peli sul corpo, passa attraverso l'educazione e gli esempi che diamo ai nostri figli.

Insegniamo loro il rispetto, prima di tutto verso sé stessi, insegniamoli ad amare il loro corpo, che significa accettare i propri difetti ma anche non usare questo come scusa per non migliorarsi.

Diciamo loro che possono davvero diventare quello che vogliono, ma che farlo richiede impegno e sacrificio.

Mostriamo loro che ci sono valori in cui credere e per cui combattere, ma che spesso la vittoria passa anche attraverso i compromessi.

E se per giungere "ai posti di comando" dove davvero si possono cambiare le cose devo usare un rasoio o farmi la ceretta, pazienza.

Il mio cervello non sta nei peli delle gambe.

Non devo trasformarmi in un uomo, per far vedere al mondo che "io valgo".

Questo non è femminismo, ma l'esatto opposto.

E' voler sembrare maschio anche se non lo si è.

Va bene tenersi i peli, ma dietro a questo ci deve essere anche dell'altro.

La sfida vera è farsi accettare così come si sceglie di essere, peli o non peli, portatori di pene o di vagina.

Ahimè, se bastasse smettere di farsi una ceretta per cambiare la mentalità della nostra società malata, quanto sarebbero più semplici le cose!

 

 

 

 

 

 

Breve premessa: non mi piacciono le persone furbette.

O meglio, non mi piacciono tutte quelle persone che traggono vantaggio sfruttando gli altri, giocando sul loro buon cuore.

Capita a tutte le mamme (perché oggi voglio circoscrivere l'argomento a questa particolare categoria) di aver bisogno di un aiuto e fin qui non c'è niente di male.

Siamo umane, non siamo dei super-eroi (diffidate sempre da quelli che vi fanno credere che siate delle novelle wonder-woman, la fregatura è dietro l'angolo), per cui chiedere aiuto è lecito e doveroso.

Ma....Eppure c'è un ma.

Cosa succede quando queste richieste hanno cadenza quasi giornaliera?

Io da spettatrice assisto spesso a scene di questo tipo.

Mamma Smemorina a mamma amica comune:

  • "Oh, cavolo, mi sono appena ricordata che devo consegnare un documento importante, ma l'ufficio chiude tra poco! Ci pensi tu vero a ritirare mio figlio all'uscita dall'asilo? Poi passo a prenderlo a casa tua quando ho finito, così intanto fa merenda con i tuoi"
  •  "Cara, senti, non mi ricordavo più che avevo questo impegno precedente, per cui oggi devi proprio accompagnare tu i bambini a basket. Io non ci riesco."
  • "Tesoro, ti sto chiamando dall'auto col viva-voce naturalmente, sai, oggi che i bambini erano a musica ne ho approfittato per provare l'estetista nuovo e ora sono ingolfata nel traffico. Mi sono dimenticata che i bambini uscivano alle cinque, passi tu a prenderli, vero?"
  • "Ciao, senti, visto che vai al super mi faresti la cortesia di prendere un paio di cose anche per me? Sono andata ieri ma me le sono proprio scordate. Ti ho inviato la lista tramite whatsapp"
  • "Oh, caspita, non mi ricordavo più che oggi c'era la festa di compleanno! Puoi passare tu a prendere un regalo per il festeggiato, com'è che si chiama? Poi io ti do la mia parte di soldi a cose fatte, tanto sai che a me va bene tutto, sono una persona semplice, io!"

Tutte noi ci siamo trovate in situazioni del genere e ben venga la solidarietà femminile, soprattutto tra mamme, ma la cosa deve essere reciproca.

Invece c'è questa tipologia di mamme, che definisco Smemorine, che giocano sul fatto di non ricordarsi mai le cose.

Le prime volte fanno quasi tenerezza, le vedi lì, così, che ti sottopongono la loro richiesta con tono contrito e quasi imbarazzato, con gli occhi alla "Gatto con gli stivali", per intenderci.

E non ce la sentiamo di dire di no, non sarebbe giusto, e se ci fossimo noi al loro posto?

Quel complesso della crocerossina che deve salvare il mondo innato in ogni donna si risveglia prontamente.

Ma la dura realtà ci colpisce poi come un pugno nello stomaco quando capiamo la vera natura della Mamma Smemorina.

Perché, nella maggior parte dei casi sono solo delle madri che non hanno voglia di assumersi impegni e quindi delegano volentieri qualsiasi incombenza (e a volte pure fisicamente i figli) ad altre mamme.

Il colmo dei colmi è che nella mia breve frequentazione (anzi, per meglio dire, nella mia veste di spettatrice) di suddette genitrici ho riscontrato che nella maggior parte dei casi non lavorano nemmeno.

Però si sentono in diritto di sfruttare (perché solo così si chiama il loro comportamento) le altre madri.

Le quali, poverette, un po' per pena verso i figli delle Smemorine e un po' per non sfigurare con le altre mamme, spesso si prestano al gioco.

Il solo assistere a questo tipo di prevaricazione mi fa andare fuori dai gangheri.

Una volta, due volte, tre volte ci può stare. Ogni santo giorno facendo a turno con le mamme della cerchia no.

La mamma Smemorina è un flagello della natura, è come un parassita che rovina le piante e come tale va trattata.

Imparate a riconoscerle e a star loro alla larga, specialmente se siete già oberate da impegni vostri.

Vogliatevi bene e imparate a dire "No!". Sopprimete la crocerossina che alberga in voi.

Oppure cominciate a renderle pan per focaccia e vedrete che in quattro e quattr'otto si eclisserà per andare a impestare altre mamme.

 

 

2

Sabato sera siamo stati a cena da una coppia di amici che aspettano il secondo figlio.

Quando si è in compagnia, i discorsi vanno e vengono, come le onde del mare, si accavallano e scivolano via.

Così mi è venuta l'idea di scrivere qui una lettera per lei -so che ogni tanto dedica del tempo al mio blog- nell'eventualità che possa essere di una qualche utilità anche ad altre mamme alla prese con l'idea di fare un secondo figlio o alle prese con una seconda gravidanza.

Se avete qualche altro consiglio da aggiungere, non esitate a scriverlo: io e lei ve ne saremo molto grate!

"Cara amica mia che aspetti il secondo figlio, o meglio, la seconda figlia, ti faccio i miei migliori auguri.

Oltre a questo, ti faccio anche i miei complimenti: decidere di avere un secondo figlio quando la tua bimba sta per cominciare la nuova avventura della scuola primaria non è cosa da poco.

Non è cosa da poco perché oramai eri già "fuori dal tunnel": pannolini, pappette, risvegli notturni per te ora sono solo un lontano ricordo.

Ma non preoccuparti, amica mia, è un po' come andare in bicicletta: le cose che hai imparato ti verranno naturali non appena la piccola A. sarà tra le tue braccia.

Mi fai sorridere quando dici che il tuo grado di preoccupazione rispetto allo stato di salute della bimba nella pancia è più alto rispetto a quando eri incinta la prima volta.

Anche a me è capitato, non so dirti quale strano motivo ci sia sotto.

Forse la prima volta eri troppo giovane e hai affrontato la gravidanza con uno spirito differente.

Del resto, si sa, quando si ha già un figlio si è più consapevoli che gli imprevisti possono capitare a tutti, anche a noi, non solo alla cugina del fratello di tua cognata.

Segui le indicazioni del tuo ginecologo e il tuo istinto di mamma e donna: la piccola A. sta crescendo bene e non c'è ragione per preoccuparsi.

In caso dovessi notare che qualcosa non va, corri subito al pronto soccorso: meglio una corsa in più che una in meno.

E' poi naturale che tu mi dica di sentirti più stanca: innanzi tutto consideriamo l'età, gli anni passano per tutti. In più hai anche la primogenita da seguire, mentre prima eravate solo tu e il tuo pancione.

Sono contenta di non averti sentito dire "ma la amerò tanto quanto amo la prima?", perché vuol dire che hai già capito che, quando si hanno più figli, l'amore non si divide ma si moltiplica.

E la gelosia, mi chiedi? Cara amica, cosa devo risponderti? Mentirei se ti dicessi che G. non sarà mai gelosa di A. o vice versa. 

Sicuramente, avendo sei anni di differenza, la gelosia di un primo figlio verso il nuovo arrivato non si manifesterà come si manifesta tra i miei figli che hanno un gap d'età di pochi anni.

Quello che posso consigliarti, da sorella maggiore, è questo: coinvolgi G. nell'accudimento della nuova venuta, falla sentire indispensabile, quasi tu fossi la stordita della situazione.

"G. per cortesia mi aiuteresti a cambiarle il pannolino? Sai, sono passati tanti anni e non sono sicura di ricordarmi ancora come si fa".

Dedicale sempre del tempo, ritagliati dei momenti speciali solo per voi due, fossero anche solo dieci minuti al giorno, per far sentire che tu sei lì con lei anche se c'è A.

Avere un secondo figlio non è sicuramente una passeggiata, ma neanche un'impresa insormontabile: voglio dire, non stiamo parlando del quinto o del sesto.

Ma tu non farti mai problemi a chiedere un aiuto: perfino la suocera può rivelarsi utile per fare la spesa o stirare o per prepararti una buona scorta di lauti pasti da congelare.

Non spendo nemmeno una parola sull'aiuto di tuo marito: voi siete una coppia "moderna", un ingranaggio ben oliato dove ognuno fa in base a quello che c'è da fare e non in base a ruoli prestabiliti.

 

L'ultimo consiglio che voglio lasciarti, amica mia, è questo: goditi questa gravidanza, assaporala e sii cosciente di ogni attimo che A. cresce e vive dentro di te.

Anche se non è la prima gravidanza, è come se lo fosse: aspettare un secondo figlio vuol dire comunque aspettare un altro figlio per la prima volta.

Quello che hai passato quando eri incinta di G. sarà diverso da quello che stai passando ora che aspetti A.

Non parlo solo del punto di vista fisiologico, ma anche da quello emotivo: tu sei cambiata e quindi la prospettiva con cui affronti le cose non può per forza essere la stessa.

Ogni figlio è differente dall'altro fin da quando viene concepito.

Niente paragoni inutili, niente paranoie inutili: A. è una persona diversa e, anche se le sue esigenze saranno le stesse di tutti i neonati del mondo, il rapporto che creerete con lei sarà del tutto unico e speciale.

Non voglio dilungarmi troppo, sappi solo che per qualsiasi esigenza non sei sola.

Hai tanti amici a cui appoggiarti e non dimenticare le possibilità che ci sono per avere una mano anche da personale specializzato, come per esempio il consultorio di zona.

Ora non ci resta altro da fare che aspettare Novembre per poter vedere dal vivo la piccolina.

Un abbraccio e a presto!"