Con l'inizio dell'anno scolastico arriva puntuale il momento delle assemblee, delle elezioni dei rappresentanti di classe e dei colloqui. Un appuntamento che terrorizza le mamme lavoratrici. Come riuscire ad andare? Optare per delegare il compito ai papà? E quando i figli sono più di uno? Cominciano i salti mortali per incastrare tutto alla perfezione. Perché bisogna andarci, pena la scomunica. In caso contrario, l'onta della vergogna perseguiterà la tua intera progenie. Tuo figlio passerà l'anno a nascondersi dagli sguardi compassionevoli degli insegnanti. Tutti, bidelli compresi, ti guarderanno con occhi pieni di biasimo. E questo perché tu hai egoisticamente anteposto  il tuo lavoro ai tuoi figli.

Io quindi ho fatto le gincane, dribblando auto, prendendo sensi unici al contrario, schivando pedoni e bruciando semafori per arrivare in tempo alle votazioni dei rappresentanti della materna di mia figlia. L'assemblea mio malgrado l'ho persa, quindi salviamo il salvabile. I seggi chiudono alle diciannove. Io varco i cancelli alle 18,50, col fiatone, le ascelle pezzate, i capelli ritti in testa. Mi appresto a ritirare la scheda quando una delle maestre esclama:"Ecco che cominciano ad arrivare anche le mamme ritardatarie!". I capelli mi si arricciano ancora di più e non per l'umidità. Una me immaginaria conficca la matita nell'occhio annoiato dell'insegnante. Ho le palpitazioni e le mani mi prudono. Silenzio tombale. Io ruggisco:"Non arrivano le mamme ritardatarie, ma quelle lavoratrici che escono dall'ufficio alle diciotto e si fanno in quattro per essere qui in tempo".

Mi guarda serafica."Ah, lei lavora di pomeriggio?"

"No, lavoro anche la mattina, non solo il pomeriggio. Se fossi stata a casa, mi creda, sarei venuta volentieri anche all'assemblea."

Voto in fretta, poi me ne vado. Mi sento umiliata. Oltre al danno anche la beffa. Non esistono solo le madri che lavorano part time. Esistono anche quelle che, per scelta o per imposizione, lavorano full time. E nella maggior parte dei casi non fanno il lavoro dei loro sogni e non lo fanno per ambizione o per fare carriera. Lavorano per necessità. Lo fanno e basta. Credo meritino comunque rispetto a prescindere da questo. Evidentemente la mamma che lavora otto ore è una mosca bianca. Qui da noi si accetta l'idea che una donna con figli lavori quattro o sei ore. Non è proprio contemplata l'idea che si lavori di più. Mi scoccia essere considerata lo stereotipo della donna "in carriera" perché sono fuori casa otto-dieci ore al giorno. Probabilmente sono solo una mamma che si sbatte più delle altre per star dietro a tutto, casa-lavoro-famiglia.

Care maestre, invece dei vostri giudizi arbitrari, quanto mi farebbe piacere il vostro sostegno! Far capire ai nostri bambini che la mamma deve andare al lavoro ma che li ama ugualmente come quella mamma che può accompagnarli e andare a prenderli tutti i giorni, questo sarebbe bello!

Non metterli in imbarazzo con frasi dette a metà. La bimba ha le pantofole rovinate? "Tesoro, ricordati di dirlo alla tua mamma, del resto lei lavora, non ha tempo per badare a queste cose". Che messaggio passa a mia figlia? La mamma lavora e per questo non tiene in considerazione le tue faccende da bambina. Ai suoi occhi il fatto che tu abbia le pantofole nuove è meno importante del suo lavoro. Per estensione: la mamma considera i tuoi bisogni irrilevanti rispetto al suo lavoro. Diverso sarebbe stato se le avesse magari detto: " Tesoro, la tua mamma è molto occupata perché lavora per non farti mancare niente. Le potresti dire che le tue pantofole si sono rovinate?". Il messaggio sarebbe comunque arrivato ma la mia bimba non mi avrebbe fatto notare che è l'unica che ha le pantofole scollate e che la colpa è mia perché sono al lavoro tutto il giorno.

Vorrei capire come fanno a dire alle donne che lavorano di liberarsi dai sensi di colpa se le prime a puntare il dito sono altre donne (magari mamme pure loro) lavoratrici! E' davvero paradossale. Come in molte altre occasioni, si creano assurde lotte tra madri lavoratrici e non, tra quelle che lavorano part-time e quelle che lavorano a tempo pieno, tra carriera e famiglia.

Al di là del tempo che passo fuori casa, so che sto facendo del mio meglio con e per i miei figli. La ricompensa più grande è vedere la gioia con cui mi salutano quando rientro, è la mano della Ninfa che mi accompagna su divano, è il bacio bavoso che Ringhio mi stampa sulla guancia. Credetemi, le maestre in questo campo hanno ancora tanto da imparare!

 

Ieri sera la Ninfa mi ha chiesto di raccontarle una favolaprima della nanna. Come sempre, comincio con Cappuccetto Rosso, ma lei mi blocca.

“Ne voglio una nuova, mamma”.

E’ tardi, sono stanca, non mi viene in mente niente.

Mi guardo attorno, e l’occhio mi cade sul mio nuovo libro :

 "Mi hanno regalato un sogno. La scherma, lo spritz e le Paraolimpiadi".

Adesso so cosa voglio raccontare ai miei figli.

"C’era una volta una bambina che si chiamava Beatrice, ma tutti la chiamavano Bebe.

A Bebe piaceva tanto correre, giocare con i suoi amici e andare a scuola.

Ma la cosa che le piaceva più di tutte era praticare uno sport che si chiama scherma. Quando Bebe aveva il suo fioretto in mano era invincibile.

Ma un brutto giorno la bambina si ammalò gravemente. La sua mamma e il suo papà la portarono subito all'ospedale: Bebe aveva preso una malattia terribile, la meningite fulminante

I dottori spiegarono ai suoi genitori che Beatrice doveva stare in ospedale tanto tempo e che purtroppo le sue gambe e le sue braccia non funzionavano più e dovevano toglierle.

La mamma e il papà di Bebe erano disperati e piangevano. “Come farà adesso la nostra bambina senza braccia e senza gambe?”.

Quando tornarono a casa, dopo tanti giorni di ospedale, Bebe chiese ai suoi genitori quando poteva tornare a fare scherma.

Loro le risposero che non avrebbe potuto farlo perché non aveva più braccia né gambe.

Beatrice li guardò e, sorridendo, rispose: ”Basterà usare braccia e gambe finte”.

Allora trovarono un posto in una città vicino dove si fabbricavano mani finte, braccia finte, piedi finti e gambe finte. Bebe uscì soddisfatta: ora poteva di nuovo usare il fioretto!

Ma quando andava ad allenarsi o anche quando passeggiava o andava a scuola, Bebe sentiva che la gente attorno a lei la guardava in modo strano, perché non aveva più gambe e braccia.

Tutti continuavano a ripeterle: “ Bebe non puoi fare questo, Bebe non puoi fare quello anche se hai braccia e gambe finte”

La bambina non si perdeva d’animo, perché era davvero una bambina super coraggiosa. Così continuava a provare e a riprovare.

“Io devo fare le cose chi mi piacciono perché devo far vedere a tutti che se posso, se mi impegno sono anche più brava di quelli che hanno le gambe e le braccia vere.”

Finché un giorno la bimba vinse la sua prima gara. Tutti la guardarono ammirata.

Ma non si fermò lì: continuò a impegnarsi, ad allenarsi tutti i giorni e alla fine, qualche anno dopo, divenne la campionessa del mondo di scherma.

Adesso la gente aveva capito che la piccola Bebe poteva fare davvero tutto, con le sue braccia e le sue gambe finte.

Chi è Bebe Vio, al secolo Beatrice Maria Vio, classe 1997 lo sappiamo ormai un pò tutti.

Nell’ultimo mese gli occhi dei media l’hanno seguita con grande interesse, raccontandoci della sua malattia e dei suoi successi, da quando a 5 anni si innamorò della scherma a quando lo scorso anno è diventata campionessa del mondo a Eger, in Ungheria, coronando il suo sogno, trionfando infine alle Paraolimpiadi il mese scorso.

Giornali, tv e radio ce l’hanno proposta come un’eroina che non si lascia abbattere dalle difficoltà.

Proprio questo messaggio voglio che passi ai miei figli: qui non ci sono principi o fate che ti tolgono dai guai.

A volte neanche mamma e papà lo possono fare. Devi farlo tu, con coraggio, passione e dedizione.

In un ’intervista Bebe afferma:

”Mi hai detto che non posso farlo, allora io devo farlo”.

Puerile, infantile? No, semplicemente coraggioso.

Siete appena arrivati qui, per caso o perché qualcuno vi ha suggerito di dare una sbirciata al mio blog e già vi vedo alzare gli occhi al cielo e sbuffare mentre pensate: "Nooo, un altro mommy-blog?!"

Ora vi spiego perché "Datemiunam" è diverso dagli altri blog per mamme.

PERCHE' SCRIVERE UN BLOG

Un mio professore del liceo aveva un metodo particolare per insegnarci l'importanza della partecipazione attiva nella vita quotidiana: se non esprimevi le tue opinioni, non esistevi.

Bene, mi sono detta, io voglio esserci.

Voglio far sentire la mia voce, condividere la mia vita di mamma e non solo, confrontarmi con gli altri e imparare.

Per crescere, per sentirmi meno sola e, sì, anche per far sentire meno sole altre mamme o future tali.

Perché, diciamocelo, leggiamo i mommy-blog per dire a noi stesse: "Ecco, anche a lei è successo così, anche lei ci è passata".

IL MITO DELLA MAMMA BLOGGER

Il web pullula di blog sul "mestiere" di mamma, ma le mamme che li scrivono sono tutte brave: brave a cucinare, brave a creare, impegnate nel sociale, viaggiatrici incallite, alcune vivono in posti fantastici e altre sono addirittura gnocche e alla moda.

Sono quelle che grazie ai loro sforzi e al loro impegno sono arrivate in cima e che diventano il nostro modello e di diritto entrano nella sfera del mito.

Ma le mamme come me e te, le mamme del pianerottolo di sotto, quelle che navigano a vista, dove sono?

Una l'hai appena trovata!

"DATEMIUNAM": IL BLOG DELLE MAMME CHE NAVIGANO A VISTA

"Datemiunam" è il blog di una mamma lavoratrice, manualmente limitata (ma ci sto lavorando), pasticciona in cucina, che ama le sue creature e suo marito ma anche se stessa (anche se a volte me ne dimentico).

Squattrinata, viaggio quando posso abbandonando la noiosa vita d'ufficio da impiegata bistrattata.

Non sono fashonista ma nemmeno trasandata, sono quella che i ragazzi definivano "simpatica".

Non ho le idee molto chiare su cosa voglia dire essere mamma, sui grandi temi che dividono, come l'allattamento, lo svezzamento, l'educazione....vado per tentativi, finché a forza di sbagliare trovo la mia strada.

Non do consigli, racconto la mia esperienza, che è appunto personale. Non pretendo di dare certezze o di avere in mano la verità assoluta.

Vivo una vita normale, tale e quale a quella di tante mamme lavoratrici full-time che si dividono tra bambini, casa, lavoro e impegni vari.

Qui non troverete ricette da gourmet, viaggi in luoghi esotici, avventure mirabolanti.

Qui è in scena la vita, quella quotidiana, tra alti e bassi. Si narrano le gioie ma anche le fatiche per riuscire a incastrare tutto senza uscire di testa.

Se vi va, seguitemi: possiamo fare un po' di strada insieme, magari anche quattro chiacchiere tra mamme che navigano a vista, non solo sull'essere mamma.