In questi giorni sulla stazione radio che ascolto abitualmente mentre vado e vengo dal lavoro stanno trasmettendo una campagna informativa per promuovere la "Casa delle donne di Brescia.

La "Casa delle donne" è una Onlus che da anni si occupa di aiutare tutte quelle donne che subiscono violenza domestica o stalking.

La violenza all'interno delle mura di casa è la forma di violenza più diffusa perpetrata ai danni di altri membri della famiglia (non solo donne, ma anche bambini e a volte anche mariti).

 

E' anche quella più subdola, perché innesca delle trappole mentali nelle vittime che arrivano a credere di meritarsi di essere trattate in quel modo.

Questo meccanismo si chiama "spirale della violenza" e passa attraverso diverse fasi: l'uomo cerca di fare il vuoto attorno alla donna, la isola dai rapporti sociali, fa in modo che pian piano smetta di vedere amici e familiari, così da tenerla emotivamente legata a sé.

In seguito, se la partner ha un impiego, cerca di convincerla a smettere di lavorare: in questo modo di fatto ottiene che la donna dipenda economicamente da lui.

In crescendo, l'uomo comincia a manifestare atteggiamenti possessivi che spesso sfociano in immotivate scene di gelosia, per cui la compagna viene di fatto segregata in casa.

L'uomo, forte del suo potere, inizia a sminuire sistematicamente ogni cosa che la donna fa, ripetendole in continuazione che è un'incapace, un'inetta, una che non vale nulla, finché lei stessa non finisce per crederci.

Giusto per non farsi mancare nulla, dalla violenza psicologica si passa a quella fisica: percosse a mani nude o con oggetti contundenti, spesso in zone del corpo che possono essere facilmente nascoste dagli abiti, forzature e aggressioni in ambito sessuale, soffocamenti...

Queste fasi possono mescolarsi e anche alternarsi a periodi di relativa calma che confondono ancora di più la vittima, ormai completamente sottomessa al carnefice.

Per completare l'opera, l'uomo minaccia la donna promettendo ripercussioni sui figli o su altri membri della famiglia a lei cari, perfino sugli animali domestici.

Ogni scusa è buona per tiranneggiare la compagna: una pietanza non gradita, un oggetto fuori posto, uno sguardo. E la miccia si accende.

"E' colpa tua, te la sei cercata"

"Sbagli sempre, me le tiri sempre fuori"

"Sei proprio brutta, nessuno ti vuole. Per fortuna che hai trovato me."

E altre giustificazioni assurde per colpevolizzare la donna.

La violenza domestica è diffusissima, più di quanto si pensi.

E' una piaga sociale difficile da individuare, proprio perché sono ancora troppo poche quelle che riescono a denunciare il proprio aguzzino.

Associazioni come quella che opera nella provincia di Brescia (con varie dislocazioni sul territorio della provincia) sono presenti in tutta Italia e lavorano a stretto contatto con i pronto soccorsi locali.

Offrono supporto psicologico, legale e accolgono le donne che decidono di liberarsi in vere e proprie case d'accoglienza.

Inoltre, cosa importantissima, organizzano incontri informativi e formativi allo scopo di portare in superficie questo discorso che per tanti è ancora tabù: quante volte si sente dire che "i panni sporchi si lavano in casa?"

E lo fanno anche nelle scuole, per sensibilizzare la popolazione partendo proprio dalla base, dai nostri figli.

"Perché il sapere rende liberi" come diceva Malala.

SE TI PICCHIA NON TI AMA!

LA VIOLENZA NON E' UNA FORMA D'AMORE

 

 

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A settembre Ringhio comincerà ad andare alla scuola dell'infanzia/scuola materna/asilo.

Se l'operazione spannolinamento sta procedendo, se ha imparato a soffiare il nasino, se sa mangiare da solo più o meno composto, su una cosa proprio non ci siamo: il linguaggio.

Alla veneranda età di 30 mesi, il mio pupo sa dire correttamente: mamma, papà, pappa, acqua, nonno, nonna, Nene (vezzeggiativo della sorella), nanna, pipì, cacca, su, giù, qui, là, di là, si, no, ma dai, eh già, pocco ( a scelta tra "poco" e "porco"), banana e cazzo (questa ovviamente la scandisce benissimo, a momenti la sillaba).

Per il resto, la sua bocca rimane cucita. O meglio, la sua bocca va ma la sua lingua no.

Il povero Ringhio si sforza di imitare quello che dicono i grandi.

Ad esempio, se la Ninfa fa una domanda, lui ripete la frase (a modo suo) con tono chiaramente interrogativo.

Il pediatra di famiglia nel corso dell'ultima visita filtro fatta recentemente ci ha rassicurato dicendo che il bambino è bello sveglio, ubbidisce agli ordini che gli vengono impartiti (tipo, "portami la macchinina rossa" o "vuoi mangiare la mela") e sa anche come comunicare con gli altri.

Infatti, per supplire alla mancanza di parole, Ringhio interagisce con una mimica facciale e una gestualità degna del miglior attore navigato.

In più, servendosi di una sola vocale, ha coniato un suo linguaggio segreto comprensibile a pochi eletti.

Così "Ajaja" (la "J" viene pronunciata come nella lingua spagnola) vuol dire "mostro", "Agggaggg" significa "dinosauro" e "Aaaaaahhh" vuol dire "ok, ho capito!).

Se Ringhio esclama "ah!" con dito alzato sta dicendo "zitto e ascolta", un "aaa"con indice puntato invece significa "guarda là".

Quindi, se comunicare con noi diviene relativamente semplice, ho paura invece che la stessa cosa sarà difficilissima quando si troverà solo soletto in mezzo a volti sconosciuti in un ambiente diverso.

Povero tapino, mi viene l'ansia solo a pensarci!

Come farà a farsi capire? E gli altri bambini, saranno pazienti con lui o lo emargineranno?

Anche la Ninfa alla sua età non aveva una notevole padronanza del linguaggio, ma per lo meno sapeva comporre della frasi di senso compiuto (ora, a quanto dicono le insegnanti, non sta zitta nemmeno quando mangia).

Non so, la pupa mi ha sempre dato l'impressione di una bambina più forte, più perspicace, più determinata.

Ringhio, nonostante il nomignolo aggressivo, è più ingenuo, più "bamboccione".

Chi lo conosce, comprese le educatrici dello spazio gioco, sono pronte a giurare e spergiurare che in realtà non è affatto così: nonostante non parli, ha grinta e tenacia da vendere.

Insomma, non è uno sprovveduto che si lascia mettere i piedi in testa o che se ne sta in disparte, ma uno che si butta nella mischia, gioca e si diverte.

Per cui, se, come dicono persone più qualificate di me, devo stare tranquilla perché questo ritardo del linguaggio è una fase comune a molti bambini,ogni bambino ha tempi di apprendimento diversi,  come mai invece mi sento così agitata?

Il disagio che provo è legato più che  a Ringhio a me stessa e al mio desiderio inconscio di avere un bimbo che rimanga piccolo il più a lungo possibile?

Perché, se è vero che da una parte autonomia del bimbo vuol dire più libertà dei genitori, dall'altra significa anche che una fase della mia vita si conclude per sempre.

Non avrò più un'altra possibilità di stringere tra le mani un neonato, di riempirmi le narici del suo tipico profumo, di cullarlo e di essere in totale simbiosi con lui.

Forse a livello inconscio è per questo che non reputo Ringhio pronto per affrontare l'asilo?

E se sono già così ora, diventerò una di quelle madri tremende che a 18 anni rimboccano ancora le coperte al figlio e gli tagliano la bistecca nel piatto?!

Aiuto, vi prego, no! Non lo sopporterei proprio.Non voglio diventare quel tipo di madre.

Voi vi siete mai fatte paranoie su cose assurde tipo questa?

 

"Se prima eravamo in due" l'ho trovato leggiucchiando  qua e là su Facebook. E me ne sono subito innamorata.

Il nome Fauto Brizzi vi dice niente?

Sì, avete indovinato, è l'uomo dietro le quinte del film "Notte prima degli esami" e di altre pellicole più recenti, come "Ex", "Maschi contro femmine" o il divertentissimo "Com'è bello far l'amore".

Ed è l'autore di "Se prima eravamo in due", il libro che vi voglio presentare oggi.

"Se prima eravamo in due" è il seguito di "Ho sposato una vegana", ma si può leggere anche a sé, come ho fatto io (soprattutto perché non ero a conoscenza che ce ne fosse uno precedente, ma mi riprometto di leggerlo in un futuro prossimo).

Con vena comica, Fausto riprende il racconto della sua vita di coppia. Vita che verrà scombussolata dalla ricerca e dall'arrivo temuto e desiderato della piccola Penelope Nina.

La verità è che nessuno ti può spiegare come relazionarti a un evento clamoroso come la nascita di un figlio. Puoi osservare i tuoi amici che sono già genitori, puoi studiare libri di pediatria o guardare documentari sull'argomento, ma quando capita a te è comunque diverso[...]. Volendo usare una rigorosa espressione scientifica, quando il figlio è tuo, ti rincoglionisci. E allo stesso tempo ti spaventi, come davanti a un tuffo dalle rocce di Acapulco."

Con uno stile narrativo frizzante e coinvolgente, il neo-papà ci narra le tappe più salienti del progetto maternità: dai tentativi per rimanere "incinti" alla ricerca del ginecologo perfetto, dalla scelta del luogo idoneo al parto alla famigerata scelta del nome.

Con un trasporto emotivo chiaramente percepibile, in poche pagine ci narra di come si è perdutamente e irrimediabilmente innamorato di Penelope Nina.

Salvo poi farci ridere a crepapelle per i vari ed inevitabili cambiamenti che la dolce tiranna impone alla vita dei neo-genitori.

Un altro romanzo pieno di sentimenti, che fa ben percepire la dualità gioia-fatica che contraddistingue la vita quotidiana di ogni coppia che si trovi alle prese con il primo figlio.

Breve ed emozionante, richiede davvero poco tempo e poco impegno.

Ideale per chi sta per diventare genitore, ma anche per chi già lo è e vuole farsi una sana risata al ricordo di  quei momenti che all'epoca abbiamo vissuto come piccole tragedie.

Una nuova e piacevole sorpresa che dimostra che sta cambiando davvero qualcosa anche nel mondo dei papà.

Perché i figli, ricordiamocelo, non sono solo della mamma.

(Con questo post partecipo con gioia al venerdì del libro, ideato da Homemademamma)

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Recentemente sono andata ad alcuni incontri tenuti da una psicologa psicoterapeuta riguardo al tema del rapporto genitori/figli( capricci bisogni, confini, regole...)

Alla prima riunione  la psicologa ci ha chiesto di prendere un foglietto e di scrivere tre aggettivi che ci contraddistinguono come genitore.

Quindi, mi sono chiesta, che tipo di mamma sono?

Ho rimuginato sulla questione e la risposta che mi sono data, papale papale, è questa:

SONO UNA MAMMA CHE NAVIGA A VISTA.

Sono una mamma che si documenta, che legge i così detti "manuali per genitori", da Tracy Hoggs a Estevill, dalla Montessori a Steiner.

Non lo faccio perché va di moda farlo, li leggo perché mi piace informarmi, come ho sempre fatto per qualsiasi campo di mio interesse.

Poi, proprio a causa di queste letture, mi faccio venire mille paranoie.

"Madonna mia, ma che razza di madre sono? Non ho capito niente! Provocherò danni irrimediabili ai miei figli!"

Salvo poi riacquistare la ragione e rendermi conto di non essere proprio così pessima.

Dopo quattro anni nel ruolo di genitore, dopo due figli, dopo numerosi libri letti, dopo vari incontri con persone più o meno qualificate, dopo confronti  con altri genitori, posso finalmente esclamare: "Ma andate tutti a quel paese!"

Informarsi va sempre bene, ma sono stufa di sentirmi inadeguata o fuori dal gruppo, di sentirmi diversa perché mio figlio fa i capricci al supermercato. E sì, dico CAPRICCI, perché anche se si cambiano i nomi in base alle mode, quelli sono e quelli rimangono.

Sono d'accordo sul fatto che tante volte il meccanismo che li innesca sia una ricerca di attenzione, un'affermazione di sé, una qualsiasi cosa che di primo acchito non vediamo.

Ma sono anche consapevole che tante volte un bambino faccia i capricci e le scenate semplicemente perché è stanco, perché è annoiato o perché desidera un oggetto.

E' nella sua natura di bambino, senza menare il can per l'aia e senza ingigantire il problema pensando che un pianto disperato possa nascondere sempre chissà che grandi problemi esistenziali.

Sono una mamma che naviga a vista perché sperimento sul campo i consigli che mi vengono dati o che leggo, pescando qua e là, salvandone alcuni e cestinandone altri definitivamente.

Verbalizzo il più possibile (altro termine che va tanto di moda, eh!), ma quando non ce la faccio più mi scappa anche un bel: "No, non si fa punto e basta!". E pazienza se per una volta la Ninfa e Ringhio rimarranno lì impalati in attesa di altre spiegazioni.

Sono una mamma che naviga a vista, che traccia la sua rotta servendosi di pochi punti fissi e che tenta di non fare incagliare la nave.

Sono una mamma che si mette in discussione, che non pretende di avere la soluzione a tutti i problemi, che non si barrica dietro dogmi e credo, ma impara giorno per giorno dai suoi figli e dai suoi errori. Sulla propria pelle.

Sono una madre apprensiva? Purtroppo poco e questo a volte si è ritorto contro di me.

Siccome lavoro, tento di non far mancare niente a nessuno, scoprendo poi di essere mancante soprattutto nei confronti di me stessa.

Durante il tempo libero cucino con i bambini (ma perché mi piace farlo, che conosco adulti cresciuti a sofficini e patatine sani come un pesce).

Canto anche se non so le parole delle canzoni e se sono stonata, leggo e invento fiabe, gioco con loro se mi va di farlo (o se a loro va di coinvolgermi).

Facciamo gite, passeggiate e pic-nic, andiamo in piscina e al parco.

Guardiamo la famigerata televisione, a volte anche durante i pasti (che ho guardato tantissimi cartoni animati, tantissimi telefilm eppure-udite udite- sono sopravvissuta).

Comunque, in fondo in fondo, sento di poter dire che non me la sto cavando male, considerando tutto l’impegno che ci metto. Poi il tempo lo dirà….

A volte attraverso dei momenti di sconforto e vorrei poter tirare i remi in barca e lasciarmi semplicemente trasportare dalla corrente.

Ma poi riesco a imbrigliare il vento, dispiego le vele e riparto, più motivata di prima.

Quello che ho imparato è che ogni bambino è diverso dall'altro, ogni genitore è diverso dall'altro. In ogni modello educativo proposto c'è del giusto e del sbagliato.

Non esiste un unico modo per essere una brava mamma o un bravo papà, non esistono strade tracciate o sentieri battuti.

Dal confronto con gli altri, dalle diverse idee e dai differenti approcci educativi  ho creato lo stile genitoriale che fa per me, quello che mi calza a pennello come un vestito cucito su misura.

Niente forzature, niente mode del momento: sono solo una mamma che naviga a vista.

(Questo post partecipa al tema della settimana #differenza proposto dagli Aedi Digitali)

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"Cose che capitano, su!"

Mi dice CF, nel vano tentativo di consolarmi.

"Dai, non prendertela! Poteva capitare a chiunque" mi rassicura mia mamma, mentre mio papà tenta di nascondere un sorrisetto divertito sotto i baffi.

"Su, su, non prendertela! Vedrai che poi tornerà come prima", sostiene mio fratello, allungandomi una pacca cameratesca sulla spalla.

Ogni persona che è transitata fortuitamente da casa nostra questo week-end si è sentita moralmente obbligata a rincuorarmi.

Tutti tranne mia suocera. Lei si è limitata ad alzare gli occhi al cielo, stirare le labbra sottili in una smorfia di biasimo ed emettere un neppur troppo lieve sospiro sconfortato.

Sicuramente si sarà chiesta- per la centesima volta- dove il suo figliolo mi avesse scovata.

E ha allungato la lista dei miei difetti aggiungendo una qualche forma di daltonismo per cui geneticamente non sono in grado di discernere tra le varie sfumature di colore.

Tutto questo a causa di Ringhio e delle sue manie di lasciare graffiti e murales sulle più svariate superfici della casa, gatto compreso.

Alcuni mesi fa il diabolico graffittaro, approfittando di un momento di distrazione genitoriale, aveva imbrattato il divano color panna.

Le mefistofeliche rigate inflitte a suon di evidenziatore rosa fosforescente, dopo innumerevoli trattamenti, sono diventate pallide cicatrici rosate.

La stessa sorte è toccata alle pareti di casa. Scarabocchi dei più svariati colori sono comparsi improvvisamente qua e là, scombussolando l'ordine prestabilito.

Proprio per ripristinare l'ordine- o una parvenza di esso- venerdì sera mi sono armata di pennello e tempera per interni.

Ho pulito le pareti bianche per togliere i segnacci dei pennarelli lavabili ( non ho capito perché li definiscono così, visto che dai vestiti non scompaiono mai del tutto e nemmeno dalle mani dei bambini, figuriamoci dai muri di casa).

Ho ridato il colore bianco nella sfumatura prescelta identificata chiaramente con un codice a sei cifre sul barattolo stesso e tutto è tornato come prima.

Galeotto invece fu il colore.

Perché eliminare le tracce da una parete colorata di arancio è cosa complicata. Sotto la pittura il segno torna a vedersi, se gratti togli il colore e quando metti quello nuovo la differenza si nota.

Quindi? Quindi ho tentato di eliminare gli scarabocchi utilizzando la gomma pane, poi la spugna magica, poi spugnetta e sgrassatore, poi nonmiricordopiù.

Alla fine, quando non è rimasta neanche l'ombra delle opere di Ringhio, ho applicato il colore.

Pennello alla mano, fischiettando la sigla di "Topo TIP", ho colorato i pezzi della parete che avevo ripulito.

Al compimento dell'opera, ho guardato la parete su cui campeggiavano macchie arancione scuro, come toppe colorate sugli abiti dei clown.

CF, che rincasava in quel momento dal lavoro, mi chiede se avevo utilizzato la tempera della sfumatura giusta.

"Perché, quante latte abbiamo? Io ho trovato solo questa, per cui è quella giusta per forza. Sarà così perché si deve asciugare", affermo vantando una certa sicurezza.

La mattina dopo CF mi trova impietrita davanti a quello che viene soprannominato il Muro del Pianto. Le toppe colorate, lungi dall'uniformarsi al colore della parete, fanno bella mostra di sé.

L'impatto è quello che di solito si ha quando si vedono i provini dei pittori sulle pareti, fatti per scegliere il colore definitivo da applicare.

CF, dopo essere scoppiato in una fragorosa risata, va a prendere la latta e confronta il codice con quello riportato sulle palette dei colori che avevamo utilizzato per scegliere quella sfumatura tanto discreta che ci piaceva tanto.

Ovviamente non era la stessa nuance.

"Ma come è potuto accadere?!" continuo ad esclamare.

Ho dovuto aspettare che riaprisse il colorificio questa mattina per acquistare la tinta giusta.

E sottopormi al vilipendio collettivo, perché casa nostra si è trasformata nella nuova Mecca proprio questo fine settimana.

Sono cose che capitano, sì, vorrei sapere a chi oltre a me, però!

 

Era una gatta, assai trita, e non era
d'alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino.
Ora, una notte, (su per il camino
s'ingolfava e rombava la bufera)

trassemi all'uscio il suon d'una preghiera,
e lei vidi e il suo figlio a lei vicino.
Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino
tra' piedi; e sparve nella notte nera.

Che nera notte, piena di dolore!
Pianti e singulti e risa pazze e tetri
urli portava dai deserti il vento.

E la pioggia cadea, vasto fragore,
sferzando i muri e scoppiettando ai vetri.
Facea le fusa il piccolo, contento.

Giovanni Pascoli , "La gatta"

Questo è il periodo dedicato alla festa della mamma.

Che poi non si sa mai bene quando è il giorno giusto, per cui sui social compaiono frasi d'auguri, aforismi e immagini strappalacrime dal sei maggio in poi, di solito fino al quindici.

La prima a portarmi il suo regalo quest'anno è stata la gatta.

E' una micina piccola piccola che abbiamo adottato tempo fa in un gattile. La povera, assieme ai fratellini, era stata trovata al bordo di una strada, in un fossato.

La mamma non doveva essere morta da molto e, come ultimo regalo d'addio, aveva continuato a nutrire i propri figli con quel poco latte che il suo corpo ormai esangue aveva -chissà come-continuato a produrre.

E' sempre stata una gatta particolare, la Zelda. E' rimasta di forma ridotta, sembra un cucciolo. Ma ha un carattere peperino, poco obbediente.

E una memoria di elefante. Ogni piccolo affronto, ogni minima sgridata, ogni pusillanime dispetto viene immagazzinato in quella testolina matta.

E puoi stare sicuro che, alla prima occasione, si vendicherà. Sedie graffiate, tende rovinate, cuscini con la trama sfilacciata.

E se hai osato spingerti troppo in là, potrebbe considerare il tuo maglione preferito o la tua bella rivista patinata fresca di stampa alla stregua della sua lettiera.

Ma è dolce e coccolona  oltre ogni dire, la mia gatta. La sera, quando tutto è silenzioso, arriva e  pian piano infila il suo musetto nella mia mano.

Comincio ad accarezzarle il manto di velluto, cullandomi al suono delle sue fusa.

Basta perdermi nei suoi occhi, piccoli caleidoscopici globi di giada, per sentirmi subito meglio.

Fascino senza tempo

 

Con i bambini è schiva, sta sulle sue. Ha capito che è meglio rimanere lontano dalle loro manine appiccicaticce, dai loro abbracci poco delicati, perché i bambini, si sa, non sanno dosare bene le proprie forze.

Come si confà ad ogni felino che si rispetti, la Zelda ama cacciare. Poiché la casa non è un territorio dove scorazzano topi o uccellini allo stato brado, la micia esercita le proprie doti venatorie sui poveri insetti o sui piccoli rettili che ogni tanto riescono ad entrare.

La Zelda, ottima stratega, prepara con cura gli agguati. Si apposta paziente negli angoli più nascosti, balza repentina addosso all'ignara preda e in pochi attimi la battaglia è conclusa.

Ieri, tronfia e orgogliosa, ha lasciato ai miei piedi una povera cavalletta.

"Tanti auguri, mamma!" ha miagolato.

Poi, regale e sinuosa, mi ha girato la schiena e se n'è andata a riposare sui cuscini del divano.

(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali.)