Accade tutto così, di colpo. Un lunedì come tanti, mentre passi di corsa da un'incombenza all'altra. Ricevi una telefonata e il respiro si trasforma in rantolo.

-Tesoro, non preoccuparti, Ringhio ha avuto un mancamento, lo stiamo trasportando in ambulanza al pronto soccorso-

Inversione a U, cervello in panne, sudori freddi. Slalom tra macchine, ciclisti, pedoni. Chissene del codice stradale e delle eventuali multe.

Auto abbandonata nel primo buco disponibile. Le porte scorrevoli del pronto soccorso si aprono.

Ansia a mille mentre attendo l'arrivo dell'ambulanza con il mio bambino. Attimi di panico poi lui è lì, tra le mie braccia. Corpo rovente per la febbre, viso pallido e smunto. Ci stringiamo.

Triage per decidere la gravità del caso. Interrogatorio alla nonna, che risponde sfatta e preoccupata. Il primo di una lunga serie, ripetuto con dovizia di particolari a infermieri, medici di turno, medici specialisti.

 La sala d'aspetto è un girone dell'inferno. Temperatura sahariana, spazi stipati. Mamme, papà e bambini, una piccola folla variopinta. Visi contratti dalla preoccupazione, dalla noia. Piccoli universi di dolore, ognuno nella sua bolla. L'intero mondo con le sue genti, i suoi odori, i suoi colori racchiuso in quattro mura. CF che entra ed esce per prendere una boccata d'aria.

Eppure si respira più umanità qui che altrove. L'angoscia livella tutto, anche le posizioni sociali. Imprenditori con Rolex al polso siedono vicino a muratori rumeni. Siamo davvero tutti sulla stessa barca.

Il tempo sembra dilatarsi all'infinito. Il mondo caleidoscopico è frastornante. Idiomi stranieri si sovrappongono a parlate dialettali. Gente che va e viene in un susseguirsi ininterrotto.

Ogni volta che ci alziamo per entrare a fare controllare Ringhio perdiamo il posto all'osteria. CF passa il tempo a cercarci tra la folla.

L'altoparlante snocciola i nomi dei piccoli pazienti in una litania infinita. A turno scompaiono dietro la porta verde, gialla e rossa.

Siedo scomposta. La plastica della sedia di un grigio anonimo fa a botte con le pareti colorate che qualcuno ha tentato di abbellire con disegni per bambini. Cari miei, chi volete ingannare? Nessun bambino si fa fregare da un Bamby o da una Biancaneve. Sono piccoli, ma sanno già che quello non è un luogo di piacere.

Ringhio è uno scaldotto, ogni tanto si anima e scalcia per scendere a terra a camminare.

Passiamo sette ore in questa bolla atemporale, sette ore tra pianti, grida e canzoncine. Sette ore lunghissime al termine delle quali ci sentiamo fisicamente stremati, come se avessimo partecipato a una gara di triathlon.

Quando usciamo la pioggia e il vento sono una benedizione. Lavano via la patina che ci grava sull'anima, si confondono con le nostre lacrime di sollievo.

Perché anche questa volta siamo stati fortunati. Ringhio dovrà fare delle analisi e degli accertamenti ma si sta già rimettendo.

Spero che la stessa sorte sia capitata anche agli altri genitori che abbiamo lasciato accampati in quella dannata sala d'attesa.

 

Essere genitori a volte può essere davvero davvero davvero esasperante. Spesso i bambini diventano capricciosi e ingestibili, a meno che tu non sia tra quelle fortunate che hanno un bambino "angelico" usando la definizione di Tracy Hogg.

Riuscite a immaginarvi la situazione quando i bambini sono più di uno? C'è una cosa che mi spaventa più dei capricci, più delle lacrime e delle urla, più delle scene isteriche. Sono i LITIGI.

Quando torno la sera dopo una giornata passata al lavoro in un ambiente dove i battibecchi e le scaramucce sono all'ordine del giorno e vorrei solo trovare un'atmosfera da Mulino Bianco e invece i bambini danno il peggio di sé. Esistono infiniti motivi che possono innescare la miccia:

  1. "Quel gioco è mio e lo voglio io, lo stavo usando io, io l'ho visto prima" e qui va a picche tutto il lavoro sulla condivisione. Soluzione drastica: togliere il suddetto giocattolo e riporlo in un luogo sicuro e inaccessibile. A volte poi ce ne dimentichiamo e il gioco fa la polvere;
  2. "C'ero prima io tu vai a sederti da un altra parte". Qui chiaramente portare via divano, sedia o poltrona diventa più complicato. Quindi via, tutti a sedersi sul tappetone che la mamma deve pulire proprio lì ora e subito;
  3. "La mamma è mia tu vai dal papà". Tesori, la mamma è di tutti e due, sono sicura di avervi sfornato io entrambi ( le mie parti basse hanno ancora i segni quindi impossibile dimenticarsene), ho due gambe per cui forza che ci state tutti e due, una di qua e l'altro di là. E già che ci siete potete baciarmi ognuno su una guancia;
  4. "Io prima, io prima, io prima". Questo lo dicono per tutto tranne che quando devono andare a letto. Chissà perché...Si fa una volta per uno, so che è difficile ma voi siete bambini molto intelligenti e ce la fate di sicuro.

Ovviamente blandire a volte non basta. I furbetti mi sorridono e appena mi giro passano alle maniere pesanti che manco i gladiatori: la Ninfa scatta con un pizzicotto, Ringhio ricambia con uno schiaffone, la Ninfa contrattacca con una sequenza di graffi alle parti esposte (il più delle volte sulle guance paffute del fratellino), Ringhio ricambia azzannandola al polpaccio.Urlo per sovrastare i loro pianti (l'ho già detto che sono una cattiva madre), li separo e li mando in castigo per un tempo indefinito una in un angolino e l'altro in quello opposto.

Continuano a piangere a piangere a piangere. Io recito mentalmente il mio mantra: "Devo-stare-tranquilla-sono-solo-bambini", inspiro-espiro "Ohmmmmm....Un cerchio dentro un quadrato un quadrato dentro un cerchio". I pianti si fanno vi via più flebili. Quando smettono del tutto, da mamma sadica quale sono, ignoro i pargoli e continuo a farmi i fatti miei.

Generalmente poi arriva la Ninfa, orecchie basse e coda tra le gambe: "Scusa mamma non lo faccio più". Anche Ringhio esce dall'angolo e si avvicina. Abbraccio di gruppo con moccio e lacrime (attenzione alle magliette nere. Vi chiederanno se una lumaca vi è camminata sopra) e voilà. Magicamente è arrivato il momento di andare a letto. Indovinate un pò chi ci va per prima?

Voi come vi comportate quando i vostri figli litigano tra di loro? Siete delle mamme zen, tutte calma e comprensione? Seguite i consigli degli addetti ai lavori o andate a naso?

Questa è la storia di una donna che desiderava avere un bambino e di come alla fine sia riuscita a diventare mamma.

E' la storia di E., una mia cara amica, che ha voluto regalarmela e condividerla con voi.

" In cerca di un bambino che non arriva

Ci siamo sposati nel giugno del 2006, avevo quasi 30 anni. Abbiamo sistemato un po’ di cose e a quasi 32 anni abbiamo pensato di avere un bambino, il tutto molto tranquillamente, senza calcoli.
I mesi trascorrono veloci e il nostro bambino non arriva.
Apparentemente non c’è nulla che non va, tutti mi dicono che è solo una questione di “testa” ma io ci sto male e sto sprofondando in una crisi che sembra non avere via d’uscita.
Anche la mia ginecologa mi ripete che devo stare tranquilla, ma non ho nessuna intenzione di stare con le mani in mano.Voglio fare degli esami più approfonditi ma lei non è d'accordo.
Allora decido di sentire un altro parere.
All’alba dei miei 33 anni, trovo un ginecologo meraviglioso sia dal punto di vista professionale che umano. Parliamo a lungo e dopo avermi visitata mi dice che forse c’è la possibilità che io abbia lendometriosi.
Mi mette in lista di attesa e a fine agosto 2009 faccio una laparoscopia. Fortunatamente l’endometriosi era solo un sospetto, utero, ovaie e tube funzionavano a meraviglia. 
Ma il tempo continua a passare senza che la cicogna arrivi. Volevo il mio bambino e lo desideravo ogni giorno di più.
Sconfortati, decidiamo di rivolgerci in ospedale per vagliare la strada della fecondazione assistita.
A dicembre 2009 facciamo il nostro primo colloquio. Ci spiegano che le tempistiche per iniziare sono lunghe, almeno sei mesi.
Arriva il secondo Natale senza il nostro cucciolo, ma siamo pronti a ripartire con la speranza che il 2010 sia il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati genitori.
A febbraio 2010 ho un ritardo, e senza nessuna speranza decido di fare un test.
Il 20 febbraio 2010 lo faccio di nascosto, aspetto alcuni minuti e poi... sto per svenire: 2 linee nettissime. Non ci credo: è positivo, forse si tratta di un’allucinazione. Eppure le 2 linee ci sono, non so se ridere o piangere, sono completamente confusa.Cerco di stare calma, nel pomeriggio compro un test digitale e lo faccio subito; la clessidra si muove (quella piccola clessidra avrebbe potuto cambiare completamente la mia vita) ed ecco che appare: incinta 3+.
Il primo marzo 2010 faccio la mia prima ecografia che conferma che sono INCINTA, ed è proprio oggi che per la prima volta pronuncio quella meravigliosa parola: incinta! Eccolo lì sullo schermo, un fagiolino lungo 1 cm e 64 mm. Ci commuoviamo tantissimo e quando sentiamo il battito non riesco a trattenere le lacrime. E’ il momento più intenso e meraviglioso della nostra vita. Un puntino su uno schermo può davvero cambiare tutto!

Sono passati i mesi, ho 34 anni e un bel pancione. Sono di 34 settimane, è un maschietto e lo chiameremo A. Sono la ragazza più felice del mondo.
Forse è un miracolo, forse non lo è, forse aveva solo bisogno di tempo, ma alla fine lui arrivato così, naturalmente, e tra poco lo potremo finalmente abbracciare.
Sono orgogliosa di non essermi mai data per vinta, ho provato tutte le strade e non ho lasciato niente di intentato.
Questa storia è per dire a tutte le donne che stanno cercando un bambino di non perdere mai la speranza, di crederci fino in fondo e anche quando tutto sembra crollare, di non demordere. Fate tutti i controlli e se tutto va bene state certe che prima o poi il vostro meraviglioso miracolo di vita arriverà. Se ci sono problemi, non arrendetevi mai, la medicina ha fatto passi da gigante, una soluzione si trova.

LA NASCITA DEL NOSTRO “FAGIOLINO”

28.09.2010
Oggi (quindici giorni prima del previsto) alle 2.43 è nato A. Pesa 2800 gr. ed è lungo 49 cm.
E’ stata dura ma la gioia che ho provato nel vederlo ha già cancellato tutto il dolore di queste ore.
A. ha un po’ sofferto durante il parto quindi me lo portano via quasi subito e lo mettono nella culletta termica.
Come é piccolo, l’amore che provo per lui è già immenso e incondizionato. Dorme quasi tutto il giorno e io continuo a guardarlo, non ci credo ancora che quel piccolo scricciolo l’abbiamo fatto noi. Il suo papà è già innamorato ed è bravissimo, è sempre li con noi.
Il giorno dopo A. ha l’ittero e viene messo sotto la lampada per la fototerapia. Lo so che non è nulla di grave ma non poterlo abbracciare e baciare per così tanto tempo mi rattrista molto. Mi siedo fuori dal nido e lo guardo, poi entro e metto la mia mano nella lampada per fargli sentire che io ci sono e ci sarò sempre per lui. Dopo dodici ore lo tolgono dalla lampada e io posso provare ad allattarlo. Lui è bravissimo, si attacca subito. È una sensazione strana ma allo stesso tempo fantastica. Io e il mio bambino, una cosa sola, mi sento la persona più felice e appagata del mondo. Il giorno dopo saremmo potuti finalmente tornare a casa.

LA STORIA CONTINUA…

30/09/2010
La mattina presto chiamo mio marito al telefono e gli dico di venirci a prendere. Siamo agitati ma felicissimi. Tutto è pronto per il nostro arrivo a casa. Poco dopo c’è il solito giro dei pediatri, il mio cucciolo dorme tranquillo nel suo lettino accanto a me. I dottori entrano ed io sono pronta a sentirmi dire: "Oggi andate a casa". Ma dalle loro facce capisco subito che qualcosa non va.
Il mio cuore comincia a battere forte e un senso di paura mi attanaglia lo stomaco. Dagli esami del sangue risulta che A. ha due valori molto più alti della norma e questo potrebbe indicare un problema ai reni. Ci spiegano che faranno un’ecografia addominale e nel frattempo gli faranno delle flebo per reidratarlo. Io e mio marito ci guardiamo e lo sconforto si legge chiaramente sui nostri volti. La pediatra prende il mio bambino e lo porta al nido. Li raggiungiamo anche noi, vogliamo stargli il più vicino possibile. Cercano di trovargli la vena per la flebo. E' un disastro: non riescono e per noi è un martirio. Nel braccino niente da fare, allora provano nella testa, lo rasano prima da una parte e provano, ma nulla, poi dall’altra e dopo vari e strazianti tentativi trovano la vena. Ecco, è proprio ora che crollo, il mio cucciolino è così piccolo e indifeso e non sta bene, tutti quei tentativi per bucarlo. Non ce la faccio: esco e piango sola in un angolo. Oggi saremmo dovuti tornare a casa, invece siamo qui senza sapere bene cosa ci sta accadendo, è terribile. Perché ci sta succedendo tutto questo?
Pochi minuti dopo il nostro piccolo viene portato a fare un’ecografia addominale. Quei minuti ci sembrano un’eternità: insufficienza renale. Oddio è il panico, e adesso? Pensiamo subito al peggio. Cerchiamo di farci forza a vicenda ma è davvero difficile.
A. è al nido, in un angolino con la sua flebo attaccata al braccino steccato perché nel frattempo l’ago gli è uscito anche dalla testa. Lui dorme e sembra non accorgersi di nulla.
Speriamo che reidratandolo migliori e che i suoi piccoli reni possano cominciare a funzionare. Lo vegliamo per quasi tutto il giorno. Quando devo cambiarlo con la piantana della flebo è ancora più difficile. Cerco di stare attentissima per non rischiare di fargli uscire l’ago così da risparmiargli il supplizio di essere nuovamente bucato. Poi lo allatto e P., il suo papà, lo gratta dolcemente dietro l’orecchio per stimolarlo a mangiare. A. è bravissimo e mangia bene. Questo è importante per la sua ripresa.
Passano i giorni e noi siamo ancora in ospedale. Le infermiere sono davvero carine con noi e amano già il piccolo A. che nel frattempo è diventato il “nonnino” del gruppo. Il suo papà è sempre vicino a noi, è la mia forza e il mio supporto.
Infine una sera arriva la bella notizia: dai nuovi prelievi risulta che i valori stanno nettamente migliorando e che l’idratazione funziona.

E FINALMENTE...

04/10/10
Ricorderò sempre questa data, il giorno in cui, dopo lennesima ecografia addominale, ci hanno detto che tutto si è risolto:  possiamo tornare a casa. Mi sembra di vedere ancora la pediatra lungo il corridoio dell’ospedale che sventola l’esito dell’esame con un enorme sorriso ed esclama soddisfatta. "Tutto bene". Io e mio marito ci togliamo un macigno dal cuore e siamo al settimo cielo.
Fuori piove a dirotto ma anche quell’acquazzone ci sembra meraviglioso, tutto quello che ci circonda è meraviglioso perché A. sta bene. Da oggi comincia la nostra nuova avventura. Abbiamo superato un'altra durissima prova ma tutto questo ci ha aiutati ad essere ancora più forti e più uniti."

A. ora sta bene. Ha sei anni, ha cominciato la scuola e fa sport. E, sapete una cosa? Non si ammala mai, non ha nemmeno l'influenza. Sono un pò invidiosa...

Tanta confusione. Troppi pensieri, troppe idee, troppi rammarichi, troppi sogni. Lo dice bene il titolo della canzone "My head is a "My head is a jungle"? Passo la giornata persa in un vortice di cose da fare, reali o immaginarie solo per ritrovarmi la sera stanca e con un pugno di mosche. La vita di una mamma, si sa, richiede tanta energia, molto organizzazione, una buona dose di pazienza e uno spirito positivo per affrontare gli inevitabili imprevisti.

A volte sembra proprio che tutti ce l'abbiano con noi. Stamattina non ho sentito la sveglia perchè ieri ho modificato la suoneria e il mio subconscio quando è suonata non l'ha riconosciuta. Per cui mi sono alzata spaventosamente in ritardo. La Ninfa si sveglia ovviamente con me e declama con la sua acuta voce da treenne incazzata col mondo ( ma non si diceva terrible-two?!) che oggi andrà all'asilo con i suoi magnifici shorts di Frozen, anche se rischia proprio lei di finire congelata visto l'abbassamento delle temperature di questi ultimi giorni.Tento di zittirla, ma è troppo tardi: Ringhio si sveglia, scende dal suo lettino e mi si avvinghia alla gamba mentre, in precario equilibrio, tento di finire di truccarmi. Ovviamente mi acceco con lo scovolino del mascara. Mi trascino in cucina e parto in una carambola di biberon, tazze, vuoi latte, the, caffè, dov'è il cacao, biscotti fette marmellata ma io volevo il latte bianco tiepido nell'altra tazza e questi biscotti non li mangio dove sono i miei biscottiiiiiii...Zittisco Ringhio infilandogli il biberon in bocca, ripesco qualche biscotto rotto dal sacchetto ormai vuoto e li porgo alla Ninfa che imbronciata comincia a sgranocchiarli. Nel frattempo comincio il mio coro di "E' pronta la colazioneeeeee" rivolta al corpo privo di sensi che giace nel talamo nuziale. Trangugio un caffè bollente, mi ustiono la lingua, mi macchio la camicetta (merde!!! e ora cosa mi metto?). Ripesco con una mano dai meandri dell'armadio una maglietta passabile e con l'altra mi infilo le scarpe. Compagno ronfa beato sotto le coperte. In cucina pare sia scoppiata le terza guerra mondiale: latte ovunque, Ninfa e Ringhio che si contendono l'ultimo biscotto ( quando il pacco era integro non li guardavano nemmeno), i gatti zampettano nella pozza sul pavimento. Faccio il possibile per sedare la lite (il biscotto lo mangio io, tra i due litiganti il terzo gode), tampono con lo straccio il pavimento e sfamo i felini miagolanti. Compagno finalmente fa la sua apparizione in cucina, un occhio aperto e l'altro chiuso. Colgo al volo l'occasione e sulle note di un "Io vado datemi un bacio fate i bravi buona giornata" mi chiudo la porta alle spalle e parto. Vado in ufficio. A riposare!