In questi giorni sulla stazione radio che ascolto abitualmente mentre vado e vengo dal lavoro stanno trasmettendo una campagna informativa per promuovere la "Casa delle donne di Brescia.

La "Casa delle donne" è una Onlus che da anni si occupa di aiutare tutte quelle donne che subiscono violenza domestica o stalking.

La violenza all'interno delle mura di casa è la forma di violenza più diffusa perpetrata ai danni di altri membri della famiglia (non solo donne, ma anche bambini e a volte anche mariti).

 

E' anche quella più subdola, perché innesca delle trappole mentali nelle vittime che arrivano a credere di meritarsi di essere trattate in quel modo.

Questo meccanismo si chiama "spirale della violenza" e passa attraverso diverse fasi: l'uomo cerca di fare il vuoto attorno alla donna, la isola dai rapporti sociali, fa in modo che pian piano smetta di vedere amici e familiari, così da tenerla emotivamente legata a sé.

In seguito, se la partner ha un impiego, cerca di convincerla a smettere di lavorare: in questo modo di fatto ottiene che la donna dipenda economicamente da lui.

In crescendo, l'uomo comincia a manifestare atteggiamenti possessivi che spesso sfociano in immotivate scene di gelosia, per cui la compagna viene di fatto segregata in casa.

L'uomo, forte del suo potere, inizia a sminuire sistematicamente ogni cosa che la donna fa, ripetendole in continuazione che è un'incapace, un'inetta, una che non vale nulla, finché lei stessa non finisce per crederci.

Giusto per non farsi mancare nulla, dalla violenza psicologica si passa a quella fisica: percosse a mani nude o con oggetti contundenti, spesso in zone del corpo che possono essere facilmente nascoste dagli abiti, forzature e aggressioni in ambito sessuale, soffocamenti...

Queste fasi possono mescolarsi e anche alternarsi a periodi di relativa calma che confondono ancora di più la vittima, ormai completamente sottomessa al carnefice.

Per completare l'opera, l'uomo minaccia la donna promettendo ripercussioni sui figli o su altri membri della famiglia a lei cari, perfino sugli animali domestici.

Ogni scusa è buona per tiranneggiare la compagna: una pietanza non gradita, un oggetto fuori posto, uno sguardo. E la miccia si accende.

"E' colpa tua, te la sei cercata"

"Sbagli sempre, me le tiri sempre fuori"

"Sei proprio brutta, nessuno ti vuole. Per fortuna che hai trovato me."

E altre giustificazioni assurde per colpevolizzare la donna.

La violenza domestica è diffusissima, più di quanto si pensi.

E' una piaga sociale difficile da individuare, proprio perché sono ancora troppo poche quelle che riescono a denunciare il proprio aguzzino.

Associazioni come quella che opera nella provincia di Brescia (con varie dislocazioni sul territorio della provincia) sono presenti in tutta Italia e lavorano a stretto contatto con i pronto soccorsi locali.

Offrono supporto psicologico, legale e accolgono le donne che decidono di liberarsi in vere e proprie case d'accoglienza.

Inoltre, cosa importantissima, organizzano incontri informativi e formativi allo scopo di portare in superficie questo discorso che per tanti è ancora tabù: quante volte si sente dire che "i panni sporchi si lavano in casa?"

E lo fanno anche nelle scuole, per sensibilizzare la popolazione partendo proprio dalla base, dai nostri figli.

"Perché il sapere rende liberi" come diceva Malala.

SE TI PICCHIA NON TI AMA!

LA VIOLENZA NON E' UNA FORMA D'AMORE

 

 

4

Si capisce che le scuole sono finite (o quasi) da due fattori:

il traffico magicamente si riduce e su facebook fanno la loro comparsa post che ironizzano sulla disperazione dei genitori che dovranno passare tre lunghi mesi con i loro figli.

Al di là dell'inutile polemica sul perché i genitori dovrebbero sentirsi male solo all'idea di stare con le proprie creature (secondo me fatta da chi figli non ne ha o da chi non ci sta), trovo più comprensibile l'abisso di sconforto di quelle coppie lavoratrici che devono fronteggiare l'annosa questione:

arriva l'estate e il bambino dove lo metto?

Chi ha la fortuna di avere i nonni a disposizione, nel senso di nonni volenti e volenterosi, ha già trovato la soluzione.

(Ma anche i nonni possono andare in vacanza, ammalarsi, avere degli impegni improvvisi, ricordiamocelo, mamme criticone sempre pronte a puntare il dito sulle fortune altrui)

Chi invece deve fare affidamento solo sulle proprie forze, come gestisce la situazione?

Se si hanno bambini dai 3-4 anni in su, si può sempre ricorrere ai cred, grest, campi estivi e via discorrendo.

Ce ne sono davvero molti, quelli più "in" vengono tenuti da ragazzi stranieri (qui da noi inglesi) e si svolgono totalmente in lingua.

Ci sono quelli dedicati allo sport, quelli all'interno delle fattorie didattiche, quelli "classici" con gli animatori che strimpellano canzoni sulla chitarra.

Ma non so se questa sia la soluzione ideale. Innanzitutto c'è sempre da considerare l'aspetto economico: non sempre sono a buon mercato.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, hanno comunque orari che non sempre combaciano con quelli dei lavori dei genitori, per cui ci si deve incastrare e giostrare per portare i pargoli e andarli a prendere.

Oppure trovare altre persone qualificate e fidate e pagarle per farlo al posto nostro, sommando spesa a spesa.

E come se non bastasse a volte non c'è un servizio mensa, per cui bisogna trovare il modo di essere fisicamente con i bambini all'ora di pranzo.

Pensando a tutto questo, mi è venuta in mente un'altra cosa: il problema dell'estate in realtà è più sentito perché le scuole chiudono, ma ci sono anche genitori che durante l'anno non riescono ad occuparsi dei figli perché sono al lavoro.

Ed io sarò, anzi sono,  una di queste, una mamma che parte la mattina e torna la sera. CF fa i turni, per cui la sua presenza non è garantita al 100%.

Certo, abbiamo i nonni, che sono un grande aiuto, ma quando i pupi andranno a scuola il loro carico di lavoro sarà maggiore: dovranno far fronte a due scolari che torneranno e dovranno fare i famigerati compiti.

E qui davvero mi vengono gli attacchi di panico.

Mi è capitato una qualche volta di aiutare il mio nipotino che andava in seconda elementare e con mio grande sgomento i metodi educativi e gli esercizi a livello pratico sono totalmente diversi da come li facevo io venticinque anni fa.

Se è sempre vero che due più due fa quattro, per arrivare a quel risultato sono stati introdotti dei procedimenti che proprio intuitivi non sono.

Quindi ho paura che i nonni, pur con tutta la loro buona volontà, non saranno sempre in grado di fare da spalla ai bambini negli studi.

Mi sembra assurdo dover pensare di ridurmi ad aiutare i pupi a fare i compiti alle otto di sera, quando già ora che sono piccoli arrivo a casa e mi stremano dopo dieci minuti.

Senza contare che le ore serali non sono propriamente indicate per l'apprendimento: i bambini stessi sono più stanchi, più nervosi, meno collaborativi.

Diverse correnti di pensiero affermano che non si deve aiutare i figli a fare i compiti, per tanti motivi: sono un loro impegno, stimolano l'autonomia e via dicendo.

Io infatti non sto parlando di fare i compiti con o per i bambini, ma di rendersi disponibili in caso di bisogno.

Aiutare i figli nello studio per me è un dovere dei genitori, senza sostituirsi agli insegnanti ma anche senza lasciare a loro tutta la responsabilità di una cosa così importante.

Non mi piace chi si barrica dietro frasi del tipo: "Se non hai capito, fatti tuoi, stavi più attento".

Si può non capire per molti fattori, non solo per disattenzione.

Ergo, come si affronta la questione?

So che esistono dei centri creati apposta per aiutare i bambini a fare i compiti, ma vale la stessa cosa detta sopra per quelli estivi: tempo e denaro, gestire gli spostamenti, incastrare mille impegni.

Questo a lungo andare comporta di fatto una situazione di disparità e di svantaggio per quelle famiglie che non si possono permettere di aiutare i figli con i compiti e che non sempre hanno le risorse economiche per pagare le ripetizioni o i centri. Con il  rischio reale  di penalizzare in qualche modo i propri figli e di farli rimanere indietro.

E' di pochi giorni fa la notizia che in Francia il ministro dell'istruzione Jean Michel Blanquer abbia previsto all'interno del decreto che riguarda la ri-organizzazione dei ritmi scolastici, quindici ore mensili che la scuola destinerà per lo svolgimento dei compiti.

Gratis e per tutti, senza che i compiti gravino sul tempo domestico, garantendo almeno sulla carta la possibilità che figli e genitori possano stare assieme senza inutili beghe o senza braccio di ferro almeno nelle ore serali e nei fine settimana.

Con grande pace di tutte quelle mamme (e anche qualche papà) che dovranno stare davvero con la propria prole.

 

 

5

Ieri sera la Ninfa faceva i capricci perché voleva mangiare il gelato.

"Voglio il gelato, quello buono alla panna con il cono e il cioccolato sopra!"

Immaginatevi essere tallonate da una quatrenne che ripete "voglio il gelato, voglio il gelato, voglio il gelato!" come una mitraglietta, senza tirare il fiato.

Mentre cucini, attaccata alla gamba.

Mentre sei seduta, alle tue spalle.

Mentre sei in bagno, fuori dalla porta.

Martellante, instancabile, esasperante.

Ma non ho ceduto. Sono stata ferrea, irremovibile e salda nella decisione presa di comune accordo con il padre.

"Il gelato si mangia dopo cena e solo se fai la brava e la smetti subito di fracassarmi i maroni  fare i capricci!"

Ovviamente non è servito a nulla, ha proseguito imperterrita col suo mantra, lei, tanto che alla fine è riuscita a far venire voglia di gelato pure a me, che non ne vado matta.

Durante la cena non ha toccato cibo. In compenso ci ha pensato Ringhio a ripulire per bene anche il suo piatto.

Per coerenza, anche se mi è dispiaciuto, non ha avuto il gelato tanto desiderato.

Imbronciata, la piccola è andata a buttarsi sul letto.

L'ho lasciata sbollire un pò nella vaga speranza che la tempesta si placasse.

Poi ho preso Ringhio e siamo andati in cameretta per la favola della buona notte.

"....E la donna cattiva, dal cuore di pietra, non si fece commuovere dalle lacrime della fanciulla..."

"Cosa vuol dire cuore di pietra?" mi domanda la pupa, curiosa.

"Ma non hai detto che non volevi ascoltare la favola?" insinuo, con un pizzico di soddisfazione.

"Infatti non la ascolto io, la ascoltano le mie orecchie" puntualizza la Ninfa.

Sorrido nella penombra: il gelato alla panna è stato dimenticato.

"Una persona che ha un cuore di pietra vuol dire che è una persona insensibile, cattiva"

"Il contrario della mamma che ve le dà sempre tutte vinte e vi vizia" sbotta CF dalla camera adiacente.

La Ninfa salta sul letto e grida: "No, non è vero, la mamma è cattiva e ha un cuore di pietra perché non mi ha dato il gelato alla panna".

Presa in contropiede, maledico mentalmente CF per la sua tempestività.

La Ninfa è di nuovo imbronciata. Nella luce soffusa vedo il suo corpicino rannicchiato sotto il lenzuolo.

Sospiro e continuo il racconto col cuore pesante.

Ringhio si addormenta in un batter d'occhio sopra di me, con quell'abbandono tipico che solo i bambini hanno.

Con mosse degne di un contorsionista riesco a districarmi senza svegliarlo.

Getto uno sguardo sconsolato al letto della Ninfa, da cui non proviene alcun rumore.

So che è ancora sveglia, così mi avvicino per darle un bacio.

"Ehi cucciola..." sussurro.

Pian piano la sua testa fa capolino da sotto le lenzuola aggrovigliate.

Le poso un bacio lieve sulla fronte, lei mi stringe la mano e mi chiede: "Cos'è quello?"

Seguo la direzione del ditino e tento di distinguere qualcosa.

Tra i giochi d'ombra creati dalla luce del lampione che penetra tra le persiane socchiuse, scorgo una sagoma che guizza lungo il muro.

"Sarà un insetto o un ragno, amore. Starà tornando a casa per andare a dormire. Ora chiudi gli occhi e dormi anche tu".

"Ahhhh..." risponde la pupa, calma e tranquilla.

E subito dopo urla: "Papàààààà, vieni,corri veloce!"

CF allarmato si precipita in cameretta e accende la luce.

La Ninfa saltella sul letto indicando il muro.

"Guarda, c'è un insetto grande. Buttalo via, buttalo via!"

Io la guardo esterrefatta: la mia bimba non ha mai avuto paura degli insetti, anzi. Io mi preoccupo sempre per loro, più che per lei.

Da piccola si è inghiottita un bel pò di formiche e non erano neppure quelle Bon-bon!

"Amore, bastava dirlo alla mamma...."

"No, no! Io voglio solo il mio papà che butta via le creature cattive"

CF pare rifulgere di luce propria.

Investito da cotanto onore, nei panni dell'eroe salvifico, acchiappa il malcapitato mostro e lo schiaffa nel water, giù per il tubo, senza alcuna pietà.

I bambini saltellano in giro per la stanza, eccitati, in una strana danza tribale.

"Bravo papà, bravo papà!" E battono le mani.

Lui si gode il suo momento di gloria. La Ninfa, appesa al suo collo, gli schiocca un bacio rumoroso e umidiccio sulla guancia.

CF è letteralmente in brodo di giuggiole.

"Papà, il mio pancino ha fame ora. Visto che siamo svegli, posso avere il gelato col cono e la panna?" miagola lei, con uno sguardo che non ha nulla da invidiare al Gatto con gli Stivali di Shrek.

"Ehi!" tento di oppormi.

Ma CF non mi guarda neppure. Si dirige in cucina con la bimba in braccio e Ringhio che gli trotterella dietro.

"E poi chi è che li vizia?" salto su fingendomi indignata.

"Sei stata tu a dire che non poteva mangiare il gelato, non io!" ribatte il padre dei miei figli, con una faccia da schiaffi.

"Sì, sì" sottolineano loro.

"Il mio papà è il più coraggioso del mondo. Ed è buono buono come questo gelato. Ha proprio...un cuore di panna!"esclama la Ninfa.

Guardo mia figlia leccare il gelato, completamente appagata.

Osservo il mio compagno che sorride trasognato: una volta tanto è lui al centro dei pensieri della sua bambina.

Sbircio Ringhio, a cui basta mangiare qualcosa per essere contento.

Sospiro e sgranocchio la cialda del gelato. E' davvero buono!

"E vissero tutti felici e contenti", concludo mentalmente.

(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali)

2

A settembre Ringhio comincerà ad andare alla scuola dell'infanzia/scuola materna/asilo.

Se l'operazione spannolinamento sta procedendo, se ha imparato a soffiare il nasino, se sa mangiare da solo più o meno composto, su una cosa proprio non ci siamo: il linguaggio.

Alla veneranda età di 30 mesi, il mio pupo sa dire correttamente: mamma, papà, pappa, acqua, nonno, nonna, Nene (vezzeggiativo della sorella), nanna, pipì, cacca, su, giù, qui, là, di là, si, no, ma dai, eh già, pocco ( a scelta tra "poco" e "porco"), banana e cazzo (questa ovviamente la scandisce benissimo, a momenti la sillaba).

Per il resto, la sua bocca rimane cucita. O meglio, la sua bocca va ma la sua lingua no.

Il povero Ringhio si sforza di imitare quello che dicono i grandi.

Ad esempio, se la Ninfa fa una domanda, lui ripete la frase (a modo suo) con tono chiaramente interrogativo.

Il pediatra di famiglia nel corso dell'ultima visita filtro fatta recentemente ci ha rassicurato dicendo che il bambino è bello sveglio, ubbidisce agli ordini che gli vengono impartiti (tipo, "portami la macchinina rossa" o "vuoi mangiare la mela") e sa anche come comunicare con gli altri.

Infatti, per supplire alla mancanza di parole, Ringhio interagisce con una mimica facciale e una gestualità degna del miglior attore navigato.

In più, servendosi di una sola vocale, ha coniato un suo linguaggio segreto comprensibile a pochi eletti.

Così "Ajaja" (la "J" viene pronunciata come nella lingua spagnola) vuol dire "mostro", "Agggaggg" significa "dinosauro" e "Aaaaaahhh" vuol dire "ok, ho capito!).

Se Ringhio esclama "ah!" con dito alzato sta dicendo "zitto e ascolta", un "aaa"con indice puntato invece significa "guarda là".

Quindi, se comunicare con noi diviene relativamente semplice, ho paura invece che la stessa cosa sarà difficilissima quando si troverà solo soletto in mezzo a volti sconosciuti in un ambiente diverso.

Povero tapino, mi viene l'ansia solo a pensarci!

Come farà a farsi capire? E gli altri bambini, saranno pazienti con lui o lo emargineranno?

Anche la Ninfa alla sua età non aveva una notevole padronanza del linguaggio, ma per lo meno sapeva comporre della frasi di senso compiuto (ora, a quanto dicono le insegnanti, non sta zitta nemmeno quando mangia).

Non so, la pupa mi ha sempre dato l'impressione di una bambina più forte, più perspicace, più determinata.

Ringhio, nonostante il nomignolo aggressivo, è più ingenuo, più "bamboccione".

Chi lo conosce, comprese le educatrici dello spazio gioco, sono pronte a giurare e spergiurare che in realtà non è affatto così: nonostante non parli, ha grinta e tenacia da vendere.

Insomma, non è uno sprovveduto che si lascia mettere i piedi in testa o che se ne sta in disparte, ma uno che si butta nella mischia, gioca e si diverte.

Per cui, se, come dicono persone più qualificate di me, devo stare tranquilla perché questo ritardo del linguaggio è una fase comune a molti bambini,ogni bambino ha tempi di apprendimento diversi,  come mai invece mi sento così agitata?

Il disagio che provo è legato più che  a Ringhio a me stessa e al mio desiderio inconscio di avere un bimbo che rimanga piccolo il più a lungo possibile?

Perché, se è vero che da una parte autonomia del bimbo vuol dire più libertà dei genitori, dall'altra significa anche che una fase della mia vita si conclude per sempre.

Non avrò più un'altra possibilità di stringere tra le mani un neonato, di riempirmi le narici del suo tipico profumo, di cullarlo e di essere in totale simbiosi con lui.

Forse a livello inconscio è per questo che non reputo Ringhio pronto per affrontare l'asilo?

E se sono già così ora, diventerò una di quelle madri tremende che a 18 anni rimboccano ancora le coperte al figlio e gli tagliano la bistecca nel piatto?!

Aiuto, vi prego, no! Non lo sopporterei proprio.Non voglio diventare quel tipo di madre.

Voi vi siete mai fatte paranoie su cose assurde tipo questa?

 

"Se prima eravamo in due" l'ho trovato leggiucchiando  qua e là su Facebook. E me ne sono subito innamorata.

Il nome Fauto Brizzi vi dice niente?

Sì, avete indovinato, è l'uomo dietro le quinte del film "Notte prima degli esami" e di altre pellicole più recenti, come "Ex", "Maschi contro femmine" o il divertentissimo "Com'è bello far l'amore".

Ed è l'autore di "Se prima eravamo in due", il libro che vi voglio presentare oggi.

"Se prima eravamo in due" è il seguito di "Ho sposato una vegana", ma si può leggere anche a sé, come ho fatto io (soprattutto perché non ero a conoscenza che ce ne fosse uno precedente, ma mi riprometto di leggerlo in un futuro prossimo).

Con vena comica, Fausto riprende il racconto della sua vita di coppia. Vita che verrà scombussolata dalla ricerca e dall'arrivo temuto e desiderato della piccola Penelope Nina.

La verità è che nessuno ti può spiegare come relazionarti a un evento clamoroso come la nascita di un figlio. Puoi osservare i tuoi amici che sono già genitori, puoi studiare libri di pediatria o guardare documentari sull'argomento, ma quando capita a te è comunque diverso[...]. Volendo usare una rigorosa espressione scientifica, quando il figlio è tuo, ti rincoglionisci. E allo stesso tempo ti spaventi, come davanti a un tuffo dalle rocce di Acapulco."

Con uno stile narrativo frizzante e coinvolgente, il neo-papà ci narra le tappe più salienti del progetto maternità: dai tentativi per rimanere "incinti" alla ricerca del ginecologo perfetto, dalla scelta del luogo idoneo al parto alla famigerata scelta del nome.

Con un trasporto emotivo chiaramente percepibile, in poche pagine ci narra di come si è perdutamente e irrimediabilmente innamorato di Penelope Nina.

Salvo poi farci ridere a crepapelle per i vari ed inevitabili cambiamenti che la dolce tiranna impone alla vita dei neo-genitori.

Un altro romanzo pieno di sentimenti, che fa ben percepire la dualità gioia-fatica che contraddistingue la vita quotidiana di ogni coppia che si trovi alle prese con il primo figlio.

Breve ed emozionante, richiede davvero poco tempo e poco impegno.

Ideale per chi sta per diventare genitore, ma anche per chi già lo è e vuole farsi una sana risata al ricordo di  quei momenti che all'epoca abbiamo vissuto come piccole tragedie.

Una nuova e piacevole sorpresa che dimostra che sta cambiando davvero qualcosa anche nel mondo dei papà.

Perché i figli, ricordiamocelo, non sono solo della mamma.

(Con questo post partecipo con gioia al venerdì del libro, ideato da Homemademamma)

Venerdì sera CF ha deciso di portarci al cinema.

Per noi è stato un evento, non tanto per il film in sé quanto piuttosto perché era la prima volta della Ninfa.

La scelta è ricaduta su "Pirati dei Caraibi 5- La vendetta di Salazar".

Detto così non sembra una pellicola adatta ai bambini, ma i miei adorano i film con i mostri e i cattivi.. E i pirati non passano mai di moda.

La Ninfa e Ringhio avevano visto tutti i capitoli precedenti, anche se la visione di ognuno era stata fatta in due tranche, vista la lunghezza di ogni episodio.

Per una sera la Ninfa è tornata ad essere figlia unica, con mamma e papà tutti per sé.

Non si è fatta mancare nulla, dai pop-corn giganti alle caramelle.

La piccola è rimasta affascinata dall'immensità della sala cinematografica: seduta a gambe incrociate sulla poltrona guardava a bocca aperta lo schermo gigantesco.

Unica pecca il volume: a causa del sistema dolby atmos così realistico ogni minimo rumore risulta percettibile e, a orecchie non abituate, inizialmente può creare un attimo di fastidio.

Incredibilmente non ha esclamato: "Mamma, mi scappa la pipì!" che era la cosa che temevo di più: camminare al buio, risalire le gradinate con una quatrenne che rischia di farsela sotto e correre al bagno....Mi venivano i brividi solo a pensarci!

Non ha neppure parlato molto, come invece fa normalmente a casa: niente perché qui e perché là, niente cosa sta facendo questo e cosa sta facendo quello.

Guardava il film, così concentrata che a volte si dimenticava di masticare il pop-corn che aveva in bocca.

Io e CF eravamo un pò tesi: volevamo rendere questa serata unica, sia perché appunto era la prima volta sia perché era la sua "serata speciale".

Abbiamo tentato di farla chiacchierare per sapere se c'era magari qualcosa che non le andava, ma lei ci ha liquidati con un: "Fate silenzio che sto guardando il film!".

Capisco benissimo che "Pirati dei Caraibi 5-la vendetta di Salazar" visto sui grandi schermi sia in grado di catturare l'attenzione non solo dei piccoli, ma anche dei grandi.

La bravura dei registi infatti si nota nella sceneggiatura e nell'uso consapevolmente grandioso degli effetti speciali: gli arrembaggi e gli scontri tra i vascelli sembrano veramente reali.

I costumi e le location sono fantastiche, vien voglia di visitare quei luoghi così esotici, soprattutto ora che sta arrivando l'estate.

Se la Ninfa è rimasta impressionata da tutto questo, io invece a livello di trama sono rimasta un tantino delusa.

Il film mi è sembrato ricalcato sul primo capitolo della saga.

La coppia giovane invece che da Orlando e da Keira ( che fanno una breve apparizione) è formata da Brenton Thwaites e Kaya Scodelario.

Il giovanotto è il figlio di Will Turner che ora è condannato a servire sulla nave maledetta dallo stesso sortilegio che aveva colpito suo padre "Sputafuoco" Turner.

Potrà essere liberato solo da un oggetto magico e misterioso chiamato il tridente di Poseidone.

Che, guarda caso, per motivi differenti è anche l'oggetto dei desideri della protagonista femminile, una giovane orfana divenuta astronoma e accusata di stregoneria.

Nella ricerca i due, che si incontrano casualmente, vengono ovviamente aiutati dal mitico Jack Sparrow, che ha tutti gli interessi nel ritrovare il Tridente.

Solo in questo modo infatti riuscirà a liberarsi del non morto capitano Salazar, indomito sterminatore di pirati che ha un conto aperto col protagonista.

Per ragioni di tipo economico invece il bucaniere Hector Barbarossa decide di fare il doppio gioco: dopo una pericolosa alleanza con Salazar passa dalla parte dei buoni.

E come se non bastasse, entra in gioco anche la marina britannica: chi ha il Tridente ha il potere su tutti i mari e quindi l'impero britannico non può farselo sfuggire.

Colpi di scena, duelli mozzafiato, battute ironiche che non mancano mai, in linea con le aspettative sulla saga.

Quello che per me riesce a salvare la pellicola da banale remake del primo episodio e farla diventare un sequel piacevole è la possibilità che ha ogni personaggio di avere uno spazio tutto suo all'interno della trama.

Si apprende l'origine del soprannome di Jack Sparrow, si scoprono retroscena romantici e tragici su Barbarossa e si racconta la vita di Salazar...

Passatemi il termine: l'ho trovata una pellicola democratica da questo punto di vista.

E se il personaggio di Jack non risulta così brillante come nei capitoli precedenti, la verve è affidata all'antagonista, l'attore Javier Bardem, un cattivo coi fiocchi.

Tutto sommato, per me è stata una serata fantastica. Ho apprezzato il gesto di CF che ci ha voluto regalare questo momento e l'ha apprezzato anche la Ninfa, nonostante non sia arrivata sveglia al finale.

La mattina dopo ha decretato che lei vuole andare al mare e che dobbiamo procurarle una bussola magica come quella del film.

Voi siete delle appassionate di questo genere di film? Cosa guardano i vostri figli?