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Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?

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Mi piace guardare i bambini giocare.

Quando i bambini giocano, a modo loro, ci insegnano sempre qualcosa.

Al parco, in spiaggia, nelle zone gioco dei centri commerciali è bello vedere i bambini interagire tra di loro anche se non parlano la stessa lingua.

Istintivamente, i bambini sanno che per giocare le parole non sono indispensabili.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per passare una giornata sulla neve.

Vicino a noi c'era un gruppetto di bambini di circa sei, sette anni. Si vedeva che i pupi si conoscevano tutti.

Giocavano con i loro bob, su e giù, su e giù.

Ad un certo punto uno ha deciso che era stufo.

"Dai, cambiamo gioco" ha proposto.

Si notava che gli altri non erano convinti. Nonostante questo, hanno comunque lasciato perdere i loro bob.

I bambini si sono seduti sulla neve e sono stati a parlottare tra di loro.

Non sapevano cosa fare, che gioco inventare.

All'improvviso, lo stesso bambino che prima aveva deciso di smettere di giocare con i bob ha preso una manciata di neve e ha gridato:

"Giochiamo a tirare la neve addosso a Giovanni"

E Giovanni in un minuto si è trovato ricoperto di neve dalla testa ai piedi.

Non rideva, Giovanni. Se ne rimaneva lì, docile, a farsi ricoprire, anche si si vedeva chiaramente che era infastidito.

Dopo un po' i bambini si sono stufati anche di questo "gioco" e sono corsi via.

Giovanni si è rialzato, si è ripulito alla bell'e meglio e li ha seguiti.

Si vedeva che era abituato a questo genere di trattamenti.

Mi si è stretto il cuore.

Perché so molto bene come si è sentito Giovanni.

A chi non è capitato di sentirsi così almeno una volta nella vita?

Ho guardato i miei figli che stavano trainando il loro bob sulla salita.

Ho ripensato a come li stiamo educando. Se stiamo o no facendo la cosa giusta.

Perché io non voglio ritrovarmi con due bambini prepotenti ma neppure con il Giovanni di turno.

Ho sempre insegnato alla Ninfa e a Ringhio a rispettare tutti: genitori, insegnanti, amici.

Insisto ogni giorno con le regole della buona educazione: per favore, grazie, prego...

Spiego loro che devono essere generosi e imparare a condividere le loro cose anche con gli altri.

Mostro loro, io per prima, che aiutare gli altri soprattutto chi si trova in difficoltà è un nostro dovere, che ci costa poco o niente.

E insegno loro come difendersi dai bambini prepotenti.

Non sono una che pratica la violenza, non credo che le punizioni corporali siano efficaci, anche se ogni tanto purtroppo qualche sculacciata è scappata anche a me.

Non sono una mamma interventista di quelle che quando i bambini tornano dall'asilo graffiati o morsicati fa il diavolo a quattro per scovare il colpevole e corre dai genitori a pretendere giustizia.

Ma, ecco, alla massima "porgi l'altra guancia" preferisco di gran lunga "occhio per occhio, dente per dente".

Non venite a fare i falsi buonisti con me, per favore, che ho sperimentato cosa vuol dire avere a che fare con i bulli per anni e anni.

Non puntate il dito dicendo che "bisogna insegnare ai bambini ad essere assertivi".

Che poi voglio capire come può un bambino di tre anni spiegare a uno che gli sta rubando il gioco o che lo sta importunando che non si deve fare, che rubare è una cosa brutta, che piacerebbe a te che io ti rubassi il gioco.

Credetemi, essere assertivi può servire quando chi ti sta di fronte è una persona dotata di raziocinio, cioè della capacità di fare e seguire un ragionamento.

E nella maggior parte dei casi non è così.

Non insegno ai miei figli che, quando hanno bisogno di un aiuto, devono correre a cercarlo dalla mamma, dal papà o dalla maestra.

I grandi non ci saranno sempre.

Semplicemente insegno ai miei figli che purtroppo in certe situazioni devono sbrigarsela da soli.

A volte si può lasciar perdere e andare via, a volte invece no.

Non educo i miei bambini alla violenza. Trovo intollerabile che si alzino le mani, anche se tra di loro lo fanno (e io non intervengo, sia chiaro).

La Ninfa e Ringhio sanno che se picchiano qualcuno senza motivo finiscono in castigo.

Perché picchiare è una cosa che non si fa.

Ma anche subire le angherie degli altri non ci fa stare bene, a meno che non siamo votati al martirio.

Il primo anno d'asilola Ninfa era stata presa di mira da una bambina più grande di lei. Tornava a casa ogni giorno con qualche "ricordo".

Le maestre non sempre potevano accorgersene, del resto ad una maestra che deve vigilare su venti bambini a volte qualcosa può sfuggire.

Dopo qualche settimana, ho detto alla Ninfa che poteva difendersi.

"Se la bimba ti picchia, tu prima chiama la maestra. Ma se la maestra non fa niente perché non ha visto, allora anche tu picchiala. E se qualcuno ti dice qualcosa, digli che la tua mamma ti ha detto di fare così".

Nel giro di pochi giorni, l'altra bambina ha smesso di tormentare mia figlia.

Non dico di aver fatto la cosa giusta in assoluto.

Dico che in quel momento quella era l'unica soluzione possibile.

Se la Ninfa non avesse reagito, la situazione si sarebbe protratta per l'intero anno lasciando sicuramente degli strascichi anche sulla Ninfa stessa: ansia, insicurezza, magari anche il terrore di andare alla materna.

Quello che intendo dire è che non è mai tutto bianco o tutto nero.

Scusare la violenza sempre e comunque, incentivare l'aggressività naturale dei bambini può essere disastroso.

Ma allo stesso tempo anche insegnare ai bambini a non reagire, a reprimere l'istinto di auto-conservazione, a non rispondere in modo attivo alle provocazioni dei bambini prepotenti può fare grandi danni: li fa sentire deboli e insicuri.

Bisogna spiegare ai nostri figli che in certe situazioni non si può essere passivi.

Insegnare ai bambini a difendersi non significa trasformarli in bambini prepotenti o in bulli.

Significa semplicemente fargli capire che anche loro sono sullo stesso piano dell'avversario, che non devono farsi sminuire o sentirsi deboli, perché non è così.

Purtroppo le parole non sempre bastano. E la violenza non sempre genera altra violenza.

La violenza non risolve i conflitti, ma a volte basta rispondere per le rime per disinnescare un comportamento che in altri modi non si sarebbe fermato.

Vi siete mai trovate ad affrontare situazioni di questo genere?

Come vi siete comportate?

 

 

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"La cena" , quando lo prendi in mano, ti sembra un romanzo innocuo, quasi noioso, di quelli riempitivi, buoni per passare qualche serata immersa nella lettura.

Salvo poi rivelarsi esattamente l'opposto.

"La cena", nato dalla penna dello scrittore e regista olandese Herman Koch, è un romanzo insolito e davvero raccapricciante, non in senso splatter ma dal punto di vista psicologico.

"LA CENA": PERCHE' LEGGERLO

Due fratelli con le rispettive mogli si danno appuntamento per una cena in uno dei ristoranti più in voga del momento, quelli dove per trovare un tavolo devi prenotare con sei mesi d'anticipo.

A meno che tu non sia un illustre personaggio, come lo è Serge, in corsa per diventare il nuovo presidente olandese.

Serge è il classico uomo politico, costruito ad arte. Tutto ciò che fa ha l'unico scopo di accaparrarsi nuovi voti.

Babette, sua moglie, è lo stereotipo della donna trofeo: bella, raffinata e intelligente quanto basta, con una gran voglia di non perdere nulla di ciò che la fama del marito le porta.

I due hanno tre figli, due naturali e uno adottato proveniente dal Burkina Faso.

L'altra coppia invece è formata da Paul, fratello di Serge e dalla moglie Claire.

Paul è un professore di storia in pensione anticipata mentre Claire è una soddisfattissima casalinga.

Paul soffre di un raro disturbo genetico che lo porta ad avere scatti di rabbia che sfociano in atti di pura violenza.

Nonostante ciò, Claire lo ama e lo protegge, nascondendo questo segreto.

I due hanno un unico figlio quindicenne, Michel, coetaneo dei cugini.

La cena apparentemente normale e tranquilla è solo il pretesto per affrontare un argomento agghiacciante.

I due cugini infatti si sono macchiati di un grave crimine: hanno ucciso una barbona che si era rifugiata di notte all'interno di un bancomat.

Il video dell'omicidio è stato messo in rete e la polizia sta cercando da giorni i due ragazzi che non risultano riconoscibili.

I genitori però sanno benissimo che i colpevoli sono proprio loro.

Lo scopo della cena è quello di capire cosa fare nei confronti della sfortunata vicenda.

Qui sta la genialità di Herman Koch: ad ogni parte della cena (primo, secondo, intervallo...) con machiavellica abilità ci mostra la psiche dei vari personaggi attraverso la narrazione di vicende passate e presenti.

Una trama in cui gli eventi sono spiegati e sviscerati da un autore sopra le parti che non risparmia nessun personaggio.

Una discesa spaventosa nella psiche di madri, padri, figli di gente dall'apparenza irreprensibile, di gente apparentemente normale, proprio come noi.

Attraverso le loro azioni, Herman Koch ci dipinge il disincantato quadro di una società malata e degradata, dove il confine tra bene e male non esiste più.

"La cena" induce quasi il lettore a credere che certi avvenimenti accadono quasi per caso e che, grazie ad uno strano percorso psicologico, si possa addirittura arrivare a scusarli.

Herman Koch non cerca la simpatia nel lettore. Descrive i suoi personaggi con distacco e disincanto, li tratteggia in modo negativo senza esprimere mai apertamente il suo disgusto.

Allo stesso punto però riesce a creare una sorta di empatia con questi personaggi che in fondo rappresentano ognuno di noi, o la "miglior" versione a cui ognuno aspira di arrivare.

Con queste mosse, l'autore induce il lettore a interrogarsi, a farsi delle domande a cui non sempre vorremmo dare una risposta.

Io, da madre, mi sono chiesta più e più volte come avrei agito se fossi stata in Babette o in Cleare.

In fondo anche loro hanno educato i loro figli seguendo i dettami morali della nostra società.

Dove hanno sbagliato?

E se sbagliassi anche io?

"La cena" è uno di quei romanzi che ti smuove qualcosa dentro, che porta a galla le nostre inquietudini più segrete, che gioca in modo crudele con il nostro senso etico e morale.

Herman Koch per me è stato una rivelazione. Voi avete mai letto "La cena" o qualche altro suo romanzo?

Sono curiosa di sentire le vostre opinioni.

(Con questo post partecipo al #venerdìdellibro, creato da Paola di Homemademamma.)

 

 

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Carnevale è quella festa o meglio quel periodo che da piccola mi è ha sempre affascinato molto.

Ho dei ricordi fantastici di quelle cinque o sei volte che sono riuscita a celebrarlo, perché generalmente nel periodo carnevalesco ero sempre a casa malata.

Quando il Carnevale si avvicinava era abbastanza comune vedere gruppetti di bambini che giravano mascherati per le vie del paese.

I costumi erano ammessi perfino alle scuole elementari (sì, per me saranno sempre le elementari, altro che primarie).

A differenza dei giorni nostri, i bambini indossavano costumi creati dalle mamme: se quell'anno andava di moda travestirsi da fata, ogni bambina indossava un vestito da fata diverso, mica come adesso che le fate sono tutte più o meno uguali.

Certo, non dico che tutti i costumi riuscivano col buco, eh!

Alcuni erano improponibili o talmente originali da risultare imbarazzanti per chi li indossava (ho ancora alcuni amici letteralmente traumatizzati dal loro travestimento di Carnevale che stanno ancora andando in terapia).

CF ne sa qualcosa: le sue foto di quando aveva quattro anni travestito da farfalla girano ancora per il paesello...

Fortuna che nessuno lo riconosce sotto quella maschera!

Poi si cresce e si diventa mamma.

E qui le cose cambiano drasticamente.

Perché, amiche mie, vi svelo un segreto: le mamme temono il Carnevale quasi quanto le feste di compleanno.

Sotto quell'aspetto bonaccione ed allegro, il Carnevale nasconde mille insidie.

Se siete mamme e per di più lavoratrici il Carnevale vi sta già sulle balle di principio, perché ogni anno la domenica o il martedì in cui ci sono le sfilate o le feste non cade mai lo stesso giorno.

Per cui state pur certe che ve ne ricorderete solo la sera prima.

Aggiungiamo poi il fatto che la maggior parte degli asili (sì, per me è l'asilo, non la scuola dell'infanzia, massimo massimo la materna) e delle elementari chiudono il lunedì e il martedì e quindi c'è il problema ben noto di dove collocare i pupi.

Sommiamo a tutto questo il fatto che Carnevale equivale a travestirsi e quindi scatta la domanda: "Amore mio da cosa vuoi vestirti quest'anno?"

Ecco, preparatevi a una serie di risposte variabili di giorno in giorno se non di ora in ora.

Per cui il lunedì vostra figlia decide di travestirsi da Winx, il martedì opta per Lady Bug perché è la moda del momento, il mercoledì ha una botta di nostalgia e accarezza l'idea di utilizzare il costume da Elsa dello scorso anno, il giovedì vuole quello di Gufetta a tutti i costi, il venerdì diventa generalista e vi dice che va bene una principessa qualsiasi, il sabato afferma che lei non vuole più travestirsi e la domenica vi chiede dov'è il suo costume.

Nel frattempo, tra una telefonata di lavoro, una corsa in tintoria a prendere il costume di Elsa che avete fatto lavare, un ordine velocissimo sul web per il costume di Lady Bug che arriva dopo Pasqua, una toccata e fuga al supermercato locale per vedere cosa è rimasto e già che ci siamo prendo pure due cose che mi servono e mi ritrovo in fila al supermercato talmente carica con il pacchetto di frutta secca tra i denti, arrivate a domenica mattina e siete fortunate se avete a disposizione un costume da pomodoro.

E'inutile specificare che a voi non serve nessun travestimento per Carnevale: i capelli stopposi e sfibrati fanno da cornice ad un viso naturalmente emaciato, in cui dardeggiano due occhi spiritati contornati da deliziose occhiaie in mille sfumature di nero che manco la make-up artist Pat MacGraph riuscirebbe a ricreare, mentre la vostra epidermide presenta delle chiazze rosse da forte stress.

Mentre infilate vostra figlia nel suo costume da pomodoro di due taglie più piccole, vi rendete conto che solo una cosa può aiutarvi ad uscire dal tunnel: un chilo di fragranti frittelle accompagnate da una bella bottiglia di prosecco.

Prosit, care mamme, e buon Carnevale!

Non è un segreto che CF sia appassionato di cucina, nel senso che ogni tanto ci prepara da mangiare.

E sicuramente molte di voi ora staranno alzando gli occhi al cielo, pensando: "Che ragazza fortunata!".

Senza scendere nei sordidi dettagli sulla mia presunta fortuna, oggi per la rubrica "L'uomo in cucina" voglio condividere con voi una ricetta velocissima che qualsiasi essere proveniente da Marte è in grado di fare.

Siccome a casa nostra siamo amanti del riciclo a tutto tondo e soprattutto non ci piace sprecare il cibo, per questa ricetta l'ingegnoso CF ha utilizzato la polenta avanzata del giorno prima.

Ecco cosa ci ha proposto:

LASAGNE DI POLENTA CON RAGU' DI SALSICCIA E FUNGHI

Ingredienti:

  • polenta avanzata dal giorno prima
  • ragù di salsiccia
  • besciamella
  • scamorza affumicata a fette
  • funghi tipo champignon

Procedimento:

Cominciate prendendo una pirofila da forno e cospargete il fondo con un poco di besciamella.

Tagliate la polenta a fette spesse circa un centimetro e mezzo e fatele leggermente abbrustolire su una bistecchiera, facendo attenzione a non bruciacchiarle.

Componete ora le vostre lasagne di polenta mettendo le fettine di polenta abbrustolita, un bello strato di ragù di salsiccia e alcune fette di scamorza.

Fate il secondo strato come il primo ma anziché utilizzare il ragù mettete la besciamella.

Siate accorti nell'alternanza tra ragù e besciamella, perché l'ultimo strato dovrà essere fatto con quest'ultima.

Adagiate poi sulla cima delle lasagne dei funghi tagliati a fette sottili (vanno bene anche gli champignon).

Mettete la teglia in forno a 180° per una ventina di minuti e servite le vostre lasagne di polenta ben calde.

Come vedete, si tratta di una preparazione semplicissima.

Se poi andate di fretta, nulla vi vieta di utilizzare ragù e besciamella già pronti.

E' una ricetta a basso costo, molto saporita e apprezzata dai bambini.

Inoltre vi permette di dar fondo ad eventuali avanzi di polenta del giorno prima, soprattutto ora che si avvicinano le feste.

Mi scuserete di nuovo se, vista la fame lupina che avevo, non ho pensato a fare le foto al piatto ma ho preferito mangiarmelo.

Voi come riciclate il cibo avanzato?

Come sempre, attendo anche le ricette dei vostri cuochi in erba.

Se avete un blog, potete scrivere un post linkando il mio sito oppure potete fotografare i manicaretti preparati dalla vostra dolce metà e pubblicarli su IG o FB con i seguenti hashtag:  #luomoincucina #ricetteperveriuomini  @datemiunam.

Buon appetito!

 

Oggi ho bisogno di tanta positività per affrontare l'ultima settimana prima di Natale.

Il periodo che precede le feste è sempre un po' strano, almeno per me.

La normale settimana lavorativa viene interrotta da eventi natalizi a cui non si può mancare, la vita sociale ha un'impennata e ovviamente dal punto di vista fisico questo si traduce in stanchezza e in confusione mentale, tipo "Oddio ma che giorno è oggi e cosa devo fare?".

La scorsa settimana è stata costellata da eventi felici, da #scintilledigioia che hanno risollevato gli animi e che mi hanno calato ancor più nel clima festivo e natalizio.

Ne ho scelte tre da condividere con voi.

Il primo è la recita di Natale alla scuola materna dei pupi.

Martedì dodici dicembre incredibilmente entrambi erano presenti, i malanni lasciati alle spalle (speriamo per qualche mese, almeno!).

La recita di Natale in realtà è stata più che altro una manifestazione canora, durata in totale un'oretta e mezza.

I bambini sul palco del teatro erano agitati ma mai quanto i genitori che li guardavano in platea.

Era la prima volta di Ringhio che, per farsi riconoscere, ha dato il peggio di sé.

E' entrato con fare da gradasso, si è scoperto la pancia e ha misurato con passo marziale il palco nella sua totale lunghezza, mentre gli altri compagni lo osservavano incuriositi.

La maestra è riuscita a riacchiapparlo e rimetterlo in fila. Ringhio si è guardato attorno, poi è uscito di nuovo dalla fila, si è avvicinato alla platea e con fare disinvolto ha gettato il suo cappello natalizio in pasto al pubblico sbigottito che l'ha pure applaudito.

Recuperato nuovamente, ha scovato la Ninfa in mezzo alla folla di bambini di rosso vestiti e ha cominciato a farle i dispetti.

Ha resistito il tempo di due canzoni, poi siccome stava sobillando gli altri, ho deciso di tirarlo giù.

Tempo due minuti e si è addormentato in braccio a me, mentre il coro di bambini ci deliziava con le note stonate della canzoni natalizie.

Come prima volta non c'è male, non oso pensare ai prossimi anni!

Ha intrattenuto il pubblico per un buon quarto d'ora, quel monello.

Inutile dire che mi sono vergognata e avrei voluto scomparire!

La seconda scintilla di gioia è ovviamente l'arrivo di SANTA LUCIA. Per i bambini qui da noi non c'è giorno più bello.

Già il dodici, dopo la recita di Natale, l'oratorio aveva organizzato una festa di Santa Lucia: lancio delle caramelle da parte della Santa di turno, giochi e merenda per tutti.

La Ninfa è stata davvero entusiasta di poter andare da sola con la mamma e avere le amichette per giocare.

Infine, la sera, dopo cena, abbiamo preparato tutti quanti assieme latte, caffè e biscotti per Santa Lucia e il Castaldo e l'asinello, ahimè, s'è dovuto accontentare di un'arancia anziché di una carota perché le avevamo finite.

Inutile parlare poi della mattinata del tredici: giochi, dolci ma anche un sacchettino di carbone per riflettere assieme ai pupi sul loro comportamento spesso capriccioso, come mi avevate consigliato di fare.

Speriamo che serva a qualcosa!

Ed infine, dulcis in fundo, la FANTASTICA CENA con quattro amiche che non vedevo da Agosto (sì, avete sentito proprio bene!).

E' sempre bello ritrovarsi, raccontarsi e stare assieme. I discorsi si intrecciano, le risate si scatenano per un nonnulla e di colpo è come se ci si fosse incontrate il giorno prima.

Siamo andate a mangiare in un ristorante molto particolare, con un menù stagionale vario e ben curato.

Sicuramente un posto da tenere in considerazione per i prossimi eventi.

Non posso proprio immaginare una vita senza amiche e amici...

Ecco in breve i tre momenti top della scorsa settimana.

Avete voglia di condividere i vostri?

Qui in breve vi spiego cosa fare:

1- utilizzando l'hastag #scintilledigioia condividere con una foto su Instagram, Facebook, Twitter e/o un post sul blog tre momenti felici vissuti la settimana precedente;
2-nominate il blog "Scintille di gioia" e date le istruzioni su come partecipare;
3- invitate chi volete a partecipare a questo bellissimo gioco;
4- inviate a Silvia i vostri momenti felici alla mail fiorellinosn@gmail.com mettendo come oggetto "Scintille di Gioia", in modo che io non se ne perda nemmeno uno!
Buona settimana e a presto!