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Arrivata alla mia età, è ora di fare outing: anche se mi applico, ho l'agilità e la velocità di un vecchio bradipo ubriaco.

Più che una questione di fisico è una questione di mente, legata all'immagine che di me stessa che mi sono creata negli anni (non senza una ragione, ovviamente).

Mi ricordo che quando ero bambina non me ne importava nulla di quello che mi dicevano gli altri e mi divertivo a correre, a sfrecciare sulla vecchia bici di mio nonno (una Bianchi da uomo nera, per pedalare dovevo stare in piedi e la mia Gigia  le mie zone intime ricordano ogni singola botta presa sulla canna quando mi sfuggivano le pedaline), a fare esibizioni sui pattini a rotelle con gli altri bambini.

La cosa più bella era quell'assoluto senso di libertà e di potere che provavo stando in sella o sulle rotelle.

Quindi ho subito assecondato il desiderio della Ninfa quando ha chiesto di poter avere un monopattino.

CF, a cui piace essere sempre informato, ha preso in mano il suo tablet e ha fatto una semplicissima ricerca in Internet.

I monopattini, come tutti i giochi dotati di rotelle,  rafforzano l’attenzione, l’orientamento spaziale e spingono i pargoli a svolgere attività fisica e mentale.

Usando tricicli, monopattini, macchine a pedali, biciclette  il bimbo perfeziona l’orientamento spaziale e la coordinazione corporea, rafforza  il senso dell’equilibrio e impara a muoversi più agilmente.

In questo modo, oltre al divertimento garantito, rafforziamo il loro sviluppo psico-motorio.

Bene, quindi via di corsa a comperare il tanto ambito giocattolo!

Siamo andati da Decathlon, vicino a casa.

Portare la Ninfa e Ringhio in questo posto equivale a portarli al parco-giochi.

A parte lanciarsi in folli gare di velocità lungo le corsie ( ma lo fanno anche i vostri?), non esitano a provare qualsiasi cosa ( su Instagram potete vedere la Ninfa che si cimenta con attrezzi da palestra vari), e da veri paraculi si accaparrano pure un sacco di complimenti.

Decathlon ha creato un piccolo spazio dove si possono provare anche i monopattini.

"Sì, mi sembra che vada bene. Papà, paghi tu, vero?"

Inutile precisare che siamo stati lì solo una buona mezz'ora prima di convincere la prole in piena iperattività che li avevamo comperati e potevamo andare a provarli a casa.

Il monopattino Oxelo B1 è studiato apposta per bambini da 2 a 4 anni.

Ecco qui il monopattino che potete trovare da Decathlon con le scocche colorate per personalizzarlo

Si compera la struttura del monopattino e a parte la scocca ( che è la base per appoggiare i piedi). Questa può essere scelta in vari colori: rosa, rosso, giallo,verde...

L'assemblaggio è semplicissimo: con le chiavi e le viti che si trovano in dotazione si monta in un attimo.

Il prezzo è davvero alla portata di tutti: con 20 Euro ci si porta a casa il monopattino completo.

Ringhio ha aiutato CF a montare entrambi i monopattini passandogli con attenzione le viti.

Il monopattino è molto stabile perché ha due ruote davanti e una dietro.

Si può richiudere per essere trasportato meglio e anche per riporlo in caso di spazi ridotti (come casa nostra),

La cosa bella è che il manubrio si può regolare a tre altezze diverse e si può anche frenare!

In più, per evitare che il pupo si possa spaventare, il monopattino non raggiunge  velocità molto elevate, grazie ai suoi particolari cuscinetti.

Il gentilissimo ragazzo del negozio ci ha spiegato che a differenza di altri prodotti sul mercato, il loro monopattino è stato brevettato in modo tale da consentire un perfetto bilanciamento in curva e questo fa sì che il pupo non perda l'equilibrio.

Ecco i pupi che si apprestano alla prova pratica

E ovviamente per noi genitori (soprattutto per CF) è essenziale che la prole si diverta senza sfracellarsi contro un muro o spalmarsi sull'asfalto.

Come indicato, ricordatevi di far indossare le protezioni, per lo meno i caschetti (noi utilizziamo quelli della bici).

E ora ditemi: ma da piccole ce l'avevate voi un monopattino?

 

Martedì 25 Aprile visto l'inclemenza del tempo abbiamo deciso, in un raptus di follia, di portare i pupi a Seridò.

Per chi non ha a che fare con i bambini, Seridò è la fiera annuale del divertimento che si tiene a Montichiari (BS).

Prima di diventare mamma non ne avevo mai sentito parlare.

Quando diventi genitore, vieni automaticamente dotato di due antenne radar che captano notizie relative al mondo dei bambini.

In questo caso, a partire da metà Aprile, Seridò diventerà il tormentone del momento: radio, riviste, pubblicità...

Ti si insinua nella mente come un tarlo e non ti lascia più.

Gli anni precedenti non lo abbiamo considerato più di tanto, la Ninfa era ancora piccola, se il tempo è bello meglio stare fuori...Insomma, non era mai il momento giusto.

L'altra mattina invece, complice la noia ma anche sull'onda del successo della gita al Parco "Le Cornelle" abbiamo deciso che era ora di provare.

Siamo partiti  a 9,45 e alle 10,30 avevamo già i biglietti in mano.

Solo i "grandi" devono pagare, i bambini fino ai 12 anni entrano gratuitamente.

Seridò è una grande fiera dedicata ai bambini di tutte le età suddivisa per aree tematiche.

Quest'anno i padiglioni erano suddivisi in questo modo: sport, laboratori e truccabimbi, giochi e spazio nido, gonfiabili, gonfiabili e rotelle,teatri, tutti giù per terra e giochi all'aperto.

Inutile dire che è stato un delirio. Non tanto per la gente (fortunatamente non era pienissimo), non tanto per l'organizzazione (per me organizzato bene, per CF il margine di miglioramento è alto), quanto per i bambini.

Erano letteralmente impazziti, caricati a molla, inarrestabili. Stare dietro a dei piccoli tornado che corrono da un gioco all'altro è sicuramente estenuante per un adulto.

Siamo partiti dallo stand dedicato allo sport. Essendo mattina, pensavamo fosse meno pieno ed effettivamente è stato così.

La Ninfa ha voluto provare tutto: mini-golf, percorso di equilibrio, salto in alto, ponte tibetano, bowling, tiro con l'arco e la parete di arrampicata.

La cosa che ha trovato più entusiasmante è stata senza dubbio questa: con la sua imbragatura si è arrampicata da sola fino in cima, con lo scalatore dietro che non ha dovuto aiutarla nemmeno una volta e che alla fine si è pure complimentato con lei.

Dopo lo sport, con il chiaro intento di sfiancare i pupi, ci siamo catapultati nei padiglioni dei gonfiabili. Ci sono ben due stand e su ogni gonfiabile è chiaramente esposta l'età consigliata. Che, badate bene, è appunto indicativa.

La Ninfa, che è anche un pò spericolata, con il mio consenso ha provato anche quelli per bambini più grandi.

Va detto che ogni gioco è sorvegliato da almeno due volontari, per cui tutto si svolge in piena sicurezza.

Intanto che faceva la coda (perché -cosa per me stupenda ed educativa- i bambini da soli fanno le code per le attrazioni, mentre i genitori li aspettano pazientemente dietro le transenne), CF e Ringhio si dedicavano alla parte dei giochi con le rotelle: tricicli, biciclette di legno, trattori a pedali...

E non ci siamo lasciati sfuggire neppure la foto di rito sulla moto della polizia!

Verso l'una abbiamo deciso di pranzare. Seridò mette a disposizione aree pic-nic per cui se volete potete portarvi il pranzo da casa o prendere qualcosa direttamente in loco: tranci di pizza, patatine fritte, panini...Ce n'è per tutti i gusti!

Dopodiché i bimbi hanno voluto provare attività più soft e ci siamo diretti al padiglione dove c'erano trampolini elastici, l'oca gigante, la dama gigante e il paese delle bambole.

Qui abbiamo sostato per circa un'oretta: la Ninfa e Ringhio hanno giocato con le case da giardino, le cucine, i carrelli della spesa, bambole e accessori vari.

Nel frattempo CF ha approfittato dei volontari del pronto soccorso che spiegavano e mostravano come effettuare la disostruzione e il BLS pediatrico.

Inoltre, sotto forma di gioco, insegnavano ai pupi come effettuare una chiamata d'emergenza: a turno i bambini dovevano soccorrere un animaletto ferito, chiedergli dove sentiva dolore, tranquillizzarlo, comporre su un gigantesco telefono il numero del 112 e descrivere all'operatore cosa si era fatto l'animale di turno.

Da lì siamo passati di nuovo ai trampolini elastici e, visto che il tempo lo permetteva, i bambini hanno giustamente insistito per provare il trenino. Attrazione deludente per noi adulti, nel senso che passa attraverso gli stand e non c'è da vedere chissà che gran panorama, ma si sa che i trenini sono sempre affascinanti per i bambini.

Scesi da trenino, con il nostro pop-corn in mano ci siamo diretti al padiglione dei teatri. Purtroppo siamo arrivati a spettacolo già iniziato, ma quel poco che abbiamo visto ai pupi è piaciuto molto.

Vista l'ora, CF ed io pensavamo di cavarcela con una capatina veloce ai laboratori. Ovviamente avevamo fatto i calcoli senza l'oste! Una volta arrivati, la Ninfa e Ringhio hanno voluto pitturare con le tempere, creare con l'argilla, provare a fare le cornici, i sabbiarelli, i chiodini...

Peggio di una via crucis, veramente! Non hanno saltato niente. Non erano per niente stanchi, loro.

Tanto più che, dopo la tappa alla biblioteca in cui si possono anche scambiare i libri (lo terremo presente per gli anni futuri) e il truccabimbi, i pargoli hanno voluto rifare il giro al padiglione dello sport, visto che oramai si era verso l'ora di chiusura.

Ci è dispiaciuto non poter fare i giochi all'aperto. Visto il tempo non molto promettente barchette a pedali, cavalli e scivoli sono stati aperti solo nel pomeriggio e noi non lo sapevamo.

A parte questo, Seridò per noi è stata senza ombra di dubbio un'esperienza positiva: durante questa fiera i bambini hanno la possibilità di cimentarsi con le più svariate attività, di stare con gli altri bambini, di imparare qualche regola.

Consigli pratici per i genitori: vestitevi a strati, mettetevi un paio di scarpe comode e... abbandonate ogni speranza di uscire dopo un paio d'ore soltanto!

 

Aprile dolce dormire, ma come si fa quando i tuoi figli si beccano l'ennesimo raffreddore?

Nasi gocciolanti e tappati comportano notti agitate. I pupi cominciano a russare come trattori, che già in sé è abbastanza fastidioso.

Come se non bastasse, il muco scende lungo la gola provocando dei veri e propri attacchi di tosse.

Non so se capiti anche ai vostri bambini, ma i miei poi a forza di tossire vomitano.

E questo significa: "Mamma, ho bomitato. Posso dormire con te?"

E la povera mamma coadiuvata da un papà che si regge a malapena in piedi dovrà:

. ripulire il figlio di turno che si sarà sporcato;

. convincere l'altro figlio a dormire: "Amore, anche se la luce è accesa adesso è notte e si dorme";

. verificare l'entità del danno (io di solito comunque tolgo le lenzuola e pulisco il pavimento se è sporco senza aspettare la mattina perché l'idea di avere quella sostanza viscida e puzzolente spalmata in camera non mi fa chiudere occhio, quasi come se la pozzanghera potesse mutarsi in un nauseabondo blob);

. cercare di riconquistare il sonno perduto con due pupi nel lettone, incrociando le dita affinché il disastro non si verifichi di nuovo nel talamo nuziale e il figlio di turno non ricopra di vomito i restanti membri della famiglia.

Capite quindi che insegnare ai miei figli a soffiarsi il naso per me diventa più vitale dello spannolinamento.

Quando sono piccoli si fanno quei bellissimi lavaggi nasali, efficaci solo se fatti nel modo giusto.

Va da sé che se il bambino è collaborativo allora il lavaggio si fa nel modo corretto e non esistono problemi di naso tappato.

La Ninfa è sempre stata abbastanza brava, anche quando era già grandicella. Di conseguenza non ho avuto bisogno di insegnarle a soffiarsi il naso presto.

Quando mi ci sono messa secondo me aveva già quasi tre anni e ha imparato in quattro e quattr'otto.

Siccome ovviamente i fratelli non sono uguali anche se nati dallo stesso grembo, Ringhio ha sempre odiato fare i lavaggi nasali.

Per lui farsi iniettare soluzione fisiologica nelle narici o utilizzare le apposite bombolette di soluzione iper/ipotonica equivaleva a farsi scuoiare vivo.

Ora che ha due anni abbondanti e una certa potenza fisica non ci provo neppure con l'aiuto di nonne e padre.

Urge quindi che impari a soffiarsi il naso.

Ma come si insegna ad un bimbo una cosa che per noi è tanto semplice da essere scontata?

Sotto forma di gioco, naturalmente. E queste sono alcune delle soluzioni che ho trovato in rete.

Soluzione A: scomporre l'atto del soffio in azioni singole, cioè: prendere un bel respiro con la bocca e trattenere l'aria gonfiando le guance per poi farla uscire lentamente dal naso. Dopo essersi esercitato per due o tre minuti al giorno per alcuni giorni di seguito,  fare uscire l'aria dal naso in maniera veloce, senza l'uso del fazzoletto. Dopo una settimana il pupo dovrebbe essere in grado di soffiarsi il naso.

Soluzione B: procuratevi  una pallina da ping pong  e  una scatola di scarpe vuota. Mettete la pallina al centro del bordo del tavolo e sul lato opposto la scatola, come se fosse la porta di un campo di calcio. Il gioco consiste nel soffiare con il naso (e solo con il naso e non con la bocca) contro la pallina mandandola verso la scatola per fare goal. Simulate varie gare, coinvolgendo oltre al bambino anche altri membri della famiglia. Quando servirà, dite al pupo di soffiare con il naso come quando giocate con la pallina.

Soluzione C: utilizzate uno specchietto portatile, come quelli doppi che si usano per truccarsi. Fate vedere al pargolo che, quando soffiate col naso sullo specchio, si forma una nuvoletta di vapore e lo specchio si appanna. Fatelo fare anche a lui, magari inventate anche una storiella carina che lo renda più partecipe. Dopo qualche tentativo avrà familiarizzato con il meccanismo.

Soluzione D: mettete la mano del bimbo davanti al vostro naso. Ditegli di prendere fiato e di chiudere ben strette le labbra. Mettete un dito sulla loro bocca per verificare che non soffino con la bocca. Con l’altra mano tenete a pochi centimetri dal loro naso un fazzoletto di carta. Se riescono a spostarlo soffiando col naso, hanno vinto. Anche qui, a forza di esercizi, imparano la giusta tecnica e poi potete passare a fargli mettere il naso dentro il fazzoletto.

Soluzione E: usate dei pezzettini  di carta velina colorata e metteteli in una scatola. Mettete alcuni pezzettini di carta velina sulla vostra mano e fate vedere al bimbo che riuscite a farli volare tenendo la bocca chiusa con la forza del vostro naso. Fate provare anche lui. Dopo alcuni tentativi, chiedetegli di farlo soffiando solo con una narice e chiudetegli l’altra con un dito. Quando diventano abili si possono proporre delle sfide coinvolgendo gli altri membri della famiglia.

Che dire?  Mi sembrano dei metodi simpatici ed efficaci. Stasera comincerò a provare e poi vedremo.

A forza di dai e dai, anche Ringhio riuscirà ad imparare a soffiarsi il naso.

E noi (forse) potremo dormire più tranquilli.

Voi come avete insegnato ai vostri figli a soffiarsi il naso?

 

 

La Ninfa e Ringhio hanno ventitré mesi di differenza, lei è di gennaio 2013 e lui di dicembre 2014 ( a vedere solo le date sembra che siano nati a un anno di distanza, ma sono quasi due anni).

Quando abbiamo deciso che eravamo pronti per avere un secondo figlio, mi aspettavo che le cose fossero più semplici.

Non ero ancora uscita dal tunnel pannolini e co. con la Ninfa e pensavo quindi che un altro neonato non mi avrebbe dato molti problemi.

Ovviamente sbagliavo. Su tutta la linea. La Ninfa usava ancora il pannolino e doveva essere seguita sotto alcuni aspetti, ma per il resto era già molto autonoma.

Il rapporto mamma-papà- Ninfa era ancora in via di sviluppo, ma ne avevamo già gettato le basi: c'erano giochi e momenti che ognuno di noi dedicava alla pupa, altri comunitari e altri in cui lei era libera di autogestirsi.

La Ninfa non è mai stata una bambina morbosamente attaccata a mamma e papà, si è sempre adattata bene ai nostri ritmi e, seppur con le sue stravaganze e il suo carattere lunatico, siamo riusciti insieme a trovare una routine in cui perfino io riuscivo a ritagliarmi del tempo libero.

E' superfluo dire che Ringhio ha destabilizzato tutto questo, vero? Mica per colpa sua, povera creatura (o forse sì, visto il carattere non troppo accomodante).

Ricominciare da capo con un neonato quando si sta seguendo una bimba già praticamente grande è faticosissimo.

La Santa Trinità del neonato, pappa-nanna-cacca, torna a scandire le tue giornate.

Nella fattispecie:

  1. allattare un pupo voracissimo minimo dieci volte al giorno, notte compresa;
  2. cambiare suddetto neonato che produce tonnellate di pupù maleodorante che a volte stravolgendo qualsiasi legge fisica riesce a risalire fino alle spalle;
  3. tentare con qualsiasi mezzo di far addormentare suddetto frugoletto ( e quando dico qualsiasi intendo qualsiasi).

E in più seguire la tua primogenita tentando di mantenere le stesse abitudini di prima, per non incrinare il suo equilibrio e ridurre al minimo il rischio di gelosia.

Abbiamo sempre lavorato partendo dal presupposto che Ringhio doveva essere inserito nel menage familiare con il minimo sconvolgimento delle abitudini degli altri membri, soprattutto della pupa, senza farlo diventare il fulcro principale dell'intera routine.

Insomma, una faticaccia e per molti aspetti anche una pia illusione!

Ora siamo quasi fuori dal tunnel, manca la fase spannolinamento di Ringhio e poi tutto sarà più facile (mamme di figli grandi, vi prego, non disilludetemi).

E tutto questo per avere due bambini con una differenza d'età minima, perché "se i fratelli non hanno tanti anni di differenza il loro rapporto è più forte e simbiotico".

Non so se sia vero o no.

Li osservo spesso in questi ultimi mesi, quando giocano assieme.

Ci sono momenti in cui se ne stanno pacifici a costruire casette o torri con le lego salvo poi cominciare a litigare perché si trovano in disaccordo su dove collocare quel mattoncino.

Altre volte invece la Ninfa gioca in solitaria, presa nel suo mondo di fate cattive, unicorni e dinosauri e Ringhio le va dietro cercando di imitare ogni sua più piccola mossa.

Spesso la Ninfa pretende di giocare con Ringhio come se fosse un suo subordinato: lei gli ordina cosa fare e poi si arrabbia quando lui non ubbidisce. Insomma, lo schiavizza e lo mena se non ci sta.

Ma la sorpresa più grande l'ho avuta qualche giorno fa.

Approfittando dei saldi, siamo andati in un centro commerciale alla ricerca di scarpe per CF.

All'interno di questo centro c'è uno spazio adibito a far giocare i bambini. Niente di ché, solo una specie di corridoio delimitato da morbidi sedili imbottiti al cui interno sono stati messi in successione tre grossi materassoni con dei cubi di varie dimensioni, tutti colorati.

Per i bambini è meglio del luna-park. Entrano senza scarpe e cominciano a correre e saltare come dei matti. Ci sono decine di bambini di ogni nazionalità e di ogni età. Un vero pandemonio.

Io ero lì a tenerli d'occhio dal perimetro. Li guardavo saltare, correre, buttarsi per terra.

La Ninfa oramai agile che faceva capriole e che tentava di imparare a fare la ruota dalle bimbe più grandi.

Ringhio che si lanciava impavido dai cubi atterrando anche di testa.

Ho notato che il piccoletto però si sentiva perso se non aveva sott'occhio la Ninfa. Le volte in cui non riusciva a vederla tra la folla dei bambini cominciava a vagare con uno sguardo allarmato e smarrito, finché non riusciva ad individuarla.

La Ninfa si trova bene con tutti, sia grandi che piccoli. Se i più grandi sono fonte di ispirazione, verso i bambini piccoli ha un atteggiamento molto protettivo.

C'erano due o tre bimbe di un anno circa, con il loro ciuccio in bocca, che tentavano di stare in piedi in mezzo a quel caos di bambini che correvano e saltavano. La Ninfa si è avvicinata, le ha prese per mano e le ha fatte sedere al bordo del tappeto. Poi ha cominciato a giocare con loro, a raccontargli favole e canzoncine.

Le mamme delle bimbe erano stupite e le hanno fatto dei video (alla faccia della privacy, eh!).

Poi è arrivato Ringhio, che si è buttato addosso alla sorella e ha cominciato a baciarla, quasi volesse dire "Ehi bimbe, giù le mani, questa è mia sorella, capito?"

Dopo questa esibizione d'affetto, se n'è tornato ai suoi salti.

Anche la Ninfa dal canto suo dimostra di tenere al fratellino. Lo ha difeso quando un bambino più grande ha spinto Ringhio giù dal cubo, ne ha sgridato un altro quando non voleva farlo giocare e l'ha sempre tenuto d'occhio.

Io invece, a parte verificare che non si facessero male e che non ne facessero agli altri, me ne sono sempre stata in disparte. Volevo solo osservare come si comportavano in mezzo agli altri bambini e posso ritenermi soddisfatta da quello che ho visto.

Anche se spesso litigano e a volte si picchiano, sono una il punto di riferimento dell'altro. Non sono bimbi che se ne stanno solo tra di loro, ma socializzano volentieri con gli altri.

Allo stesso tempo però hanno ben chiaro che il rapporto che li lega è speciale e unico, diverso da quello che li unisce agli altri bambini.

Vedendoli così, mi sono fatta i complimenti da sola. Perché allora non sono proprio la più incapace delle madri, eh!

 

 

 

L'altro sera stavo finendo di sistemare la casa.

"E guardo il mondo da un'oblò mi annoio un po'" canticchio a mezza voce.

La Ninfa è stesa sul divano. A gambe in su, si contempla le punte dei piedi. Assorta, molto assorta.

"Mamma, cosa vuol dire annoio?"

Mi fermo con il panno in mano.

"Bhè..." Scusate, ma come si spiega la noia ai bambini?

Attimo di riflessione. Noia nella nostra cultura è una parola negativa. Essere annoiati è brutto. Ma la noia spesso e volentieri è la scintilla che ci fa fare qualcosa, ci fa creare e inventare. Quindi tanto brutta non è.

Appoggio il peso da una gamba all'altra. La Ninfa mi guarda con gli occhioni sgranati. Per me ci gode, la monella, ad avermi messo in difficoltà. Mi sento sotto pressione.

"Dunque, amore, annoiarsi vuol dire che in quel momento tu non sai bene cosa vuoi fare, non sai se vuoi giocare, disegnare, mangiare, giocare col didò...E te ne stai lì a pensare"

"Ahhhh"- esclama "Allora posso stare qui e annoiarmi ancora un po', mamma? Intanto tu finisci i mestieri e io decido cosa fare dopo". Mica scema, la bambina. Mi complimento con me stessa.

Torno a spolverare e intanto rifletto. Mi ricordo che da piccola non mi sono mai annoiata. O meglio, probabilmente mi sarò anche sentita così, ma il sentimento di sconforto, di abbattimento in realtà mi viene in mente solo legato ad una me stessa più grande.

Da piccoli, escluse le ore passate alla scuola dell'infanzia, non si ha molto da fare. Anzi, non è vero, noi non avevamo molto da fare. La maggior parte dei bambini di oggi ha una settimana ricca di impegni.

Oltre alle ore passate a scuola, in media un bambino di sei anni segue almeno un'attività extra scolastica che lo tiene impegnato per un'ora minimo due pomeriggi a settimana. Se è un'attività sportiva, probabilmente sarà impegnato anche il sabato o la domenica. Nulla di male, ci mancherebbe, lo sport fa bene al corpo e alla mente.

Spesso però i genitori si dimenticano che i bambini, sono, appunto, bambini. Li sovraccaricano di attività: musica, sport, disegno...Quando sono a casa i piccoli sono sempre iper -stimolati, anche quando sembra che non stiano facendo niente: televisione, radio, consolle, videogiochi...Il risultato è che vivono seguendo gli stessi ritmi incalzanti di un adulto. E se vivere così causa stress a noi, che siamo grandi, figuriamoci a loro!

Mamme e papà lo fanno in buona fede: stimolano i figli per fare in modo che facciano molte esperienze. In questo modo saranno più preparati ad affrontare quello che la vita gli offrirà. Non perderanno le occasioni e diventeranno.....(mettete voi a vostra scelta: medico, astronauta, scrittore, calciatore, velina...). Torniamo sempre al discorso che noi genitori siamo competitivi  e abbiamo infinite aspettative nei confronti della nostra prole. E pecchiamo per eccesso di zelo. D'altro canto, si sa, le vie che conducono all'inferno sono lastricate di buone intenzioni!

Proviamo a sostituire la parola "noia" con la parola "ozio". Alzi la mano a chi di noi, soprattutto mamme, non fa piacere oziare di tanto in tanto. Quindi perché non dovrebbe essere così anche per i bambini?

Quando siamo lì polleggiate in pieno relax, pensiamo. Ci guardiamo dentro, osserviamo il mondo, ci ricarichiamo e magari ci vengono anche delle belle idee (non solo cosa fare per pranzo, spero!).

I bambini, negli ormai rari momenti in cui sono liberi di sperimentare la noia, diventano creativi. Non sto dicendo che di colpo ci troviamo di fronte a novelli Picasso o Marconi in erba, ma un bambino strutturerà il suo tempo facendo ciò che in quel momento gli piace. Potrà giocare, sfogliare un libro, ballare, ma anche guardare le gocce di pioggia sul vetro di una finestra o contare i fili d'erba.

In questo modo le sue celluline grige verranno stimolate e le sinapsi si creeranno da sole. Un bambino interiorizza e impara dalle esperienze che fa e quelle che gli rimangono di più sono quelle che fa da solo, senza imposizioni.

Adesso non fate le furbette, però. Non ho detto che dovete abbandonare i vostri figli a loro stessi.

Per prima cosa i bimbi hanno bisogno di sentirsi rassicurati sul fatto che se hanno bisogno noi siamo lì pronti a intervenire e a proporre loro attività magari da fare assieme.

Inoltre dobbiamo fornire  un contesto e un ambiente ideale a far nascere in loro lo stimolo creativo: materiali e spazi a misura di bambino, senza eccedere con giochi, giocattoli e affini.

Per cui, care mamme e cari papà, basta ottimizzare la giornata dei vostri figli, basta sovraccaricarli con impegni che manco un manager, basta renderli competitivi fin da piccoli. Hanno tutta la vita davanti!

E anche voi, presi dal lavoro, smettetela di correre come trottole per portare i figli da un corso all'altro. Rilassatevi, sedetevi e guardatevi le punte dei piedi!

Care mamme e cari papà, dopo il metodo montessori, la scuola steineriana, il "Reggio Emilia Approach", dopo Estevill, Tracy Hogg e tata Lucia, ecco che sbarca in Italia il metodo danese.

La prima cosa che mi viene in mente quando mi nominano la Danimarca sono i biscotti danesi nell'intramontabile scatola di latta blu. Segue poi "La Sirenetta", (ultimamente l'immagine della statua è stata soppiantata da quella di Ariel, sa va san dir).

Confesso che non sapevo che la Danimarca da circa quarant'anni è, secondo le classifiche dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Paese più felice del mondo. Pare che gli studiosi però non abbiano ancora definito bene cosa sia la causa di cotal felicità (saranno mica i burrosissimi biscotti?!).

Ci hanno pensato due donne, mamme come noi, a ipotizzare che i Danesi sono felici perché crescono figli felici che a loro volta diventano genitori felici di figli felici. In questo infinito cerchio della felicità, la domanda sorge spontanea: ma COME FANNO A CRESCERE FIGLI FELICI?

Le due mamme, Jessyca Joelle Alexander (giornalista americana ammogliata ad un danese che vive a Roma)  e Iben Sandahl (psicoterapeuta danese), analizzando a fondo la società della Danimarca, hanno individuato una serie di pilastri comuni all'intera classe genitoriale ed educativa che formano quello che viene definito "metodo danese". Per comodità è stato sintetizzato nella parola PARENT (che, casualmente, vuol dire genitore in inglese). Tento di spiegarvi velocemente cosa vuol dire:

P come PLAY: grande valore al gioco libero. E' importante che i bambini abbiano tempo per giocare, perché attraverso il gioco imparano chi sono, le proprie doti e i propri limiti. Da questo punto di vista vengono aiutati anche dalla scuola: in Danimarca ai piccoli non vengono dati compiti a casa. Inoltre, i genitori non fanno un dramma se la prole non frequenta mille corsi extrascolastici, quindi ridotte al minimo le ore dedicate a clarinetto, tip-tap o vattelapesca. I bambini strutturano il loro tempo come meglio credono, non vengono indirizzati/obbligati/trascinati da un corso all'altro.

A come AUTENTICITY: essere sinceri crea maggior consapevolezza di sé, per cui vietato mentire ai bambini e tenerli sotto una campana di vetro: nelle famiglie danesi si parla sinceramente di morte, di sesso, di tradimento e di malattia. Allo stesso modo però sono bandite le lodi esagerate ai pargoli: non si lodano i figli perché hanno fatto un bel disegno, ma si chiede al piccolo cosa voleva rappresentare, perché ha scelto quel colore o quel materiale.

R come REFRAMING (Ristrutturazione): il centro dell'attenzione del bambino non è ciò che pensa di non saper fare, ma ciò che sa fare. La filosofia danese fonda i suoi principi sulle leggi di Jante: nessuno è tenuto a pensare di essere migliore di qualcun altro. Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli sono molto più basse rispetto a quelle di un genitore italiano. Questo ovviamente alleggerisce la pressione addosso ai bambini, che sono più rilassati e meno competitivi.

E come EMPATHY (Empatia): comprendere, far propria e insegnare l'empatia è la base per creare bambini felici. Ovviamente i primi ad essere empatici devono essere i genitori, dal momento che i bambini rispecchiano e imitano tutto quello che vedono fare. Insomma, è l'esempio quello che conta.

N come NO ULTIMATUM (Nessun ultimatum): non ricattare i bambini per fargli fare qualcosa. Essere democratici, spiegare con calma ai piccoli perché una cosa va fatta o non va fatta. Soprattutto, vietato far andare le mani: bandita ogni forma di percossa, dallo schiaffo alla sculacciata. I Danesi seguono la filosofia della non violenza e della non aggressività, anche dal punto di vita verbale. In quel della Danimarca non si urla, non si sgrida, non si mortifica e non si picchia. Evidentemente si verbalizza e molto.

T come TOGETHERNESS e HYGGE (Intimità e Hygge, parola che significa più o meno pensare e sentirsi soddisfatti). Quindi, stare assieme senza drammi (questo è il MIO punto preferito). I momenti dedicati alla famiglia sono pochi e hanno un tempo limitato, per cui bisogna sfruttarli al massimo. Durante l'hygge, ognuno è semplicemente se stesso, non si litiga, si dimenticano le controversie. Si fa gioco di squadra, si aiuta gli altri e si collabora: nessuno (leggi:la mamma) si ammazza di fatica mentre gli altri oziano. Ognuno dà il suo contributo e gli altri glielo riconoscono. L'hygge è un rifugio dal mondo esterno, è un luogo simbolico dove tutti si possono rilassare e aprire senza essere giudicati, indipendentemente da ciò che sta succedendo. E'una sorta di limbo, un momento di sospensione, uno spazio per ricaricare le batterie.

A quanto pare il segreto della felicità è racchiuso in queste semplici regole, che dalla famiglia vengono applicate macroscopicamente all'intera società, rendendo la Danimarca il Paese dove tutti, grandi e piccini, desidererebbero vivere.

Il libro delle due autrici ,"Il metodo danese per crescere bambini felici" della Newton Compton Editori, avrà successo in Italia?

Secondo voi, è possibile trapiantare questa filosofia anche qui da noi, dove i genitori sono iperprotettivi, con enormi aspettative nei confronti dei figli e dove programmare il tempo dei figli per stimolarli con mille attività è ritenuta cosa buona e giusta?

Ma poi, questo metodo danese, è davvero così agli antipodi rispetto a quello che praticano le famiglie italiane?

A me sembra che siano cose che già si conoscono e che si sono già sentite. La differenza essenziale, da quello che ho capito, è che in Danimarca tutti seguono questo modello educativo, mentre qui in Italia le famiglie educano i figli in maniera anche diametralmente opposta.

Scusate, mi vien da dire, chi dice che il tuo metodo è migliore del mio? Ora avremo gli ennesimi scontri: tetta vs.biberon, cameretta vs.co-sleeping, mamma che lavora vs. mamma casalinga, metodo montessori contro metodo danese

Se è la felicità quello che conta non ha importanza che metodo segui. La felicità è una questione di testa. Se felicità e libertà vanno a braccetto, perché ingabbiarsi in schemi mentali, in metodi e dottrine? Trovate la vostra via, provando e riprovando, attingendo qua e là, adottando alcuni punti e scartandone altri. Per essere bravi genitori si possono seguire sentieri già tracciati o poco battuti. O creare sentieri nuovi. Magari personalizzati.