Care mamme e cari papà di bimbi in età scolare, oggi mi rivolgo espressamente a voi.

Avete mai sentito parlare di "Back to school -L'insostenibile pesantezza dell' essere genitori di allievi"?

Sono sicura che, anche se non conoscete il romanzo (del resto è appena uscito, potete trovarlo facilmente su Amazon), conoscete però benissimo che compito arduo e stressante sia iscrivere i vostri figli alla scuola primaria.

Ne è ben conscia Ginevra Van Deflor, l'autrice del libro, che per aver svelato all'umanità intera i turpi segreti che si celano dietro tali pratiche, è entrata a far parte del programma testimoni.

Celando la sua identità dietro questo raffinato pseudonimo, Ginevra descrive con sfacciata ironia ogni singolo passaggio che i genitori sono costretti a compiere per l'istruzione dei loro amati figli.

Con sguardo critico Ginevra affronta la scelta della scuola, la preiscrizione, l'iscrizione, il primo giorno di scuola, i rapporti con le insegnanti...

La sua penna graffiante mette in risalto la pesantezza e la fatica con cui devono misurarsi quotidianamente i genitori durante questa critica fase di crescita, non certo aiutati dalla burocrazia e dalla tecnologia del nostro Bel Paese.

Un romanzo che sa strappare più di una risata ma al contempo rappresenta anche uno spaccato della nostra società che, in nome del progresso, rende più complicate procedure che fino a qualche tempo fa erano di gran lunga più semplici.

Se volete quindi divertirvi in modo colto (l'ironia si gioca sulla ricercatezza delle metafore e sull'impianto narrativo, non ci sono frasi scurrili o volgari) "Back to school- L'insostenibile pesantezza dell' essere genitori di allievi" è quello che fa al caso vostro.

Se siete in vena di sadismo, potete perfino tenerlo in considerazione e regalarlo a Natale a quei genitori che hanno i figli ancora alla materna.

Quindi, non sprecate le fatiche di Ginevra: leggetelo e diffondete il verbo!

Come sempre, un ringraziamento particolare va a Paola di Homemademamma, l'inventrice del #venerdìdellibro.

Attendo i vostri preziosi suggerimenti per la settimana.

Buona lettura!

 

2

Settimana impegnativa, questa che sta concludendosi.

La vita quotidiana mi ha letteralmente ingoiato e tritato, sempre di corsa tra impegni di (dubbia) importanza, tra telefonate smozzicate e visite inaspettate.

Nonostante questo, sono riuscita (quasi) a concludere la lettura di un romanzo che ritengo interessante da proporvi per il venerdì del libro .

Si tratta del primo volume scritto dall'autore americano Kent Haruf  e che fa parte di quella che viene definita la "Trilogia della Pianura".

"Canto della pianura" è il primo volume della trilogia ad essere stato scritto, ma in Italia è stato tradotto dopo, quindi risulta essere il secondo per ordine di pubblicazione.

Ma se lo leggete per primo, secondo o terzo questo in realtà poco importa,  perché, come sottolinea lo stesso Haruf, la sua è una trilogia sconnessa, nel senso che ogni romanzo può essere letto anche a sé.

"Canto della pianura" riecheggia già nel titolo una certa liricità.

Il romanziere ambienta le vicende nell'immaginaria cittadina di Holt, dove si intrecciano le vicende di vari personaggi.

Troviamo il professor Tom, padre di due bambini, la cui moglie trascorre le giornate chiusa al buio nella sua stanza.

Incontriamo Victoria, sedicenne che rimane incinta e viene buttata fuori di casa dalla madre.

La povera riceverà aiuto dalla sua insegnante, la sig.ra Jones, che le presenterà una coppia di burberi fratelli, i McPheron.

Da quel momento le vite di Victoria e dei due mandriani si intrecceranno, almeno fino al romanzo successivo.

Lo scrittore ci racconta la vita comune dei sui personaggi, tra sogni, realtà, dolori e gioie che ogni essere umano potrebbe provare.

La parte focale della narrazione gira attorno al rapporto tra la ragazza e i due vecchi fratelli, abituati a trascorrere le giornate in perfetta solitudine.

Victoria e i due fratelli impareranno giorno per giorno a conoscersi, nonostante le differenze di età e di genere, a rispettarsi e ad affezionarsi.

Nel racconto non si trovano colpi di scena o vicende epiche. Quello che ci viene presentata è proprio la vita ordinaria di uomini e donne comuni.

La forza di Haruf, quindi, non risiede in cosa racconta, ma in come lo racconta.

Grazie all'abilità della sua penna, riesce a rendere straordinario l'ordinario.

Le semplici vite di persone comuni vengono narrate con una maestria, una liricità e un pathos tali da diventare portatori di valori universali.

L'autore in questo modo mette in luce quanto di buono e positivo c'è negli esseri umani, tanto che spesso "Canto della pianura" viene definito anche canto della speranza.

L'empatia creata dal romanziere statunitense attraverso un uso sapiente delle parole, attraverso l'utilizzo di differenti stili e registri narrativi e attraverso la contaminazione dei generi, rende il "Canto della Pianura" indimenticabile.

Ora proseguirò con gli altri volumi. Vediamo se sono o meno all'altezza del primo.

Anzi, speriamo...

Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

 

2

Oggi è una giornata un po' così, di quelle che ti lasciano una sensazione di sospensione e di irrequietezza, di non definito.

Sarà il tempo ballerino o forse quel senso di struggimento e di vuoto che mi colpisce sempre quando finisco un libro.

I personaggi che non vogliono andarsene dalla testa, le emozioni suscitate che ti rimescolano le viscere, mentre guardi sconsolata gli altri libri pensando che nessuno sarà all'altezza di quello appena finito.

Poi passa eh....

Quello che oggi voglio presentarvi è un romanzo di quelli che ti scavano dentro: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti.

 

E' uno di quei libri che non si possono raccontare, ma che devono essere letti.

Ho cominciato a leggere "Le otto montagne" con il pregiudizio che non mi piacesse, dando per scontato che fosse qualcosa di trito e ritrito.

Ho erroneamente creduto che il libro fosse un'esaltazione della montagna, scritto da un appassionato di trekking che, appunto, scala otto montagne.

Niente di più sbagliato e fuorviante!

Mi sono dovuta ricredere già dopo l'incipit.

«Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia»

Quindi niente pensieri new-age, niente filosofia in senso puro, niente "ma quanto è bello vivere a contatto con la natura".

Ho detto prima che "Le otto montagne" è uno di quei libri che sono difficili da spiegare, perché vanno "sentiti" più che letti.

La difficoltà non è data dalla trama complicata, anzi, semmai proprio il contrario: la  vicenda in sé è riduttiva e non metterebbe nella giusta prospettiva la profondità e l'aura di sacralità che permea le pagine del romanzo.

Il racconto è semplice: Pietro è un ragazzino milanese che passa le ferie estive in montagna, vicino al Monte Rosa. I genitori infatti sono appassionati escursionisti, anche se vivono i monti in modo diverso.

Durante una vacanza, Pietro conosce Bruno, un coetaneo con una vita familiare travagliata, che vive a Grana in pianta stabile.

Lo scrittore narra di come l'amicizia tra i due cresca e si sviluppi negli anni, di pari passo con l'età anagrafica.

Vedete come suona banale? In realtà non lo è affatto.

Nelle parole de "Le otto montagne" si avverte tutto l'amore e il rispetto dell'uomo verso la montagna, intesa sia in senso materiale che in senso spirituale.

"Le otto montagne" affronta il complesso rapporto tra padri e figli, tra ragazzo di città e ragazzo di montagna, tra universo maschile e universo femminile.

Il gioco su cui si basa  è il detto-non detto che permea ogni relazione.

Le donne sono le portatrici della parola, a loro il compito di rendere udibile e in un certo senso tangibile la complessità dei sentimenti.

Agli uomini invece è associato il silenzio, quello che "da voce" al mondo interiore, quello carico di significati profondi e universali, rappresentato dalla montagna stessa.

Ma il silenzio non è necessariamente sinonimo di meditazione, appunto, ma racchiude in sé significati differenti per ciascuno dei personaggi.

A mio parere è uno di quei libri che vanno conservati e che risultano carichi di significato anche letti ad anni di distanza.

 Chi impara di più?, colui che fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru? Bruno la prende a modo suo, personalizza: io sarei quello che ha scalato il monte, chiede, e tu quello che ha fatto il giro? «Pare proprio di sì», risponde Pietro.

Ecco il nocciolo della questione: alla fine chi è che impara di più?

Ultima considerazione: non vi ricorda un po' l'interrogativo del romanzo "Lamica geniale"?: quale delle due è l'amica geniale?

Come sempre, grazie a Paolo di Homemademamma, ideatrice del venerdì del libro.

 

 

6

Dopo la pioggia scrosciante di ieri, stamattina mi sono svegliata con un bel cielo sereno e...un bel raffreddore!

Nonostante mi senta super-intasata (ma stasera metterò in atto rimedi segreti), non vi lascio senza i consigli di lettura della settimana.

Per cui oggi parliamo della scrittrice milanese (ma che risiede in provincia di Torino) Alice Basso e della sua trilogia che ha per protagonista Vani Sarca.

Alice Basso esordisce nel 2015 con il romanzo "L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome" a cui fanno seguito "Scrivere è un mestiere pericoloso" pubblicato nel 2016 e il recente "Non ditelo allo scrittore".

Protagonista della saga è Silvana Sarca, conosciuta col nome di Vani, professione gosthwriter.

Particolarmente abile nel capire le persone e mettersi nella pelle degli altri, acuta osservatrice e fine deduttrice, Vani ha una personalità eclettica.

Misantropa, asociale, disinteressata quasi al genere umano, con un look molto aggressivo portato in voga dal personaggio di Lisbeth Salander della saga "Milleniunm", Vani di primo acchito potrebbe perfino risultare antipatica.

In realtà serve davvero poco a riabilitarla agli occhi dello scrittore, perché di fondo Vani ha un gran cuore.

Nel primo libro la gosthwriter si trova suo malgrado coinvolta in un caso misterioso: la sparizione di una scrittrice per cui sta scrivendo un libro.

Grazie ai suoi colpi di genio e al suo formidabile intuito, la ragazza aiuterà l'aitante e burbero commissario Romeo Berganza a risolvere il caso.

La stima e l'amicizia che lega il commissario a Vani farà sì che Berganza la "arruoli" tra le sue fila in veste di consulente.

Tra colpi di scena, personaggi disparati ma molto credibili, love stories e intrighi, Vani ci conduce all'interno dell'animo umano dominato da pulsioni primarie e desideri inespressi.

Una serie coinvolgente, a tratti dissacrante: inevitabilmente ci si affeziona a Vani così come alla piccola Morgana o alla ottuagenaria Irma.

Lo stile è semplice, quasi colloquiale e la penna di Alice Basso si contraddistingue per il suo sarcasmo graffiante.

Personaggi e luoghi sono ben descritti attraverso gli occhi di Vani, senza pedanteria o inutili lungaggini.

Le trame sono coinvolgenti, mai scontate, le soluzioni si basano su indizi diffusi durante il percorso a cui Vani arriva per deduzione, come un novello Sherlock Holmes.

Anche se la gosthwriter ricorda la protagonista della trilogia "Millenium", scordatevi di trovare dettagli splatter o scene raccapriccianti.

Qui tutto è impostato come in un giallo alla Agatha Christie , in modo elegante.

La storia d'amore di sottofondo farà struggere la parte romantica che c'è in voi ( perché in fondo in fondo tutti ne abbiamo una).

Forse è proprio la parte amorosa quella che risulta più scontata, ma va bene così, Alice Basso non scrive romanzi d'amore, scrive thriller.

Adesso non vi resta altro da fare che leggerli e farmi sapere che cosa ne pensate!

Come sempre, un doveroso ringraziamento a Paola di Homemademamma per aver inventato il venerdì del libro.

 

5

Il tempo autunnale favorisce e causa stati d'ansia e di depressione in molte persone, oramai è cosa risaputa.

Oltre che buttarci sul comfort food, cioccolata in primis -è stata sdoganata, lo sapete, vero?- ci sono altri metodi per risollevare l'umore.

Oggi voglio suggerirvi un bel libro, "La felicità non fa rumore".

Essendo uscito nel 2015 magari molti di voi lo conoscono già.Io l'ho letto quest'estate e devo dire che mi ha stupito molto.Dal titolo pensavo fosse un romanzo d'amore, invece non è così.

Un libro leggero, che parte da un mondo perfetto per mostrarci invece la fragilità e la vacuità di una donna, all'apparenza più fortunata di noi comuni mortali, che saprà ritrovare se stessa grazie alla sua forza interiore.

Detto così suona un tantino "mapazzone", per rubare il termine all'ormai noto chef Barbieri, ma in realtà non è così.

"La felicità non fa rumore" di Olivia Crosio è un romanzo narrativo ambientato ai giorni nostri.

Letizia, donna affascinante e benestante, conduce la sua vita come tante tipiche donne borghesi della bella società.

Tra eventi mondani, rilassanti vacanze, incontri con le amiche le giornate le scorrono tra le dita, repliche perfette di se stesse, in una monotona, sfavillante e rassicurante routine.

Pietro, l'ex-marito, è un affermato self-made man, che ha studiato molto per ottenere il lavoro e il prestigio che merita, coadiuvato nel suo successo dal matrimonio con la consorte appartenente ad una delle famiglie più in della città.

La coppia perfetta è stata benedetta dall'arrivo di Marta, ormai diciottenne, la piccola, placida e studiosa Marta, la figlia che tutti vorrebbero.

Proprio lei spezza questo equilibrio e, implacabile, fa a pezzi il mondo delle apparenze in cui vivono i suoi genitori.

Al raggiungimento della maggior età, Marta sfoga tutta la sua ribellione e, nel tentativo di rifiutare tutta una serie di valori imposti, valori in cui non crede e che le vanno stretti, decide di non tornare più a casa.

Questo devasta profondamente Letizia, che si è solo apparentemente ripresa dall'abbandono di Pietro, avvenuto qualche anno prima, che l'ha lasciata per vivere con la sua rampante segretaria, nel più classico dei cliché.

Ma Pietro, pur frequentando quella casa solo una volta a settimana, influenza ancora pesantemente  la vita delle due donne.

Proprio grazie al gesto estremo della figlia Letizia trova lentamente la forza di ricominciare, prima di tutto da se stessa.

Era sempre stata una bambina allegra e sorridente, un po'strana, diversa, forse, ma questo era stato anche un motivo di orgoglio, per lei. A un certo punto, però, l'aveva smarrita."

Si rende conto di quanto sia stata scialba la sua vita, succube prima delle decisioni del padre e poi di quelle del marito. Di quanto vuote siano le sue giornate, futili le sue amicizie.

Grazie ad una serie di (s)fortunate circostanze, conosce altre persone e si reinventa da capo, fino a diventare la persona che le piace essere, non quella che necessariamente piace agli altri.

Con il suo stile disincantato e struggente allo stesso tempo, Olivia innesca su una trama leggera e se vogliamo perfino banale argomenti di un certo spessore, primo tra tutti la relazione madre-figlia.

Da quando sono mamma tutto quello che ruota attorno al rapporto figli-genitori mi attrae, come le lampade attirano le falene.

E' più forte di me, non ci posso fare niente. Poi mi immedesimo di brutto e, quando sono burrascose, prego sempre l'intero universo di non trovarmi mai a dover vivere simili esperienze.

Olivia mi piace perché non butta niente in tragedia, non ci sono toni da melodramma, è solo la constatazione che spesso le cose non sono come appaiono e non vanno come dovrebbero andare.

Il processo di cambiamento della protagonista non è raccontato attraverso le descrizioni dei suoi sentimenti, ma attraverso le azioni che Letizia intraprende grazie ai nuovi personaggi che incontra.

Cambiare non è mai facile, ma qui il cammino tormentato è narrato sapientemente attraverso le avventure - a volte anche divertenti- che capitano alla sofisticata quarantenne.

Un romanzo che si legge con facilità, grazie anche alla narrazione fluente, ma che lascia tracce nel nostro animo.

Provare per credere!

Come sempre, grazie a Paola di Homemademamma ideatrice del venerdì del libro.

 

4

Eccoci qui di nuovo con l'ormai consueto appuntamento del venerdì del libro.

Mentre ero in vacanza durante il mese di agosto, tra una gita, un tuffo nel mare e una passeggiata in montagna, mi sono dedicata ovviamente anche alla lettura.

Ho divorato un sacco di romanzi, di genere diverso, per cui mi sono trovata poi in difficoltà a decidere quale di questi recensire per primo.

Alla fine la scelta è ricaduta su "Macaronì- romanzo di santi e delinquenti", giallo storico scritto a quattro mani dal cantautore Francesco Guccini e da Loriano Macchiavelli.

Si tratta di un thriller ambientato negli anni 1938-39, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.

Il protagonista è il maresciallo campano Santovito, che, a causa dei suoi dissapori verso il regime fascista, viene "esiliato" in uno sperduto paesino degli Appennini, tra l'Emilia Romagna e la Toscana.

Santovito si trova a fare i conti con il ritrovamento di due morti, apparentemente deceduti a causa di incidenti legati al maltempo.

Ma il maresciallo non si fa ingannare dalle apparenze: i due uomini, così differenti tra loro, sono stati uccisi.

Osteggiato dagli abitanti del paesino, trincerati dietro silenzi, mezze verità e depistaggi, Santovito si arrabatta come meglio può per far emergere la verità.

Scontrandosi con la mentalità chiusa del borgo montano, senza farsi scoraggiare e demoralizzare, Santovito riesce a far luce sugli eventi che si radicano addirittura nelle vicende avvenute in Francia a fine Ottocento.

La trama è ben costruita, si avverte il lavorio mentale dei due scrittori, anche se a tratti si riesce a distinguere la differenza a livello di scrittura: Guccini è l'autore della parte ambientata in Francia e Macchiavelli di quella ambientata in Italia.

Belle e quasi tangibili le descrizioni della dura vita sugli Appennini, dove la gente, nonostante le faide familiari, è comunque pronta a sostenersi in caso di difficoltà.

I personaggi non sono macchiette buttate là a caso tanto per fare numero: ognuno di essi ha un peso -più o meno rilevante- all'interno dell'economia del romanzo. Quindi tutte le comparse sono caratterizzate quel tanto che basta a renderle vive, reali.

Ma la particolarità di questo romanzo sta nella parte storica, che lo rende apprezzabile anche ad un pubblico non propriamente amante dei gialli.

Dietro alla vicenda poliziesca c'è una puntigliosa ricerca che vede in primo piano le vicende migratorie del popolo italiano verso le nazioni confinanti, quali Francia, Belgio e Germania.

I due scrittori dipingono a tinte fosche la vita degli emigranti italiani, la loro condizione di sfruttamento e maltrattamento ad opera perfino dei loro colleghi operai o minatori di nazionalità differenti.

Dal punto di vista stilistico la narrazione è a tratti veloce e incalzante mentre si fa più divulgativa nelle parti storiche.

L'unica pecca, a mio modo di vedere, è che spesso le vicende realmente accadute prevalgono su quelle romanzate, creando un certo squilibrio che ben si percepisce all'interno del romanzo.

Questo disequilibrio si fa meno evidente nei due libri che compongono, assieme a "Macaronì", la saga di Santovito e di cui magari parlerò più avanti.

Complessivamente è un'opera che consiglio di leggere anche solo per curiosità: il fenomeno dell'emigrazione e dell'immigrazione sta tornando alla ribalta in questi anni e, considerando che il popolo italiano è stato - e per certi versi lo è ancora- un popolo di emigranti, fa parte della storia di ognuno di noi.

E adesso, la palla a voi: suggeritemi un giallo storico da leggere o magari solo un romanzo storico che a voi è piaciuto e che consigliereste ai vostri amici.