2

Per il nostro venerdì del libro oggi vi voglio presentare un libro per bambini che ho regalato alla Ninfa la scorsa settimana.

Si intitola "La principessa, il drago e il prode cavaliere" di Geoffroy de Pennart.

Ecco qui la copertina

Tra i mille volumi della mia libreria preferita ho scelto questo per la rappresentazione "moderna" dei ruoli: la principessa Maria fa la maestra, il drago Giorgio si prende cura di lei e la aiuta (in inverno accende la stufa della scuola con le sue fiamme), il cavaliere Giulio è prode, ma ingenuo e pasticcione.

Quindi niente donzelle inermi da salvare, niente draghi cattivi da abbattere, niente perfetti principi azzurri di cui innamorarsi.

La favola è raccontata con parole semplici, con tratti ironici e a me e alla Ninfa sono piaciuti molto anche i disegni, fatti dall' autore stesso.

In trenta pagine si narra di come un giorno, per caso, passando presso la scuola dove insegna la principessa Maria il cavaliere Giulio vede un enorme drago che tenta di dar fuoco all'edificio.

Senza fermarsi a riflettere, appioppa una bella botta in testa al drago Giorgio.

 

Maria, scioccata e arrabbiatissima, pretende che Giulio ripari al proprio errore.

La sua missione sarà andare a raccogliere un bel mazzo di fiori d'arnica per curare il povero drago.

Giulio, già innamorato della bella maestra, non esita a lanciarsi in quest'avventura col suo fiero ronzino.

Non ricordando le indicazioni di Maria, prende la strada sbagliata e, per ottenere l'arnica, deve battagliare con diverse creature pericolose.

La principessa Maria lo segue da lontano col binocolo. Quando lo vede in pericolo, non esita a convincere il drago Giorgio ad andare in suo soccorso.

Benché il drago non sia particolarmente felice di aiutarlo, per far contenta Maria alla fine cederà.

Proprio nel momento in cui Maria e Giorgio si stanno alzando in volo, il cavaliere compare in sella al suo cavallo con due splendidi mazzi di fiori: uno è l'arnica di Giorgio e l'altro è un mazzo di rose che dona alla principessa, conquistando con la sua gentilezza il cuore della maestra.

Ci è piaciuto perché la trama è corta e non eccessivamente dettagliata per cui ideale per bambini in età pre-scolare. 

La principessa Maria è una maestra, figura a cui i bambini sono abituati.

Il cavaliere è rappresentato con tratti comici e riesce ad attirare le simpatie dei lettori.

Il drago Giorgio non è cattivo, ma fa partire Giulio alla ricerca dell'arnica anche se ha una pomata nascosta per le emergenze.

Insomma, è vendicativo al punto giusto: il cavaliere gli ha fatto male, è normale che si possa sentire arrabbiato.

Proprio come potrebbe sentirsi un bimbo se senti di aver subito un'ingiustizia.

Concludendo,  libro non lungo ideale per una lettura ad alta voce prima di addormentarsi, personaggi credibili e moderni, trama divertente, disegni semplici e accattivanti.

Se avete una bimba a cui piacciono le principesse un pò "comandine", un bimbo che adora draghi e simili, una mamma che la sera casca dal sonno, ecco, questo è il libro adatto a voi.

2

Ascoltate. Sto per raccontare una storia. Vi racconterò di mogli e bravi medici, soldati, poeti, tribù, perdigiorno e teppisti, bugiardi, truffatori, piloti temerari, cavalli focosi, giocatori d’azzardo, uomini di mondo, attrici, politici, vi racconterò di loschi affari, denaro sporco, grandi amori, corse campestri, contadini e raccolti, pescatori e consiglieri municipali, capi religiosi e naturalmente cavalieri. Racconterò una storia che crescerà come un loto rampicante, si avvolgerà su sé stessa e si espanderà senza fine, finché ciascuno di voi entrerà a farne parte, e gli dèi verranno ad ascoltare, finché tutti noi parleremo in un’armoniosa confusione che contiene il passato, ogni attimo dei presente e il futuro infinito.»

Secondo voi, amiche mie, potevo forse resistere ad un esordio del genere?

O come potevo non lasciarmi ammaliare dal titolo di questo stupendo libro "Terra rossa e pioggia scrosciante"?

Questo è il romanzo d'esordio dell'autore indiano Vikram Chandra, di origine indiana ma trasferitosi a studiare negli States negli anni Ottanta, anni in cui l'America sembra moderna, ricca, una terra da sogno, soprattutto se confrontata con l'India, vecchia, retrograda e sonnecchiosa.

Ecco che lo scrittore si impersonifica in Abhay, giovane studente indiano, tornato a casa dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti.

 Abhay non è più abituato alla vita indiana,  alla grande quantità di animali  che convivono con gli abitanti delle città. Soprattutto non sopporta le scimmie che dal tempio vicino a casa sua entrano in giardino e si divertono a fargli i dispetti. Così, un giorno, inviperito, ne ferisce gravemente una con un fucile ad aria compressa.

I genitori di Abhay inorridiscono: sono indù praticanti e per loro le scimmie sono sacre ad Hanuman. Inoltre, se lo scoprissero i vicini di casa, le cose si potrebbero mettere male. Soccorrono  la scimmietta e la nascondono in casa sperando che non muoia.

Il padre di Abhay ha l’abitudine di scrivere lettere ai giornali nazionali proponendo suggerimenti su come risolvere i problemi dell'India. Il tempo scorre e un bel giorno la scimmia, sdraiata su una brandina, lo guarda incuriosita.

Ad un certo punto il piccolo animale ha una folgorazione: ricordi, pensieri vaghi, strane idee che vengono da chissà dove, forse da un’altra vita si affacciano alla sua memoria.

Di getto la scimmietta si avvicina alla macchina da scrivere e batte sui tasti: «Io sono Sanjay».

Se vi ha sorpreso vedere una scimmia che sa scrivere, tenetevi forte, ecco a voi tre grandi divinità: Yama, Hanuman e Ganesha.

Il primo, il dio dei morti, pretende l'anima di Sanjay: il suo momento è giunto, finalmente, e ora si reincarnerà in una lumaca, giusta punizione per uno sbruffone arrogante con cui ha da secoli un conto in sospeso. Hanuman, dio delle scimmie, si oppone. Ganesha allora propone una scommessa:  Sanjay ptrà raccontare la sua storia, tenendo avvinti a sè gli ascoltatori per almeno due ore alo giorno. Se al tramonto ci sarà meno gente che al mattino, la scimmia morirà e Yama farà quel che vuole. In caso contrario vincerà Hanuman e a Sanjay tornerà ad incarnarsi in un essere umano.

Così la scimmia comincia a scrivere e Abhay legge a voce alta un foglio dopo l’altro. Inizialmente il pubblico è composto solo dalla famiglia del protagonista. Presto però la voce si sparge e i vicini accorrono incuriositi.

In pochi giorni la casa è piena di gente che ascolta affascinata la strana storia di Sanjay.

Sul modello de "Le mille e una notte",  il racconto assume proporzioni gigantesche. I personaggi che scendono in campo sono numerosi, le loro vicende si intrecciano in modo non sempre chiaro, ognuno racconta storie o parti di storia, sempre con lo stesso incipit: «Ascoltate».

E il lettore porge l'orecchio affascinato e vive le  avventure di Benoit de Borgne, mercenario crudele e senza cuore; di George Thomas, soldato britannico che diserta per diventare capitano di ventura e crea un esercito di guerrieri sikh; dell’affascinante Began Sumroo, la strega che nessuno può guardare senza innamorarsene,....

Tutte queste storie misteriosamente si incarnano  in dolcetti chiamati laddu - guarda caso dolci dedicati a  Ganesha (di cui prima o poi troverò la ricetta)-  che un santone eremita dona in un cesto alla moglie di un ufficiale della Compagnia delle Indie.

La donna, una principessa indiana, rimane incinta, e così pure una sua amica che ne aveva assaggiato uno. I loro figli, fratelli seppur di genitori diversi, avranno un destino folgorante.

Sikander, grande, forte, carismatico, trascinatore di popoli e Sanjay, reincarnatosi nel corpo della nostra scimmietta dattilografa, che è invece gracile e timido.

I due sono inseparabili e crescono assieme. Il desiderio più grande di Sikander (trasposizione indiana del nome Alessandro Magno) è di radunare un esercito, creare una grande rivolta e cacciare gli Inglesi.

Sanjay, invece, si trova a vivere in due mondi contemporaneamente. E' dotato di poteri sovrannaturali: comunica con gli spiriti, vola, prevede il futuro.

Anche Abhay, che legge la storia, fa parte di due mondi. E proprio a lui spetta il compito di continuare la narrazione quando la scimmia, esausta, si addormenta.

Ecco che il giovane studente trascina il pubblico in giro per l'America, raccontando con grande ammirazione delle highways immense, di un paese senza passato dove tutto è infinito e veloce, un Paese che vive già nel futuro, contrapposto all’India lenta ed eterna, dove il tempo scorre in cerchio, caratterizzata dall'idea della reincarnazione,  dal ritorno dei monsoni, dalla danza di Shiva.

Questo romanzo, che per me è veramente unico, rappresenta benissimo cos'è l'India.

Un mondo mistico, magico, contraddittorio, colorato, speziato, intrigante, pragmatico.

Una terra dove il divino e il profano si fondono con naturalezza nella quotidianità di ogni giorno, dove modernità e tradizione vanno a braccetto.

Un luogo affascinante, inconcepibile, labirintico dove la nostra mente occidentale fatica ad ambientarsi, dove il lettore perde ogni punto di riferimento e l'unica via di salvezza sembra quella di lasciarsi trasportare dal fiume di parole, quasi come se il flusso della narrazione fosse la trasposizione del grande e sacro Gange.

Penso che la cosa più difficile sia tenere a mente tutti i personaggi, perché sono davvero tantissimi. A volte è le vicende narrate ci sfuggono, qualcosa si perde per strada, ma nel complesso la trama principale è ben chiara.

L'altro ostacolo è rappresentato sicuramente dalla mole del libro: circa 800 pagine, ma del resto l'India non può essere descritta in 100 pagine soltanto!

"Terra Rossa e pioggia scrosciante", affollato come le strade di Delhi, caotico come il traffico di Bombay"

Con questo post partecipo al venerdì del libro proposto da Homemademamma.

3

Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso. Se Levent Kazanci non fosse diventato un uomo così amaro e prepotente, suo figlio Mustafa sarebbe stato una persona diversa? E se generazioni prima, nel 1915, Shushan non fosse rimasta orfana, Asya, oggi, sarebbe lo stesso una bastarda?"

Sembra una frase strana, senza nessi logici apparenti, ma in realtà è proprio la chiave per leggere questo libro.

Libro che ho preso in prestito da mia mamma e che in realtà le avevo regalato qualche anno fa.

"La bastarda di Istanbul" di Elif Shafak mi aveva colpito già dal titolo, in cui appare qualcosa di stonato (proprio per questo l'avrò scelto come regalo, almeno credo).

Nell'immaginario collettivo Istanbul è legata alla cultura islamica, in cui un figlio bastardo, soprattutto se femmina, verrebbe automaticamente bandito.

Ma non è solo questo a incuriosire. Provate ad aprire il volume: ogni capitolo della storia ha come titolo il nome di un cibo appartenente alla cultura turca ed armena.

E per una a cui piace mangiare (e cucinare) è come una pulce in un orecchio.

Cannella, ceci, zucchero, vaniglia, pistacchi, grano, pinoli, mandorle, albicocche secche e tanti altri fino a  Cianuro di potassio.

E lì sicuramente anche voi vi chiederete: "Che c'entra il cianuro di potassio? No, perché mi sembrava fosse un veleno..."

Detto questo, potevo lasciare insoddisfatta la mia curiosità?

E ho fatto bene, veramente bene.

Il tema della cucina infatti è solo il filo conduttore in un viaggio tra passato e presente, tra due culture - una più moderna e l'altra più tradizionalista- che guardano agli eventi della Storia in modo diametralmente opposto.

La Storia vista attraverso le vicende di una famiglia matriarcale (bisnonna, nonna, zie e nipoti) dove gli uomini sembrano colpiti da una maledizione misteriosa che li fa morire prematuramente.

Unica eccezione Mustafa, zio  della "bastarda" e patrigno della co-protagonista.

Ma sarà davvero un'eccezione?

Andiamo per ordine.

La trama della vicenda è questa: Armanoush è una diciannovenne americana, nata da madre statunitense e padre armeno.

I suoi genitori si separano quando lei è ancora piccola e Rose, la madre, decide di risposarsi con Mustafa, un giovane turco.

La scelta del nuovo marito non è esente da sete di vendetta: quale smacco più grande per un armeno infatti sapere che la ex moglie è convolata a nozze proprio con un turco?

Immaginate quindi la povera Armanoush, che deve barcamenarsi tra cultura americana, cultura armena e cultura turca.

Il paradosso appare ancora più evidente se si pensa ai fatti storici che hanno coinvolto questi due popoli: il genocidio degli Armeni ad opera dei Turchi e che viene tuttora negato dalla Turchia stessa (l'autrice, infatti, dopo aver scritto questo romanzo subisce un processo con l'accusa di “attacco all'identità turca” in base all'art. 301 del Codice penale).

Decisa quindi a chiarirsi le idee sulle proprie origini, la giovane americana va di nascosto a Istanbul, ospite della famiglia del patrigno. Per cui: ragazza armena ospitata da famiglia turca.

E che famiglia! Tutte donne: dalla bisnonna alla nipote.

Ognuna di loro è caratterizzata da un qualche particolare fisico o comportamentale: Zeliha , la mamma di Asya (la bastarda) è una donna passionale che vive tutto molto intensamente, caratterizzata da una chioma riccia e ribelle; Banu chiama i jinn, i gli spiriti musulmani e ha doti da veggente; Asya, coetanea di Armanoush, è alle prese con l'amore e le controtendenze culturali.

Tra le due ragazze scatta una naturale simpatia che le spinge a conoscersi più a fondo. Attraverso i loro dialoghi, i loro pensieri e le relazioni con i ragazzi di Istanbul, l'autrice porta a galla questioni attuali, primo fra tutti il rapporto che le nuove generazioni turche (in cui la scrittrice ripone grandi speranze) hanno con la storia.

In ogni capitolo, cucinando o mangiando piatti tipici della cucina turca ma che si ritrovano con nomi differenti anche in quella armena, si scoprono gli scheletri nell'armadio della famiglia di Asya.

Grazie al fortuito ritrovamento di un gioiello appartenuto alla nonna di Armanoush nel cassetto di una delle zie di Asya, scopriamo per esempio che la nonna si è salvata dalla morte ed è stata mandata in un orfanotrofio ed in seguito ha sposato un turco.

E' stata poi ritrovata da uno dei suoi fratelli e ha deciso di emigrare in America.

Indagando più a fondo, in modo non sempre volontario, le ragazze scoprono qual'è il legame che intercorre tra le loro due famiglie, solo apparentemente così distanti.

Ma scavare nel passato a volte porta alla luce segreti inconfessabili. E a Banu, zia pazza e mistica, con doti di preveggenza, tutto appare improvvisamente  chiaro.

Ecco perché Mustafa, l'unico maschio ancora vivo della famiglia, andrà incontro al suo tragico destino.

Tornato in Turchia con Rose per riprendere Armanoush, muore prematuramente, chiudendo un cerchio aperto anni e anni prima.

Un romanzo che vale la pena leggere. Scrittura facile e veloce, stile scorrevole con tratti più o meno intensi, con passaggi profondi, specialmente quelli che trattano del genocidio armeno, come questo:

"In fondo Armanoush sapeva, forse più per istinto che razionalmente, che quest'avversione ai libri aveva radici ben più oscure e segrete della semplice speranza di vederla comportarsi come qualunque ragazza della sua età.
Semplicemente la sua famiglia non voleva che Armanoush brillasse troppo, distinguendosi dal gregge. Scrittori, poeti, artisti, intellettuali erano stati i primi ad essere eliminati dal governo ottomano."
Allo stesso tempo è facile anche immedesimarsi, a turno, in una delle figure femminili: chi di noi durante l'adolescenza non è mai stata un minimo ribelle? E chi di noi non ha mai amato, pianto, maledetto il mondo con l'intensità di Zeliha?
E il tutto sullo sfondo di Istanbul, una delle città più affascinanti del mondo, crocevia di culture, piena di contrasti e di poesia.
Città sospesa tra passato e futuro, ponte tra Oriente e Occidente, intrisa di fascino e di mistero.
Questa è la lettura che voglio consigliarvi per il venerdì del libro proposto da Homemademamma.

 

4

Oggi voglio parlarvi di questo piccolo gioiello della letteratura contemporanea, "Chiamate la levatrice". Magari i grandi critici non concorderanno con me nel definire così questo libro, ma chissene.

Come i libri che leggo ultimamente, anche questa perla era sullo scaffale a fare la polvere, regalo della mia stimatissima amica geniale.  Quando si è genitori di bimbi piccoli (vi prego, ditemi che poi i figli crescono e le cose cambiano), dedicarsi ad attività diverse dall'allevamento della prole, dalla gestione della casa ed eventualmente da un lavoro, diventa difficile.

Così l'ho aperto un pò per caso, come si fa con una bottiglia di vino buono lasciata invecchiare. Ho pensato, massì gli do giusto giusto una sbirciatina che tanto quando lo leggo? E invece da vera ingorda il tempo l'ho trovato. Minuti rubati ad altro, per alcune magari è così, ma per me hanno avuto un valore inestimabile. Adesso vi dico perché.

L'autrice è Jennifer Worth, professione infermiera e levatrice, appunto. E' un romanzo autobiografico in cui vengono raccontati alcuni tra i più significativi aneddoti capitati alla giovane Jennifer quando cominciò a fare la levatrice nella Londra degli anni Cinquanta. Il romanzo è frizzante, intrigante, commovente, ironico e interessante.

Jennifer (scusate la confidenza, ma oramai la sento proprio vicina) descrive con tratti rapidi e profondi le suore del convento di Nonnathus House, i loro pregi e le loro idiosincrasie, creando un quadro tragicomico da cui emergono, pian piano, le storie vere delle "sorelle in Dio" e delle altre levatrici con cui la protagonista condivide la storia.

Allo stesso modo ci svela il mondo delle Docklands, la zona del porto di Londra, con i suoi vicoli malfamati pieni di violenza e di miseria. Sono storie ordinarie per quei tempi, ma lette ai giorni nostri diventano avventure epiche e sicuramente eroiche.

C'è la storia della donna spagnola che non conosce una parola di inglese sposata con un inglese che non sa una parola di spagnolo (forse, ironizza l'autrice, è questo il segreto del loro matrimonio perfetto e duraturo), con i loro 24- sì, amiche, l'ho scritto proprio giusto!- figli, alle prese con la nascita di un piccolo prematuro che già ora sarebbe difficile affrontare; la biografia di una ragazzina di appena quattordici anni costretta a prostituirsi e della sua fuga coraggiosa per avere il suo bambino; c'è la storia tragica di una benestante che muore a causa dell'eclampsia.

Ma soprattutto c'è l'analisi della figura della levatrice, bistrattata e poco considerata da tutti e delle piccole eroine impegnate ogni giorno ad aiutare mamme di qualsiasi tipo e di qualsiasi età a partorire in situazioni talmente disagiate che solo a leggerle fanno venire i brividi.

Care mamme, leggete questo libro, a metà tra un diario e un romanzo storico, e non vi lamenterete più del parto che avete avuto!

Immagini della serie tratta dalla trilogia di Jennifer Worth
Immagini della serie tratta dalla trilogia di Jennifer Worth

 

Oggi vi voglio parlare di questo libro, "L'amica geniale" di Elena Ferrante.

Mi è stato regalato, appunto, da un'amica geniale, che sa quanto mi piace leggere.
(In realtà anche altri lo sanno, ma mai che mi regalino un libro, eh?!).
Non conoscevo l'autrice se non per la sua fama. Quindi mi sono buttata a capofitto nella lettura del romanzo.

"L'AMICA GENIALE" di Elena Ferrante

La trama è semplice e complicata allo stesso tempo.
Semplice perché può essere riassunta in poche righe: si parla dell'amicizia e del rapporto di amore/odio tra le due protagoniste, Elena Greco (la voce narrante) e Lila Cerullo in un rione povero e malfamato di Napoli negli anni Cinquanta.
L'autrice segue le bambine dall'infanzia fino all'adolescenza, sulla scia dei romanzi di formazione.
Ma è anche un libro complicato perché la Ferrante mette in campo tantissimi personaggi secondari che non si limitano al ruolo di comparse.
Mi ha piacevolmente stupito l'abilità nel ritrarre con pochi tocchi i tratti salienti di ogni figura riuscendo però a fare in modo che abbiano anche un certo spessore psicologico.
Ho trovato noiosi i primi capitoli del libro, forse perché non ero più abituata a questo genere di romanzi.
Via via la narrazione si fa più coinvolgente, lo stile più scorrevole e alla fine ti prende al punto tale che non riesci più a smettere di leggere.
L'ho finito alle tre di notte. Finito per modo di dire: infatti la storia prosegue con altri tre volumi che mi procurerò sicuramente.
Questo mi ha lasciato l'amaro in bocca: se mi fossi informata prima avrei già cominciato il secondo!
Perché vale la pena leggerlo secondo me: per la particolarità dei personaggi, per il quadro sociale da cui possiamo vedere i cambiamenti nel rione di Napoli che riflettono allo stesso tempo quelli dell'Italia intera.
Per lo stile e la genialità della trama, avvincente ma allo stesso tempo quasi distaccata.
E poi non volete farvi catturare dall'alone di mistero che aleggia intorno all'autrice che scrive con lo pseudonimo di Elena Ferrante?
Voi cosa state leggendo in questo periodo? Cosa mi consigliate?

Ieri sera la Ninfa mi ha chiesto di raccontarle una favolaprima della nanna. Come sempre, comincio con Cappuccetto Rosso, ma lei mi blocca.

“Ne voglio una nuova, mamma”.

E’ tardi, sono stanca, non mi viene in mente niente.

Mi guardo attorno, e l’occhio mi cade sul mio nuovo libro :

 "Mi hanno regalato un sogno. La scherma, lo spritz e le Paraolimpiadi".

Adesso so cosa voglio raccontare ai miei figli.

"C’era una volta una bambina che si chiamava Beatrice, ma tutti la chiamavano Bebe.

A Bebe piaceva tanto correre, giocare con i suoi amici e andare a scuola.

Ma la cosa che le piaceva più di tutte era praticare uno sport che si chiama scherma. Quando Bebe aveva il suo fioretto in mano era invincibile.

Ma un brutto giorno la bambina si ammalò gravemente. La sua mamma e il suo papà la portarono subito all'ospedale: Bebe aveva preso una malattia terribile, la meningite fulminante

I dottori spiegarono ai suoi genitori che Beatrice doveva stare in ospedale tanto tempo e che purtroppo le sue gambe e le sue braccia non funzionavano più e dovevano toglierle.

La mamma e il papà di Bebe erano disperati e piangevano. “Come farà adesso la nostra bambina senza braccia e senza gambe?”.

Quando tornarono a casa, dopo tanti giorni di ospedale, Bebe chiese ai suoi genitori quando poteva tornare a fare scherma.

Loro le risposero che non avrebbe potuto farlo perché non aveva più braccia né gambe.

Beatrice li guardò e, sorridendo, rispose: ”Basterà usare braccia e gambe finte”.

Allora trovarono un posto in una città vicino dove si fabbricavano mani finte, braccia finte, piedi finti e gambe finte. Bebe uscì soddisfatta: ora poteva di nuovo usare il fioretto!

Ma quando andava ad allenarsi o anche quando passeggiava o andava a scuola, Bebe sentiva che la gente attorno a lei la guardava in modo strano, perché non aveva più gambe e braccia.

Tutti continuavano a ripeterle: “ Bebe non puoi fare questo, Bebe non puoi fare quello anche se hai braccia e gambe finte”

La bambina non si perdeva d’animo, perché era davvero una bambina super coraggiosa. Così continuava a provare e a riprovare.

“Io devo fare le cose chi mi piacciono perché devo far vedere a tutti che se posso, se mi impegno sono anche più brava di quelli che hanno le gambe e le braccia vere.”

Finché un giorno la bimba vinse la sua prima gara. Tutti la guardarono ammirata.

Ma non si fermò lì: continuò a impegnarsi, ad allenarsi tutti i giorni e alla fine, qualche anno dopo, divenne la campionessa del mondo di scherma.

Adesso la gente aveva capito che la piccola Bebe poteva fare davvero tutto, con le sue braccia e le sue gambe finte.

Chi è Bebe Vio, al secolo Beatrice Maria Vio, classe 1997 lo sappiamo ormai un pò tutti.

Nell’ultimo mese gli occhi dei media l’hanno seguita con grande interesse, raccontandoci della sua malattia e dei suoi successi, da quando a 5 anni si innamorò della scherma a quando lo scorso anno è diventata campionessa del mondo a Eger, in Ungheria, coronando il suo sogno, trionfando infine alle Paraolimpiadi il mese scorso.

Giornali, tv e radio ce l’hanno proposta come un’eroina che non si lascia abbattere dalle difficoltà.

Proprio questo messaggio voglio che passi ai miei figli: qui non ci sono principi o fate che ti tolgono dai guai.

A volte neanche mamma e papà lo possono fare. Devi farlo tu, con coraggio, passione e dedizione.

In un ’intervista Bebe afferma:

”Mi hai detto che non posso farlo, allora io devo farlo”.

Puerile, infantile? No, semplicemente coraggioso.