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Sono appena passate le feste natalizie e il mondo è in fermento per il Capo d'anno. A destra e a manca la domanda di rito è :"Cosa fai quest anno all'ultimo?"

Mah, non ho molto da scegliere. Farò come ho fatto il 24, il 25 e il 26 dicembre, ossia me ne starò a casa con i bambini, gli amici pelosi e non, CF e...la varicella!

La profezia del pediatra di Ringhio si è avverata: le vescicole sono comparse il 24 e il 25 il poveretto era completamente ricoperto. Impietoso, il virus ha poi colonizzato pure il corpo di CF: il 25 anche lui presentava ampie zone ricoperte da pustole. Insomma, un Natale all'insegna di paracetamolo in varie forme (supposte, bustine, sciroppo, pastiglie...Ad ognuno la sua), talco mentovato invece che zucchero a velo e  pomate varie nel blando tentativo di tenere sotto controllo il prurito.

La Vigilia siamo riusciti a festeggiare con una cena decisa all'ultimo minuto con i Nonni Riuniti. CF ha resistito per tre ore poi la febbre ha preso il sopravvento e mi ha lasciato con bimbi e nonni ad aspettare la mezza notte.

Babbo Natale però è passato ugualmente (probabilmente aveva già fatto la varicella) e ha lasciato qualche dono ai pargoli.

La Ninfa si è detta soddisfatta: siccome la Santa aveva lasciato i giochi, dal Babbo si aspettava proprio qualche nuovo capo di abbigliamento. Su che cosa debba portare invece la befana, ancora non si è pronunciata.

Ringhio ha dato un'occhiata ai suoi pantaloni, ha sospirato sulla felpa, ha approvato il completo elegante ma casual e ha espresso il suo totale disappunto all'indirizzo di uno scalda collo di pile, molto pratico ma inadatto al suo stile, evidentemente.

Il 26 dicembre è stata una giornata da dimenticare: CF in balia della varicella e dell'antivirale non faceva altro che piagnucolare chiedendo dove poteva fare testamento. Ringhio invece sfogava la sua aggressività sulla povera Ninfa che, stanca di essere vessata, gli ha infine rifilato un gancio che neanche Rocky. Il pupo, dopo un pianto incessante ed estenuante, è caduto in un sonno profondo e si è risvegliato la mattina seguente.

Tutto sommato queste festività all'insegna dell'imprevisto non sono andate totalmente male.

Ho avuto la conferma che essere obbligati a passare tutto il tempo chiusi in casa fa andare fuori di testa anche i bambini piccoli, soprattutto se sono abituati a uscire almeno una volta al giorno per i più svariati motivi.

Allo stesso modo ho avutola riprova del perché la Natura abbia deciso che il parto è cos prettamente femminile: se gli uomini dovessero partorire, la specie umana si sarebbe estinta da un pezzo.

Lo spettacolo però più affascinante me l'hanno offerta le mamme. Tralasciando le madri di bambini che avevano già contratto la varicella, in caso di malattie infettive si possono individuare due schieramenti netti e distinti: quelle del "vengo subito a trovarti così anche il mio bambino la prende ed una è fatta" e quelle che "ok, ci vediamo finita la quarantena".

Mi sono quindi barcamenata tra visite improvvise e inaspettate di mamme che conoscevo solo di vista.

-Ciao cara, passavo di qui per caso e mi sono detta "Perché non ci fermiamo a trovare quel bambino tanto malato?"-

Sinceramente il mio stato d'animo di fronte a siffatte richieste è altalenante: da una parte mi sento divertita, dall'altra infastidita. Insomma, ricevere una processione di mamme postulanti che si conosce a malapena come se fossero grandi amiche mi ha colto alla sprovvista.

Capisco meglio invece le madri che vogliono evitare il contagio: dover intrattenere dei bambini malati, rognosi, lamentosi eppure pieni di energie non è cosa da poco.

Che aggiungere? Noi non l'abbiamo cercata, questa benedetta varicella, ci è capitata tra capo e collo sconvolgendo tutti i piani e vaporizzando tutte le aspettative che ci eravamo fatti sulla gestione delle vacanze.

Ma oramai è andata, per cui non tutto il male vien per nuocere. Ci rifaremo il prossimo anno.

Noi intanto oggi ci stiamo preparando per il compleanno di Ringhio. E domani sono già due. Niente cose in grande stile: una torta fatta in casa con le candeline, qualche foto di rito coi nonni se verranno, qualche regalino e via. Quando sono piccoli così non hanno ancora pretese sulle feste di compleanno.

L'importante è che non capiti un'ondata di scarlattina adesso...

“Cara Mamma Natale,

quest’anno ho deciso di scrivere la mia letterina a te invece che a Babbo Natale, perché lui ha già tanti impegni e tante cose da preparare e ho paura che non gli presti molta attenzione. E poi, si sa, tra donne ci si capisce meglio.

Con questo non sto insinuando che tu non sia impegnata o non abbia niente da fare! Immagino che con un marito come il Babbo le incombenze siano molte: innanzi tutto la casa da mandare avanti, poi le scadenze burocratiche da fronteggiare, ricordarsi quando bisogna portare le renne dal veterinario per la visita di controllo, il tagliando alla slitta, le previsioni meteo da tenere d’occhio, controllare che la divisa rossa di Babbo Natale sia in ordine, verificare l’andamento della produzione dei giocattoli e presiedere alle operazioni di imballaggio e stoccaggio.

Però mi fido più di te che di lui, perché -oramai si sa- le donne sono multitasking e sicuramente tu troverai il tempo di leggere questa mia missiva e di darle il giusto peso.

Certamente sai che quest’anno sono stata brava, molto brava. O almeno mi sono sforzata di esserlo. Mi sono comportata bene con tutti, compresi i colleghi di lavoro e le mamme dell’asilo, ho sempre cercato di essere diplomatica e di evitare lo scontro diretto.

Ho sfoderato una pazienza degna di Gandhi anche con i bambini per far fronte ai loro capricci (pardon, bisogni) e con CF  e tu sai bene quanti sforzi ci vogliono per non prendere a matterellate in testa CF quando dopo una giornata pesante torni a casa e lui si è bellamente addormentato sul divano fregandosene di tutto e di tutti.

Non mi sono lasciata abbattere dalla sequela infinita di entrate-uscite dai più svariati ospedali che sta affliggendo ogni membro della famiglia ormai da Marzo.

In sintesi, in virtù del mio comportamento esemplare, sono a sottoporti queste richieste che per te –se lo vorrai- saranno facilmente esaudibili:

  1. un lavoro nuovo, o per meglio dire, il lavoro che svolgo ora ma con flessibilità d’orario, una retribuzione più idonea alle mie mansioni e capacità e un minimo di soddisfazione personale;
  2. una giornata che per me e solo per me sia di 30 ore, in modo tale da arrivare a sera e avere ancora un po’ di tempo da dedicare a me stessa e ai miei interessi;
  3. un anno senza la “maledizione del week-end”, ossia senza che i bambini o CF si ammalino durante il week-end. Se non ci si ammalasse per niente poi sarei davvero contenta. Sinceramente sono stufa di correre al pronto soccorso ogni tre per due, che poi è causa di stress e lo stress fa invecchiare;
  4. il teletrasporto, solo per saltare la lunga coda durante il ritorno a casa dal lavoro;
  5. una vasca da bagno, anzi, esageriamo, una stanza da bagno solo per me, dove non possano entrare né bambini, né gatti, né CF. Totale relax in quelle due ore in più che mi hai concesso prima;
  6. un sacco o due di pazienza, perché non so se ho scorte sufficienti ancora per un altro anno,
  7. la capacità di guardare le cose sempre con le lenti rosa e con lo stupore tipico dei bambini;
  8. la serenità per apprezzare tutte le cose semplici che già ho e che a volte do per scontate;
  9. la possibilità di fare due intere settimane di ferie al mare a luglio che ad agosto è sempre un delirio;
  10. dulcis in fundo, ma non ultimo in ordine di importanza, potresti dire a Babbo Natale di ricordarsi dei doni che hanno chiesto i miei figli? Sai, non vorrei che facesse pasticci. Sì, lo so che è un professionista, ma vedere la felicità nei loro occhioni grandi quando la mattina di Natale scartano i loro pacchi, alla fine, è il regalo più bello del mondo. E tu, che sei donna e forse mamma, lo sai meglio di me.

Con tanto affetto,

Priscilla”

Con questo post partecipo al contest del mese di dicembre ideato dalle Stormoms. Se vuoi farlo anche tu, usa l'hashtag #stormoms e l’hashtag del tema del mese #caramammanatale. Ricordati di mettere la foto con il logo e il link alla pagina Facebook delle Stormoms. In questo modo tutti i contributi verranno condivisi.

In questi ultimi giorni la mia vita notturna ha subito un grande miglioramento.

La Ninfa assieme ai regali di Santa Lucia si è beccata pure la varicella. Se siete mamme esperte, saltate questo paragrafo, sennò fatene tesoro che potrebbe servirvi prima o poi.

"La  varicellaè una malattia infettiva altamente contagiosa provocata dal virus Varicella zoster (Vzv), della famiglia degli Herpes virus." Detta così fa proprio paura, eh? Su, ripigliamoci un attimo. Chi di voi non ha avuto la varicella da piccolo?  Se non l'avete fatta, preoccupatevi. Se invece l'avete fatta, ecco, siete ancora vivi.

In breve è quella malattia infettiva per cui ci si ricopre di pustolette piene di siero che una volta scoppiate diventano crosticine e prudono molto. Se togli le crosticine, ti rimane una bella cicatrice.

La Ninfa per ora ne è affetta solo in forma leggera, che significa poche pustole, niente febbre e prurito nella norma. Solitamente viene prescritta una lozione per la pelle ( scusate, io sono retrograda ma uso il talco mentolato o "mescolato" come dice la pupa), un antistaminico e paracetamolo al bisogno.

Quindi, prima di andare a letto se ha molto prurito, come prescritto dalla pediatra, le do alcune gocce di antistaminico. Risultato: non si gratta più. Fattore collaterale: sonno di piombo. Il che vuol dire che al mattino la ritrovo nel letto nella stessa posizione in cui si è addormentata.

Non so se sia per simpatia o per altro, pure Ringhio dorme sonni sereni e si sveglia alle sei, ma senza l'intermezzo a cavallo delle due.

Riuscite a immaginare cosa vuol dire per me? No, non vuol dire che dormo otto ore di fila, perché oramai ho il cervello che automaticamente mi fa svegliare alle due e poi faccio fatica a riprendere sonno.

Se prima non dormivo per i risvegli di Ringhio o per il pavor nocturnus della Ninfa, ora non dormo perché c'è troppo silenzio: i pargoli non russano, non parlano, non si girano e rigirano come frittate nei loro lettini e il mio maledettissimo subconscio lo avverte come una sorta di pericolo. Quindi mi devo alzare per verificare che siano vivi e vegeti.

Per cui, ricapitoliamo la situazione: quando sono neonati non si dorme perché devono mangiare, quando sono poppanti non si dorme perché sono programmati dalla natura per svegliarsi frequentemente e rompono i maroni o soffrono di pavor nocturnus  quando dormono non dormiamo noi perché madre Natura ci fa scattare un segnale di allarme che ci spinge a verificare empiricamente che la nostra progenie non sia morta nel sonno.

Quindi, quando può dormire una povera madre?

Ieri sera  non ho dato  l'antistaminico alla Ninfa perché diceva che non le faceva prurito niente.

Durante la notte, sento una vocina che mi chiama.

-Mamma, facciamo l'albero di Natale?

Alle due di notte?! Ma poi l'abbiamo già fatto, no?

-Amore, cosa stai dicendo? Dormi che è notte.

-Quello con tutte le luci colorate che poi è bellissimo.

Mi alzo imbufalita perché voglio evitare che Ringhio si svegli. Entro nella cameretta e me la trovo lì, bella come il sole, seduta sul tappetto in mezzo alla stanza.

Comincia a battere le mani e a cantare una canzone. La guardo un attimo nella penombra e mi rendo conto che è persa nel suo mondo.

Ci mancava anche il sonnambulismo !

Con calma mi siedo vicino a lei e in tono tranquillo tento parlarle. Non serve a nulla. Dopo un altro paio di canzoni si alza e si rimette a letto.

Confesso che mi sono un pò agitata. Sicuramente come fenomeno è meno agghiacciante del pavor. Però sono comunque un filino preoccupata. La Ninfa non ha vagato per casa ma se dovesse farlo e non me ne accorgessi?

CF è sonnambulo, ma lui si è sempre limitato a parlare nel sonno, non si è mai mosso dal letto. Tranne forse da piccolo.

In qualunque caso quando si ha a che fare con bambini sonnambuli ci sono solo due cose da fare: stare calmi e assicurarsi che il pupo non si faccia male.

Dicono che poi passa da solo, di solito durante l'adolescenza. Quindi se mi va bene forse potrò dormire sonni tranquilli tra dieci o dodici anni circa.

Devo solo mantenere la calma, munirmi di thè e caffè e sperare che il mio sistema nervoso non collassi prima. O continuare a darle l'antistaminico.

 

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E' risaputo che coi bambini gli imprevisti sono all'ordine del giorno. Soprattutto quando si avvicina il week-end e tu hai quell'impegno fissato da luglio.

Regolare come la maledizione faraonica. Uno dei tuoi figli -o, perché no, entrambi- cominceranno a mostrare segni inequivocabili di malattia incombente.

Di solito lo spartiacque  è il mercoledì sera. Fino a poco prima il pargolo era vispo e allegro. Di colpo starnuti a raffica. Tu, dall'altro capo della stanza, lo guardi. "Sicuramente qualche granello di polvere che passava di là".

Il giorno dopo il pupo si alza con naso completamente chiuso, rosso e gocciolante. Tu, ingenuamente, pensi: " E' solo un raffreddore, del resto è stagione, si sa".

Venerdì la situazione si aggrava: oltre agli starnuti compare anche quella stramaledetta tosse stizzosa che da mane a sera si tramuta in tosse grassa, grassissima. Ora ti trovi a fronteggiare muco dal naso e catarro (che sempre quello è) dalla bocca. Ma non perdi la speranza: si va di aerosol e lavaggi nasali.

Trovi almeno due collaboratori ( solitamente una nonna e il padre) e tenti di schizzare nel naso di tuo figlio quanta più soluzione fisiologica- isotonioca -ipertonica che neanche un piccolo chimico. Uno immobilizza le braccia, l'altro la testa e tu tenti di centrare la narice del bambino che si dimena e urla come Emily Rose mentre la stanno esorcizzando. Schizzi il liquido, il pupo scansa la testa all'ultimo minuto e centri l'occhio di tua suocera.

Venerdì notte: il punto di non ritorno. Alle due o giù di lì il tuo allenatissimo orecchio di mamma capta un sinistro "sbluarhhhh" provenire dal letto di tuo figlio. Scatti in piedi. Codice rosso, codice rosso: tuo figlio sguazza in una nauseante poltiglia. Riconosci chiaramente le mezze penne consumate per cena.

Seguono: bagno completo al bambino, cambio di lenzuola e pulizia della stanza. Il piccolo viene portato nel letto col papà intanto che la stanza viene arieggiata.

Sabato mattina: il bambino scotta (di solito lo esclama la nonna di turno). Per cui tenti in qualche modo di infilare da qualche parte il termometro al tuo recalcitrante figliolo per scoprire se puoi somministrare o meno il paracetamolo. 37,8 aspettiamo. 38,02 aspettiamo. 38,7 io lo darei e tu? Seguono consulti sul gruppo mamme di whatsup. Quando la febbre sfiora i 40 l'opinione pubblica è concorde: si va di paracetamolo. E qui scatta la fase due: meglio supposta o sciroppo. Segue consulto.

Sabato, pomeriggio inoltrato:  sull'orlo delle lacrime, povera tapina, disdici l'impegno, consapevole che tutti penseranno che hai usato tuo figlio come scusa per l'ennesima volta.

Passi il sabato notte insonne, alternandoti con il tuo compagno al capezzale del bambino per tenerlo monitorato. Gli fai bere qualche cucchiaino di acqua, ma senza esagerare. Il tuo unico desiderio è che tenga giù il riso in bianco che ha mangiato a cena.

Domenica mattina sei uno straccio: non ti reggi in piedi dalla stanchezza, ma per contro il sangue del tuo sangue sembra migliorare a vista d'occhio. Febbre sparita, vie aeree sgombre e un pallido rosa che gli tinge le guance.

A pranzo mangia come un leone, mentre tu non hai nemmeno la forza di sollevare la forchetta. Domenica sera il bambino è miracolosamente guarito.

Tu invece nell'ordine accusi: emicrania, nausea, male alle ossa, brividi seguiti da vampe di calore.

Lunedì mattina, puoi scommetterci, hai la febbre. Chiami tua mamma per chiedere una mano, ma il virus ha colpito anche lei. E pure quella scorza dura di tua suocera.

Questa è la storia di una donna che desiderava avere un bambino e di come alla fine sia riuscita a diventare mamma.

E' la storia di E., una mia cara amica, che ha voluto regalarmela e condividerla con voi.

" In cerca di un bambino che non arriva

Ci siamo sposati nel giugno del 2006, avevo quasi 30 anni. Abbiamo sistemato un po’ di cose e a quasi 32 anni abbiamo pensato di avere un bambino, il tutto molto tranquillamente, senza calcoli.
I mesi trascorrono veloci e il nostro bambino non arriva.
Apparentemente non c’è nulla che non va, tutti mi dicono che è solo una questione di “testa” ma io ci sto male e sto sprofondando in una crisi che sembra non avere via d’uscita.
Anche la mia ginecologa mi ripete che devo stare tranquilla, ma non ho nessuna intenzione di stare con le mani in mano.Voglio fare degli esami più approfonditi ma lei non è d'accordo.
Allora decido di sentire un altro parere.
All’alba dei miei 33 anni, trovo un ginecologo meraviglioso sia dal punto di vista professionale che umano. Parliamo a lungo e dopo avermi visitata mi dice che forse c’è la possibilità che io abbia lendometriosi.
Mi mette in lista di attesa e a fine agosto 2009 faccio una laparoscopia. Fortunatamente l’endometriosi era solo un sospetto, utero, ovaie e tube funzionavano a meraviglia. 
Ma il tempo continua a passare senza che la cicogna arrivi. Volevo il mio bambino e lo desideravo ogni giorno di più.
Sconfortati, decidiamo di rivolgerci in ospedale per vagliare la strada della fecondazione assistita.
A dicembre 2009 facciamo il nostro primo colloquio. Ci spiegano che le tempistiche per iniziare sono lunghe, almeno sei mesi.
Arriva il secondo Natale senza il nostro cucciolo, ma siamo pronti a ripartire con la speranza che il 2010 sia il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati genitori.
A febbraio 2010 ho un ritardo, e senza nessuna speranza decido di fare un test.
Il 20 febbraio 2010 lo faccio di nascosto, aspetto alcuni minuti e poi... sto per svenire: 2 linee nettissime. Non ci credo: è positivo, forse si tratta di un’allucinazione. Eppure le 2 linee ci sono, non so se ridere o piangere, sono completamente confusa.Cerco di stare calma, nel pomeriggio compro un test digitale e lo faccio subito; la clessidra si muove (quella piccola clessidra avrebbe potuto cambiare completamente la mia vita) ed ecco che appare: incinta 3+.
Il primo marzo 2010 faccio la mia prima ecografia che conferma che sono INCINTA, ed è proprio oggi che per la prima volta pronuncio quella meravigliosa parola: incinta! Eccolo lì sullo schermo, un fagiolino lungo 1 cm e 64 mm. Ci commuoviamo tantissimo e quando sentiamo il battito non riesco a trattenere le lacrime. E’ il momento più intenso e meraviglioso della nostra vita. Un puntino su uno schermo può davvero cambiare tutto!

Sono passati i mesi, ho 34 anni e un bel pancione. Sono di 34 settimane, è un maschietto e lo chiameremo A. Sono la ragazza più felice del mondo.
Forse è un miracolo, forse non lo è, forse aveva solo bisogno di tempo, ma alla fine lui arrivato così, naturalmente, e tra poco lo potremo finalmente abbracciare.
Sono orgogliosa di non essermi mai data per vinta, ho provato tutte le strade e non ho lasciato niente di intentato.
Questa storia è per dire a tutte le donne che stanno cercando un bambino di non perdere mai la speranza, di crederci fino in fondo e anche quando tutto sembra crollare, di non demordere. Fate tutti i controlli e se tutto va bene state certe che prima o poi il vostro meraviglioso miracolo di vita arriverà. Se ci sono problemi, non arrendetevi mai, la medicina ha fatto passi da gigante, una soluzione si trova.

LA NASCITA DEL NOSTRO “FAGIOLINO”

28.09.2010
Oggi (quindici giorni prima del previsto) alle 2.43 è nato A. Pesa 2800 gr. ed è lungo 49 cm.
E’ stata dura ma la gioia che ho provato nel vederlo ha già cancellato tutto il dolore di queste ore.
A. ha un po’ sofferto durante il parto quindi me lo portano via quasi subito e lo mettono nella culletta termica.
Come é piccolo, l’amore che provo per lui è già immenso e incondizionato. Dorme quasi tutto il giorno e io continuo a guardarlo, non ci credo ancora che quel piccolo scricciolo l’abbiamo fatto noi. Il suo papà è già innamorato ed è bravissimo, è sempre li con noi.
Il giorno dopo A. ha l’ittero e viene messo sotto la lampada per la fototerapia. Lo so che non è nulla di grave ma non poterlo abbracciare e baciare per così tanto tempo mi rattrista molto. Mi siedo fuori dal nido e lo guardo, poi entro e metto la mia mano nella lampada per fargli sentire che io ci sono e ci sarò sempre per lui. Dopo dodici ore lo tolgono dalla lampada e io posso provare ad allattarlo. Lui è bravissimo, si attacca subito. È una sensazione strana ma allo stesso tempo fantastica. Io e il mio bambino, una cosa sola, mi sento la persona più felice e appagata del mondo. Il giorno dopo saremmo potuti finalmente tornare a casa.

LA STORIA CONTINUA…

30/09/2010
La mattina presto chiamo mio marito al telefono e gli dico di venirci a prendere. Siamo agitati ma felicissimi. Tutto è pronto per il nostro arrivo a casa. Poco dopo c’è il solito giro dei pediatri, il mio cucciolo dorme tranquillo nel suo lettino accanto a me. I dottori entrano ed io sono pronta a sentirmi dire: "Oggi andate a casa". Ma dalle loro facce capisco subito che qualcosa non va.
Il mio cuore comincia a battere forte e un senso di paura mi attanaglia lo stomaco. Dagli esami del sangue risulta che A. ha due valori molto più alti della norma e questo potrebbe indicare un problema ai reni. Ci spiegano che faranno un’ecografia addominale e nel frattempo gli faranno delle flebo per reidratarlo. Io e mio marito ci guardiamo e lo sconforto si legge chiaramente sui nostri volti. La pediatra prende il mio bambino e lo porta al nido. Li raggiungiamo anche noi, vogliamo stargli il più vicino possibile. Cercano di trovargli la vena per la flebo. E' un disastro: non riescono e per noi è un martirio. Nel braccino niente da fare, allora provano nella testa, lo rasano prima da una parte e provano, ma nulla, poi dall’altra e dopo vari e strazianti tentativi trovano la vena. Ecco, è proprio ora che crollo, il mio cucciolino è così piccolo e indifeso e non sta bene, tutti quei tentativi per bucarlo. Non ce la faccio: esco e piango sola in un angolo. Oggi saremmo dovuti tornare a casa, invece siamo qui senza sapere bene cosa ci sta accadendo, è terribile. Perché ci sta succedendo tutto questo?
Pochi minuti dopo il nostro piccolo viene portato a fare un’ecografia addominale. Quei minuti ci sembrano un’eternità: insufficienza renale. Oddio è il panico, e adesso? Pensiamo subito al peggio. Cerchiamo di farci forza a vicenda ma è davvero difficile.
A. è al nido, in un angolino con la sua flebo attaccata al braccino steccato perché nel frattempo l’ago gli è uscito anche dalla testa. Lui dorme e sembra non accorgersi di nulla.
Speriamo che reidratandolo migliori e che i suoi piccoli reni possano cominciare a funzionare. Lo vegliamo per quasi tutto il giorno. Quando devo cambiarlo con la piantana della flebo è ancora più difficile. Cerco di stare attentissima per non rischiare di fargli uscire l’ago così da risparmiargli il supplizio di essere nuovamente bucato. Poi lo allatto e P., il suo papà, lo gratta dolcemente dietro l’orecchio per stimolarlo a mangiare. A. è bravissimo e mangia bene. Questo è importante per la sua ripresa.
Passano i giorni e noi siamo ancora in ospedale. Le infermiere sono davvero carine con noi e amano già il piccolo A. che nel frattempo è diventato il “nonnino” del gruppo. Il suo papà è sempre vicino a noi, è la mia forza e il mio supporto.
Infine una sera arriva la bella notizia: dai nuovi prelievi risulta che i valori stanno nettamente migliorando e che l’idratazione funziona.

E FINALMENTE...

04/10/10
Ricorderò sempre questa data, il giorno in cui, dopo lennesima ecografia addominale, ci hanno detto che tutto si è risolto:  possiamo tornare a casa. Mi sembra di vedere ancora la pediatra lungo il corridoio dell’ospedale che sventola l’esito dell’esame con un enorme sorriso ed esclama soddisfatta. "Tutto bene". Io e mio marito ci togliamo un macigno dal cuore e siamo al settimo cielo.
Fuori piove a dirotto ma anche quell’acquazzone ci sembra meraviglioso, tutto quello che ci circonda è meraviglioso perché A. sta bene. Da oggi comincia la nostra nuova avventura. Abbiamo superato un'altra durissima prova ma tutto questo ci ha aiutati ad essere ancora più forti e più uniti."

A. ora sta bene. Ha sei anni, ha cominciato la scuola e fa sport. E, sapete una cosa? Non si ammala mai, non ha nemmeno l'influenza. Sono un pò invidiosa...