6

Siamo ormai in pieno clima natalizio, facciamocene una ragione.

In città si cominciano a montare le prime luminarie, su qualche balcone e in qualche giardino fanno la loro timida apparizione i primo alberi luccicanti, nei supermercati c'è una vera e propria invasione di panettoni e leccornie natalizie.

I bambini, nella nostra zona, sono in trepidante attesa per il momento più magico dell'anno: l'arrivo di Santa Luciache, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, passerà con il fido Castaldo e l'amico asinello a lasciare giochi e dolci ai bambini meritevoli.

Ecco, il problema di queste ultime settimane è che i miei bambini mi sembrano ben lungi dall'essere meritevoli.

Non so se sia dovuto alla stanchezza, ma, anche confrontandomi con altre mamme, ho come l'impressione che i nostri bambini stiano vivendo, anzi, ci stiano facendo vivere un periodo difficile.

La Ninfa è in piena fase di regressione. Mi chiede aiuto per qualsiasi cosa: mamma infilami la maglietta, mamma pettinami, mamma coprimi, mamma qui e mamma là.

Quando mi spazientisco e le dico che può benissimo farlo da sola, irata controbatte che "però LUI lo aiuti", ove "lui" sta per suo fratello.

Respiro uno due tre quattro volte e le spiego che lui purtroppo non è ancora capace di farlo ma che se lei comincia a dare il buon esempio Ringhio impara prima.

Il suo sguardo risentito mi trafigge la schiena, mentre infilo il pigiama ad un recalcitrante treenne.

I suoi borbottii mi accompagnano per tutta la preparazione della cena, mentre siede a gambe incrociate, in mutande e canottiera, sul freddo pavimento al centro della sala.

Il suo pigiama rosa e lilla giace lì accanto, scomposto, le calzine antiscivolo spuntano da sotto la sedia.

Mentre apparecchio le ripeto ininterrottamente, come una cantilena: "Dai vestiti che prendi freddo, forza vestiti, su vestiti".

Ma la Ninfa resta lì, trincerata in un ostile silenzio, immobile come una statua di sale.

Finché ovviamente a cedere sono io. Mi accoccolo vicino a lei, la stringo lenta in un abbraccio, oh! quanto mi costa non stritolarla come un boa constrictor, e pian piano le metto il pigiama.

Lei si rialza, tranquilla, mi sorride, sul viso una smorfietta che dice chiaramente "Ci voleva tanto, mamma?".

Il teatrino si ripete anche la mattina e ogni qualvolta io abbia l'ardire di aiutare Ringhio a fare qualunque cosa.

Ringhio, da parte sua, non si fa benvolere. Le ruba i giochi, le fa i dispetti e, soprattutto, la imita in tutto e per tutto, anche negli atteggiamenti negativi.

Razionalmente lo so che la loro è una muta, ma neppure tanto, richiesta d'attenzione.

Il problema è che la mia risposta non è sufficiente, non sono abbastanza reattiva, non capisco bene cosa si aspettano da me.

Non mi piace punire, non mi piace minacciare. Ma l'altra volta, boccaccia mia, mi è proprio sfuggito:

"Se non la smettete di fare i capricci, chiamo la Santa e le dico di non portarvi nulla!"

Sguardi allibiti, bocche cucite, mani a posto per una sera.

Già dalla mattina dopo la situazione era tornata quella di sempre.

E ora che faccio?

Oramai l'ho detto, per una questione di coerenza e rispetto dovrei far trovare loro del carbone, altro che giochi e dolcetti!

Ma so bene quanto il giorno di Santa Lucia sia importante per i bambini, mettiamoci pure che la mattina sarò al lavoro e quindi già mi macero nel senso di colpa (ma quando sei una lavoratrice dipendente e ti concedono le ferie solo il pomeriggio non puoi farci molto), non me la sento proprio di rovinare loro la giornata più magica dell'anno.

Quindi, avete consigli da darmi per levarmi da questo scomodo impasse?

 

 

2

La scorsa settimana ho ricevuto una mail molto lusinghiera da parte di una lettrice.

Oltre ai complimenti, che fanno sempre piacere, la ragazza mi diceva di aver notato che durante il fine settimana non scrivo mai.

Effettivamente è così, a parte qualche post su FB o IG non scrivo mai il sabato e la domenica.

E come potrei?

Il fine settimana per le mamme lavoratrici generalmente è un caos.

Non voglio polemizzare o gettare fuoco sulla battaglia tra mamme casalinghe e mamme lavoratrici.

Il mio è semplicemente un dato di fatto.

Una casalinga "lavora" in casa (ho virgolettato lavora perché il termine presuppone una retribuzione che nel caso della casalinga non c'è, ma la fatica e l'impegno sono comunque innegabili) ogni giorno della settimana, per cui oggettivamente ha più tempo per gestire i lavori domestici e il menage familiare.

Le mamme lavoratrici generalmente passano parte della giornata  fuori casa, nel mio caso otto ore sono in ufficio e due se le porta via il tragitto casa-luogo di lavoro.

Di conseguenza quel che resta a disposizione per dedicarsi ad altro è davvero poco.

Io esco di casa coi bambini alle 7,25 e rientro per la pausa pranzo a 12,40 per ripartire poi a 13,20 e rincasare alle 18,45.

La mattina ho giusto il tempo per preparare me e i bambini e, mentre loro fanno colazione, riesco a rifare i letti e sfamare cane e gatti.

Ogni giorno mi dedico alla pulizia della casa, sfruttando anche la pausa pranzo: bagno e cucina, polveri in tutte le stanze, passata con l'aspirapolvere sui pavimenti, carico-scarico lavastoviglie...

Va da sé che poi la sera, quando rientro, c'è la cena da preparare, i bambini che giustamente reclamano la loro dose di attenzioni, la casa da finire di sistemare e se riesco magari qualche interazione con CF quando non è al lavoro.

In più ci sono le lavatrici, la spazzatura, la spesa, il giardino...

L'ho detto tante volte che la mamma lavoratrice è un'equilibrista: riesce a fare tante cose perché di fondo è brava ad organizzare e gestire il tempo che ha a disposizione, giocando di squadracon gli altri membri della famiglia.

E'inevitabile però che anche la giornata della mamma lavoratrice sia formata da ventiquattro ore, per cui tempo materiale per fare proprio tutto tutto non c'è.

Quindi i mestieri più impegnativi vengono relegati al fine settimana: cambio delle lenzuola, pulizia di vetri, lampadari e affini, lavaggio dei pavimenti, la fantomatica spesa...

A questi si sommano magari altre incombenze, come passare in tintoria, in posta, in biblioteca...

E non scordiamoci la vita sociale: cene, compleanni, gite, visite e così via.

Il week-end delle mamme lavoratrici è un caos, perché di solito noi mamme che lavoriamo facciamo quello che le mamme casalinghe possono spalmare durante gli altri giorni della settimana.

Inoltre, il sabato e la domenica io voglio stare con i miei bambini e con il loro papà.

E' un mio bisogno, vedendoli così poco gli altri giorni, durante il fine settimana mi piace passare il mio tempo con loro.

Li coinvolgo nelle faccende domestiche, andiamo a fare la spesa, cuciniamo assieme, disegniamo, coloriamo e giochiamo.

Facciamo in modo di divertirci e di sfruttare e godere di ogni momento.

Chiaro, non è tutto rose e fiori: CF magari non c'è, i bambini a volte sono stressanti e insopportabili o magari io stessa sono stanca e nervosa.

Tutto questo per dire che, scusatemi proprio, ma durante il mio caotico fine settimana da mamma lavoratrice il tempo per scrivere sul blog non lo trovo proprio.

Perché durante il fine settimana io "vivo" quello che tante altre mamme hanno la possibilità di vivere ogni altro giorno della settimana.

Ditemi voi, invece, cosa fate durante il fine settimana: riuscite a rilassarvi o siete congestionate da impegni sociali e non?

 

 

6

Novembre è arrivato con le prime piogge e i primi freddi.

Seppur tenti sempre di essere positiva, Novembre è un mese che non mi piace affatto.

Gli unici motivi per cui lo apprezzo sono questi: Novembre è il mese che precede Dicembre e a Novembre c'è quell'imperdibile venerdì che gli amanti dello shopping conoscono bene, il black Friday.

Detto questo, perché non crearmi un evento ex novo che mi faccia provare un senso di simpatia per questo mese triste e bigio?

Quindi, arbitrariamente, ho deciso che Novembre sarà il mese del compleanno del mio blog.

Ebbene sì, anche se i primi articoli sono stati pubblicati ad Ottobre 2016, io rivendico Novembre come il mese del compleanno di Datemiunam, che sia messo agli atti e scritto nero su bianco con inchiostro indelebile.

E come nella buona tradizione del blogging, in questo giorno gioioso tiro le somme di un anno di blog.

Non agitatevi, niente statistiche o numeri di cui non importa nulla a nessuno (se non a me, per cui me li analizzo in separata sede).

Ad un anno dalla creazione di Datemiunam, ecco qui i cinque motivi per cui per me vale sempre la pena avere un blog.

CINQUE COSE CHE HO IMPARATO IN UN ANNO DI BLOG

Il blog è intimità ed introspezione

Ho aperto Datemiunam con un'idea in testa, un'idea scaturita dal desiderio di avere uno spazio dove poter dire la mia su come vivo la mia esistenza dopo la maternità, su come l'avere dei figli mi abbia scombussolato la vita, sia in meglio che in peggio, invece di farlo sempre come ospite dei blog altrui.

Sebbene sia partita con questa idea, l'avere un blog mi ha permesso di "guardarmi dentro" e di fare chiarezza su certe vicissitudini e su certi aspetti del mio carattere.

Scrivere mi ha consentito di conoscere parti di me che non conoscevo e allo stesso tempo ha ribaltato completamente alcuni lati del mio carattere che credevo di conoscere.

Il blog è socialità e confronto

Datemiunam come qualsiasi altro blog parte da me per arrivare a voi, care lettrici e cari lettori.

Le mie esperienze sono quelle normali di una comunissima mamma lavoratrice, come ce ne sono tante.

Attraverso gli spaccati della mia vita non perfetta e non straordinaria, mi metto a nudo per indurre anche voi a farlo, nella modalità e nella misura che preferite, attraverso i vostri commenti qui, su FB o su IG o mandandomi una mail.

Creare dialogo e confronto attraverso lo scambio di aneddoti e racconti aiuta a non sentirsi isolate, sole e sperdute.

Datemiunam si pone l'ardito obiettivo di essere vicino alle mamme (ma anche ai papà) che hanno bisogno di sentirsi rinfrancate, di capire che tante esperienze sono davvero comuni ad ogni genitore.

E' come un abbraccio virtuale, una pacca sulla spalla, data in un petit cafè dove si raccontano fatti belli e brutti e dove nessuno giudica nessuno.

Il blog è crescita personale

Da quando ho intrapreso l'attività di blogger, guardo la realtà che mi circonda con occhi diversi.

Ogni cosa può diventare interessante e, con la scusa del blog, mi diverto ad approfondire tante tematiche che una volta non avrei avuto modo di analizzare.

In un anno ho imparato molte cose riguardo a svariati temi, per cui mi sento di affermare con sicurezza che avere un blog apre la mente e ti costringe a crescere.

Il blog è fatica

Scrivere un blog è faticoso, inutile nasconderlo. Non prendiamoci in giro, nessuno scrive sulla rete per non essere letto. In ogni blogger c'è una punta di sano egocentrismo.

Se vuoi creare un blog ed essere letto, devi avere un minimo di conoscenze tecniche di base oppure dei soldi a disposizione per farlo fare ad altri.

Io sono tecnologicamente indietro, all'età della pietra, per cui da autodidatta mi sono armata di pazienza, volontà e manuali per cominciare a farmi le basi.

Questo richiede tempo, sudore e una certa dose di determinazione, nonché la capacità di creare uno spazio affiancandolo a lavoro, casa, famiglia, senza penalizzare chi ci sta accanto.

Il blog è socialità

Gestire un blog aiuta a conoscere altre persone, in primis coloro che ci seguono in maniera assidua o sporadica.

Ma aiuta anche a conoscere dapprima virtualmente e poi anche fuori dalla rete le altre blogger, che siano professioniste del settore o che lo facciano come hobby.

Il mondo del blog passa attraverso queste relazioni, si nutre dello scambio di idee da cui spesso nascono collaborazioni interessanti.

Datemiunam non è un mondo isolato, ma un piccolo pianeta in mezzo ad un universo di astri calanti e nascenti.

Questo è quello che ho imparato in un anno di blogging.

Ma l'insegnamento più grande è senza dubbio questo: gioisci dei piccoli traguardi che raggiungi, ma soprattutto rialzati e ricomincia con maggior determinazione quando cadi.

Posso accettare di fallire. Tutti falliscono.

Non posso accettare di non averci provato."

Tanti auguri, Datemiunam! E tanti auguri a me e a tutti coloro che mi supportano e non mi fanno mancare il loro appoggio in questa bellissima avventura.

 

 

 

 

 

Halloween è una festa che divide il popolo: c'è chi è per i festeggiamenti a oltranza e c'è chi invece si farebbe murare pur di non averci nulla a che fare.

Io sono sempre stata affascinata da questa strana festa, fin da bambina, quando di riferimenti ad Halloween erano pieni i telefilm e perfino i cartoni animati.

Ricordo che una volta, avrò avuto sette-otto anni, ho rotto talmente tanto le scatole che alla fine i miei genitori hanno acconsentito a farmi travestire da fantasma e a invitare le mie cuginette per fare un pigiama party.

Sono quindi contenta che pian pianino questa festività stia prendendo piede anche in Italia.

Lo scorso anno abbiamo festeggiato con gli amici di sempre, più che altro abbiamo utilizzato la scusa di Halloween per ritrovarci tutti quanti dopo tanto tempo, coinvolgendo anche i bambini, ovviamente.

Quest'anno invece festeggiamenti veri e propri non ne faremo perché CF lavora. Ma in ogni caso voglio che i pupi capiscano quello che sta accadendo.

Il primo passo è quello di spiegare loro, magari sotto forma di storiella, che cosa si celebra ad Halloween.

Halloween, cos'è?

Halloween, contrariamente a quanti pensano che sia una festa di recente invenzione, è in realtà una celebrazione molto antica.

Alcuni storici attribuiscono le radici di Halloween alla festa romana dedicata a Pomona, dea dei semi e dei frutti, o alla festività dei Parentalia, culto dedicato ai morti.

Parallelamente ai Romani, anche i Celti e i Gaeli  stanziati nelle terre Bretoni avevano scelto questo periodo per festeggiare Samhain, la festa che concludeva l'estate e sanciva l'arrivo ufficiale della stagione fredda.

Come sempre accade quando una religione diviene dominante, il rito pagano viene assorbito e adattato dalla cultura cristiana.

Così, nell'anno 840 papa Gregorio IV istituisce ufficialmente la festa di Ognissanti, da cui deriva la variante scozzese di All Hallows'Eve, divenuta in seguito Halloween.

Con i movimenti migratori avvenuti nei vari periodi storici, la festa di Halloween, particolarmente sentita in Irlanda, sbarca anche nel nuovo continente.

La zucca, simbolo di Halloween, e la leggenda di Jack-o'-Lantern

"C'era una volta un vecchio irlandese, di mente fina ma dedito all'acol. Una sera Jack, questo era il suo nome, incontrò al pub nientepopodimeno che il diavolo in persona che era venuto a prendersi la sua anima.

Ma il vecchio Jack ingannò il diavolo: con un astuto stratagemma lo fece trasformare in una moneta che chiuse nel suo borsello accanto ad una croce d'argento, cosicché il diavolo non poté più ritrasformarsi.

Il malandrino acconsentì a liberare il diavolo a patto che questi lo lasciasse in pace per altri dieci anni.

Passato il tempo stabilito, la creatura infernale si ripresentò al cospetto di Jack, ma questi lo ingannò nuovamente: gli promise la sua anima in cambio di una mela.

Il diavolo si arrampicò allora su un albero per prendere il frutto, ma Jack velocemente intagliò una croce sul tronco e bloccò così il suo avversario sui rami.

Dopo varie trattative il vecchio furfante acconsentì a liberare il diavolo a patto che questi non venisse più a cercarlo e smettesse di reclamare la sua anima.

Arrivò infine l'ora della morte anche per Jack. Ma a causa di tutti i suoi peccati non venne accettato in Paradiso.

Jack andò quindi a bussare all'Inferno, ma il diavolo lo scacciò, lanciandogli tizzoni ardenti, ricordandogli il patto stipulato anni prima.

Da allora Jack è costretto a vagare per il mondo, aspettando il giorno del giudizio, con l'unica compagnia della luce di uno dei tizzoni ardenti messo al riparo in una...rapa."

Ebbene sì, all'inizio in Irlanda fu una rapa, che venne sostituita con una zucca quando la leggenda arrivò in America, perché là le rape non c'erano.

E volete sapere un'altra cosa?

Le rape venivano già utilizzate in epoca romana: si intagliavano e al loro interno si metteva una candela, per simboleggiare gli spiriti dei morti.

Ecco da dove provengono nella tradizione cristiana i lumini dei morti.

Dolcetto o scherzetto?

Halloween non è Halloween se non ci sono i bambini mascherati che girano per le case a chiedere "dolcetto o scherzetto?".

"Trick or treat" è un pilastro di Halloween e, che ci crediate o no, anche questo ha origini antiche.

Pare infatti che in epoca medioevale i poveri nel giorno dei morti usassero andare di casa in casa a chiedere l'elemosina.

In cambio ripagavano la generosità ricevuta recitando preghiere per i morti.

Perché ci si maschera ad Halloween?

Impossibile festeggiare Halloween senza travestirsi. Più il costume è pauroso, meglio è.

La notte del 31 Ottobre celebrava l'addio della primavera e l'arrivo dell'inverno.

In molte culture si credeva che il passaggio permettesse agli spiriti di ritornare per una notte sulla Terra.

Travestirsi utilizzando costumi e maschere che incutessero terrore aveva lo scopo di mimetizzarsi con le creature magiche e di prendersi gioco di loro.

Con il tempo, mascherarsi diventa anche un modo per esorcizzare le nostre paure, per rendere terrestre e quindi soggetta a limiti umani anche la Morte.

Perché mi piace festeggiare Halloween

Se mi avete letto fin qui avete capito di sicuro che se festeggio Halloween è perché sono convinta che ci sia qualcosa da celebrare.

Ecco qui 5 motivi per cui vale la pena festeggiare Halloween:

  1. la festa di Halloween rappresenta una parte della nostra identità su cui la religione cristiana ha fondato la celebrazione legata ai morti. Che si sia credenti o meno, trovo stupido rinnegare tutto quello che c'è stato prima dell'avvento del Cristianesimo;
  2. Halloween rappresenta l'arrivo dell'inverno, che non significa morte e desolazione, ma periodo di incubazione e di maturazione lenta. Gli alberi e tanti animali dormono per poi svegliarsi in primavera;
  3. festeggiare Halloween significa entrare in contatto con culture differenti dalla nostra: accogliere e fare propri altri costumi ed altre usanze è un segno di apertura mentale e di rispetto, valori che soprattutto in questo periodo dovremmo tenere tutti in grande considerazione;
  4. creare costumi di Halloween, intagliare la zucca per fare la lanterna di Jack-o'-Lantern, utilizzare la polpa per piatti dolci e salati stimola la creatività in ognuno di noi, soprattutto nei bambini;
  5. la paura e la Morte legati ad Halloween, se debitamente spiegati, possono rappresentare un'occasione di crescita anche per i nostri bambini. Scherzare con le proprie paure, ridicolizzarle, è un modo sano per renderle più abbordabili e meno terrificanti. Care mamme e cari papà, avete mai visto Harry Potter? Allora sapete benissimo come funziona l'incantesimo Riddikulus

Sia che decidiate o meno di festeggiarlo, vi auguro buon Halloween!

2

Oggi è il primo lunedì con il ritorno dell'ora solare.

Il che significa che abbiamo avuto, nella notte tra sabato e domenica, ben un'ora di sonno in più.

Quindi dovrei essere più riposata, ma scommetto che tutti noi genitori sappiamo benissimo che i nostri figli non si programmano come gli orologi.

Domenica mattina quindi bellamente si saranno svegliati prestissimo, tirandovi giù dal letto all'alba.

Nonostante la stanchezza, dovremmo ringraziare i nostri bambini che, così facendo, ci hanno permesso di sfruttare appieno la giornata.

Time is mine- La mia nuova rubrica

Siamo mamme e papà, siamo persone con tanti interessi e tante esigenze.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia importante riuscire a ritagliarsi qualche spazio per dedicarci a ciò che ci piace fare, sia esso una seduta dall'estetista o una partita a paintball.

Da qui è nata l'idea per questa piccola rubrica dove, a fine mese, vi proporrò qualcosa di interessante che ho fatto per me, di qualsiasi genere si tratti.

Lo scopo di questo spazio, che ho chiamato "Time is mine" è quello sì di darvi dei suggerimenti, ma anche quello di dimostrarvi che nonostante la nostra condizione di genitori, essere noi stessi è ancora possibile.

Non c'è niente di peggio per me di sentire frasi del tipo "Mi sacrifico per i miei figli" che tradotto in soldoni significa "Smetto di fare qualunque cosa mi piace perché devo seguire le mie creature", il che ci porta ad avere genitori esauriti e incattiviti che in modo più o meno cosciente gettano sui propri figli le loro frustrazioni.

"Qualche cosa di troppo"- Il film

Grazie ai miei adorabili pupi, domenica sono riuscita a guardare questo film francese che avevo in programma di vedere da un po' di tempo.

"Qualche cosa di troppo" è uscito quest'anno ma non se ne è sentito parlare molto.

Secondo me è un film invece che vale la pena vedere.

La regista, nonché attrice protagonista, è Dana Audrey, che aveva diretto già il film "11 donne a Parigi".

Protagonista della storia è Jeanne, una quasi quarantenne, professione architetto, sposata con due figli.

Jeanne è l'antitesi della rampante e affascinante donna in carriera.

Sul piano professionale si fa mettere i piedi in testa dai suoi colleghi e dal suo capo, su quello personale fa come gli struzzi: finge di non vedere che il suo matrimonio sta andando a rotoli.

Insomma, la povera Jeanne è una donna con una scarsa autostima che le deriva da questo concetto inculcatole fin dall'infanzia: "se non sei un uomo non vali niente".

La situazione precipita quando il marito la lascia definitivamente e il giudice stabilisce l'affido congiunto dei figli.

Jeanne, dopo lo sfogo di rito con l'amica del cuore, va a dormire affranta e si risveglia il mattino seguente, dopo una notte tempestosa, con...qualcosa in più.

Avete già capito di cosa si tratta?

Alla protagonista durante la notte è spuntato un bel pene con tanto di attributi.

Dopo l'ovvio terrore iniziale e una visita dal ginecologo (che segnerà la prima tappa di varie sedute), Jeanne si ritroverà a dover fare buon viso a cattivo gioco.

Non tutto il male vien per nuocere: la donna riesce pian piano a dimostrare il proprio valore al lavoro, lasciando di stucco sia il capo che i colleghi.

Allo stesso tempo riesce a vendicarsi del marito fedifrago, riprende le redini della propria vita e diventa una persona pienamente soddisfatta anche in ambito familiare.

Tutto questo sullo sfondo di equivoci divertenti e scene davvero esilaranti che non scadono mai nel volgare.

La commedia riesce a divertire basandosi sullo scambio uomo-donna, ma fatto in modo intelligente e profondo.

L'intento di Dana è quello di mostrarci il mondo maschile con occhi femminili ma lasciando da parte gli stereotipi (gli uomini pensano solo al sesso, le donne sono sempre delle vittime...).

Allo stesso tempo la regista vuole sottolineare quanto purtroppo la nostra società sia ancora legata a stereotipi di genere, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel film poi non manca la componente amorosa: Jeanne infatti si innamora, ricambiata, di un suo collega. Ma ora la domanda è: quest'uomo riuscirà ad amarla anche con...qualcosa in più?

Vi suggerisco quindi di vedervi questa pellicola, rilassarvi e ridere, sole o in compagnia (ecco, se non siete pronte a intavolare discussioni complesse magari mandate i bambini a nanna).

Ora aspetto i vostri preziosi suggerimenti non solo in ambito cinematografico: cosa avete fatto per voi questo mese che volete condividere?

Potete lasciarmi i vostri pensieri anche su FB o IG usando l'hashtag #timeismine @datemiunam.

 

Ve la ricordate quella frase con cui ci tediavano le nostre mamme quando eravamo piccole, quella che ci propinavano ogni tre per due, con voce ispirata e profetica: "Capirai quando anche tu sarai mamma"?

Ecco, ora che sono mamma posso dire che effettivamente non avevano tutti i torti.

Capirai quando anche tu sarai mamma

Capirai, con il tempo, imparerai tante cose, per esempio che una mamma può sopravvivere anche dormendo tre ore a notte.

Cambierai, a poco a poco, la percezione della realtà che ti circonda (sicuramente anche la mancanza di sonno avrà una sua piccola parte in questo).

Quando leggerai un libro o sentirai al telegiornale notizie di cronaca nera riguardanti i bambini, ti si stringerà inevitabilmente il cuore e lancerai uno sguardo ai tuoi figli, quasi come se bastasse questo tuo gesto per proteggerli da ogni male possibile.

E lo stesso avverrà anche quando per strada orecchierai distrattamente brandelli di conversazione tra una madre e una figlia.

Magari la madre dirà qualcosa riguardo ai rischi che corrono i ragazzi ad andare in motorino e la figlia sbufferà e alzerà gli occhi al cielo.

E tu, inaspettatamente, ti ritroverai a pensare che quella madre ha perfettamente ragione, che il motorino può essere davvero pericoloso, mentre invece fino a pochi anni prima avresti preso la ragazza sotto braccio e le avresti offerto da bere, piena di comprensione e simpatia.

Dare il buon esempio

A poco a poco mamma e papà si ritrovano a pensare che certi atteggiamenti, finora praticati con entusiasmo o magari tollerati, è il caso che non vengano compiuti davanti ai pargoli.

La serata della birra tra amici con protagonista il rutto libero per esempio verrà confinata al di fuori dalle mura domestiche , lontano dalle tenere orecchie delle innocenti creature.

Mangiare schifezze a tarda ora comodamente spaparanzati nel letto verrà sostituito dalla pratica comune a molti genitori di mangiare di nascosto cercando di fare meno rumore possibile -ma, statene certi, per quanto bravi possiate pensare di essere, i vostri figli vi beccheranno sempre-.

Da quando sono diventata mamma ho imparato che il miglior metodo di insegnamento che si possa adottare nei confronti dei bambini è dare il buon esempio, o per lo meno cercare di farlo per quanto possibile.

Il senso di meraviglia e stupore

Da quando sono mamma ho imparato a vedere le cose con occhi nuovi: una foglia, un bruco, una pozzanghera, una nuvola...

Qualsiasi cosa guardino i bambini diventa una cosa nuova e meravigliosa.

Basta solo avere la voglia di stare vicino a loro, di "sentire"il mondo come fanno loro, attraverso di loro, per tornare a vedere le cose meravigliose che il mondo ci offre.

La capacità organizzativa

Essere mamma, soprattutto se si è una mamma lavoratrice a tempo pieno, richiede per forza di cose sviluppate capacità organizzative.

Da quando sono mamma ho imparato che essere organizzate non è sinonimo di essere noiose o poco creative.

L'organizzazione (che va a braccetto con la collaborazione) ci consente di risparmiare tempo e preserva la nostra sanità mentale.

Le mamme imparano a incastrare eventi ed impegni e a coordinare i membri della famiglia come un perfetto generale.

La nascita di un bambino fa sì che le priorità di una coppia vengano riviste e rivalutate alla luce dei bisogni dei figli.

Da quando sono mamma ho imparato che tutti i membri della famiglia hanno la stessa importanza, nessuno deve annullarsi a favore degli altri.

Ho scelto di optare per il compromesso, non per l'annullamento.

Ognuno ha i propri bisogni e i propri ritmi e basta una buona organizzazione e un'ottima collaborazione per trovare soluzioni che soddisfino le esigenze di bambini e genitori.

Mettere i figli sempre al centro di tutto è controproducente e potenzialmente dannoso: cresceranno con la prospettiva che tutto sia loro dovuto solo per il loro essere figli.

La guerra delle mamme

Ma soprattutto ho imparato che le mamme sono le più grandi nemiche di loro stesse e delle altre mamme.

Le faide tra mamme sono all'ordine del giorno. Le casalinghe e le mamme lavoratrici, quelle a favore dell'allattamento e quelle che parteggiano per il biberon, quelle pro co-sleeping e quelle che di Estevil hanno fatto un dogma...

La pazienza della mamma

Ed infine ho imparato che la pazienza delle mamme è infinita quasi quanto il loro amore smodato e incondizionato.

La mamma è l'unico essere che alla tremiladiciottesima volta in cui viene pronunciato il suo nome nell'arco di dieci minuti riesce a rispondere con voce flautata: "Dimmi amore, sono qui!".

E proprio in quel "Dimmi amore, sono qui!" è racchiusa tutta l'essenza dell'essere mamma, tutta la profondità di un sentimento viscerale e totalizzante che non può essere spiegato se non con quella frase apparentemente stupida:

"Capirai quando sarai mamma".