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"In famiglia devono dominare l'amore e il rispetto"

Così era solita predicare mia nonna Pina -no, non quella delle tagliatelle, un'altra-

Sicuramente è questa  la base di un matrimonio durato più di cinquant' anni.

Questo e il fatto che mia nonna era una gran bigotta, per cui se le cose non fossero andate bene non avrebbe comunque contemplato l'idea del divorzio.

Nonostante le idee radical-cattoliche, quando penso ai miei nonni capisco che in realtà erano una coppia molto affiatata, nel senso moderno del termine.

In casa vigeva una certa divisione non scritta del lavori domestici, per cui a mio nonno spettava il compito di accendere il fuoco, arrotare coltelli, eseguire piccole riparazioni e "menare" la polenta o fare le caldarroste.

La Pina si guardava bene dal superare questi taciti confini. Dal canto suo sovrintendeva alla normale preparazione dei pasti, soprattutto dei dolci.

E della pulizia della casa, sa va sans dire, coadiuvata da uno stuolo di aiutanti, prevalentemente manodopera infantile, anche se ho visto in talune occasioni mio nonno con una ramazza in mano.

C'erano però delle faccende che i miei nonni compivano assieme e, cascasse il mondo, nessuno aveva il permesso di intromettersi, neppure io, la nipote prediletta.

Una di queste era preparare gli gnocchi.

In ogni famiglia dello stivale che si rispetti esistono ricette che si tramandano di generazione in generazione, di solito in linea matriarcale.

Ecco, la ricetta degli gnocchi non rientra tra queste.

Per meglio dire, ingredienti e procedimento sono stati messi nero su bianco su foglietti svolazzanti più e più volte e corrispondono in tutto e per tutto a quelle ricettucole che si possono reperire su un manuale di cucina qualsiasi.

Ma nessuno, quando i miei nonni hanno smesso di preparare gli gnocchi, è stato in grado di replicarli.

"Capirai che un uomo è quello giusto quando sarete capaci di  preparare assieme gli gnocchi", sentenziava la Pina tra il serio e il faceto.

Io la guardavo con gli occhi sgranati, ben lungi dal capire a cosa alludesse realmente.

Il giorno degli gnocchi era un dì di festa.

Il nonno ci mandava a prendere le patate che riposavano da mesi al buio nel sottotetto.

Del resto, si sa, per fare gli gnocchi servono patate vecchie.

Erano delle belle patatone che provenivano direttamente dal nostro orto.

Era compito di noi nipoti dissotterrarle quando era ora di raccoglierle e non ci pesava affatto, anzi.

Ce ne stavamo tutti lì, nel piccolo campicello, con i pedi nudi nella terra secca e compatta a scavare con le mani, portando alla luce quei deliziosi tuberi.

A sera eravamo in condizioni pietose: le dita scorticate con le lunette nere, le ginocchia e i piedi che recavano segni di sporcizia e il terriccio perfino nelle orecchie.

Sfatti ma felici venivamo presi in consegna da mia mamma e da mia zia che si incaricavano di ripulirci.

A questo scopo ci trascinavano al lavatoio comune (ora non se ne vedono più), in riva al fiume, e ci buttavano nella fontana sfregandoci a forza con una spazzola di saggina e un bel pezzo di sapone di Marsiglia, incuranti delle nostre proteste e dei nostri gemiti di dolore.

Ne uscivamo lindi, con la pelle arrossata e gli occhi lacrimanti.

Dicevo, quindi, le patate.

Forse gli gnocchi non sono più venuti bene proprio per via delle patate.

I nonni cominciavano in silenzio a lavare le patate sotto l'acqua corrente e poi le buttavano in un grosso pentolone a bollire.

Quando erano pronte, uno da una parte e l'altro dall'altra, sollevavano il paiolo e scolavano le patate bollite.

In religioso silenzio, le sbucciavano incuranti della temperatura che arrossava loro la pelle della mani, assottigliata dagli anni.

Il nonno, nonostante il fisico mingherlino, schiacciava ininterrottamente chili e chili di patate servendosi di un vecchio e pesante schiacciapatate, residuo prebellico.

La polpa veniva sospinta lievemente verso la Pina che, come un alchimista o una fattucchiera, gettava farina, sale e noce moscata all'interno di una grossa terrina di ceramica bianca.

Una volta rimaneggiato, l'impasto veniva steso fino a formare lunghi biscioni bianchi.

Mentre la Pina formava chilometrici cilindri tutti perfettamente uguali, il nonno partiva da un'estremità della lunga tavola di quercia, che poteva ospitare comodamente fino a venti commensali, e tagliava gli gnocchi con un piccolo coltello luccicante totalmente senza filo.

Infine, la Pina li agguantava uno per uno e li passava sui rebbi di una forchetta.

I nonni lavoravano così, per ore, instancabili, senza intralciarsi e senza fare un movimento di troppo, silenziosamente, in perfetta sintonia.

Sembravano due danzatori che mettevano in scena una vecchia coreografia, provata e riprovata per anni, che aveva oramai raggiunto la perfezione.

Infine gli gnocchi erano pronti. La Pina li  lanciava in larghi vassoi infarinati che giacevano lì accanto.

A questo punto, noi bambini spuntavamo quatti quatti da sotto il tavolo e allungavamo le nostre avide mani per rubare quanti più gnocchi possibile.

Il bottino spariva subito nelle nostre  bocche, sempre affamate.

Dovevamo fare attenzione alla Pina però: quella donna mite sapeva assestare violenti colpi con un vecchio mescolo di legno sulle mani dei più incauti.

Quando il nonno morì, la Pina smise semplicemente di preparare gli gnocchi.

"Non ha più senso farli" rispondeva, quasi scusandosi, quando noi le chiedevamo se poteva prepararli.

"Senza il nonno, non vengono buoni". E stirava la labbra in un  mesto sorriso, malinconico e misterioso.

Credo di avere capito cosa volesse dire realmente solo anni e anni dopo.

L'amore e il rispetto sono i pilastri della vita familiare.

Ma se non c'è sintonia tra i membri della famiglia, soprattutto tra moglie e marito, si perde il gusto delle cose e anche la pietanza più buona diventa scialba, insapore.

Ogni nucleo familiare deve trovare la ricetta magica per la propria perfetta sintonia.

Quando l'avrà trovata, i suoni della vita si accorderanno, creando una sinfonia unica e ineguagliabile.

E tale sintonia si rispecchierà in ogni gesto quotidiano, anche il più banale, il più semplice, come quello di  preparare gli gnocchi.

(Questo post partecipa al tema della settimana #sintonia, scelto da Arianna del Blog dei Bonzi per gli #aedidigitali)

Non ho mai festeggiato la festa dei nonni, che è entrata nel calendario ufficiale abbastanza recentemente.

Premetto che io sono una che adora festeggiare le ricorrenze, dai compleanni agli anniversari passando a quelle che spesso vengono definite "feste commerciali".

Per cui non mi sarei mai fatta scappare l'occasione di celebrare degnamente la festa dei nonni.

I nonni rivestono un ruolo molto importante all'interno delle famiglia.

Sono la memoria storica, incaricati di trasmettere valori e tradizioni alle generazioni future.

Mi pare giusto e meritevole che, in una società come la nostra dove l'età anagrafica tende a salire (e pure quella pensionabile), si renda omaggio agli anziani nella giusta maniera.

Nel nostro caso specifico, abbiamo deciso di festeggiare la festa dei nonni preparando un dolce che non avevamo mai provato, il Banana Bread.

Ora vi dico come abbiamo fatto.

Vi lascio sia la ricetta con il Bimby sia quella tradizionale, la prima più amata dalle mamme e la seconda più divertente per i bambini.

Ecco gli ingredienti per uno stampo da plumcake.

  • 2 banane molto mature (più lo sono, più il dolce viene buono perché risulta più...dolce!)
  • succo di un limone
  • 100 gr.di farina 00
  • 100 gr. di fecola di patate
  • 2 uova
  • 120 gr.di zucchero (noi utilizziamo quello di canna fine)
  • 80 gr. di burro
  • 1 vasetto di yogurt alla banana
  • 1 bustina di lievito
  • 1 cucchiaino di bicarbonato
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaino di cannella
  • frutta secca e gocce di cioccolato (facoltative)

Procedimento "versione mamma":

  • schiacciare con la forchetta le banane e bagnarle con il succo di limone per evitare che anneriscano
  • setacciare farina e fecola e aggiungere il lievito, il bicarbonato e la cannella
  • nel boccale inserire il burro e lo zucchero e azionare tre minuti, vel.3
  • aggiungere le uova, il vasetto di yogurt e il pizzico di sale e impostare un minuto, vel.3
  • versare la miscela di farine e continuare a vel.4 per due minuti
  • infine, inserire la frutta secca (noci, nocciole e pinoli) e le gocce di cioccolato (se non volete che affondino nell'impasto, infarinatele leggermente)
  • versate l'impasto nello stampo del plumcake imburrato o foderato di carta forno
  • mettete il banana-bread in forno statico preriscaldato a 180° per circa 50 minuti (come sempre, la tempistica dipende dal forno: prova stecchino raccomandatissima)
  • sfornate, fate raffreddare ed infine spolverizzate con zucchero a velo (in alternativa potete glassarlo)
  • servite a fette accompagnato da marmellata.

Nei giorni a seguire, potete scaldare leggermente le fette su una griglia o in una pentola antiaderente e servirle con burro e marmellata, proprio come fosse un pane tostato.

Versione per intrattenere i bambini:

  • setacciare farina e fecola di patate e aggiungere lievito, bicarbonato e cannella
  • schiacciare le banane e bagnarle col succo di limone
  • in una terrina dai bordi alti lavorare con uno sbattitore elettrico burro ammorbidito e zucchero finché il composto non risulterà morbido e cremoso
  • aggiungere lo yogurt, le uova e il pizzico di sale e procedere ancora per un paio di minuti
  • inserire ora le farine e proseguire per altri due minuti
  • infine mettere nell'impasto gocce di cioccolato e frutta secca

A questo punto non avete nessuna scusa per non provare il Banana Bread.

Ringhio e la Ninfa lo hanno portato ai nonni assieme a un biglietto colorato da loro e con una breve poesia allegata, un lavoretto talmente semplice che perfino una non-manualmente-dotata come me è riuscita a fare.

I nonni, che invece di ricorrenze non ne sanno molto, e quindi non se lo aspettavano, sono rimasti  davvero commossi.

Il Banana Bread è stato un successo, ma mai quanto vedere i pupi recitare la poesia ai loro amati nonni.

Buona festa dei nonni a tutti e nei commenti raccontatemi come l'avete celebrata.

 

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Intrattenere i bambini durante le vacanze estive a volte è un compito arduo.

Quali attività fare quando fuori fa troppo caldo per uscire o durante una giornata in cui piove?

Sul web si trovano tanti consigli, dai lavoretti più semplici a quelli più complessi.

Il pallino della Ninfa è la cucina. A lei piace molto aiutarmi a cucinare e ora che è un po'più grande le affido dei compiti semplici: rompere le uova, tagliare frutta e verdura con l'apposito coltellino per bambini in vendita da Ikea, mischiare le preparazioni...

Ovviamente il tutto sotto la supervisione di un adulto.

Inoltre, ho notato che la mia pupa che mangia come un uccellino è molto più invogliata a mangiare le cose che si è preparata da sola.

Ieri, mentre io e CF eravamo al lavoro, la Ninfa ha voluto prepararci una sorpresa.

Con l'aiuto della nonna ha preparato una magnifica torta ideale per la colazione.

Voglio condividere la ricetta con voi, perché è una preparazione semplicissima e adatta anche ai bambini più piccoli che non sanno ancora leggere i numeri e pesare gli ingredienti.

TORTA SETTE VASETTI

Come si capisce dal nome, per preparare questo dolce si utilizza come unità di misura un semplicissimo vasetto di yogurt da 125 grammi.

Affinché la torta venga alta e soffice, vi svelo un trucchetto: yogurt e uova devono essere a temperatura ambiente, per cui toglietele dal frigo un paio d'ore prima.

INGREDIENTI per una tortiera di 24 cm. di diametro:

  • 1 vasetto di yogurt naturale o del vostro gusto preferito
  • 2 vasetti di farina 00
  • 1 vasetto di fecola di patate o amido di mais
  • 1 vasetto di olio di semi di girasole (quello d'oliva lascia un gusto un po'forte)
  • 2 vasetti di zucchero
  • 3 uova
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • buccia di limone grattugiata

PROCEDIMENTO

Preriscaldate il forno a 180 gradi e preparate la tortiera ad anello.

Potete foderarla con carta da forno bagnata e strizzata o imburrarla e infarinarla.

In una ciotola dai bordi alti rompete le uova e unite zucchero e buccia di limone.

Come vi ho già suggerito, per evitare che il composto schizzi ovunque imbrattando mobili e muro, mettete la ciotola nel lavandino, così al massimo dovrete pulire solo quello.

Con lo sbattitore elettrico montate gli ingredienti  e quando il composto sarà bello spumoso aggiungete l'olio a filo. Continuate per una decina di secondi a velocità alta.

Ora diminuite la velocità e aggiungete lentamente lo yogurt. Senza fermarvi, versate lentamente farina, fecola e lievito precedentemente setacciati.

Mescolate a bassa velocità finché vedrete che il composto sarà diventato omogeneo e senza grumi.

Versatelo nella tortiera e infornate in forno statico ad altezza media per circa 40' minuti (ovviamente il tempo è indicativo, può variare da forno a forno).

Come sempre, non aprite il forno per i primi 25-30 minuti o la torta si affloscerà miseramente!

Sfornate, lasciate raffreddare ed infine decoratela a piacere.

Ora non resta altro che mangiarla.

Enjoy!

La Ninfa e la nonna l'hanno spolverata con lo zucchero a velo e farcita con marmellata di fragole fatta in casa.

Iniziare la giornata con una prelibatezza di questo genere metterebbe di buon umore anche il brontolone più incallito.

Potete servirla anche con frutta fresca e magari farcirla con crema pasticcera.

Insomma, come sempre sbizzarritevi e fatemi sapere qual è la vostra versione preferita!

Ecco qui la Ninfa La nonna ha scattato una foto con il cellulare e, anche se magari la qualità non è granché, il concetto si capisce!

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Ebbene sì, anche quest'anno la Ninfa e Ringhio sono partiti per andare in vacanza dai nonni.

Per qualche giorno saranno ospiti nell'accogliente casetta sul lago di Garda, serviti e riveriti come dei principini.

Noi li raggiungeremo domenica e per far loro una bella sorpresa li porteremo -tempo permettendo- in un posto magico, di cui vi parlerò a gita avvenuta.

Ora vi vedo già, care mamme, prendere posizione nei vostri ranghi: quelle che "ma come fai a lasciare i tuoi figli per così tanto tempo, che li hai fatti a fare, se una madre demmerda" e quelle che "oh, quanto sei fortunata! Potessi io lasciare i miei figli a qualcuno per qualche giorno".

Come dico sempre, la giusta via sta nel mezzo.

Non ho delegato ad altri la gestione dei pupi per andare in una SPA o a cazzeggiare in giro facendo finta di non averli mai fatti (che poi, sarebbe davvero un male?), non ho approfittato del buon cuore dei nonni per fare la pacchia (che davvero, sarebbe comunque brutto?).

Secondo me le vacanze con i nonni (ovviamente se i nonni se la sentono e se i bambini vogliono farle, perché non ci devono mai essere forzature), sono una grande opportunità per tutti.

Lo scorso anno la Ninfa ha passato anche una settimana al mare con i nonni materni, oltre alla settimana al lago da quelli paterni.

Per i bambini fare le vacanze con i nonni rappresenta uno dei passi più importanti per combattere l'ansia da separazione: arrivati ad un'età come quella della Ninfa e di Ringhio, i bambini sono in grado di capire che oltre a mamma e papà ci sono altre persone nel loro mondo.

In più, nel mio caso specifico, i nonni sono una presenza abituale e costante nella nostra vita: quando andiamo a lavorare, fanno da baby-sitter ai bimbi (e ragazze cerchiamo di capire che se ci sono i pro ci sono anche i contro di cui non si parla mai).

Andare in vacanza dai nonni significa dare ai nipoti la possibilità di instaurare e rinsaldare un rapporto essenziale per la loro crescita a livello emotivo: se ripenso ai miei nonni, posso affermare senza riserve che non sarei quella che sono se non ci fossero stati loro - e questo senza nulla togliere ai miei genitori-.

I nonni rappresentano una fonte inesauribile di conoscenze per i bambini che, specialmente a quest'età, risultano interessanti ai loro occhi.

E poi, parliamoci chiaro: avete mai visto un bambino scontento di stare con i nonni? Chi non farebbe carte false per farsi coccolare e viziare ventiquattr'ore su ventiquattro?

Lasciare andare i bambini in vacanza con i nonni per i genitori vuol dire comunicare tacitamente ai figli un messaggio di fiducia, che rafforza la loro autostima: siamo sicuri che voi siete in grado di stare per un po' anche senza la mamma e il papà, perché sapete fare tante cose: dormire nella vostra cameretta, vestirvi e lavarvi da soli, mangiare da soli...

Inoltre, ai bimbi arriva chiaro anche questo: vi lasciamo con i nonni, perché li riteniamo persone degne di fiducia, sappiamo che si prenderanno cura di voi in ogni momento. ( A onor del vero, su questo punto sto ancora lavorando: non approvo in toto certe cose che i nonni fanno, ma so che è tipico dei nonni farle, per cui mettiamoci il cuore in pace e amen!).

La cosa importante per me è far sentire comunque che mamma e papà, anche se fisicamente non sono lì, ci sono.

Il che significa telefonare regolarmente per parlare con loro, per farsi raccontare cosa stanno facendo e come si sento, magari stabilire addirittura un appuntamento telefonico ad un orario prestabilito ( si sa, i pupi sono abitudinari).

Se possibile, come nel nostro caso, andare da loro nel week-end se durante la settimana si lavora.

Last but not least, quando i bambini sono in vacanza dai nonni potete approfittarne per dedicarvi di più alla vita di coppia e a voi stesse, facendo attività che magari con i bambini fate più raramente: andare al cinema, visitare un museo o andare tranquilli a mangiare fuori.

In qualunque caso, i bambini dai nonni staranno molto meglio di quanto starete voi a casa, in bilico tra le nuove prospettive che una settimana senza figli vi offre e il perenne senso di colpa che vi coglierà all'improvviso mentre magari vi state facendo fare una maschera al viso o un massaggio rigenerante.

Perché quando nasce un bambino nasce anche una mamma e se al primo non danno il libretto delle istruzioni, alla seconda assieme alla montata lattea Madre Natura regala un'immenso senso di colpa che non ci abbandonerà mai, non opzionale ma dotazione da mamma standard.

 

  • "Ogni scarrafone è bell'a mamma soja", ossia ogni bambino è bello per la sua mamma. E il suo papà. E la sua nonna.

Le nonne (che se le scomponiamo non sono altro che  mamme all'ennesima potenza), portano avanti una loro personale crociata: dimostrare al mondo, in particolare alle altre nonne, che i loro nipotini sono "i più".

I più cosa? I più belli, bravi, intelligenti, furbi, straordinari, magnifici, obbedienti, perfetti bambini sulla faccia della terra.

Ho visto cose che voi mortali....

Nonna 1: "Pensa, il mio nipotino di nove mesi sta già imparando ad andare in bicicletta".

Frase pronunciata mentre il pupo tenta di mantenersi in precario equilibrio posando una mano sulla catena lorda di grasso e l'altra sul pedale infangato della vecchia Legnano del nonno.

Nonna 2:" Ah, ma guarda, non per fare paragoni, neh, ma il mio a soli 13 mesi fa discorsi da adulti".

Il tutto proferito con convinzione mentre il rampollo biascica "Aoao nga" sputacchiano qua e là, nel tentativo ben riuscito di imitare il nonno quando cerca di dire qualcosa senza la dentiera.

Nonna 3: "Ma pensa, il mio bambino è sveglissimo, sa già fare la pipì fuori dal pannolino", mentre il nipotino, sfilatosi il pannolino con una mossa alla Houdini, annaffia giovialmente il piede calzato in una comoda Valleverde della Nonna 1.

Pare che la vecchiaia non abbia minimamente scalfito la corazza delle fu-mamme, ma in qualche modo l'abbia resa addirittura più dura.

Se già la guerra fra mamme è estenuante, immaginatevi che grossi guai può fare quella tra nonne!

Nonna A alla figlia: "Dovresti prendere in considerazione l'idea di un soggiorno all'estero per tuo figlio. Le lingue, si sa, sono importanti"

"Ma mamma, non ti pare un pò presto? Ha solo due anni, magari quando sarà più grandicello..."

"Ma guarda che la nipotina dell'Adalgisa, che è coscritta del tuo, sa già parlare il francese"

"Sì, mamma, ma la sua mamma è Belga"

Nonna B alla nuora: "Lo so che non dovrei intromettermi, che la figlia è vostra, ma è questo il momento giusto per iscriverla a danza. A quest'età sono così flessibili e hanno già il senso del ritmo", mentre guarda con occhi sbarluccicosi la nipotina di sette mesi portarsi elegantemente il piedino sulla fronte.

E via, novella Giovanna d'Arco, la nonna passerà il suo tempo a difendere a spada tratta la sua progenie, sbandierando ai quattro venti i progressi (tali o presunti) dei nipotini come se non ci fosse un domani.

Salvo poi che il domani arriva e anche i bimbi crescono e da innocenti creature si trasformano nei figli di Satana.

Nonna 1 "Ah, mio nipote ci sta facendo tribolare! Ha compiuto 15 anni e pretende di uscire il sabato sera e di rientrare a mezzanotte"

Nonna 2 " Pensa invece che mia nipote, te la ricordi quella tutta coi boccoli biondi che sembrava un angioletto, si è rasata  e va in giro con lo smalto nero sulle unghie"

Nonna 3" Ah, dove andremo a finire! Avete saputo della nipote dell'Adalgisa? Adesso l'è andata in Francia a fare uno "stage" e sta via per un anno"

Nonna A: "Sì, però, ghe l'aveo detto all'Adalgisa: "mogli e buoi dei paesi tuoi", altro che Belga!

 

 

Un noto proverbio recita: “Invecchiando si torna bambini”.
E lo sanno bene a Piacenza: è di ieri infatti la notizia della creazione di un asilo nido all’interno di una casa di riposo.
Detto così dove sta la novità? Anche qui da me c’è un asilo nido all’interno della casa di riposo, costruito per le operatrici che vi lavorano, alla stregua di quei (pochi) asili aziendali.
Stupitevi, amiche e amici, perché la vera rivoluzione è questa: all’interno della struttura anziani e bambini interagiscono in luoghi comuni, svolgendo varie attività che vanno dalla cucina al giardinaggio.
Fanno un asilo simbiotico, dove vecchietti più o meno pimpanti si relazionano con pupi di 12-36 mesi.
Lo chiamano “scambio intergenerazionale”: due generazioni distanti si incontrano e condividono esperienze comuni.
Gli anziani hanno l’occasione di insegnare e narrare ai bambini parte del loro sapere, quasi come ci fosse un vero e proprio scambio del testimone.
E se i nonni ne giovano perché possono sentirsi utili e importanti, non sono gli unici a trarne beneficio: anche i bambini si sentono valorizzati, si divertono e imparano.
Quando ho letto l’articolo, in verità, la notizia mi ha fatto sorridere.

Mi ha fatto sorridere perché ripenso alla mia vita di quando ero bambina: lo scambio intergenerazionale era portato avanti dai nonni, che erano parte integrante della vita di quasi tutte le famiglie.
E chi i nonni non li aveva più, poteva contare su altri parenti, zie della madre o cugini del padre, per dire.
Nella vita di paese era normale che, quando entrambi i genitori lavoravano, i figli venissero lasciati automaticamente nelle mani dei nonni.
Non conosco nessun mio coetaneo che sia stato affidato a una tata.
I nonni giocavano con i bambini, li portavano a passeggiare, raccontavano loro fiabe e barzellette, li aiutavano anche coi compiti.
Nell’immaginario comune i nonni sono quella figura consolatrice che fa da controparte alle figure genitoriali: se mamma e papà sono severi e hanno il compito (a volte ingrato) di educare i bambini, dai nonni ci si aspetta che siano benevoli, gioviali e sempre pronti a viziare i nipoti.
Mi rendo conto che nella realtà di oggi avere vicino la famiglia d’origine non è quasi mai possibile.
Spesso i figli vivono in grandi centri abitati dove le opportunità lavorative sono maggiori e i nonni vivono a kilometri di distanza.
A volte capita invece che i nonni stiano ancora lavorando per cui prendersi cura dei nipoti come si faceva una volta non è proprio possibile.
Altre volte invece i nonni, che godono ancora di buona salute sia fisica che mentale, preferiscono dedicarsi ad altre attività che non comprendono l’accudimento dei nipoti.
In qualunque caso, nell’ultimo decennio, è venuto meno quel pilastro rappresentato dagli anziani che, troppo spesso, vengono quasi ghettizzati.
Essere nonni ai giorni nostri è sicuramente più difficile di una volta.
I ritmi frenetici della vita quotidiana non accettano rallentamenti di sorta, non permettono di sedersi sotto un albero a dialogare del più e del meno in beata nullafacenza .
Troppo spesso si considerano i nonni un peso, specialmente se purtroppo non sono più completamente autosufficienti.
Quello che apprezzo dell’iniziativa intrapresa dall’asilo dei nonni è proprio la riscoperta degli anziani come risorsa.
Se sei vecchio, non sei da rottamare.
Se sei anziano, puoi trasmettere le tue esperienze alla nuova generazione, attraverso racconti di fatti vissuti ma anche attraverso piccoli insegnamenti pratici.
Se sei un nonno, puoi ancora giocare e divertirti in compagnia. Proprio come fanno i bambini.
Perché quello che in fondo in fondo accomuna vecchi e bambini è la spensieratezza, la gioia delle piccole cose, la semplicità di un gesto.
Bimbi e anziani vivono un rapporto paritario, fondato sul rispetto e sulla collaborazione.
I nonni e i bambini si capiscono perché in fondo, anche se a dividerli ci sono settant’anni di differenza, parlano un solo linguaggio: quello dell’amore.