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Ieri sera la Ninfa faceva i capricci perché voleva mangiare il gelato.

"Voglio il gelato, quello buono alla panna con il cono e il cioccolato sopra!"

Immaginatevi essere tallonate da una quatrenne che ripete "voglio il gelato, voglio il gelato, voglio il gelato!" come una mitraglietta, senza tirare il fiato.

Mentre cucini, attaccata alla gamba.

Mentre sei seduta, alle tue spalle.

Mentre sei in bagno, fuori dalla porta.

Martellante, instancabile, esasperante.

Ma non ho ceduto. Sono stata ferrea, irremovibile e salda nella decisione presa di comune accordo con il padre.

"Il gelato si mangia dopo cena e solo se fai la brava e la smetti subito di fracassarmi i maroni  fare i capricci!"

Ovviamente non è servito a nulla, ha proseguito imperterrita col suo mantra, lei, tanto che alla fine è riuscita a far venire voglia di gelato pure a me, che non ne vado matta.

Durante la cena non ha toccato cibo. In compenso ci ha pensato Ringhio a ripulire per bene anche il suo piatto.

Per coerenza, anche se mi è dispiaciuto, non ha avuto il gelato tanto desiderato.

Imbronciata, la piccola è andata a buttarsi sul letto.

L'ho lasciata sbollire un pò nella vaga speranza che la tempesta si placasse.

Poi ho preso Ringhio e siamo andati in cameretta per la favola della buona notte.

"....E la donna cattiva, dal cuore di pietra, non si fece commuovere dalle lacrime della fanciulla..."

"Cosa vuol dire cuore di pietra?" mi domanda la pupa, curiosa.

"Ma non hai detto che non volevi ascoltare la favola?" insinuo, con un pizzico di soddisfazione.

"Infatti non la ascolto io, la ascoltano le mie orecchie" puntualizza la Ninfa.

Sorrido nella penombra: il gelato alla panna è stato dimenticato.

"Una persona che ha un cuore di pietra vuol dire che è una persona insensibile, cattiva"

"Il contrario della mamma che ve le dà sempre tutte vinte e vi vizia" sbotta CF dalla camera adiacente.

La Ninfa salta sul letto e grida: "No, non è vero, la mamma è cattiva e ha un cuore di pietra perché non mi ha dato il gelato alla panna".

Presa in contropiede, maledico mentalmente CF per la sua tempestività.

La Ninfa è di nuovo imbronciata. Nella luce soffusa vedo il suo corpicino rannicchiato sotto il lenzuolo.

Sospiro e continuo il racconto col cuore pesante.

Ringhio si addormenta in un batter d'occhio sopra di me, con quell'abbandono tipico che solo i bambini hanno.

Con mosse degne di un contorsionista riesco a districarmi senza svegliarlo.

Getto uno sguardo sconsolato al letto della Ninfa, da cui non proviene alcun rumore.

So che è ancora sveglia, così mi avvicino per darle un bacio.

"Ehi cucciola..." sussurro.

Pian piano la sua testa fa capolino da sotto le lenzuola aggrovigliate.

Le poso un bacio lieve sulla fronte, lei mi stringe la mano e mi chiede: "Cos'è quello?"

Seguo la direzione del ditino e tento di distinguere qualcosa.

Tra i giochi d'ombra creati dalla luce del lampione che penetra tra le persiane socchiuse, scorgo una sagoma che guizza lungo il muro.

"Sarà un insetto o un ragno, amore. Starà tornando a casa per andare a dormire. Ora chiudi gli occhi e dormi anche tu".

"Ahhhh..." risponde la pupa, calma e tranquilla.

E subito dopo urla: "Papàààààà, vieni,corri veloce!"

CF allarmato si precipita in cameretta e accende la luce.

La Ninfa saltella sul letto indicando il muro.

"Guarda, c'è un insetto grande. Buttalo via, buttalo via!"

Io la guardo esterrefatta: la mia bimba non ha mai avuto paura degli insetti, anzi. Io mi preoccupo sempre per loro, più che per lei.

Da piccola si è inghiottita un bel pò di formiche e non erano neppure quelle Bon-bon!

"Amore, bastava dirlo alla mamma...."

"No, no! Io voglio solo il mio papà che butta via le creature cattive"

CF pare rifulgere di luce propria.

Investito da cotanto onore, nei panni dell'eroe salvifico, acchiappa il malcapitato mostro e lo schiaffa nel water, giù per il tubo, senza alcuna pietà.

I bambini saltellano in giro per la stanza, eccitati, in una strana danza tribale.

"Bravo papà, bravo papà!" E battono le mani.

Lui si gode il suo momento di gloria. La Ninfa, appesa al suo collo, gli schiocca un bacio rumoroso e umidiccio sulla guancia.

CF è letteralmente in brodo di giuggiole.

"Papà, il mio pancino ha fame ora. Visto che siamo svegli, posso avere il gelato col cono e la panna?" miagola lei, con uno sguardo che non ha nulla da invidiare al Gatto con gli Stivali di Shrek.

"Ehi!" tento di oppormi.

Ma CF non mi guarda neppure. Si dirige in cucina con la bimba in braccio e Ringhio che gli trotterella dietro.

"E poi chi è che li vizia?" salto su fingendomi indignata.

"Sei stata tu a dire che non poteva mangiare il gelato, non io!" ribatte il padre dei miei figli, con una faccia da schiaffi.

"Sì, sì" sottolineano loro.

"Il mio papà è il più coraggioso del mondo. Ed è buono buono come questo gelato. Ha proprio...un cuore di panna!"esclama la Ninfa.

Guardo mia figlia leccare il gelato, completamente appagata.

Osservo il mio compagno che sorride trasognato: una volta tanto è lui al centro dei pensieri della sua bambina.

Sbircio Ringhio, a cui basta mangiare qualcosa per essere contento.

Sospiro e sgranocchio la cialda del gelato. E' davvero buono!

"E vissero tutti felici e contenti", concludo mentalmente.

(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali)

Venerdì sera CF ha deciso di portarci al cinema.

Per noi è stato un evento, non tanto per il film in sé quanto piuttosto perché era la prima volta della Ninfa.

La scelta è ricaduta su "Pirati dei Caraibi 5- La vendetta di Salazar".

Detto così non sembra una pellicola adatta ai bambini, ma i miei adorano i film con i mostri e i cattivi.. E i pirati non passano mai di moda.

La Ninfa e Ringhio avevano visto tutti i capitoli precedenti, anche se la visione di ognuno era stata fatta in due tranche, vista la lunghezza di ogni episodio.

Per una sera la Ninfa è tornata ad essere figlia unica, con mamma e papà tutti per sé.

Non si è fatta mancare nulla, dai pop-corn giganti alle caramelle.

La piccola è rimasta affascinata dall'immensità della sala cinematografica: seduta a gambe incrociate sulla poltrona guardava a bocca aperta lo schermo gigantesco.

Unica pecca il volume: a causa del sistema dolby atmos così realistico ogni minimo rumore risulta percettibile e, a orecchie non abituate, inizialmente può creare un attimo di fastidio.

Incredibilmente non ha esclamato: "Mamma, mi scappa la pipì!" che era la cosa che temevo di più: camminare al buio, risalire le gradinate con una quatrenne che rischia di farsela sotto e correre al bagno....Mi venivano i brividi solo a pensarci!

Non ha neppure parlato molto, come invece fa normalmente a casa: niente perché qui e perché là, niente cosa sta facendo questo e cosa sta facendo quello.

Guardava il film, così concentrata che a volte si dimenticava di masticare il pop-corn che aveva in bocca.

Io e CF eravamo un pò tesi: volevamo rendere questa serata unica, sia perché appunto era la prima volta sia perché era la sua "serata speciale".

Abbiamo tentato di farla chiacchierare per sapere se c'era magari qualcosa che non le andava, ma lei ci ha liquidati con un: "Fate silenzio che sto guardando il film!".

Capisco benissimo che "Pirati dei Caraibi 5-la vendetta di Salazar" visto sui grandi schermi sia in grado di catturare l'attenzione non solo dei piccoli, ma anche dei grandi.

La bravura dei registi infatti si nota nella sceneggiatura e nell'uso consapevolmente grandioso degli effetti speciali: gli arrembaggi e gli scontri tra i vascelli sembrano veramente reali.

I costumi e le location sono fantastiche, vien voglia di visitare quei luoghi così esotici, soprattutto ora che sta arrivando l'estate.

Se la Ninfa è rimasta impressionata da tutto questo, io invece a livello di trama sono rimasta un tantino delusa.

Il film mi è sembrato ricalcato sul primo capitolo della saga.

La coppia giovane invece che da Orlando e da Keira ( che fanno una breve apparizione) è formata da Brenton Thwaites e Kaya Scodelario.

Il giovanotto è il figlio di Will Turner che ora è condannato a servire sulla nave maledetta dallo stesso sortilegio che aveva colpito suo padre "Sputafuoco" Turner.

Potrà essere liberato solo da un oggetto magico e misterioso chiamato il tridente di Poseidone.

Che, guarda caso, per motivi differenti è anche l'oggetto dei desideri della protagonista femminile, una giovane orfana divenuta astronoma e accusata di stregoneria.

Nella ricerca i due, che si incontrano casualmente, vengono ovviamente aiutati dal mitico Jack Sparrow, che ha tutti gli interessi nel ritrovare il Tridente.

Solo in questo modo infatti riuscirà a liberarsi del non morto capitano Salazar, indomito sterminatore di pirati che ha un conto aperto col protagonista.

Per ragioni di tipo economico invece il bucaniere Hector Barbarossa decide di fare il doppio gioco: dopo una pericolosa alleanza con Salazar passa dalla parte dei buoni.

E come se non bastasse, entra in gioco anche la marina britannica: chi ha il Tridente ha il potere su tutti i mari e quindi l'impero britannico non può farselo sfuggire.

Colpi di scena, duelli mozzafiato, battute ironiche che non mancano mai, in linea con le aspettative sulla saga.

Quello che per me riesce a salvare la pellicola da banale remake del primo episodio e farla diventare un sequel piacevole è la possibilità che ha ogni personaggio di avere uno spazio tutto suo all'interno della trama.

Si apprende l'origine del soprannome di Jack Sparrow, si scoprono retroscena romantici e tragici su Barbarossa e si racconta la vita di Salazar...

Passatemi il termine: l'ho trovata una pellicola democratica da questo punto di vista.

E se il personaggio di Jack non risulta così brillante come nei capitoli precedenti, la verve è affidata all'antagonista, l'attore Javier Bardem, un cattivo coi fiocchi.

Tutto sommato, per me è stata una serata fantastica. Ho apprezzato il gesto di CF che ci ha voluto regalare questo momento e l'ha apprezzato anche la Ninfa, nonostante non sia arrivata sveglia al finale.

La mattina dopo ha decretato che lei vuole andare al mare e che dobbiamo procurarle una bussola magica come quella del film.

Voi siete delle appassionate di questo genere di film? Cosa guardano i vostri figli?

 

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I bambini, si sa, non hanno il concetto del tempo.

Non sanno cos'è un'ora, un giorno o un mese, vivono nel "qui e ora".

Ve ne sarete accorte anche voi, quando per esempio dite loro "ancora cinque minuti e poi andiamo" e, quando arriva il momento, loro esclamano "ma no è passato pochissimo".

Oppure quando siete in coda alla cassa e vi fanno gentilmente notare che "è almeno un anno che sono lì in piedi".

Però in compenso sono in grado di passare davvero un'ora d'orologio ad osservare una formichina attraversare il prato o le gocce di pioggia inseguirsi sul vetro della finestra.

Pare che la relatività del tempo contagi anche i padri dei nostri figli.

Non appena divengono genitori, infatti, avviene qualche mutazione genetica: scatta un primordiale istinto contemplativo.

Se già prima, quando eravate solo una coppia, pretendere di avere il tavolo sparecchiato dopo mezz'ora dalla fine del pasto era un miraggio, ora che avete figli mezz'ora, se vi va bene, diventerà uno standard.

Gli uomini sono procrastinatori per natura. Tranne che su una cosa, e avete già capito quale.

Perché si deve fare oggi quello che può essere fatto domani?

Tutte le faccende domestiche, in generale, non vengono avvertite come prioritarie.

Prima di sparecchiare non è meglio digerire con calma?

C'è sempre tempo per mettere i piatti in lavastoviglie, non cambia niente se li metti alle 20.00 o alle 22.00.

E ti perdi il bello della vita, ammirare i pupi neonati mentre dormono o mentre gorgheggiano, in fondo crescono così in fretta...

"Dopo" diventa il loro mantra. 

E questo fa a botte con il mio: "prima il dovere e poi il piacere".

"Tesoro, puoi portare fuori la spazzatura?"

"Sì, dopo, adesso sto giocando con le Lego"

"Amore, puoi passarmi la pentola?"

"Certo, dopo, ora finisco di fare la lotta con Ringhio"

"Caro, puoi preparare il caffè?"

"Adesso? No, dai, dopo, ora stiamo guardando un cartone"

Insomma, utilizzano senza vergogna i  bambini.

"Ma come, dici sempre che dovrei dedicare più tempo ai nostri figli e quando sono con loro mi chiedi di fare delle cose che non sono urgenti?!"  esclamano, con tono incredulo e amareggiato.

E qui scatta la trappola: sì, perché siamo così ingenue da abboccare ingoiando esca, amo e tutto.

Con gli occhi a cuoricino, sentendoci perfino in colpa, balbettiamo un "non ti preoccupare, faccio io", orgogliose che il padre dei nostri figli faccia "il papà".

Uè, balenghe, non sarà il caso di svegliarsi un pò?

O siete particolarmente zen, per cui riuscite veramente ad aspettare il non meglio definito "dopo" che potrebbe quantificarsi in minuti, ore o giorni o trovate una soluzione alternativa.

Siccome "c'è un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù", io scelgo la strada alternativa.

"Bambini, aiutate il papà a sparecchiare che dopo la mamma vi dà una caramella gommosa?"

Sì, lo so, baro, gioco sporco.

Ma funziona: i bimbi costringono l'uomo di casa a fare qualcosa subito perché, vivendo "qui e ora" , il "dopo" del padre per loro non ha molto senso.

"Dopo quando?" chiedono.

"Dopo aver sparecchiato"rispondo io serafica.

Bastano due o tre volte e l'arte del procrastinare viene assoggettata alle esigenze di routine familiare.

Così dopo tutti, compresa la mamma, hanno tempo a volontà da dedicare alle arti contemplative, nella fattispecie sedersi sul divano e contemplare i bambini giocare con il papà.

Che non può sfuggire cavandosela con un "gioco con voi dopo aver aiutato la mamma".

 

 

 

 

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Ma perché nella vita le situazioni in cui ti ricordi davvero i motivi per i quali stai con qualcuno, i momenti in cui lo senti, saranno quattro o cinque in tutto, e se sei fortunato"

Oggi il post è dedicato a questo volumetto intitolato "Notti in bianco, baci a colazione" di Matteo Bussola.

Ho conosciuto l'autore attraverso le parole di un'intervista in cui mi sono imbattuta tempo fa e mi è sembrato un personaggio sopra le righe.

Matteo, come dichiara lui stesso, di professione fa il padre e il fumettista. Disegna fumetti e cresce, come meglio può, tre figlie assieme a Paola e ai loro cani.

Il libro nasce per caso: Matteo narra su Facebook degli aneddoti riguardanti la sua vita (non solo come padre, ma come uomo) e via via sempre più persone cominciano a leggerlo.

Alla fine viene notato e gli propongono l'idea di un libro con alcuni dei suoi pezzi meglio riusciti.

E' una lettura lieve, leggera e allo stesso tempo in grado di smuoverti dentro.

Tutti, sia mamme che papà, possiamo riconoscerci nella fatica della vita quotidiana narrata però attraverso le gioie, le situazioni divertenti, comiche e tragicomiche di questa famiglia.

Proprio qui sta la chiave vincente della narrazione: Matteo non è uno che si lamenta, che vede il bicchiere mezzo vuoto.

Matteo è uno che la vita la affronta di petto, ci sguazza dentro, si vede che quel che fa (e non solo a livello lavorativo) gli piace molto, la gioia di essere padre e il riconoscere questa parte di sé impregna ogni più piccola parte del suo essere.

I rapporti con le figlie, con la compagna Paola, con le famiglie di origine, gli amici, i vicini...è descritto attraverso piccole storielle di vita vera.

Lo stile narrativo è sempre semplice, mai prolisso o pesante. Allo stesso tempo l'autore ha quest'abilità di parlare di cose complicate con una semplicità disarmante che ti tocca il cuore.

Lettura consigliata sia a chi ha figli sia a chi non ne ha, alle mamme e ai papà che sicuramente ci si ritroveranno -chi più, chi meno- e magari impareranno anche qualcosa.

Grazie alle altre amiche della blog-sfera che lo hanno recensito prima di me.

(Questo post partecipa al venerdì del libro, a cura della mitica Homemademamma).

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La sera scorsa sono riuscita ad intrufolarmi in bagno di soppiatto.

Mentre ero chiusa là dentro, con le luci spente per non farmi individuare, ho sentito che CF e la Ninfa parlottavano tra di loro.

Il discorso era dei più seri, con risvolti filosofici e metafisici.

"Papà, sai che la nonna G. mi ha detto che quando lei va in cielo mi lascia tutte le sue collane e tutti i suoi anelli? E anche il suo profumo alla violetta di Palma"

"Davvero? Ma per fortuna la nonna G. non andrà in cielo ancora per molto tempo"

"Sì, lo so. Però intanto è vecchia"

"E io, come sono, giovane o vecchio?"

Silenzio per mezzo secondo.

"Tu sei vecchio, papà! Non vedi quanti capelli grigi che hai?"

Ho sentito la classica tegola che si infrangeva sulla testa di CF, assieme al suo maschio orgoglio.

"E la mamma, lei com'è?"

"Ma la mamma è giovane, giovanissima!"

Ok, domani le compero un bel pacchetto di orsetti gommosi tutto per lei.

"Ehhh, ma la mamma non è mica tanto giovane. Tu non vedi i capelli grigi solo perché si fa la tinta"

"Macchè, papà! La mamma si pittura i capelli perché il suo colore non le piace. Ma non ce li ha mica i capelli grigi. Tu sì, perché sei vecchio"

CF sbuffa e mugugna.

"Ma tu vuoi bene al papà anche se non è tanto giovane?"

"Sì, a volte sì, a volte no perché mi fai arrabbiare."

"E la mamma ti fa arrabbiare?"

"Sì, ma alla mamma voglio bene sempre."

"Perché?"

"Perché è la mamma, no?"

"E alla nonna?"

"Sì, perché quando va in cielo mi lascia le sue cose. E ha detto che quando è in cielo lei non fa niente e si riposa e guarda cosa facciamo io e Ringhio"

"Ma la nonna a me cosa lascia quando va in cielo?"

Silenzio.

"Niente"

"Perché?!"

"Perché anche tu vai in cielo con lei. Non si può mica lasciare la nonna da sola. Con chi parla sennò? Devi andare a fargli compagnia, poverina!"

"Ma come fate tu e Ringhio senza il papà?"

"Tanto c'è la mamma, mica siamo soli. Vai pure papà, così poi anche tu ci guardi dal cielo assieme alla nonna e siamo tutti felici e contenti".

Tutti, forse, tranne il povero CF.

Aprile dolce dormire, ma come si fa quando i tuoi figli si beccano l'ennesimo raffreddore?

Nasi gocciolanti e tappati comportano notti agitate. I pupi cominciano a russare come trattori, che già in sé è abbastanza fastidioso.

Come se non bastasse, il muco scende lungo la gola provocando dei veri e propri attacchi di tosse.

Non so se capiti anche ai vostri bambini, ma i miei poi a forza di tossire vomitano.

E questo significa: "Mamma, ho bomitato. Posso dormire con te?"

E la povera mamma coadiuvata da un papà che si regge a malapena in piedi dovrà:

. ripulire il figlio di turno che si sarà sporcato;

. convincere l'altro figlio a dormire: "Amore, anche se la luce è accesa adesso è notte e si dorme";

. verificare l'entità del danno (io di solito comunque tolgo le lenzuola e pulisco il pavimento se è sporco senza aspettare la mattina perché l'idea di avere quella sostanza viscida e puzzolente spalmata in camera non mi fa chiudere occhio, quasi come se la pozzanghera potesse mutarsi in un nauseabondo blob);

. cercare di riconquistare il sonno perduto con due pupi nel lettone, incrociando le dita affinché il disastro non si verifichi di nuovo nel talamo nuziale e il figlio di turno non ricopra di vomito i restanti membri della famiglia.

Capite quindi che insegnare ai miei figli a soffiarsi il naso per me diventa più vitale dello spannolinamento.

Quando sono piccoli si fanno quei bellissimi lavaggi nasali, efficaci solo se fatti nel modo giusto.

Va da sé che se il bambino è collaborativo allora il lavaggio si fa nel modo corretto e non esistono problemi di naso tappato.

La Ninfa è sempre stata abbastanza brava, anche quando era già grandicella. Di conseguenza non ho avuto bisogno di insegnarle a soffiarsi il naso presto.

Quando mi ci sono messa secondo me aveva già quasi tre anni e ha imparato in quattro e quattr'otto.

Siccome ovviamente i fratelli non sono uguali anche se nati dallo stesso grembo, Ringhio ha sempre odiato fare i lavaggi nasali.

Per lui farsi iniettare soluzione fisiologica nelle narici o utilizzare le apposite bombolette di soluzione iper/ipotonica equivaleva a farsi scuoiare vivo.

Ora che ha due anni abbondanti e una certa potenza fisica non ci provo neppure con l'aiuto di nonne e padre.

Urge quindi che impari a soffiarsi il naso.

Ma come si insegna ad un bimbo una cosa che per noi è tanto semplice da essere scontata?

Sotto forma di gioco, naturalmente. E queste sono alcune delle soluzioni che ho trovato in rete.

Soluzione A: scomporre l'atto del soffio in azioni singole, cioè: prendere un bel respiro con la bocca e trattenere l'aria gonfiando le guance per poi farla uscire lentamente dal naso. Dopo essersi esercitato per due o tre minuti al giorno per alcuni giorni di seguito,  fare uscire l'aria dal naso in maniera veloce, senza l'uso del fazzoletto. Dopo una settimana il pupo dovrebbe essere in grado di soffiarsi il naso.

Soluzione B: procuratevi  una pallina da ping pong  e  una scatola di scarpe vuota. Mettete la pallina al centro del bordo del tavolo e sul lato opposto la scatola, come se fosse la porta di un campo di calcio. Il gioco consiste nel soffiare con il naso (e solo con il naso e non con la bocca) contro la pallina mandandola verso la scatola per fare goal. Simulate varie gare, coinvolgendo oltre al bambino anche altri membri della famiglia. Quando servirà, dite al pupo di soffiare con il naso come quando giocate con la pallina.

Soluzione C: utilizzate uno specchietto portatile, come quelli doppi che si usano per truccarsi. Fate vedere al pargolo che, quando soffiate col naso sullo specchio, si forma una nuvoletta di vapore e lo specchio si appanna. Fatelo fare anche a lui, magari inventate anche una storiella carina che lo renda più partecipe. Dopo qualche tentativo avrà familiarizzato con il meccanismo.

Soluzione D: mettete la mano del bimbo davanti al vostro naso. Ditegli di prendere fiato e di chiudere ben strette le labbra. Mettete un dito sulla loro bocca per verificare che non soffino con la bocca. Con l’altra mano tenete a pochi centimetri dal loro naso un fazzoletto di carta. Se riescono a spostarlo soffiando col naso, hanno vinto. Anche qui, a forza di esercizi, imparano la giusta tecnica e poi potete passare a fargli mettere il naso dentro il fazzoletto.

Soluzione E: usate dei pezzettini  di carta velina colorata e metteteli in una scatola. Mettete alcuni pezzettini di carta velina sulla vostra mano e fate vedere al bimbo che riuscite a farli volare tenendo la bocca chiusa con la forza del vostro naso. Fate provare anche lui. Dopo alcuni tentativi, chiedetegli di farlo soffiando solo con una narice e chiudetegli l’altra con un dito. Quando diventano abili si possono proporre delle sfide coinvolgendo gli altri membri della famiglia.

Che dire?  Mi sembrano dei metodi simpatici ed efficaci. Stasera comincerò a provare e poi vedremo.

A forza di dai e dai, anche Ringhio riuscirà ad imparare a soffiarsi il naso.

E noi (forse) potremo dormire più tranquilli.

Voi come avete insegnato ai vostri figli a soffiarsi il naso?