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Luglio e Agosto sono i mesi in cui generalmente le famiglie italiane si preparano per partire e andare in vacanza.

Sul web impazzano le liste delle cose da preparare e da mettere in valigia.

Ce n'è per tutti i gusti: come fare i bagagli, cosa mettere in valigia se si va al mare, in montagna, se i prende l'aereo, se si viaggia con la bici...

E ancora: cosa preparare se sei single, per un viaggio di coppia, se hai famiglia, se i bambini sono piccoli, se sono adolescenti, se partiamo con i nonni, se ci sono anche i pets...

Beh, come dicono gli amici inglesi "riding the gravy train", per cui ecco qui la mia lista universale di cosa mettere in valigia quando si va in vacanza:

  • curiosità: anche una semplice giornata al mare, se vista con occhi nuovi, può essere fonte di sorprese. Una conchiglia rara, una nuvola con una forma strana, un nuovo cocktail da provare...
  • niente preconcetti: è inevitabile che quando si parte ognuno abbia delle aspettative ma i preconcetti, soprattutto quelli basati sui luoghi comuni, lasciamoli pure a casa. Non è vero che gli inglesi sono tutti freddi, che i francesi sono tutti affascinanti e che tutti gli italiani sono chiassosi. L'apertura mentale, in particolar modo se si va all'estero, ci permette di rapportarci con altre culture, di immergerci nell'atmosfera, di sperimentare e quindi di crescere;
  • la voglia di conoscere persone nuove: tanti amici che ho attualmente li ho incontrati in ferie. Che si tratti di una settimana o di un mese bando alla timidezza e buttatevi: le persone sono piccoli mondi, perfino il vicino di ombrellone può rivelarsi più interessante di quanto avevate immaginato;
  • lo spirito d'avventura: abbiamo tutto il resto dell'anno per essere ligi ai doveri. Se in ferie sgarriamo un po', facciamo cose che abitualmente non facciamo e viviamo in modo più frizzante il nostro umore e la nostra autostima ne trarranno beneficio;
  • rilassiamoci: abbiamo sgobbato tutto l'anno, ce lo meritiamo o no un po' di sano relax? E allora ben venga la giornata passata stesi sotto l'ombrellone o su un bel prato di montagna a fare niente, a inseguire pensieri futili, a immaginare, a perdere tempo;
  • divertimento: qualunque sia il vostro concetto legato alla parola "divertirsi", fatelo: tornate bambini, giocate, saltate, ballate, cantate...
  • pazienza: teniamo presente che durante i viaggi gli imprevisti possono sempre capitare, sia che ci siano bambini sia che siamo da soli o in dolce compagnia. Cerchiamo di non ingigantire il problema, di affrontarlo con serenità, di non farci rovinare la vacanza per quelle che spesso sono bazzecole;
  • sano egoismo: le vacanze sono anche le vostre per cui non fatevi scrupoli a pretendere di gestire il vostro tempo anche in funzione dei vostri desideri e delle vostre esigenze. Questo si dovrebbe fare anche durante il resto dell'anno, ma so che a volte non è facile da attuare per un milione di motivi. Durante le ferie però fatelo, anche voi mamme dedite al sacrificio sempre e comunque (perché ci sono e questa non è una critica, ma una semplice constatazione).

Ecco, queste sono le cose da mettere in valigia per andare in ferie e che renderanno la vostra vacanza una vacanza perfetta.

Se ne avete altre, lasciatemi i vostri suggerimenti: non vedo l'ora di leggerli.

 

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Ebbene sì, anche quest'anno la Ninfa e Ringhio sono partiti per andare in vacanza dai nonni.

Per qualche giorno saranno ospiti nell'accogliente casetta sul lago di Garda, serviti e riveriti come dei principini.

Noi li raggiungeremo domenica e per far loro una bella sorpresa li porteremo -tempo permettendo- in un posto magico, di cui vi parlerò a gita avvenuta.

Ora vi vedo già, care mamme, prendere posizione nei vostri ranghi: quelle che "ma come fai a lasciare i tuoi figli per così tanto tempo, che li hai fatti a fare, se una madre demmerda" e quelle che "oh, quanto sei fortunata! Potessi io lasciare i miei figli a qualcuno per qualche giorno".

Come dico sempre, la giusta via sta nel mezzo.

Non ho delegato ad altri la gestione dei pupi per andare in una SPA o a cazzeggiare in giro facendo finta di non averli mai fatti (che poi, sarebbe davvero un male?), non ho approfittato del buon cuore dei nonni per fare la pacchia (che davvero, sarebbe comunque brutto?).

Secondo me le vacanze con i nonni (ovviamente se i nonni se la sentono e se i bambini vogliono farle, perché non ci devono mai essere forzature), sono una grande opportunità per tutti.

Lo scorso anno la Ninfa ha passato anche una settimana al mare con i nonni materni, oltre alla settimana al lago da quelli paterni.

Per i bambini fare le vacanze con i nonni rappresenta uno dei passi più importanti per combattere l'ansia da separazione: arrivati ad un'età come quella della Ninfa e di Ringhio, i bambini sono in grado di capire che oltre a mamma e papà ci sono altre persone nel loro mondo.

In più, nel mio caso specifico, i nonni sono una presenza abituale e costante nella nostra vita: quando andiamo a lavorare, fanno da baby-sitter ai bimbi (e ragazze cerchiamo di capire che se ci sono i pro ci sono anche i contro di cui non si parla mai).

Andare in vacanza dai nonni significa dare ai nipoti la possibilità di instaurare e rinsaldare un rapporto essenziale per la loro crescita a livello emotivo: se ripenso ai miei nonni, posso affermare senza riserve che non sarei quella che sono se non ci fossero stati loro - e questo senza nulla togliere ai miei genitori-.

I nonni rappresentano una fonte inesauribile di conoscenze per i bambini che, specialmente a quest'età, risultano interessanti ai loro occhi.

E poi, parliamoci chiaro: avete mai visto un bambino scontento di stare con i nonni? Chi non farebbe carte false per farsi coccolare e viziare ventiquattr'ore su ventiquattro?

Lasciare andare i bambini in vacanza con i nonni per i genitori vuol dire comunicare tacitamente ai figli un messaggio di fiducia, che rafforza la loro autostima: siamo sicuri che voi siete in grado di stare per un po' anche senza la mamma e il papà, perché sapete fare tante cose: dormire nella vostra cameretta, vestirvi e lavarvi da soli, mangiare da soli...

Inoltre, ai bimbi arriva chiaro anche questo: vi lasciamo con i nonni, perché li riteniamo persone degne di fiducia, sappiamo che si prenderanno cura di voi in ogni momento. ( A onor del vero, su questo punto sto ancora lavorando: non approvo in toto certe cose che i nonni fanno, ma so che è tipico dei nonni farle, per cui mettiamoci il cuore in pace e amen!).

La cosa importante per me è far sentire comunque che mamma e papà, anche se fisicamente non sono lì, ci sono.

Il che significa telefonare regolarmente per parlare con loro, per farsi raccontare cosa stanno facendo e come si sento, magari stabilire addirittura un appuntamento telefonico ad un orario prestabilito ( si sa, i pupi sono abitudinari).

Se possibile, come nel nostro caso, andare da loro nel week-end se durante la settimana si lavora.

Last but not least, quando i bambini sono in vacanza dai nonni potete approfittarne per dedicarvi di più alla vita di coppia e a voi stesse, facendo attività che magari con i bambini fate più raramente: andare al cinema, visitare un museo o andare tranquilli a mangiare fuori.

In qualunque caso, i bambini dai nonni staranno molto meglio di quanto starete voi a casa, in bilico tra le nuove prospettive che una settimana senza figli vi offre e il perenne senso di colpa che vi coglierà all'improvviso mentre magari vi state facendo fare una maschera al viso o un massaggio rigenerante.

Perché quando nasce un bambino nasce anche una mamma e se al primo non danno il libretto delle istruzioni, alla seconda assieme alla montata lattea Madre Natura regala un'immenso senso di colpa che non ci abbandonerà mai, non opzionale ma dotazione da mamma standard.

 

Vi ho già detto che per me giugno rappresenta sempre il mese della fine?

Ma ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio, un pò come quando a dicembre si fa la lista dei buoni propositi.

Ecco, i buoni propositi di solito sono buoni fin tanto che li pensi, ma poi non si concretizzano mai.

Le diete vengono sempre rimandate al lunedì, l'iscrizione in palestra al mese seguente, il riordino della casa alle pulizie di primavera...

In una parola, procrastiniamo e rimandiamo. E mi ci metto anch'io, eh.

Giugno invece no. Lui è il mese dei progetti concreti, delle cose realizzabili, tangibili.

Sarà perché con l'arrivo dell'estate mi sento più piena di energia, più positiva e più propositiva.

Le giornate si allungano, i bambini passano più tempo fuori, all'aria aperta.

Ed io ho più tempo per pensare, programmare, progettare.

Le miei idee, appena abbozzate, prendono forma attraverso le parole, attraverso i dialoghi con CF (a volte proprio un santo!) e diventano fattibili.

Poi si parte così, in sordina, quasi per gioco.

"E se proviamo a...?"

"Sì, però come facciamo? Dobbiamo arrangiarci con quel che abbiamo"

"Via, dai, vediamo se siamo capaci, qualcosa ne verrà fuori"

"Del resto, guarda col blog, non eri capace neppure a inserire un'immagine....Se poi parliamo delle cose che hai fatto fuori dal mondo virtuale, lo sai meglio di me."

"Sì, boh, mah, non sapresi...E se poi viene una schifezza?"

"Noi proviamo..."

Insomma, dagli che ti ridagli, tra una risata di cuore e una caduta a picco dell'autostima, è nato lui:

 il mio canale youtube!

Quello che vedete qui sopra è ovviamente una prova....La vita va presa con leggerezza!

Date un'occhiata agli altri video che ho caricato e fatemi sapere cosa ne pensate.

Si accettano consigli, anche perché ho delle idee su quello che vorrei fare ( ve ne parlerò in seguito)  ma il confronto è sempre d'aiuto.

Ah, non serve che vi dica di iscrivervi, vero?

 

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Ieri dopo il lavoro sono andata con la Ninfa e Ringhio in un parco giochi vicino a casa.

L'ombra degli alberi e un leggero venticello hanno spazzato via in un attimo l'ardente calura estiva della giornata.

Il parco è deserto. A parte noi un vecchietto, seduto sull'unica panchina di legno, le mani rugose appoggiate al bastone.

La Ninfa sale sull'altalena e comincia a spingersi con le sue gambette magre, su su, sempre più in alto.

Ringhio invece scala lo scivolo e getta sassi e rametti dall'alto.

Io mi godo l'apparente silenzio del luogo. Le foglie che frusciano e lo sciabordio del piccolo ruscello, i rumori del traffico in lontananza, ovattati, quasi una pennellata leggermente più marcata su una tela dai toni pastello.

Rilassata, mi siedo sulla panchina. Lo scricchiolio del legno scuote dal torpore l'anziano signore, che gira appena la testa per guardarmi.

Solo il tempo di accennare un sorriso; poi il suo capo torna nella posizione originaria, i suoi occhi si chiudono.

Resto ad osservarlo un momento, con un misto di tenerezza e rimpianto. Ho un debole per i signori anziani, lo confesso: mi fanno sempre venire in mente mio nonno.

I ricordi si affacciano alla memoria, forti e vividi. Ma ci pensa Ringhio a farmi tornare bruscamente al presente: si avvicina urlando, brandendo tra le mani due bastoncini lunghi e sottili.

Il vecchio sobbalza, quasi spaventato. Imbarazzata, tento di far tacere mio figlio, ma è una battaglia persa in partenza.

A piccoli balzi sopraggiunge anche la Ninfa, incuriosita da tutto quel baccano.

-Ciao, come ti chiami?- chiede rivolta al signore.

Lui la guarda, un luccichio divertito negli occhi cerulei.

-Mi chiamo Pietro- La voce è arrochita, quasi che le sue corde vocali siano ferme da tempo, disabituate a formulare parole e suoni.

-Io sono Irene e lui è il mio fratellino, Michele-

Ringhio agita mano e rametto a mo' di saluto. Il signore ricambia con un cenno del capo.

-Su, andate a giocare- li esorto condiscendente.

In quel momento sulla strada che fiancheggia il parchetto passa rombando un autobus.

-Bus, bus, bus!- esclama Ringhio eccitato.

-Sì, è un autobus- puntualizza la Ninfa in modalità maestrina.

-Sapete una cosa, bambini?

I pupi si fermano e guardano interessati l'uomo, ora completamente desto.

-Quando ero piccolo io gli autobus erano più belli di quelli di adesso-

-Davvero?!- esclama la Ninfa, stupita.

-Vero?!- le fa da eco il fratello.

-Sì, si muovevano su delle rotaie, come quelle dei treni, ed erano attaccati ad un filo. Si chiamavano filobus-

-Fi-lo-bus- sillaba mia figlia, come se stesse pronunciando una parola magica.

-Ahhh- prosegue il vecchio, fissandomi intensamente- forse vi sto annoiando. Andate a giocare-

Ma ormai è fatta. Li conosco bene, io, i signori anziani: quando il vaso di Pandora è aperto, non c'è più niente da fare.

-Niente affatto- rispondo con voce gentile.

I bambini si siedono sull'erba, ai suoi piedi, protesi verso di lui.

Sorridendo, Pietro riprende a parlare.

-Quando ero piccolo, cinque o sei anni, abitavo giù in città, a Brescia. Erano gli anni Cinquanta, i miei genitori avevano comperato una casa Marcolini nel villaggio Violino. Pensi, allora mio padre lavorava alla OM e non è che fossimo ricchi, anzi. Con il suo salario doveva mantenere me e i miei tre fratelli. E mia madre, ovviamente. A quei tempi le donne non lavoravano ancora, facevano le casalinghe, si occupavano della casa e dei bambini.-

Si schiarisce la gola e con voce più ferma riprende il racconto.

-La OM, dicevo, aveva anticipato agli operai i soldi per la casa. Addirittura un terzo della spesa l'avevano sostenuto loro, senza pretendere neanche gli interessi. Il restante lo si pagava in rate mensili. Mica come adesso, che le banche per darti i soldi per la casa ti spennano con gli interessi che chiedono-

Prende fiato un attimo. Un leggero rossore fa capolino sulle guance incavate.

-Era una casetta piccola con un pò di giardino attorno. Mia madre ci teneva moltissimo, la puliva e la puliva con una venerazione maniacale. Quando noi bambini tornavamo la sera, dopo essere stati in strada a giocare tutto il giorno, se era estate ci lavava direttamente in giardino, a turno, in una grossa vasca di metallo. Ci strigliava per bene con una spazzola e un pezzo di sapone di Marsiglia, poi ci faceva entrare e aspettavamo che tornasse mio padre per cenare.

-Anche noi ce l'abbiamo la piscina piccola di fuori, ma non abbiamo il sapone- sbotta la piccola

-N'coa- Ancora lo sollecita Ringhio

Pietro non esita ad accontentarlo. E' un fiume in piena, ora, impossibile da fermare.

- La Domenica era il giorno più bello. La mamma ci faceva mettere i vestiti buoni, quelli eleganti o meglio quelli più in buono stato e ci faceva andare alla Messa. Io e i miei fratelli ci stufavamo, avremmo preferito correre fuori a giocare al pallone o a nascondino. Poi ci toccava il catechismo, con il curato. Ma sapevamo che una volta al mese, se ci eravamo comportati bene, il papà ci faceva una sorpresa.

-Cosa? Ti regalava un gioco?-domanda mia figlia.

-Meglio meglio-

-Ti portava in piscina?

-Meglio ancora-

- Che cosa allora?- sbotta spazientita

- Andavamo tutti in centro, con il filobus, a mangiare il gelato da Bedont-

A quel ricordo lo sguardo si accende e Pietro si sfrega le labbra, quasi come se stesse degustando ancora una volta il sapore del gelato.

-Pensi, i gelati di Bedont son mica come quelli che preparano adesso, neh!- s'infervora, agitando la mano.

-Quelli erano fatti con cose naturali, mica con coloranti e conservanti. Che gusto è il puffo, me lo dice? Il puffo, guardi un pò!

Ringhio lo imita, pugno all'aria e sguardo truce, indignato.

-'Uffo no- dichiara solidale, sposando la causa del suo nuovo amico.

Il vecchio ridacchia, occhi e labbra all'insù.

- Noi bambini si pagava il biglietto ridotto, che costava quindici lire. Salire sul filobus era bellissimo, anche se tante volte si doveva stare in piedi. Però noi andavamo didietro, sulla pensilina, con gli altri bambini. Lì si sentiva l'aria, in estate, e ci divertivamo a salutare i passanti con la mano. Poi scendevamo in Corso Zanardelli, facevamo una passeggiata sotto i portici.

La mamma si metteva in ghingheri, aveva un'aria da gran signora, con il rossetto sulle labbra. Ah, era una bella donna la mia mamma, anche se aveva quattro figli, non passava certo inosservata. Ma non era volgare come certe donne di adesso, era elegante, aveva una grazia che suscitava l'invidia delle mamme dei miei amici.

Arrivavamo in gelateria e il signor Nino, che non sono tanti anni che è morto, ci preparava quattro coni. Io lo prendevo crema e cioccolato. Com'era buono quel gelato, signora, lei neanche se lo immagina! Lo mangiavo in fretta, per evitare che si sciogliesse, sempre sotto lo sguardo vigile della mamma che non voleva che ci sporcassimo.-

Pietro si ferma, chiude gli occhi stremato. Pare che tutte le energie siano state assorbite dalla narrazione.

-E poi?- sussurra timidamente la Ninfa

-E poi si cresce, si diventa grandi e tutto cambia- biascica il vecchietto, con un filo di voce.

-La filovia non c'è più e nemmeno il gelato di Nino. Non ci sono più i miei fratelli, non c'è più mia moglie. Resto solo io, con mia figlia che lavora tutto il giorno.

Un piccolo singhiozzo gli scuote il petto ossuto. Facendo forza sul bastone, il vecchio Pietro si alza.

-Arrivederci, signora- Schiacciato dal peso dei ricordi, si incammina mesto.

La Ninfa balza in piedi e in due falcate lo raggiunge.

-Nonno!- grida

Pietro si gira, stupito. La Ninfa lo prende per mano e lo guarda da sotto in su.

Si fissano intensamente per un momento. Poi lei, con il suo sorriso più candido, esclama:

-Grazie per la storia. Ci vediamo domani!

Pietro volge il volto rugoso verso di me. Occhi e labbra all'insù. Si gira e lentamente se ne va. Ma il suo passo ora è leggero, così come il suo cuore.

Brescia corso Zanardelli

(Questo post partecipa al tema #filovia, promosso dagli Aedi digitali)

In questi giorni sulla stazione radio che ascolto abitualmente mentre vado e vengo dal lavoro stanno trasmettendo una campagna informativa per promuovere la "Casa delle donne di Brescia.

La "Casa delle donne" è una Onlus che da anni si occupa di aiutare tutte quelle donne che subiscono violenza domestica o stalking.

La violenza all'interno delle mura di casa è la forma di violenza più diffusa perpetrata ai danni di altri membri della famiglia (non solo donne, ma anche bambini e a volte anche mariti).

 

E' anche quella più subdola, perché innesca delle trappole mentali nelle vittime che arrivano a credere di meritarsi di essere trattate in quel modo.

Questo meccanismo si chiama "spirale della violenza" e passa attraverso diverse fasi: l'uomo cerca di fare il vuoto attorno alla donna, la isola dai rapporti sociali, fa in modo che pian piano smetta di vedere amici e familiari, così da tenerla emotivamente legata a sé.

In seguito, se la partner ha un impiego, cerca di convincerla a smettere di lavorare: in questo modo di fatto ottiene che la donna dipenda economicamente da lui.

In crescendo, l'uomo comincia a manifestare atteggiamenti possessivi che spesso sfociano in immotivate scene di gelosia, per cui la compagna viene di fatto segregata in casa.

L'uomo, forte del suo potere, inizia a sminuire sistematicamente ogni cosa che la donna fa, ripetendole in continuazione che è un'incapace, un'inetta, una che non vale nulla, finché lei stessa non finisce per crederci.

Giusto per non farsi mancare nulla, dalla violenza psicologica si passa a quella fisica: percosse a mani nude o con oggetti contundenti, spesso in zone del corpo che possono essere facilmente nascoste dagli abiti, forzature e aggressioni in ambito sessuale, soffocamenti...

Queste fasi possono mescolarsi e anche alternarsi a periodi di relativa calma che confondono ancora di più la vittima, ormai completamente sottomessa al carnefice.

Per completare l'opera, l'uomo minaccia la donna promettendo ripercussioni sui figli o su altri membri della famiglia a lei cari, perfino sugli animali domestici.

Ogni scusa è buona per tiranneggiare la compagna: una pietanza non gradita, un oggetto fuori posto, uno sguardo. E la miccia si accende.

"E' colpa tua, te la sei cercata"

"Sbagli sempre, me le tiri sempre fuori"

"Sei proprio brutta, nessuno ti vuole. Per fortuna che hai trovato me."

E altre giustificazioni assurde per colpevolizzare la donna.

La violenza domestica è diffusissima, più di quanto si pensi.

E' una piaga sociale difficile da individuare, proprio perché sono ancora troppo poche quelle che riescono a denunciare il proprio aguzzino.

Associazioni come quella che opera nella provincia di Brescia (con varie dislocazioni sul territorio della provincia) sono presenti in tutta Italia e lavorano a stretto contatto con i pronto soccorsi locali.

Offrono supporto psicologico, legale e accolgono le donne che decidono di liberarsi in vere e proprie case d'accoglienza.

Inoltre, cosa importantissima, organizzano incontri informativi e formativi allo scopo di portare in superficie questo discorso che per tanti è ancora tabù: quante volte si sente dire che "i panni sporchi si lavano in casa?"

E lo fanno anche nelle scuole, per sensibilizzare la popolazione partendo proprio dalla base, dai nostri figli.

"Perché il sapere rende liberi" come diceva Malala.

SE TI PICCHIA NON TI AMA!

LA VIOLENZA NON E' UNA FORMA D'AMORE

 

 

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Si capisce che le scuole sono finite (o quasi) da due fattori:

il traffico magicamente si riduce e su facebook fanno la loro comparsa post che ironizzano sulla disperazione dei genitori che dovranno passare tre lunghi mesi con i loro figli.

Al di là dell'inutile polemica sul perché i genitori dovrebbero sentirsi male solo all'idea di stare con le proprie creature (secondo me fatta da chi figli non ne ha o da chi non ci sta), trovo più comprensibile l'abisso di sconforto di quelle coppie lavoratrici che devono fronteggiare l'annosa questione:

arriva l'estate e il bambino dove lo metto?

Chi ha la fortuna di avere i nonni a disposizione, nel senso di nonni volenti e volenterosi, ha già trovato la soluzione.

(Ma anche i nonni possono andare in vacanza, ammalarsi, avere degli impegni improvvisi, ricordiamocelo, mamme criticone sempre pronte a puntare il dito sulle fortune altrui)

Chi invece deve fare affidamento solo sulle proprie forze, come gestisce la situazione?

Se si hanno bambini dai 3-4 anni in su, si può sempre ricorrere ai cred, grest, campi estivi e via discorrendo.

Ce ne sono davvero molti, quelli più "in" vengono tenuti da ragazzi stranieri (qui da noi inglesi) e si svolgono totalmente in lingua.

Ci sono quelli dedicati allo sport, quelli all'interno delle fattorie didattiche, quelli "classici" con gli animatori che strimpellano canzoni sulla chitarra.

Ma non so se questa sia la soluzione ideale. Innanzitutto c'è sempre da considerare l'aspetto economico: non sempre sono a buon mercato.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, hanno comunque orari che non sempre combaciano con quelli dei lavori dei genitori, per cui ci si deve incastrare e giostrare per portare i pargoli e andarli a prendere.

Oppure trovare altre persone qualificate e fidate e pagarle per farlo al posto nostro, sommando spesa a spesa.

E come se non bastasse a volte non c'è un servizio mensa, per cui bisogna trovare il modo di essere fisicamente con i bambini all'ora di pranzo.

Pensando a tutto questo, mi è venuta in mente un'altra cosa: il problema dell'estate in realtà è più sentito perché le scuole chiudono, ma ci sono anche genitori che durante l'anno non riescono ad occuparsi dei figli perché sono al lavoro.

Ed io sarò, anzi sono,  una di queste, una mamma che parte la mattina e torna la sera. CF fa i turni, per cui la sua presenza non è garantita al 100%.

Certo, abbiamo i nonni, che sono un grande aiuto, ma quando i pupi andranno a scuola il loro carico di lavoro sarà maggiore: dovranno far fronte a due scolari che torneranno e dovranno fare i famigerati compiti.

E qui davvero mi vengono gli attacchi di panico.

Mi è capitato una qualche volta di aiutare il mio nipotino che andava in seconda elementare e con mio grande sgomento i metodi educativi e gli esercizi a livello pratico sono totalmente diversi da come li facevo io venticinque anni fa.

Se è sempre vero che due più due fa quattro, per arrivare a quel risultato sono stati introdotti dei procedimenti che proprio intuitivi non sono.

Quindi ho paura che i nonni, pur con tutta la loro buona volontà, non saranno sempre in grado di fare da spalla ai bambini negli studi.

Mi sembra assurdo dover pensare di ridurmi ad aiutare i pupi a fare i compiti alle otto di sera, quando già ora che sono piccoli arrivo a casa e mi stremano dopo dieci minuti.

Senza contare che le ore serali non sono propriamente indicate per l'apprendimento: i bambini stessi sono più stanchi, più nervosi, meno collaborativi.

Diverse correnti di pensiero affermano che non si deve aiutare i figli a fare i compiti, per tanti motivi: sono un loro impegno, stimolano l'autonomia e via dicendo.

Io infatti non sto parlando di fare i compiti con o per i bambini, ma di rendersi disponibili in caso di bisogno.

Aiutare i figli nello studio per me è un dovere dei genitori, senza sostituirsi agli insegnanti ma anche senza lasciare a loro tutta la responsabilità di una cosa così importante.

Non mi piace chi si barrica dietro frasi del tipo: "Se non hai capito, fatti tuoi, stavi più attento".

Si può non capire per molti fattori, non solo per disattenzione.

Ergo, come si affronta la questione?

So che esistono dei centri creati apposta per aiutare i bambini a fare i compiti, ma vale la stessa cosa detta sopra per quelli estivi: tempo e denaro, gestire gli spostamenti, incastrare mille impegni.

Questo a lungo andare comporta di fatto una situazione di disparità e di svantaggio per quelle famiglie che non si possono permettere di aiutare i figli con i compiti e che non sempre hanno le risorse economiche per pagare le ripetizioni o i centri. Con il  rischio reale  di penalizzare in qualche modo i propri figli e di farli rimanere indietro.

E' di pochi giorni fa la notizia che in Francia il ministro dell'istruzione Jean Michel Blanquer abbia previsto all'interno del decreto che riguarda la ri-organizzazione dei ritmi scolastici, quindici ore mensili che la scuola destinerà per lo svolgimento dei compiti.

Gratis e per tutti, senza che i compiti gravino sul tempo domestico, garantendo almeno sulla carta la possibilità che figli e genitori possano stare assieme senza inutili beghe o senza braccio di ferro almeno nelle ore serali e nei fine settimana.

Con grande pace di tutte quelle mamme (e anche qualche papà) che dovranno stare davvero con la propria prole.