Care mamme e cari papà, dopo il metodo montessori, la scuola steineriana, il "Reggio Emilia Approach", dopo Estevill, Tracy Hogg e tata Lucia, ecco che sbarca in Italia il metodo danese.

La prima cosa che mi viene in mente quando mi nominano la Danimarca sono i biscotti danesi nell'intramontabile scatola di latta blu. Segue poi "La Sirenetta", (ultimamente l'immagine della statua è stata soppiantata da quella di Ariel, sa va san dir).

Confesso che non sapevo che la Danimarca da circa quarant'anni è, secondo le classifiche dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Paese più felice del mondo. Pare che gli studiosi però non abbiano ancora definito bene cosa sia la causa di cotal felicità (saranno mica i burrosissimi biscotti?!).

Ci hanno pensato due donne, mamme come noi, a ipotizzare che i Danesi sono felici perché crescono figli felici che a loro volta diventano genitori felici di figli felici. In questo infinito cerchio della felicità, la domanda sorge spontanea: ma COME FANNO A CRESCERE FIGLI FELICI?

Le due mamme, Jessyca Joelle Alexander (giornalista americana ammogliata ad un danese che vive a Roma)  e Iben Sandahl (psicoterapeuta danese), analizzando a fondo la società della Danimarca, hanno individuato una serie di pilastri comuni all'intera classe genitoriale ed educativa che formano quello che viene definito "metodo danese". Per comodità è stato sintetizzato nella parola PARENT (che, casualmente, vuol dire genitore in inglese). Tento di spiegarvi velocemente cosa vuol dire:

P come PLAY: grande valore al gioco libero. E' importante che i bambini abbiano tempo per giocare, perché attraverso il gioco imparano chi sono, le proprie doti e i propri limiti. Da questo punto di vista vengono aiutati anche dalla scuola: in Danimarca ai piccoli non vengono dati compiti a casa. Inoltre, i genitori non fanno un dramma se la prole non frequenta mille corsi extrascolastici, quindi ridotte al minimo le ore dedicate a clarinetto, tip-tap o vattelapesca. I bambini strutturano il loro tempo come meglio credono, non vengono indirizzati/obbligati/trascinati da un corso all'altro.

A come AUTENTICITY: essere sinceri crea maggior consapevolezza di sé, per cui vietato mentire ai bambini e tenerli sotto una campana di vetro: nelle famiglie danesi si parla sinceramente di morte, di sesso, di tradimento e di malattia. Allo stesso modo però sono bandite le lodi esagerate ai pargoli: non si lodano i figli perché hanno fatto un bel disegno, ma si chiede al piccolo cosa voleva rappresentare, perché ha scelto quel colore o quel materiale.

R come REFRAMING (Ristrutturazione): il centro dell'attenzione del bambino non è ciò che pensa di non saper fare, ma ciò che sa fare. La filosofia danese fonda i suoi principi sulle leggi di Jante: nessuno è tenuto a pensare di essere migliore di qualcun altro. Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli sono molto più basse rispetto a quelle di un genitore italiano. Questo ovviamente alleggerisce la pressione addosso ai bambini, che sono più rilassati e meno competitivi.

E come EMPATHY (Empatia): comprendere, far propria e insegnare l'empatia è la base per creare bambini felici. Ovviamente i primi ad essere empatici devono essere i genitori, dal momento che i bambini rispecchiano e imitano tutto quello che vedono fare. Insomma, è l'esempio quello che conta.

N come NO ULTIMATUM (Nessun ultimatum): non ricattare i bambini per fargli fare qualcosa. Essere democratici, spiegare con calma ai piccoli perché una cosa va fatta o non va fatta. Soprattutto, vietato far andare le mani: bandita ogni forma di percossa, dallo schiaffo alla sculacciata. I Danesi seguono la filosofia della non violenza e della non aggressività, anche dal punto di vita verbale. In quel della Danimarca non si urla, non si sgrida, non si mortifica e non si picchia. Evidentemente si verbalizza e molto.

T come TOGETHERNESS e HYGGE (Intimità e Hygge, parola che significa più o meno pensare e sentirsi soddisfatti). Quindi, stare assieme senza drammi (questo è il MIO punto preferito). I momenti dedicati alla famiglia sono pochi e hanno un tempo limitato, per cui bisogna sfruttarli al massimo. Durante l'hygge, ognuno è semplicemente se stesso, non si litiga, si dimenticano le controversie. Si fa gioco di squadra, si aiuta gli altri e si collabora: nessuno (leggi:la mamma) si ammazza di fatica mentre gli altri oziano. Ognuno dà il suo contributo e gli altri glielo riconoscono. L'hygge è un rifugio dal mondo esterno, è un luogo simbolico dove tutti si possono rilassare e aprire senza essere giudicati, indipendentemente da ciò che sta succedendo. E'una sorta di limbo, un momento di sospensione, uno spazio per ricaricare le batterie.

A quanto pare il segreto della felicità è racchiuso in queste semplici regole, che dalla famiglia vengono applicate macroscopicamente all'intera società, rendendo la Danimarca il Paese dove tutti, grandi e piccini, desidererebbero vivere.

Il libro delle due autrici ,"Il metodo danese per crescere bambini felici" della Newton Compton Editori, avrà successo in Italia?

Secondo voi, è possibile trapiantare questa filosofia anche qui da noi, dove i genitori sono iperprotettivi, con enormi aspettative nei confronti dei figli e dove programmare il tempo dei figli per stimolarli con mille attività è ritenuta cosa buona e giusta?

Ma poi, questo metodo danese, è davvero così agli antipodi rispetto a quello che praticano le famiglie italiane?

A me sembra che siano cose che già si conoscono e che si sono già sentite. La differenza essenziale, da quello che ho capito, è che in Danimarca tutti seguono questo modello educativo, mentre qui in Italia le famiglie educano i figli in maniera anche diametralmente opposta.

Scusate, mi vien da dire, chi dice che il tuo metodo è migliore del mio? Ora avremo gli ennesimi scontri: tetta vs.biberon, cameretta vs.co-sleeping, mamma che lavora vs. mamma casalinga, metodo montessori contro metodo danese

Se è la felicità quello che conta non ha importanza che metodo segui. La felicità è una questione di testa. Se felicità e libertà vanno a braccetto, perché ingabbiarsi in schemi mentali, in metodi e dottrine? Trovate la vostra via, provando e riprovando, attingendo qua e là, adottando alcuni punti e scartandone altri. Per essere bravi genitori si possono seguire sentieri già tracciati o poco battuti. O creare sentieri nuovi. Magari personalizzati.

 

"Voulez vous coucher avec moi?" recita una  notissima canzone. Attenzione, cari maschietti, a porre questa domanda: il rischio è di prendersi una cinquina a mano aperta o sentirsi rispondere: "No grazie preferisco andare a bere una tazza di cioccolato".

infatti, secondo una ricerca condotta qualche anno fa dalla "Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia" (SIGO), nell'ambito del progetto "Scegli tu" su un campione di più di 500 donne è emerso che il mondo femminile preferisce il cioccolato al sesso. L'83% di donne dichiara di consumarlo nei giorni del ciclo e il 68% anche durante la fase premestruale.

Il cioccolato fa ingrassare, sovraccarica il fegato, fa venire l'acne...Macchè, tutte sciocchezze oramai superate. Le ultime indagini danno la cioccolata (soprattutto fondente ed extrafondente) come la miglior amica delle donne (assieme ai diamanti, ovvio).

Grazie ai flavonoidi, sostanze contenute anche nel thè verde e nel vino rosso, ha un alto potere antiossidante, paragonabile solo all'aglio e alle fragole.

Tossite? Invece delle caramelle alle erbe provate a mangiare un bel cioccolatino o una bella pralina: la teobromina contenuta nella cioccolata seda la tosse. Poi fatemi sapere.

Via libera a tavolette e barrette anche se soffrite di ritenzione idrica: la teobromina stimola i reni e favorisce la diuresi (altro che l'acqua della salute, plin-plin).

Vogliamo parlare del magnesio? Utile per prevenire i crampi nelle più sportive ma anche durante la gravidanza.

Quando si è "in quei giorni" divorare cioccolatini fa bene all'umore e al corpo: il cioccolato stimola la produzione di dopamina che a sua volta sollecita quella dell' ossitocina, quel famoso ormone tipicamente femminile che tutte le mamme associano al parto. Tranquille, l'ossitocina regola anche le relazioni sociali, materne e sessuali.

Quindi mangiare cioccolato aiuta ad aumentare l'autostima, rende più empatiche, sensibili verso il prossimo e inclini all'innamoramento.

Va bene, tutte ottime ragioni per sentirci meno in colpa quando ci abbandoniamo all'estasi del cioccolato. Ma nessuna di noi pensa a questo quando sceglie di mangiarlo.

L'amore delle donne per la cioccolata è istintivo e innato. Quasi primordiale. Ma perché?

La scienza afferma che alla base della predilezione dell'universo femminile per il cibo degli Dei c'è la capacità del nostro cervello di cogliere meglio la maggior parte dei componenti di cui è composto quest'alimento. Cosa che avviene in maniera nettamente inferiore nel cervello degli uomini.

Concludendo, per far andare bene il mondo le donne dovrebbero assumere con regolarità il cioccolato. Così sarebbero più felici e invogliate a fare sesso. In questo modo farebbero felici anche gli uomini, che regalerebbero più cioccolatini alle donne. La produzione dell'industria del cioccolato subirebbe un'impennata, creando nuovi posti di lavoro e questo si ripercuoterebbe positivamente sull'economia.

Sapete cosa vi dico? Me ne vado a mangiare fragole e cioccolato, annaffiate da un bel calice di vino rosso. La notte è lunga...

PS: Guardate qui che bell'idea da fare con palloncini e cioccolato!

Tazzine di cioccolato

 

E' inquietante la disinformazione che ruota attorno alle coppie di fatto, i cui figli vengono considerati ancora figli di serie "B".

Scena: interno casa di un amico di famiglia. Personaggi principali: Priscilla e la mamma dell'amico che se ne stava tornado a casa propria. Comparse: Ninfa, Ringhio e l'amico. Sul palco si trovano già: Priscilla, i bambini e la signora M.

Signora M.: "Cara, è tanto che non ci vediamo! Come stai?"

P.: "Bene, signora M. Un pò di corsa come la maggior parte delle mamme..."

Signora M., fissando i pupi: "Ma cara e questi sono i tuoi bambini?"

P. "Sì, sì, Ninfa e Ringhio. Su, bambini, salutate."

Agitano piano la mano, intimoriti dall'aspetto inquietante della signora.

Signora M., con voce in falsetto:"Ma che ammmoorii. Ma quando ti sei sposata?"

P. rivolta al pubblico :"Ah, lì volevi arrivare, brutta vecchiaccia!"

P., sospirando: "No, non mi sono sposata."

Signora M. si ritrae inorridita quasi come se l'avessero schiaffeggiata ed esclama con tono melodrammatico:" Ma come, ancora no? Presto allora?"

P., che comincia a sentirsi sulle spine: "No, non credo...Sa, abbiamo tante spese da affrontare, altre priorità. E poi il matrimonio..."

Signora M. con voce ispirata e cantilenante, quasi da sermone, agitando le mani: "Ma dovete pensare anche ai bambini e al loro bene!"

Irrompe sul palco l'amico, che afferra la madre per il braccio e la conduce velocemente alla porta.

Poi, rivolgendosi a P.: "Ti chiedo scusa ma sai com'è, è un pò all'antica"

All'antica?! No, è arrogante e ignorante. E' dal primo gennaio 2013 infatti che, grazie alla legge 219/12 e con il successivo decreto legislativo n.°154 del 28 dicembre dello stesso anno, i figli nati al di fuori del vincolo matrimoniale godono degli stessi diritti di quelli nati all'interno del matrimonio.  Non c'è più distinzione tra figli legittimi, naturali e adottati. Per la Legge, sono tutti figli allo stesso modo, anche dal punto di vista della terminologia. Il 2013 è l'anno in cui si conclude un percorso avviato decenni fa, che aveva già assegnato ai figli "naturali" gli stessi diritti e doveri di un figlio "legittimo" ma solo nei confronti dei genitori.

Ora invece in caso di "fratellastri", se il genitore comune muore, anche il figlio "naturale" ha gli stessi diritti ereditari del "fratellastro" nato all'interno del matrimonio. L'eredità viene divisa in parti uguali.

Inoltre la nuova Legge tutela e garantisce il diritto dei nonni a mantenere i rapporti con i nipoti. In caso sia loro impedito, i nonni possono ricorrere al giudice.

Se i genitori conviventi decidono di lasciarsi, i figli hanno diritto ad essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti moralmente, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni esattamente come i figli delle coppie sposate. Anche dal punto di vista processuale, sarà solo il Tribunale ordinario l'unico referente per regolare le questioni relative all'affidamento, alle modalità di visita e al contributo al mantenimento dei figli, mentre prima le coppie di fatto dovevano rivolgersi al Tribunale dei Minori.

Quindi, cara Signora M., il bene dei mie figli non è sicuramente garantito dal fatto che siamo o meno sposati. Il bene dei miei figli è garantito dal fatto che hanno intorno a loro persone che li amano a prescindere dal legame matrimoniale che intercorre tra me e il loro papà.

 

E' appena arrivato in Italia e ha già fatto scalpore. Stiamo parlando del film "Bad moms-mamme molto cattive". Non sono ancora andata a vederlo, ma è una cosa che mi sono ripromessa di fare. Perché? Perché sono una "bad mom" anch'io. Sono una mamma normale, che ce la mette tutta per essere una brava mamma, non una mamma perfetta.Tutte noi, chi più chi meno, aspira alla perfezione. Ma siamo consapevoli che le mamme perfette non esistono. Sono sicura che non siano mai esistite. Sono mamme normali come noi a cui riesce meglio di noi essere brave in qualche campo. Ci sono quelle che cucinano divinamente, quelle che non hanno mai un capello fuori posto, quelle che hanno la casa immacolata nonostante i tre figli e il cane, quelle che sono dotate di grande creatività. Esistono anche quelle che sono più cose contemporaneamente (mannaggia, quanto le invidio!). Ma, se riuscite a guardare oltre l'etichetta di Miss Perfettina che avete cucito loro addosso riuscite a vedere quanto questa sia solo una patina. Sotto sotto sono come noi, insicure e imperfette, sempre sull'orlo di una crisi di nervi. Camminiamo tutte assieme su un filo invisibile, noi mamme, in bilico tra quello che siamo e quello che vorremmo essere, senza capire che per i nostri figli siamo perfette così. Vogliamo solo il meglio per loro e ci facciamo in quattro pur di ottenerlo. E' la competizione fra di noi che ci uccide. Siamo invidiose le une delle altre, perché viviamo nel terrore di essere giudicate mamme inadeguate. Eppure proprio nelle nostre imperfezioni, nei nostri limiti sta la nostra forza. Impariamo dai nostri errori, ci sforziamo di migliorare e di apprendere cose nuove. Plasmiamo la nostra quotidianità per andare incontro alle esigenze dei nostri figli, dei nostri partner, del nostro lavoro, della società e, last but not least, di noi stesse. In altre parole, siamo delle funambole con manie di grandezza. E' inevitabile che a volte scoppiamo. La vita troppo frenetica, l'organizzazione familiare, i nostri bisogni che non sempre riusciamo a soddisfare dopo un pò ci fanno dire:"Eh no, adesso basta!". Siamo quindi pessime madri se decidiamo di tirare un attimo i remi in barca, se pretendiamo di mettere di nuovo noi stesse al centro? Per me no. Siamo umane e a volte ci stanchiamo e abbiamo bisogno di ricaricarci. Però...C'è sempre un però. Ultimamente le mamme stanno passando dall'eccesso della mamma perfetta a quello della mamma pessima. Mi capita spesso di vedere madri che hanno un atteggiamento di menefreghismo nei confronti dei loro figli. Si nascondono dietro frasi del tipo: "Ora sono grandi. E' ora che si arrangino" Va bene, ma fino a ieri eri tu che facevi tutto. Così di punto in bianco non ti sembra eccessivo? Oppure: "Avrò diritto anche io ad avere i miei spazi!". Certo, ma magari se decidi di impiegare il tuo tempo in altro modo, cerca di non palleggiare tuo figlio da una baby-sitter ad un'altra, passando tra una zia e un nonno. Sembra che stiamo vivendo in un'epoca di eccessi: o siamo madri perfette o siamo madri pessime e lo ostentiamo senza pudore. Come sempre, la giusta via sta nel mezzo: come ogni essere umano vogliamo dare il meglio di noi ma dobbiamo essere consapevoli che non possiamo dare sempre il cento per cento. Gli altri ci apprezzano anche se mostriamo le nostre debolezze, anche se non viaggiamo sempre a mille. Insegniamo ai nostri bambini che è  giusto impegnarsi, avere degli obiettivi ma che se non facciamo sempre centro non muore nessuno. Diamo loro le basi per essere autonomi, ma anche la certezza che saremo lì ad aiutarli e sostenerli. Parliamo liberamente con loro dei nostri sentimenti, di quando siamo arrabbiate e di quando siamo stanche, ma anche di quando siamo contente perché siamo con loro. Ed ecco perché, in questo senso, sono contenta di essere una "bad mom", imperfetta sempre, pessima mai.

Ieri sera la Ninfa mi ha chiesto di raccontarle una favolaprima della nanna. Come sempre, comincio con Cappuccetto Rosso, ma lei mi blocca.

“Ne voglio una nuova, mamma”.

E’ tardi, sono stanca, non mi viene in mente niente.

Mi guardo attorno, e l’occhio mi cade sul mio nuovo libro :

 "Mi hanno regalato un sogno. La scherma, lo spritz e le Paraolimpiadi".

Adesso so cosa voglio raccontare ai miei figli.

"C’era una volta una bambina che si chiamava Beatrice, ma tutti la chiamavano Bebe.

A Bebe piaceva tanto correre, giocare con i suoi amici e andare a scuola.

Ma la cosa che le piaceva più di tutte era praticare uno sport che si chiama scherma. Quando Bebe aveva il suo fioretto in mano era invincibile.

Ma un brutto giorno la bambina si ammalò gravemente. La sua mamma e il suo papà la portarono subito all'ospedale: Bebe aveva preso una malattia terribile, la meningite fulminante

I dottori spiegarono ai suoi genitori che Beatrice doveva stare in ospedale tanto tempo e che purtroppo le sue gambe e le sue braccia non funzionavano più e dovevano toglierle.

La mamma e il papà di Bebe erano disperati e piangevano. “Come farà adesso la nostra bambina senza braccia e senza gambe?”.

Quando tornarono a casa, dopo tanti giorni di ospedale, Bebe chiese ai suoi genitori quando poteva tornare a fare scherma.

Loro le risposero che non avrebbe potuto farlo perché non aveva più braccia né gambe.

Beatrice li guardò e, sorridendo, rispose: ”Basterà usare braccia e gambe finte”.

Allora trovarono un posto in una città vicino dove si fabbricavano mani finte, braccia finte, piedi finti e gambe finte. Bebe uscì soddisfatta: ora poteva di nuovo usare il fioretto!

Ma quando andava ad allenarsi o anche quando passeggiava o andava a scuola, Bebe sentiva che la gente attorno a lei la guardava in modo strano, perché non aveva più gambe e braccia.

Tutti continuavano a ripeterle: “ Bebe non puoi fare questo, Bebe non puoi fare quello anche se hai braccia e gambe finte”

La bambina non si perdeva d’animo, perché era davvero una bambina super coraggiosa. Così continuava a provare e a riprovare.

“Io devo fare le cose chi mi piacciono perché devo far vedere a tutti che se posso, se mi impegno sono anche più brava di quelli che hanno le gambe e le braccia vere.”

Finché un giorno la bimba vinse la sua prima gara. Tutti la guardarono ammirata.

Ma non si fermò lì: continuò a impegnarsi, ad allenarsi tutti i giorni e alla fine, qualche anno dopo, divenne la campionessa del mondo di scherma.

Adesso la gente aveva capito che la piccola Bebe poteva fare davvero tutto, con le sue braccia e le sue gambe finte.

Chi è Bebe Vio, al secolo Beatrice Maria Vio, classe 1997 lo sappiamo ormai un pò tutti.

Nell’ultimo mese gli occhi dei media l’hanno seguita con grande interesse, raccontandoci della sua malattia e dei suoi successi, da quando a 5 anni si innamorò della scherma a quando lo scorso anno è diventata campionessa del mondo a Eger, in Ungheria, coronando il suo sogno, trionfando infine alle Paraolimpiadi il mese scorso.

Giornali, tv e radio ce l’hanno proposta come un’eroina che non si lascia abbattere dalle difficoltà.

Proprio questo messaggio voglio che passi ai miei figli: qui non ci sono principi o fate che ti tolgono dai guai.

A volte neanche mamma e papà lo possono fare. Devi farlo tu, con coraggio, passione e dedizione.

In un ’intervista Bebe afferma:

”Mi hai detto che non posso farlo, allora io devo farlo”.

Puerile, infantile? No, semplicemente coraggioso.