Il cambiamento arriva, che lo si voglia o no, e in modi diversi. Accettarlo è fondamentale per riuscire a vivere con gioia su questo magnifico pianeta. Cura non soltanto il meraviglioso giardino che abbiamo creato insieme, ama anche il tuo, altrove. E soprattutto cura te stessa e segui la tua stella.

Quello di oggi è un romanzo già recensito da altre amiche di lettura e quindi non ha bisogno di molte presentazioni.

Sto parlando de "La ragazza nell'ombra" di Lucinda Riley.

Terzo capitolo della saga programmata dalla scrittrice che dovrebbe comprendere sette volumi, ognuno dedicato alle sei sorelle adottate dall'enigmatico personaggio Pa'Salt e il settimo incentrato su quello che per ora rimane un mistero.

Protagonista è Star, ragazza timida, introversa e taciturna sempre messa in ombra dalla presenza frizzante ed energica della "gemella" Ce-ce.

Anche qui l'autrice segue sempre lo stesso modus-operandi dei romanzi precedenti: Star decide di seguire le indicazioni, lascito del padre adottivo morto, per risalire alle sue origini.

La ragazza, dopo un iniziale tentennamento dovuto all'incapacità di uscire dall'ombra della sorella e al timore di sbrigarsela da sola, si butta a capofitto nella ricerca che le cambierà la vita per sempre.

Piano piano, grazie ai nuovi legami di amicizia stretti con il proprietario della libreria nonchè suo datore di lavoro e alla sua famiglia strampalata Star viene a capo del bandolo della matassa, scopre chi è  e non solo a livello anagrafico.

Francamente ho cominciato la lettura de "La ragazza nell'ombra" con alcuni preconcetti.

Avevo trovato il primo volume carino, il secondo mi aveva un pò deluso per cui ammetto di aver acquistato questo più per amore di collezionismo che altro.

Invece mi sono dovuta ricredere: il format proposto dalla Riley non sembra la solita zuppa, anzi.

Trovo che dal punto di vista della narrazione, soprattutto quella che concerne la maturazione psicologica dei personaggi, ci sia stato un grande passo avanti: meno scontati certi sentimenti, meno "buona" la protagonista, che cela dietro un apparente egoismo e disinteresse tutta la sua fragilità.

Bellissima l'ambientazione, con la descrizione minuziosa ma non pedante delle vecchie ville della campagna inglese. Se chiudi gli occhi, immaginare queste imponenti dimore dal fascino decadente non è per niente difficile.

Da questo punto di vista l'ho trovata molto più realistica rispetto alle ambientazioni dei capitoli precedenti e questo traspare dalle scrittura stessa.

Ben riuscito il parallelismo tra passato e presente, con l'intrigante narrazione delle vicende a volte tragiche legate agli avi che risultano ben contestualizzate anche sotto il profilo storico.

Consiglio di leggerlo a chi conosce già la saga, ma soprattutto io lo proporrei come primo romanzo da leggere a chi vuole cominciare a prendere confidenza con le sette sorelle.

Per me è il più riuscito (per ora), indice di come una scrittrice sull'onda del successo possa migliorare e crescere anche seguendo lo stesso schema, senza scadere nel banale o proponendo la solita minestra riscaldata.

Voi avete letto qualcosa di Lucinda Riley? Cosa ne pensate?

(Questo post partecipa al venerdì del libro)

Vi ho già detto che per me giugno rappresenta sempre il mese della fine?

Ma ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio, un pò come quando a dicembre si fa la lista dei buoni propositi.

Ecco, i buoni propositi di solito sono buoni fin tanto che li pensi, ma poi non si concretizzano mai.

Le diete vengono sempre rimandate al lunedì, l'iscrizione in palestra al mese seguente, il riordino della casa alle pulizie di primavera...

In una parola, procrastiniamo e rimandiamo. E mi ci metto anch'io, eh.

Giugno invece no. Lui è il mese dei progetti concreti, delle cose realizzabili, tangibili.

Sarà perché con l'arrivo dell'estate mi sento più piena di energia, più positiva e più propositiva.

Le giornate si allungano, i bambini passano più tempo fuori, all'aria aperta.

Ed io ho più tempo per pensare, programmare, progettare.

Le miei idee, appena abbozzate, prendono forma attraverso le parole, attraverso i dialoghi con CF (a volte proprio un santo!) e diventano fattibili.

Poi si parte così, in sordina, quasi per gioco.

"E se proviamo a...?"

"Sì, però come facciamo? Dobbiamo arrangiarci con quel che abbiamo"

"Via, dai, vediamo se siamo capaci, qualcosa ne verrà fuori"

"Del resto, guarda col blog, non eri capace neppure a inserire un'immagine....Se poi parliamo delle cose che hai fatto fuori dal mondo virtuale, lo sai meglio di me."

"Sì, boh, mah, non sapresi...E se poi viene una schifezza?"

"Noi proviamo..."

Insomma, dagli che ti ridagli, tra una risata di cuore e una caduta a picco dell'autostima, è nato lui:

 il mio canale youtube!

Quello che vedete qui sopra è ovviamente una prova....La vita va presa con leggerezza!

Date un'occhiata agli altri video che ho caricato e fatemi sapere cosa ne pensate.

Si accettano consigli, anche perché ho delle idee su quello che vorrei fare ( ve ne parlerò in seguito)  ma il confronto è sempre d'aiuto.

Ah, non serve che vi dica di iscrivervi, vero?

 

2

Ieri dopo il lavoro sono andata con la Ninfa e Ringhio in un parco giochi vicino a casa.

L'ombra degli alberi e un leggero venticello hanno spazzato via in un attimo l'ardente calura estiva della giornata.

Il parco è deserto. A parte noi un vecchietto, seduto sull'unica panchina di legno, le mani rugose appoggiate al bastone.

La Ninfa sale sull'altalena e comincia a spingersi con le sue gambette magre, su su, sempre più in alto.

Ringhio invece scala lo scivolo e getta sassi e rametti dall'alto.

Io mi godo l'apparente silenzio del luogo. Le foglie che frusciano e lo sciabordio del piccolo ruscello, i rumori del traffico in lontananza, ovattati, quasi una pennellata leggermente più marcata su una tela dai toni pastello.

Rilassata, mi siedo sulla panchina. Lo scricchiolio del legno scuote dal torpore l'anziano signore, che gira appena la testa per guardarmi.

Solo il tempo di accennare un sorriso; poi il suo capo torna nella posizione originaria, i suoi occhi si chiudono.

Resto ad osservarlo un momento, con un misto di tenerezza e rimpianto. Ho un debole per i signori anziani, lo confesso: mi fanno sempre venire in mente mio nonno.

I ricordi si affacciano alla memoria, forti e vividi. Ma ci pensa Ringhio a farmi tornare bruscamente al presente: si avvicina urlando, brandendo tra le mani due bastoncini lunghi e sottili.

Il vecchio sobbalza, quasi spaventato. Imbarazzata, tento di far tacere mio figlio, ma è una battaglia persa in partenza.

A piccoli balzi sopraggiunge anche la Ninfa, incuriosita da tutto quel baccano.

-Ciao, come ti chiami?- chiede rivolta al signore.

Lui la guarda, un luccichio divertito negli occhi cerulei.

-Mi chiamo Pietro- La voce è arrochita, quasi che le sue corde vocali siano ferme da tempo, disabituate a formulare parole e suoni.

-Io sono Irene e lui è il mio fratellino, Michele-

Ringhio agita mano e rametto a mo' di saluto. Il signore ricambia con un cenno del capo.

-Su, andate a giocare- li esorto condiscendente.

In quel momento sulla strada che fiancheggia il parchetto passa rombando un autobus.

-Bus, bus, bus!- esclama Ringhio eccitato.

-Sì, è un autobus- puntualizza la Ninfa in modalità maestrina.

-Sapete una cosa, bambini?

I pupi si fermano e guardano interessati l'uomo, ora completamente desto.

-Quando ero piccolo io gli autobus erano più belli di quelli di adesso-

-Davvero?!- esclama la Ninfa, stupita.

-Vero?!- le fa da eco il fratello.

-Sì, si muovevano su delle rotaie, come quelle dei treni, ed erano attaccati ad un filo. Si chiamavano filobus-

-Fi-lo-bus- sillaba mia figlia, come se stesse pronunciando una parola magica.

-Ahhh- prosegue il vecchio, fissandomi intensamente- forse vi sto annoiando. Andate a giocare-

Ma ormai è fatta. Li conosco bene, io, i signori anziani: quando il vaso di Pandora è aperto, non c'è più niente da fare.

-Niente affatto- rispondo con voce gentile.

I bambini si siedono sull'erba, ai suoi piedi, protesi verso di lui.

Sorridendo, Pietro riprende a parlare.

-Quando ero piccolo, cinque o sei anni, abitavo giù in città, a Brescia. Erano gli anni Cinquanta, i miei genitori avevano comperato una casa Marcolini nel villaggio Violino. Pensi, allora mio padre lavorava alla OM e non è che fossimo ricchi, anzi. Con il suo salario doveva mantenere me e i miei tre fratelli. E mia madre, ovviamente. A quei tempi le donne non lavoravano ancora, facevano le casalinghe, si occupavano della casa e dei bambini.-

Si schiarisce la gola e con voce più ferma riprende il racconto.

-La OM, dicevo, aveva anticipato agli operai i soldi per la casa. Addirittura un terzo della spesa l'avevano sostenuto loro, senza pretendere neanche gli interessi. Il restante lo si pagava in rate mensili. Mica come adesso, che le banche per darti i soldi per la casa ti spennano con gli interessi che chiedono-

Prende fiato un attimo. Un leggero rossore fa capolino sulle guance incavate.

-Era una casetta piccola con un pò di giardino attorno. Mia madre ci teneva moltissimo, la puliva e la puliva con una venerazione maniacale. Quando noi bambini tornavamo la sera, dopo essere stati in strada a giocare tutto il giorno, se era estate ci lavava direttamente in giardino, a turno, in una grossa vasca di metallo. Ci strigliava per bene con una spazzola e un pezzo di sapone di Marsiglia, poi ci faceva entrare e aspettavamo che tornasse mio padre per cenare.

-Anche noi ce l'abbiamo la piscina piccola di fuori, ma non abbiamo il sapone- sbotta la piccola

-N'coa- Ancora lo sollecita Ringhio

Pietro non esita ad accontentarlo. E' un fiume in piena, ora, impossibile da fermare.

- La Domenica era il giorno più bello. La mamma ci faceva mettere i vestiti buoni, quelli eleganti o meglio quelli più in buono stato e ci faceva andare alla Messa. Io e i miei fratelli ci stufavamo, avremmo preferito correre fuori a giocare al pallone o a nascondino. Poi ci toccava il catechismo, con il curato. Ma sapevamo che una volta al mese, se ci eravamo comportati bene, il papà ci faceva una sorpresa.

-Cosa? Ti regalava un gioco?-domanda mia figlia.

-Meglio meglio-

-Ti portava in piscina?

-Meglio ancora-

- Che cosa allora?- sbotta spazientita

- Andavamo tutti in centro, con il filobus, a mangiare il gelato da Bedont-

A quel ricordo lo sguardo si accende e Pietro si sfrega le labbra, quasi come se stesse degustando ancora una volta il sapore del gelato.

-Pensi, i gelati di Bedont son mica come quelli che preparano adesso, neh!- s'infervora, agitando la mano.

-Quelli erano fatti con cose naturali, mica con coloranti e conservanti. Che gusto è il puffo, me lo dice? Il puffo, guardi un pò!

Ringhio lo imita, pugno all'aria e sguardo truce, indignato.

-'Uffo no- dichiara solidale, sposando la causa del suo nuovo amico.

Il vecchio ridacchia, occhi e labbra all'insù.

- Noi bambini si pagava il biglietto ridotto, che costava quindici lire. Salire sul filobus era bellissimo, anche se tante volte si doveva stare in piedi. Però noi andavamo didietro, sulla pensilina, con gli altri bambini. Lì si sentiva l'aria, in estate, e ci divertivamo a salutare i passanti con la mano. Poi scendevamo in Corso Zanardelli, facevamo una passeggiata sotto i portici.

La mamma si metteva in ghingheri, aveva un'aria da gran signora, con il rossetto sulle labbra. Ah, era una bella donna la mia mamma, anche se aveva quattro figli, non passava certo inosservata. Ma non era volgare come certe donne di adesso, era elegante, aveva una grazia che suscitava l'invidia delle mamme dei miei amici.

Arrivavamo in gelateria e il signor Nino, che non sono tanti anni che è morto, ci preparava quattro coni. Io lo prendevo crema e cioccolato. Com'era buono quel gelato, signora, lei neanche se lo immagina! Lo mangiavo in fretta, per evitare che si sciogliesse, sempre sotto lo sguardo vigile della mamma che non voleva che ci sporcassimo.-

Pietro si ferma, chiude gli occhi stremato. Pare che tutte le energie siano state assorbite dalla narrazione.

-E poi?- sussurra timidamente la Ninfa

-E poi si cresce, si diventa grandi e tutto cambia- biascica il vecchietto, con un filo di voce.

-La filovia non c'è più e nemmeno il gelato di Nino. Non ci sono più i miei fratelli, non c'è più mia moglie. Resto solo io, con mia figlia che lavora tutto il giorno.

Un piccolo singhiozzo gli scuote il petto ossuto. Facendo forza sul bastone, il vecchio Pietro si alza.

-Arrivederci, signora- Schiacciato dal peso dei ricordi, si incammina mesto.

La Ninfa balza in piedi e in due falcate lo raggiunge.

-Nonno!- grida

Pietro si gira, stupito. La Ninfa lo prende per mano e lo guarda da sotto in su.

Si fissano intensamente per un momento. Poi lei, con il suo sorriso più candido, esclama:

-Grazie per la storia. Ci vediamo domani!

Pietro volge il volto rugoso verso di me. Occhi e labbra all'insù. Si gira e lentamente se ne va. Ma il suo passo ora è leggero, così come il suo cuore.

Brescia corso Zanardelli

(Questo post partecipa al tema #filovia, promosso dagli Aedi digitali)

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Nel mio immaginario giugno è sempre stato il mese della fine.

Forse perché il mio passato da studentessa mi perseguita ancora, ma giugno per me rimane il mese dei bilanci, il mese del "ok, tutto finito ora si tira il fiato".

Con le scuole che chiudono, con l'estate davanti tutta da programmare (che poi ora che lavoro al massimo programmo dove lasciare i bambini), mi prende una voglia irrefrenabile di viaggiare.

E siccome le feRIE sono ancora lontane, viaggio con la fantasia.

Ieri, in un raro momento di introspezione (quando sei mamma, tali riflessioni si svolgono prevalentemente in un unico luogo e immaginatevi qual é), mi sono fatta una piccola wish-list di vacanze che vorrei fare con i pargoli prima che diventino troppo grandi per vergognarsi di farlo con me.

Ovviamente, visto che sono una persona generosa, voglio condividere il risultato di tali riflessioni con voi.

  • Un mese intero all'estero, in una grande e caotica città, come Londra o -perché no- Sidney o Toronto;
  • una gita nel deserto, sulle tonde gobbe dei cammelli, come dice la canzone. Non so, il deserto ha sempre in sé quel sapore di avventura esotica. Poi ho letto questo fantastico articolo e sono rimasta ammaliata;

  • gita in camper lungo la Romantic Strasse, con biciclette al seguito. Ho visitato alcune città lungo questo percorso negli anni della mia verde gioventù e ho dei ricordi bellissimi;
  • volare in Lapponia, a vedere il villaggio di Babbo Natale. E ovviamente quando, se non a Natale? (Sì, lo so, è un terribile cliché ma non perché lo è significa necessariamente che non possa essere bello);

  • Disney Paris, semplicemente inimitabile!
  • Una settimana in tenda, ma non in un campeggio attrezzato, ma proprio accamparsi così, alla buona nel primo posto giusto che si incontra ( ho esperienza in questo, maturata personalmente nei mie trascorsi fanciulleschi), praticare il vero campeggio libero
  • visitare e dormire al Muse di Trento: ho sentito bambini raccontare quest'esperienza con occhi a cuoricino, ma devo aspettare ancora qualche anno;

  • vacanze in fattoria e qui ce n'è per tutti i gusti, dall'Alpe di Siusi alla Cornovaglia;
  • un'escursione su una houseboat, magari in Olanda o in Francia: spostarsi lungo il dedalo dei canali e scendere a visitare le città pittoresche, un giorno qui e un giorno là;
  • viaggio sull'isola di Mnemba, al largo di Zanzibar, per assistere alla schiusa delle uova di tartaruga marina ( bisognerebbe essere neutrali, in natura "mors tua vita mea", ma sono sicura che in fondo in fondo tutti parteggiamo per le piccole testuggini contro granchi e gabbiani).

Va da sé che tante di queste esperienze non le ho mai fatte, ma non pensate che i bambini siano solo un pretesto per colmare queste mie immense lacune.

Ora ribalto a voi la domanda: quali sono i luoghi o le esperienze che vorreste fare con i vostri figli?

 

Il fine settimana è in arrivo e quindi ecco qui cosa vi consiglio questa volta se volete dedicarvi alla lettura.

"La rete di protezione", l'ultimo romanzo di Andrea Camilleri.

Ma quanti modi di protezioni esistivano! C'era 'na gana diffusa di protiggirisi da ogni cosa: da quello che s'accanosci, da quello che non s'accanosci, da quello che potrebbi essiri e che non è ditto che sarà, da quelli che venno dal mari, da quelli che hanno un Dio diverso, da quelli che hanno macari lo stesso Dio ma lo pregano differenti. E comunque sempre meglio quartiarisi."

L'ennesima indagine dell'amatissimo (almeno da me) commissario Montalbano a Vigata, in Sicilia.

Mentre fervono le riprese di una troupe svedese per un nuovo film che ha coinvolto l'intera popolazione di Vigata, il commissario si annoia: sembra che perfino i piccoli delinquenti si siano convertiti al mondo del cinema.

Proprio per questo accetta di aiutare tale Ernesto Sabatello che, riordinando le cose di famiglia, si imbatte nelle vecchie registrazioni fatte dal padre. Ogni 27 marzo, dal 1958 al 1963,  il genitore riprendeva per alcuni minuti un muro.

Montalbano, un pò per gioco un pò per noia, decide di indagare nei fatti del passato. Perché riprendere un muro crepato una volta l'anno?

Pian piano il mistero si infittisce, tra suicidi e omertà. Ma la verità alla fine riesce ad emergere.

Contemporaneamente, a Vigata la classe 3B della scuola secondaria viene presa d'assalto da due personaggi misteriosi che indossano una strana maschera. Per pura casualità quel giorno è presente in aula Mimì Augello, il secondo di Montalbano, che si accollerà assieme al commissario il compito di far luce sulla vicenda.

Si tratta di terrorismo? Cosa si cela dietro il misterioso messaggio lasciato dai due loschi figuri?

L'ultima indagine di Montalbano è avvincente, narrata con un ritmo veloce e a tratti si tinge di critica sociale.

Tante le tematiche trattate: il bullismo, sia reale che virtuale, i rapporti familiari (fratello-fratello, padre-figlio), l'amicizia e, quello che li ingloba tutti, la protezione.

Un noir che si legge tutto d'un fiato, soprattutto se amate la Sicilia e Montalbano.

Una chicca: questo è il primo romanzo dettato da Camilleri e non scritto di suo pugno. Non sono un'esperta, ma per me dettare è più difficile che scrivere, a livello mentale.

Voi cosa ne pensate? Conoscete Camilleri e lo apprezzate come me?

(Questo post partecipa al venerdidellibro, iniziativa proposta da Paola di Homemademamma, che io adoro quasi quanto Camilleri!)

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Si capisce che le scuole sono finite (o quasi) da due fattori:

il traffico magicamente si riduce e su facebook fanno la loro comparsa post che ironizzano sulla disperazione dei genitori che dovranno passare tre lunghi mesi con i loro figli.

Al di là dell'inutile polemica sul perché i genitori dovrebbero sentirsi male solo all'idea di stare con le proprie creature (secondo me fatta da chi figli non ne ha o da chi non ci sta), trovo più comprensibile l'abisso di sconforto di quelle coppie lavoratrici che devono fronteggiare l'annosa questione:

arriva l'estate e il bambino dove lo metto?

Chi ha la fortuna di avere i nonni a disposizione, nel senso di nonni volenti e volenterosi, ha già trovato la soluzione.

(Ma anche i nonni possono andare in vacanza, ammalarsi, avere degli impegni improvvisi, ricordiamocelo, mamme criticone sempre pronte a puntare il dito sulle fortune altrui)

Chi invece deve fare affidamento solo sulle proprie forze, come gestisce la situazione?

Se si hanno bambini dai 3-4 anni in su, si può sempre ricorrere ai cred, grest, campi estivi e via discorrendo.

Ce ne sono davvero molti, quelli più "in" vengono tenuti da ragazzi stranieri (qui da noi inglesi) e si svolgono totalmente in lingua.

Ci sono quelli dedicati allo sport, quelli all'interno delle fattorie didattiche, quelli "classici" con gli animatori che strimpellano canzoni sulla chitarra.

Ma non so se questa sia la soluzione ideale. Innanzitutto c'è sempre da considerare l'aspetto economico: non sempre sono a buon mercato.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, hanno comunque orari che non sempre combaciano con quelli dei lavori dei genitori, per cui ci si deve incastrare e giostrare per portare i pargoli e andarli a prendere.

Oppure trovare altre persone qualificate e fidate e pagarle per farlo al posto nostro, sommando spesa a spesa.

E come se non bastasse a volte non c'è un servizio mensa, per cui bisogna trovare il modo di essere fisicamente con i bambini all'ora di pranzo.

Pensando a tutto questo, mi è venuta in mente un'altra cosa: il problema dell'estate in realtà è più sentito perché le scuole chiudono, ma ci sono anche genitori che durante l'anno non riescono ad occuparsi dei figli perché sono al lavoro.

Ed io sarò, anzi sono,  una di queste, una mamma che parte la mattina e torna la sera. CF fa i turni, per cui la sua presenza non è garantita al 100%.

Certo, abbiamo i nonni, che sono un grande aiuto, ma quando i pupi andranno a scuola il loro carico di lavoro sarà maggiore: dovranno far fronte a due scolari che torneranno e dovranno fare i famigerati compiti.

E qui davvero mi vengono gli attacchi di panico.

Mi è capitato una qualche volta di aiutare il mio nipotino che andava in seconda elementare e con mio grande sgomento i metodi educativi e gli esercizi a livello pratico sono totalmente diversi da come li facevo io venticinque anni fa.

Se è sempre vero che due più due fa quattro, per arrivare a quel risultato sono stati introdotti dei procedimenti che proprio intuitivi non sono.

Quindi ho paura che i nonni, pur con tutta la loro buona volontà, non saranno sempre in grado di fare da spalla ai bambini negli studi.

Mi sembra assurdo dover pensare di ridurmi ad aiutare i pupi a fare i compiti alle otto di sera, quando già ora che sono piccoli arrivo a casa e mi stremano dopo dieci minuti.

Senza contare che le ore serali non sono propriamente indicate per l'apprendimento: i bambini stessi sono più stanchi, più nervosi, meno collaborativi.

Diverse correnti di pensiero affermano che non si deve aiutare i figli a fare i compiti, per tanti motivi: sono un loro impegno, stimolano l'autonomia e via dicendo.

Io infatti non sto parlando di fare i compiti con o per i bambini, ma di rendersi disponibili in caso di bisogno.

Aiutare i figli nello studio per me è un dovere dei genitori, senza sostituirsi agli insegnanti ma anche senza lasciare a loro tutta la responsabilità di una cosa così importante.

Non mi piace chi si barrica dietro frasi del tipo: "Se non hai capito, fatti tuoi, stavi più attento".

Si può non capire per molti fattori, non solo per disattenzione.

Ergo, come si affronta la questione?

So che esistono dei centri creati apposta per aiutare i bambini a fare i compiti, ma vale la stessa cosa detta sopra per quelli estivi: tempo e denaro, gestire gli spostamenti, incastrare mille impegni.

Questo a lungo andare comporta di fatto una situazione di disparità e di svantaggio per quelle famiglie che non si possono permettere di aiutare i figli con i compiti e che non sempre hanno le risorse economiche per pagare le ripetizioni o i centri. Con il  rischio reale  di penalizzare in qualche modo i propri figli e di farli rimanere indietro.

E' di pochi giorni fa la notizia che in Francia il ministro dell'istruzione Jean Michel Blanquer abbia previsto all'interno del decreto che riguarda la ri-organizzazione dei ritmi scolastici, quindici ore mensili che la scuola destinerà per lo svolgimento dei compiti.

Gratis e per tutti, senza che i compiti gravino sul tempo domestico, garantendo almeno sulla carta la possibilità che figli e genitori possano stare assieme senza inutili beghe o senza braccio di ferro almeno nelle ore serali e nei fine settimana.

Con grande pace di tutte quelle mamme (e anche qualche papà) che dovranno stare davvero con la propria prole.