Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord.
(Proverbio tibetano)

Se l’indice del Prodotto Interno Lordo (PIL) del mio paese non è elevato, l’indice di Felicità Interna Lorda (FIL) è invece più che soddisfacente.
(Rappresentante dello stato del Bhutan)

 

Il prossimo 20 marzo cade la giornata internazionale della felicità.

Ora come ora, parlare di felicità sembra scandaloso: la situazione socio-politica globale è disastrosa e di motivi per essere felici apparentemente non ce ne sono molti.

Martin Selingman, il creatore della psicologia positiva, afferma che la felicità si basa per il 60% sul nostro corredo genetico e sulla realtà in cui noi viviamo e per il 40% invece su noi stessi.

Quindi, se cambiare i geni e le circostanze esterne è quasi impossibile, lavorare invece su noi stessi è una cosa fattibile.

Ci sono fior di manuali sulla felicità, esistono corsi e filosofie che hanno come finalità il raggiungimento della felicità.

Alcune ricerche hanno scoperto che aiutare gli altri attraverso attività di volontariato rende le persone che lo praticano più felici.

Essere felici provoca tutta una serie di reazioni biochimiche che si riflettono anche a livello esterno. Secondo Barbara Fredrickson, psicologa dell'Università del North Carolina che da tempo studia gli effetti del buonumore sul cervello, la felicità accresce l'attenzione visiva e facilita la raccolta di informazioni su ciò che ci circonda, fornendoci preziosi strumenti di analisi degli eventi che tornano utili per fronteggiare anche eventi futuri.

C’è chi basa la felicità sulla soddisfazione dei propri desideri, sull’ appagamento che prova per aver raggiunto i propri obiettivi.

Spesso si sente dire che la felicità non è la meta, ma il viaggio.

E’ stato perfino provato che la felicità è contagiosa. I ricercatori della Harvard University hanno scoperto che quando una persona diventa felice, un amico che le vive vicino ha una probabilità del 25%  in più di diventarlo anche lui.

Per me la felicità è una parola-contenitore, nel senso che “essere felici” assume un significato diverso per ogni essere umano.

Tante volte la felicità mi assale così, all’ improvviso.

Può essere un senso di pace che mi coglie camminando per strada, la pennellata di una nuvola nel cielo che noto mentre sono ferma in coda al semaforo, la telefonata di un’amica, l’abbraccio dei miei figli, un sapore nuovo quando assaggio qualcosa…

Il fatto stesso che io e le persone a cui tengo non abbiamo particolari problemi di salute mi rende felice.

Sono contenta quando ricevo la busta paga, perché so che di questi tempi portare a casa la pagnotta non è cosa da tutti.

Sono felice perché ho un tetto sulla testa, ho acqua per dissetarmi e lavarmi e cibo a mia disposizione, come e quando voglio.

Mi sento fortunata perché ho degli amici che mi riempiono la vita.

Solo per questi motivi, apparentemente banali, dovrei alzarmi e gridare “Grazie!” all’universo.

Essere felici è guardare il mondo con gli occhiali rosa, vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontare le situazioni vivendole come opportunità e non come ostacoli.

La felicità è l’insieme di tutte quelle piccole grandi cose che ci fanno stare bene.

E che purtroppo nella nostra cultura tendiamo sempre a dare per scontate.

Motivi per essere felici ne abbiamo? Sicuramente sì, anche se a volte non li notiamo.

Quindi vi propongo un simpatico giochetto da fare durante il week-end: trovate almeno dieci motivi per essere felici.

Come dite? Sono tanti? Ma scherziamo?!

Scommetto che se vi avessi chiesto di trovarne almeno il doppio per dimostrarmi che siete  infelici non avreste avuto nulla da ridire.

Prova per un momento a cambiare ottica, a vederti da un’altra prospettiva e sono sicura che di motivi per essere felici ne troverai almeno un centinaio.

E, siccome siamo mamme, vi lascio con la frase conclusiva di ogni episodio dei “Mini-cuccioli”:

“Arrivederci, piccoli amici, tornate presto e siate felici”

 

A volte capita anche a me di essere presa dal sacro fuoco del riordino e delle pulizie.

Questo week-end ho messo mano alla mia piccola libreria. Dal fondo di un cassetto ho ripescato un'agenda vecchia, dell'epoca ante-figli.

Ebbene sì, care amiche, quando sei mamma la tua vita si divide in due epoche: quella ante figli e quella post figli.

E sì, so benissimo che l'agenda cartacea è un pò superata, che le più tecnologiche utilizzano quella elettronica, ma io rimango una fedele sostenitrice della carta.

Ma tant'è, volete vedere come è cambiata?

Settimana tipo della me ante-figli

Lunedì pausa pranzo: pranzo con Simo (amica dei tempi dell'università)

Lunedì ore 19: spinning (perché la forma fisica è importante!)

E il pacchetto comprende anche un bel giretto nella zona relax della palestra, con sauna e bagno turco...

Martedì ore 13: appuntamento dall'estetista. Manicure, pedicure e magari un bel massaggio. Perché anche l'occhio vuole la sua parte!

E la sera ore 19,15: aperitivo con due amiche, G. e P. per discutere della festa di compleanno dell'amica S.

Mercoledì: ricordarsi il regalo per la suddetta amica e la sera un bel salto al cinema con CF! Poi magari una birretta al pub lì vicino.

Giovedì pausa pranzo: salto dalla parrucchiera,  l'ordine comincia dalla testa!

La sera di nuovo palestra, magari dopo si fa un salto a casa dell'amica a dare un'occhiata al vestito nuovo che ha preso e magari mi presta pure quella favolosa pochette argento griffata che fa tanto VIP!

Venerdì sera: tutti carichi per la festa di S!!!  Cena in qualche locale trendy e poi via a ballare in qualche posto fichissimo! Al ritorno cornetto e cappucino non ce lo toglie nessuno.

E immuni alla stanchezza, sabato mattina si parte all'alba, si prende un aereo con CF e si va a Barcellona per il week-end!

Ed ecco a voi, siore e siori, l'agenda della me figli-munita:

Lunedì pausa pranzo: stendere e caricare un'altra lavatrice

Lunedì sera: mentre si prepara la cena, intrattenere due pargoli exagitati e con una mano rispondere alla telefonata della nonna di turno, mentre una parte del cervello si occuperà di continuare a ricordarti di preparare i soldi per la gita dell'asilo da consegnare l'indomani.

Martedì pausa pranzo: stirare, stirare, stirare

Martedì sera: sperare di riuscire a sfamare la famiglia, riordinare la casa e schizzare alla velocità della luce alla noiosissima riunione dell'asilo, dove si discuterà di varie ed eventuali. E della gita. Di cui ovviamente avrete dimenticato i soldi.

Mercoledì pausa pranzo: correre con Ringhio alla visita di controllo dal pediatra, riportarlo a casa e ritornare al lavoro.

Mercoledì sera: crollare sfrante sul divano con due bambini belli carichi che saltellano per la stanza mentre CF imperturbabile si prepara per andare al lavoro.

Giovedì pausa pranzo: "Si, salve, purtroppo devo annullare la lezione di spinning di questa sera...Sì, lo so, dovevo chiamare ieri ora devo pagarla. Pazienza!" La panza ringrazia, il portafoglio no.

Giovedì sera: ci spariamo per la trecentotrentatreesima volta "Frozen", cercando di arginare la palpebra che cala, mentre chi doveva tenere i bambini è a casa malata.

Venerdì pausa pranzo: correre in quel negozio dove è appena partita l'offerta dei pannolini per Ringhio. Arraffare quante più confezioni possibile, arrivare alla cassa e scoprire che al massimo se ne possono comperare due. Bofonchiare contro le stupide regole e scoprire di aver dimenticato il bancomat a casa!

Venerdì sera: oltre alla normale routine, ricordarsi di preparare le cose per la piscina.

Sabato mattina: altro che voli ed emozionanti week end in città straniere! Caricare una recalcitrante Ninfa in auto e andare in piscina per la lezione di nuoto. Seguirà emozionantissimo tour per le corsie sovraffollate del supermercato di turno, con un Ringhio incazzato e strillante costretto a stare nel carrello, mentre la Ninfa e CF saranno alla festa di compleanno dell'amica di turno (speriamo che CF si sia ricordato il regalo!)

E per finire cena a casa con pizza a domicilio. Che verrà consegnata da un nuovo ragazzetto brufoloso con un'ora di ritardo. Fredda e gommosa.

Domenica non vi sveglierete tra le coltri di un hotel a cinque stelle con colazione in camera, ma i vostri pargoli vi tireranno giù dal letto alle 6,30 fregandosene che la domenica sia un giorno festivo. Ancora in coma, vi sbatterete per preparare la colazione, valuterete se vestirvi e opterete per rimanere in pigiama almeno fino al primo pomeriggio.

Poi caricherete i pupi in macchina e andrete con CF al campo del paese vicino dove avete appuntamento con altri disgraziati genitori per la partita di calcio organizzata dall'istituto durante la riunione del lunedì sera precedente.

E buona vita a tutte!

 

La Ninfa e Ringhio hanno ventitré mesi di differenza, lei è di gennaio 2013 e lui di dicembre 2014 ( a vedere solo le date sembra che siano nati a un anno di distanza, ma sono quasi due anni).

Quando abbiamo deciso che eravamo pronti per avere un secondo figlio, mi aspettavo che le cose fossero più semplici.

Non ero ancora uscita dal tunnel pannolini e co. con la Ninfa e pensavo quindi che un altro neonato non mi avrebbe dato molti problemi.

Ovviamente sbagliavo. Su tutta la linea. La Ninfa usava ancora il pannolino e doveva essere seguita sotto alcuni aspetti, ma per il resto era già molto autonoma.

Il rapporto mamma-papà- Ninfa era ancora in via di sviluppo, ma ne avevamo già gettato le basi: c'erano giochi e momenti che ognuno di noi dedicava alla pupa, altri comunitari e altri in cui lei era libera di autogestirsi.

La Ninfa non è mai stata una bambina morbosamente attaccata a mamma e papà, si è sempre adattata bene ai nostri ritmi e, seppur con le sue stravaganze e il suo carattere lunatico, siamo riusciti insieme a trovare una routine in cui perfino io riuscivo a ritagliarmi del tempo libero.

E' superfluo dire che Ringhio ha destabilizzato tutto questo, vero? Mica per colpa sua, povera creatura (o forse sì, visto il carattere non troppo accomodante).

Ricominciare da capo con un neonato quando si sta seguendo una bimba già praticamente grande è faticosissimo.

La Santa Trinità del neonato, pappa-nanna-cacca, torna a scandire le tue giornate.

Nella fattispecie:

  1. allattare un pupo voracissimo minimo dieci volte al giorno, notte compresa;
  2. cambiare suddetto neonato che produce tonnellate di pupù maleodorante che a volte stravolgendo qualsiasi legge fisica riesce a risalire fino alle spalle;
  3. tentare con qualsiasi mezzo di far addormentare suddetto frugoletto ( e quando dico qualsiasi intendo qualsiasi).

E in più seguire la tua primogenita tentando di mantenere le stesse abitudini di prima, per non incrinare il suo equilibrio e ridurre al minimo il rischio di gelosia.

Abbiamo sempre lavorato partendo dal presupposto che Ringhio doveva essere inserito nel menage familiare con il minimo sconvolgimento delle abitudini degli altri membri, soprattutto della pupa, senza farlo diventare il fulcro principale dell'intera routine.

Insomma, una faticaccia e per molti aspetti anche una pia illusione!

Ora siamo quasi fuori dal tunnel, manca la fase spannolinamento di Ringhio e poi tutto sarà più facile (mamme di figli grandi, vi prego, non disilludetemi).

E tutto questo per avere due bambini con una differenza d'età minima, perché "se i fratelli non hanno tanti anni di differenza il loro rapporto è più forte e simbiotico".

Non so se sia vero o no.

Li osservo spesso in questi ultimi mesi, quando giocano assieme.

Ci sono momenti in cui se ne stanno pacifici a costruire casette o torri con le lego salvo poi cominciare a litigare perché si trovano in disaccordo su dove collocare quel mattoncino.

Altre volte invece la Ninfa gioca in solitaria, presa nel suo mondo di fate cattive, unicorni e dinosauri e Ringhio le va dietro cercando di imitare ogni sua più piccola mossa.

Spesso la Ninfa pretende di giocare con Ringhio come se fosse un suo subordinato: lei gli ordina cosa fare e poi si arrabbia quando lui non ubbidisce. Insomma, lo schiavizza e lo mena se non ci sta.

Ma la sorpresa più grande l'ho avuta qualche giorno fa.

Approfittando dei saldi, siamo andati in un centro commerciale alla ricerca di scarpe per CF.

All'interno di questo centro c'è uno spazio adibito a far giocare i bambini. Niente di ché, solo una specie di corridoio delimitato da morbidi sedili imbottiti al cui interno sono stati messi in successione tre grossi materassoni con dei cubi di varie dimensioni, tutti colorati.

Per i bambini è meglio del luna-park. Entrano senza scarpe e cominciano a correre e saltare come dei matti. Ci sono decine di bambini di ogni nazionalità e di ogni età. Un vero pandemonio.

Io ero lì a tenerli d'occhio dal perimetro. Li guardavo saltare, correre, buttarsi per terra.

La Ninfa oramai agile che faceva capriole e che tentava di imparare a fare la ruota dalle bimbe più grandi.

Ringhio che si lanciava impavido dai cubi atterrando anche di testa.

Ho notato che il piccoletto però si sentiva perso se non aveva sott'occhio la Ninfa. Le volte in cui non riusciva a vederla tra la folla dei bambini cominciava a vagare con uno sguardo allarmato e smarrito, finché non riusciva ad individuarla.

La Ninfa si trova bene con tutti, sia grandi che piccoli. Se i più grandi sono fonte di ispirazione, verso i bambini piccoli ha un atteggiamento molto protettivo.

C'erano due o tre bimbe di un anno circa, con il loro ciuccio in bocca, che tentavano di stare in piedi in mezzo a quel caos di bambini che correvano e saltavano. La Ninfa si è avvicinata, le ha prese per mano e le ha fatte sedere al bordo del tappeto. Poi ha cominciato a giocare con loro, a raccontargli favole e canzoncine.

Le mamme delle bimbe erano stupite e le hanno fatto dei video (alla faccia della privacy, eh!).

Poi è arrivato Ringhio, che si è buttato addosso alla sorella e ha cominciato a baciarla, quasi volesse dire "Ehi bimbe, giù le mani, questa è mia sorella, capito?"

Dopo questa esibizione d'affetto, se n'è tornato ai suoi salti.

Anche la Ninfa dal canto suo dimostra di tenere al fratellino. Lo ha difeso quando un bambino più grande ha spinto Ringhio giù dal cubo, ne ha sgridato un altro quando non voleva farlo giocare e l'ha sempre tenuto d'occhio.

Io invece, a parte verificare che non si facessero male e che non ne facessero agli altri, me ne sono sempre stata in disparte. Volevo solo osservare come si comportavano in mezzo agli altri bambini e posso ritenermi soddisfatta da quello che ho visto.

Anche se spesso litigano e a volte si picchiano, sono una il punto di riferimento dell'altro. Non sono bimbi che se ne stanno solo tra di loro, ma socializzano volentieri con gli altri.

Allo stesso tempo però hanno ben chiaro che il rapporto che li lega è speciale e unico, diverso da quello che li unisce agli altri bambini.

Vedendoli così, mi sono fatta i complimenti da sola. Perché allora non sono proprio la più incapace delle madri, eh!

 

 

 

2

Fin da piccola il periodo natalizio a casa mia coincideva con una tradizione ben rodata: l'otto dicembre si addobbava casa, poi partiva la corsa ai regali per parenti e amici.

Già dal quindici si metteva a punto il menù del pranzo di Natale (non della Vigilia). Quest'arduo compito spettava alla Somma Triade (nonna paterna, mamma e una cognata) che doveva prendere in considerazione i gusti di tutti gli invitati, dai bambini agli anziani. Quando era pronta la lista, mia mamma ed io ci occupavamo della grande spesa del ventitrè (se vuoi trovare la roba buona non puoi ridurti a comperare il giorno della Vigilia, nonna dixit).

Nel frattempo si ingannava l'attesa preparando la casa per l'arrivo dei parenti d'oltralpe, che ci onoravano della loro presenza la Vigilia e il giorno di Natale e non ricomparivano più fino a Pasqua.

Quando arrivavano loro cominciavano le visite. La casa si trasformava in un porto di mare: il cugino frate di vatte la pesca, la zia vedova per la quinta volta di pincopallo perfino il cugino della prima moglie del nonno paterno.

La sera della Vigilia cenavamo tutti assieme ma in modo sobrio, perché la vera festa era il giorno di Natale. Dopo cena si scartavano i regali e si aspettava l'ora di andare alla messa di mezza notte.

Crescendo, noi cugini abbiamo preferito celebrare la Vigilia a modo nostro: il tempio sacro è stato sostituito con quello pagano e quindi tutti al cinema o a pattinare sul ghiaccio o a bere vin brulè e mangiare caldarroste in città.

Il giorno di Natale ci si alzava tardi e ci si ritrovava tutti assieme a fare colazione. Mamme, nonne e zie (io sono stata arruolata solo più tardi) erano già all'opera in cucina per preparare un pranzo che da solo sarebbe bastato a sfamare l'esercito dei Mille.

La giornata si trascinava lentamente, chi più chi meno attorno al tavolo, finché i parenti d'oltralpe decidevano che era arrivata l'ora di andare. Saluti baci e bacetti e del Natale rimanevano i regali, i ricordi e una tavola immensa da sparecchiare.

Alla morte dei miei nonni, come forse succede anche a tante altre famiglie, siamo andati incontro ad una lenta ma inesorabile disgregazione familiare, come se venendo a mancare loro fosse venuto meno anche il collante che teneva unita tutta la famiglia. 

Noi ragazzi siamo diventati adulti ed abbiamo creato nuovi nuclei familiari. Continuare a celebrare il Natale in questo modo non è più stato possibile.

Avete notato anche voi che quando si cresce perfino le usanze tipiche della nostra famiglia, pilasti inamovibili della nostra giovinezza, non sono più così scontate?

Bisogna tenere in conto anche le abitudini della famiglia del partner, abitudini che spesso non sono uguali alle nostre. 

A me è capitato in sorte CF che di tradizioni natalizie ha solo dei vaghi ricordi. Quindi non sempre capisce quanto piccole cose all'apparenza banali siano importanti per me, perché fanno parte del mio essere. Sono diventati ricordi indelebili e fondanti della mia personalità.

I ricordi sono una bella cosa, ma per la legge del contrappasso diventano anche un metro di valutazione ingombrante con cui confrontarsi. Come si fa allora a conciliare il vecchio col nuovo, a fondere due tradizioni familiari in modo che tutti siano soddisfatti?

Ora che ho due bambini per me è importante creare dei ricordi felici che li supportino nei momenti difficili della loro vita. Vorrei che uno di questi fosse collegato al Natale, proprio perché per me ha sempre rappresentato uno dei periodi più belli dell'anno.

Ogni famiglia secondo me ha bisogno di una sorta di ritualità che la faccia sentire anche più unita: leggere una favola assieme o  guardare un cartone animato nel lettone prima di addormentarsi, il pranzo domenicale o la pizza al sabato sera...

Quindi CF ed io abbiamo deciso di creare la nostra tradizione natalizia che per ora comprende:

  1. addobbare assieme l 'albero di Natale (CF è l'addetto alle lucine, io faccio il resto e i pupi hanno per ora  un piccolo folletto a testa da appendere ai rami -il resto è fragile ma ci organizzeremo);
  2. procurarsi un calendario dell'avvento (andando avanti spero di poterne creare uno con l'aiuto dei bambini, ma non ci conto troppo);
  3. dedicare un giorno a sfornare biscotti e dolcetti tipici natalizi;
  4. preparare i biglietti di Natale (anche disegnati dai bambini) da spedire via posta (so che sono demodè ma per me hanno sempre il loro fascino);
  5. scambiarsi i doni anche a Natale e alla Befana, non solo il giorno di Santa Lucia;
  6. andare a sentire con i bambini i cori gospel;
  7. andare in città prima di Natale e immergersi nell'atmosfera magica, tra luminarie, vin brulè, panettone e caldarroste;
  8. festeggiare la Vigilia con CF e i bambini in modo degno di questo nome e riservare il giorno di Natale al pranzo sontuoso con i parenti e gli amici;
  9. fare una full-immersion di film natalizi (vi vedo già inorridire);
  10. non fare nulla di tutto ciò e sentirsi bene e felici ugualmente.

Voi come vivete il periodo natalizio? Lo schifate proprio o ci sguazzate felici come una rana nello stagno?

 

 

Con l'inizio dell'anno scolastico arriva puntuale il momento delle assemblee, delle elezioni dei rappresentanti di classe e dei colloqui. Un appuntamento che terrorizza le mamme lavoratrici. Come riuscire ad andare? Optare per delegare il compito ai papà? E quando i figli sono più di uno? Cominciano i salti mortali per incastrare tutto alla perfezione. Perché bisogna andarci, pena la scomunica. In caso contrario, l'onta della vergogna perseguiterà la tua intera progenie. Tuo figlio passerà l'anno a nascondersi dagli sguardi compassionevoli degli insegnanti. Tutti, bidelli compresi, ti guarderanno con occhi pieni di biasimo. E questo perché tu hai egoisticamente anteposto  il tuo lavoro ai tuoi figli.

Io quindi ho fatto le gincane, dribblando auto, prendendo sensi unici al contrario, schivando pedoni e bruciando semafori per arrivare in tempo alle votazioni dei rappresentanti della materna di mia figlia. L'assemblea mio malgrado l'ho persa, quindi salviamo il salvabile. I seggi chiudono alle diciannove. Io varco i cancelli alle 18,50, col fiatone, le ascelle pezzate, i capelli ritti in testa. Mi appresto a ritirare la scheda quando una delle maestre esclama:"Ecco che cominciano ad arrivare anche le mamme ritardatarie!". I capelli mi si arricciano ancora di più e non per l'umidità. Una me immaginaria conficca la matita nell'occhio annoiato dell'insegnante. Ho le palpitazioni e le mani mi prudono. Silenzio tombale. Io ruggisco:"Non arrivano le mamme ritardatarie, ma quelle lavoratrici che escono dall'ufficio alle diciotto e si fanno in quattro per essere qui in tempo".

Mi guarda serafica."Ah, lei lavora di pomeriggio?"

"No, lavoro anche la mattina, non solo il pomeriggio. Se fossi stata a casa, mi creda, sarei venuta volentieri anche all'assemblea."

Voto in fretta, poi me ne vado. Mi sento umiliata. Oltre al danno anche la beffa. Non esistono solo le madri che lavorano part time. Esistono anche quelle che, per scelta o per imposizione, lavorano full time. E nella maggior parte dei casi non fanno il lavoro dei loro sogni e non lo fanno per ambizione o per fare carriera. Lavorano per necessità. Lo fanno e basta. Credo meritino comunque rispetto a prescindere da questo. Evidentemente la mamma che lavora otto ore è una mosca bianca. Qui da noi si accetta l'idea che una donna con figli lavori quattro o sei ore. Non è proprio contemplata l'idea che si lavori di più. Mi scoccia essere considerata lo stereotipo della donna "in carriera" perché sono fuori casa otto-dieci ore al giorno. Probabilmente sono solo una mamma che si sbatte più delle altre per star dietro a tutto, casa-lavoro-famiglia.

Care maestre, invece dei vostri giudizi arbitrari, quanto mi farebbe piacere il vostro sostegno! Far capire ai nostri bambini che la mamma deve andare al lavoro ma che li ama ugualmente come quella mamma che può accompagnarli e andare a prenderli tutti i giorni, questo sarebbe bello!

Non metterli in imbarazzo con frasi dette a metà. La bimba ha le pantofole rovinate? "Tesoro, ricordati di dirlo alla tua mamma, del resto lei lavora, non ha tempo per badare a queste cose". Che messaggio passa a mia figlia? La mamma lavora e per questo non tiene in considerazione le tue faccende da bambina. Ai suoi occhi il fatto che tu abbia le pantofole nuove è meno importante del suo lavoro. Per estensione: la mamma considera i tuoi bisogni irrilevanti rispetto al suo lavoro. Diverso sarebbe stato se le avesse magari detto: " Tesoro, la tua mamma è molto occupata perché lavora per non farti mancare niente. Le potresti dire che le tue pantofole si sono rovinate?". Il messaggio sarebbe comunque arrivato ma la mia bimba non mi avrebbe fatto notare che è l'unica che ha le pantofole scollate e che la colpa è mia perché sono al lavoro tutto il giorno.

Vorrei capire come fanno a dire alle donne che lavorano di liberarsi dai sensi di colpa se le prime a puntare il dito sono altre donne (magari mamme pure loro) lavoratrici! E' davvero paradossale. Come in molte altre occasioni, si creano assurde lotte tra madri lavoratrici e non, tra quelle che lavorano part-time e quelle che lavorano a tempo pieno, tra carriera e famiglia.

Al di là del tempo che passo fuori casa, so che sto facendo del mio meglio con e per i miei figli. La ricompensa più grande è vedere la gioia con cui mi salutano quando rientro, è la mano della Ninfa che mi accompagna su divano, è il bacio bavoso che Ringhio mi stampa sulla guancia. Credetemi, le maestre in questo campo hanno ancora tanto da imparare!