TRAGICA MORTE SENZA SENSO

Ieri nel mio piccolo paese situato in una valle non molto felice è accaduto un fatto tragico.

Lo sto scrivendo solo perché devo liberarmi da questo peso, perché non posso fare a meno di continuare a pensarci, perché mi ha proprio sconquassato l'anima nel profondo.

Ieri è morta una bambina di cinque anni, che frequentava la stessa classe della Ninfa alla materna. Si è spenta dopo una corsa disperata all'ospedale e un  inutile tentativo di rianimazione.

L'abbiamo appreso all'ora di pranzo, quasi per caso. CF guardava Facebook e si è ritrovato a leggere la notizia del giornale locale.

Nel frattempo il vicino di casa ottantenne mi suona il campanello, col volto preoccupato, per darmi la triste notizia.

Lo ringrazio e torno da CF.

Insieme leggiamo le poche righe che parlano del decesso di una bambina di 5 anni avvenuta per una forma non contagiosa di meningite da pneumococco.

Va detto che viene specificato che i medici non hanno disposto nessun tipo di profilassi nemmeno per i parenti stretti per la non contagiosità della forma di meningite.

Credo comunque di aver perso dieci anni di vita.

In questi ultimi mesi il binomio "meningite" e "decesso" all'interno della stessa frase ha il potere di gelare il sangue a tutte le mamme.

Ci siamo interrogati sull'identità della piccola, dal momento che ultimamente un sacco di bambini sono a casa decimati da varicella o influenza.

Poi ci siamo chiesti se fosse il caso o meno di andare a verificare in loco che tutto stesse andando bene.

Se mi conoscete, sapete che non sono ansiosa, per cui ho optato per un no. Ho dato fiducia a chi ha detto che non c'era nulla di cui preoccuparsi.

Ho pensato che, se si doveva andare a prendere i bambini, le maestre ci avrebbero contattato.

Salvo poi essere chiamata da CF che, uscito per andare al lavoro, mi avvisa che davanti all'asilo c'è una coda infinita di genitori che stanno portando via i bambini.

A quel punto devo per forza andare.

Quando arrivo mi accorgo che è in corso un'evacuazione generale: mamme, papà e nonni sconvolti portano a casa i loro pargoli, come se un' uscita lampo dall'istituto abbia il potere di prevenire un eventuale contagio.

Le maestre sono divise: c'è chi comprende lo stato d'animo dei genitori e chi invece ne è molto infastidito.

Nel frattempo il panico serpeggia.

Su whatsapp è tutto un intrecciarsi di messaggi per scoprire l'identità della piccola e per capire come muovere i prossimi passi.

Nel primo pomeriggio le rappresentati ci rassicurano: a breve ci sarà una riunione con maestre e direttrice del plesso e rappresentanti dell'ASL, che devono emettere un documento ufficiale che attesti la non pericolosità dell'accaduto.

Con il cuore pesante mi avvio al lavoro, mentre mia figlia ignara di tutto mi saluta con la mano.

In seguito si apprende che la bimba, di origine pakistana, era una compagna di classe della Ninfa e sarebbe deceduta in seguito a meningite da pneumococco.

Dall'ASL continuano a ripetere che non ci sono pericoli di contagio. Se da una parte la notizia mi rinfranca, dall'altra mi sento addolorata per la famiglia della bambina.

Il tam-tam sul gruppo dell'asilo riprende incessante.

La cosa che mi sconvolge di più è notare che, da quando la piccola ha un nome, un volto, un'identità sembra essere passata in secondo piano.

Perché era pakistana. Perché non era "una di noi". Perché se proprio deve capitare è meglio che succeda a "quegli altri".

La priorità ora è sapere se i bambini l'indomani possono o no tornare all'asilo.

Questo fatto mi rattrista moltissimo. E' vero, la comunità pakistana presente sul nostro territorio non fa grandi sforzi per integrarsi. E non li fanno nemmeno gli Italiani.

Tranne loro, i bambini.

Ai bambini non importa da dove vieni, che cosa puoi mangiare, di che colore hai la pelle. I bambini non ti giudicano se fai l'ora di religione o se non vai a messa la domenica.

Ai bambini importa solo se sei simpatico o antipatico, se hai voglia di giocare o di disegnare. O di essere mio amico.

Come lo era M. della Ninfa.

M. che, a quanto pare, non aveva fatto le vaccinazioni.

M. che era stata in pronto soccorso con la febbre alta ed era stata rimandata a casa perché aveva l'influenza.

M. che, forse per una diagnosi sbagliata (ora hanno aperto un'inchiesta), è morta.

M. che invece dell'influenza aveva contratto una forma particolare di meningite da pneumococco.

M. che era vispa, allegra, chiacchierina con quel suo italiano un pò stentato.

M. che era una bellissima bambina.

M. che ora non c'è più.

Di M. rimarrà la foto di gruppo di Natale, un paio di articoli dedicati alla sua tragica scomparsa, poi il ricordo sbiadirà lentamente dalle nostre menti e diventerà un fatto di cronaca da raccontare.

Non so quando né come spiegherò alla Ninfa perché M. non andrà più all'asilo. Forse, da codarda, le dirò che è tornata a vivere in Pakistan.

Non perché credo che la Ninfa non sia pronta per affrontare certe esperienze, ma perché sono io che mi sento impreparata.

Come spieghi a una bimba di quattro anni che una sua amica è morta perché si è ammalata? Come le dici che se i suoi genitori l'avessero vaccinata sarebbe ancora qui?

Come le racconti questo fatto senza provocare poi ansie e paranoie?

Come puoi impedire l'associazione "se mi ammalo poi muoio" o "se la mamma si ammala poi muore"?

E' comodo affrontare certe notizie quando le leggi sui giornali o le ascolti in televisione o alla radio!

Quando ti piombano addosso, tra capo e collo, e riguardano persone che si conoscono allora la faccenda cambia.

Torna l'eterno dilemma sulle vaccinazioni, se sia meglio o meno farle, se renderle o meno obbligatorie.

Si insinua il dubbio: "Se non è contagioso, come ha fatto a prenderlo? Da qualche parte l'avrà pur preso."

Riappare il clima di sospetto sugli immigrati, accusati più o meno esplicitamente di portare in Italia malattie che qui non c'erano più o non ci sono mai state.

Si affaccia la questione sulla malasanità, sulla gestione di un Pronto Soccorso in cui il personale lavora a ritmi estenuanti ed è sotto numerato.

Emerge l'impreparazione di un plesso scolastico che, a mio parere, poteva gestire la questione in un altro modo, evitando che si diffondesse il panico.

Non credo che i genitori debbano venire a conoscenza di questioni così delicate e destabilizzanti da un social o dal vicino di casa ottantenne!

In ogni caso, piccola M., la tua memoria verrà onorata, almeno da me. Non credo che riuscirò a dimenticarmi di te. Mai più.

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