VECCHI A CHI?

Un noto proverbio recita: “Invecchiando si torna bambini”.
E lo sanno bene a Piacenza: è di ieri infatti la notizia della creazione di un asilo nido all’interno di una casa di riposo.
Detto così dove sta la novità? Anche qui da me c’è un asilo nido all’interno della casa di riposo, costruito per le operatrici che vi lavorano, alla stregua di quei (pochi) asili aziendali.
Stupitevi, amiche e amici, perché la vera rivoluzione è questa: all’interno della struttura anziani e bambini interagiscono in luoghi comuni, svolgendo varie attività che vanno dalla cucina al giardinaggio.
Fanno un asilo simbiotico, dove vecchietti più o meno pimpanti si relazionano con pupi di 12-36 mesi.
Lo chiamano “scambio intergenerazionale”: due generazioni distanti si incontrano e condividono esperienze comuni.
Gli anziani hanno l’occasione di insegnare e narrare ai bambini parte del loro sapere, quasi come ci fosse un vero e proprio scambio del testimone.
E se i nonni ne giovano perché possono sentirsi utili e importanti, non sono gli unici a trarne beneficio: anche i bambini si sentono valorizzati, si divertono e imparano.
Quando ho letto l’articolo, in verità, la notizia mi ha fatto sorridere.

Mi ha fatto sorridere perché ripenso alla mia vita di quando ero bambina: lo scambio intergenerazionale era portato avanti dai nonni, che erano parte integrante della vita di quasi tutte le famiglie.
E chi i nonni non li aveva più, poteva contare su altri parenti, zie della madre o cugini del padre, per dire.
Nella vita di paese era normale che, quando entrambi i genitori lavoravano, i figli venissero lasciati automaticamente nelle mani dei nonni.
Non conosco nessun mio coetaneo che sia stato affidato a una tata.
I nonni giocavano con i bambini, li portavano a passeggiare, raccontavano loro fiabe e barzellette, li aiutavano anche coi compiti.
Nell’immaginario comune i nonni sono quella figura consolatrice che fa da controparte alle figure genitoriali: se mamma e papà sono severi e hanno il compito (a volte ingrato) di educare i bambini, dai nonni ci si aspetta che siano benevoli, gioviali e sempre pronti a viziare i nipoti.
Mi rendo conto che nella realtà di oggi avere vicino la famiglia d’origine non è quasi mai possibile.
Spesso i figli vivono in grandi centri abitati dove le opportunità lavorative sono maggiori e i nonni vivono a kilometri di distanza.
A volte capita invece che i nonni stiano ancora lavorando per cui prendersi cura dei nipoti come si faceva una volta non è proprio possibile.
Altre volte invece i nonni, che godono ancora di buona salute sia fisica che mentale, preferiscono dedicarsi ad altre attività che non comprendono l’accudimento dei nipoti.
In qualunque caso, nell’ultimo decennio, è venuto meno quel pilastro rappresentato dagli anziani che, troppo spesso, vengono quasi ghettizzati.
Essere nonni ai giorni nostri è sicuramente più difficile di una volta.
I ritmi frenetici della vita quotidiana non accettano rallentamenti di sorta, non permettono di sedersi sotto un albero a dialogare del più e del meno in beata nullafacenza .
Troppo spesso si considerano i nonni un peso, specialmente se purtroppo non sono più completamente autosufficienti.
Quello che apprezzo dell’iniziativa intrapresa dall’asilo dei nonni è proprio la riscoperta degli anziani come risorsa.
Se sei vecchio, non sei da rottamare.
Se sei anziano, puoi trasmettere le tue esperienze alla nuova generazione, attraverso racconti di fatti vissuti ma anche attraverso piccoli insegnamenti pratici.
Se sei un nonno, puoi ancora giocare e divertirti in compagnia. Proprio come fanno i bambini.
Perché quello che in fondo in fondo accomuna vecchi e bambini è la spensieratezza, la gioia delle piccole cose, la semplicità di un gesto.
Bimbi e anziani vivono un rapporto paritario, fondato sul rispetto e sulla collaborazione.
I nonni e i bambini si capiscono perché in fondo, anche se a dividerli ci sono settant’anni di differenza, parlano un solo linguaggio: quello dell’amore.

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