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Tempo da lupi oggi, altro che da elfi!

Qui sta piovendo a dirotto, le temperature si sono abbassate e sembra tornato settembre.

Oggi, per il venerdì del libro, non voglio parlare del tempo atmosferico, ma di un altro tempo: "Tempo da elfi", l'ultimo romanzo dell'affiatato duo Guccini-Macchiavelli.

"Tempo da elfi" mi ha attratto subito per due ragioni.

La prima è quella fantastica illustrazione riportata in copertina, che rimanda alle atmosfere dei romanzi fantasy che tanto amo.

 

La seconda invece è il titolo stesso: cosa vuol dire infatti la frase "tempo da elfi"?

Tempo da elfi di Guccini e Macchiavelli: recensione

"Tempo da elfi", a dispetto del titolo e della copertina, non è un romanzo fantasy, bensì un poliziesco.

Guccini e Macchiavelli sono per me una garanzia: ho letto tutta la serie che ha come protagonista il maresciallo Santovito e l'ho davvero adorata.

Invece non mi ero ancora imbattuta nella guardia forestale Marco Gherardini, detto "Poiana".

In realtà "Tempo da elfi" è già il terzo libro che i due autori dedicano a questo personaggio.

Come ho accennato, sono un'appassionata della coppia di autori, ma devo ammettere con un filo di dispiacere che purtroppo questo romanzo non mi è piaciuto molto.

La trama segue gli schemi tipici dei romanzi gialli.

Sulle montagne dell'Appennino tosco-emiliano, nelle vicinanze del piccolo borgo di Casedisopra, viene ritrovato il cadavere di un uomo appartenente alla comunità degli elfi.

Gli elfi, il cui nome è di chiara ispirazione tolkieniana, sono degli hippie che hanno volontariamente deciso di seguire una vita di stampo naturalistico: niente elettricità, auto produzione di qualsiasi prodotto, economia basata sul baratto, rispetto totale della natura...

L'indagine spetta alla guardia forestale Marco Gherardini che, affiancato da altri personaggi, si intestardisce nel voler risolvere il mistero a tutti i costi.

Siamo nel periodo di accorpamento della Forestale all'Arma dei Carabinieri e, forse, proprio per questo al protagonista sta a cuore trovare il colpevole.

Nonostante un inizio promettente, la vicenda si trascina tra monti e valli, tra personaggi che non riescono ad emergere e rimangono poco più che delle caricature, dei bozzetti sul foglio.

Nemmeno l'accenno ad un intrigo internazionale provoca quel drastico colpo di scena tipico dei thriller.

Ho avuto l'impressione che, in realtà, Guccini e Macchiavelli volessero scrivere di altro: le vere protagoniste di "Tempo da elfi" sono le montagne appenniniche, descritte in maniera meticolosa e dettagliata.

I paesaggi fiabeschi incorniciano la vita rurale dei paesini di montagna, semplice, dura ma a suo modo affascinante.

Il fulcro principale è la comunità degli elfi, così attenta al rispetto della natura e della vita in generale.

E' quasi come se i due autori avessero voluto, a loro modo, scrivere un poema elegiaco sulla superiorità della vita montanara in contrapposizione alla vita caotica, frenetica e immorale dei grandi centri urbani.

La parte descrittiva, quindi, che dovrebbe fare da sfondo al racconto, in realtà ruba letteralmente la scena ai personaggi relegando la vicenda a un semplice pretesto.

Vale comunque la pena di leggere "Tempo da elfi" per la qualità della scrittura, davvero evocativa, ma non chiamiamolo romanzo giallo.

Come sempre, un grosso grazie a Paola di Homemademamma per la sua iniziativa, il #venerdìdellibro.

 

 

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Gardaland, il sogno di un bambino è andare a Gardaland...

La canzoncina non è cambiata dai tempi in cui io ero una bambina e i miei mi portavano a Gardaland, lo storico parco dei divertimenti sul Lago di Garda.

Se il ritornello è rimasto lo stesso, il parco invece negli anni è cambiato molto: sono state aggiunte nuove attrazioni, alcune sono state rimodernate, altre sono scomparse.

Non andavo a Gardaland da almeno cinque anni, quella che scherzando chiamiamo "l'era pre-bimbi".

Ho sempre considerato strano andarci con i bimbi piccoli, che in fondo possono salire solo su un paio di attrazioni.

Quindi ero scettica quando ho accettato l'invito di Gardaland in occasione della presentazione della nuova area dedicata ai più piccolo.

Niente di più sbagliato: ho dovuto davvero ricredermi. Il parco si è rivelato a prova di bambino in tutto e per tutto.

Partiamo dalla novità dell'anno: Peppa Pig Land.

Il trenino di nonno Pig

 

Qualsiasi genitore conosce la mitica Peppa con il fratellino George e la sua allegra famiglia.

I pupi la adorano e l'idea di poter vivere per un giorno nel suo fantastico mondo li manda in visibilio.

A Peppa Pig Land è possibile salire sul trenino di nonno Pig, provare le barchette dei pirati e perfino farsi un giro in mongolfiera.

Le mongolfiere della Peppa
Il trenino di nonno Pig
Le barchette dei Pirati

Peppa e George salutano i bimbi e si fanno scattare una bella foto ricordo con loro.

La Peppa non è l'unica attrazione per i più piccoli. Lo sconfinato Fantasy Kindom offre molteplici giochi, tra cui l'Albero di Prezzemolo, la Doremifarm e tanto altro.

L'albero di Prezzemolo

Doremifarm

Ma non è finita qui: i bambini possono provare l'ebrezza del kung-fu nell'area a tema dedicata a Kung-fu Panda.

Kung-fu Academy

Adatti poi ai più piccini sono anche attrazioni del calibro di "Ramses: il risveglio", "I corsari" e giostre storiche, come la "Giostra dei cavalli".

L'altra novità di Gardaland 2018 è "San Andreas 4-D experience": un cinema dinamico in quattro dimensioni che consente agli ospiti di calarsi dentro il famoso film "San Andreas", uno dei nostri film preferiti.

Un altro aspetto che mi ha molto colpito è l'alto livello di sicurezza del parco: uomini della sicurezza all'ingresso che perquisiscono a campione zaini e borse e altri uomini che girano tra la folla all'interno di Gardaland.

Il personale, sempre cortese e disponibile, è molto professionale e intransigente sull'ingesso alle attrazioni: ogni piccolo ospite viene misurato per vedere se ha l'altezza minima per salire sulla giostra.

Il parco offre la possibilità di riposarsi nelle numerose aree relax, ombreggiate e con comode panche.

Devo ammettere che Gardaland, rispetto a quando ero piccola, ha fatto davvero dei passi da gigante per diventare un parco dei divertimenti adatto a tutte le fasce d'età: dai più piccini agli adulti.

I più grandi possono divertirsi con attrazioni più adrenaliniche come "Oblivion", il "Raptor "o lo "Space Vertigo"...

La prossima volta ci vado senza i pupi, perché Gardaland non è solo il sogno di un bambino, ma anche quello di mamma e papà che vogliono prendersi una giornata di svago e divertimento diversa dal solito.

E tornare piccoli per un giorno.

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Ho terminato di leggere il romanzo "Tutto il resto vien da sé" il 25 aprile, quasi un segno del destino.

Perché il destino gioca un ruolo fondamentale, nelle nostre vite come in quelle dei protagonisti del libro di Antonella Zucchini.

Ma accanto al destino c'è sempre il significativo contributo delle nostre scelte: una volta presa una decisione, "tutto il resto vien da sé".

Chi decide però se quel che abbiamo scelto è giusto o sbagliato?

Ma soprattutto, le nostre decisioni sono proprio così autonome o possono essere il frutto di qualche evento esterno, più grande di noi?

Queste, accanto alla ricerca della verità, sono le tematiche che l'autrice affronta nella sua opera.

"Tutto il resto vien da sé" di Antonella Zucchini: brevi cenni alla trama

Protagonista di "Tutto il resto vien da sé" è don Carlo, un uomo di Chiesa la cui vocazione è fondata sulla ricerca del trascendentale, della purezza, della verità.

Don Carlo ha fatto dell'insegnamento la sua strada: formare giovani seminaristi è lo scopo della sua esistenza.

E' davvero un bravo insegnante perché non smette mai di interrogarsi su qualunque cosa ed è molto apprezzato nell'ambiente ecclesiastico.

Quello che apre la storia però è un don Carlo tormentato e sconvolto: sul letto di morte la madre Loretta gli ha rivelato uno sconcertante segreto.

Loretta, durante la guerra, ha avuto una relazione con Heinrich, un ufficiale tedesco.

Come se ciò non bastasse, da lui ha avuto un figlio, il piccolo Alberto, che è stata costretta ad abbandonare appena nato.

Carlo si sente mancare la terra sotto i piedi: la madre tanto amata gli appare un'estranea, una sconosciuta da colpevolizzare.

In un attimo il parroco mette in discussione gli eventi della sua vita in relazione alla madre: il padre lo sapeva? E qual'è il ruolo di Alvaro, l'uomo misterioso e pacato che compariva ogni tanto in casa loro?

Carlo, dilaniato dai dubbi, decide di seguire il saggio consiglio del suo vecchio mentore e di cercare informazioni su Alberto.

In fondo fare ricerche è proprio ciò in cui riesce meglio.

A questo punto la trama si infittisce.

La Zucchini infatti sposta la narrazione su altri piani temporali.

Dapprima ci conduce negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Carlo.

La Loretta vive felice con il marito Nedo e con il figlio in un modesto appartamento di Firenze.

Entrambi  lavorano come operai presso due grandi fabbriche di ceramiche e crescono Carlo.

Il bambino, circondato dal loro affetto, diventa grande e intraprende gli studi, fino alla scoperta della vocazione.

I genitori non gli fanno mai mancare il loro sostegno e sono fieri di lui, nonostante la scelta che ha fatto.

Carlo prende i voti e diventa Don Carlo, sempre sospinto dal desiderio di capire il mondo per arrivare alla verità.

Intrecciando i fili narrativi, la scrittrice fiorentina ci riporta agli anni Venti, quando in Italia si affacciava il fascismo.

Siamo nei quartieri operai di Sesto Fiorentino, dove un giovane padre piange disperato la morte prematura dell'amata moglie.

Ernesto non ha vita facile: sindacalista in un mondo dove le cose stanno cambiando velocemente, con una bimba piccola da accudire e nessun aiuto.

Decide quindi di risposarsi con Vally, donna algida e anaffettiva, che vede la piccola Loretta solo come una bocca da sfamare.

Le cose non cambieranno nemmeno con l'arrivo del piccolo Bruno: la Vally resterà sempre una donna gretta e meschina.

Nonostante tutto, Loretta cresce bella e buona, un po' come le protagoniste della Walt Disney, anche se prova un grande senso di vuoto dentro di sé.

Solare, allegra, gentile e generosa non ha difficoltà a farsi ben volere. E di lei, ancora ragazzina, si innamora perdutamente il piccolo Alvaro.

Passano gli anni, il padre di Loretta muore e sullo sfondo della politica italiana degli anni Trenta, con la proclamazione delle leggi razziali, Alvaro e Loretta iniziano a frequentarsi.

La vita si fa sempre più dura, il futuro incerto: lo spettro della guerra incombe minaccioso sugli abitanti di Sesto Fiorentino.

Nonostante questo, i due giovani, osteggiati dalla madre e dalla sorella del ragazzo, si sposano durante una licenza militare di Alvaro, mandato in guerra a combattere come tanti altri ragazzi.

La Loretta viene lasciata sola a pochi giorni dal matrimonio, in casa con due donne che la detestano, cascata proprio dalla padella alla brace.

E' giovane, piena di vitalità e di speranze, vorrebbe solo vivere con spensieratezza e serenità e l'assenza dell'amato la strazia.

Quegli anni sono durissimi: il cibo comincia a scarseggiare, i morti sono sempre più frequenti, i fascisti si fanno sempre più agguerriti, i partigiani sempre più audaci ed i tedeschi hanno occupato l'Italia.

Nel 1943 Loretta è costretta ad andare a lavorare proprio per gli usurpatori.

Fa la cameriera in una villa occupata e proprio qui, a causa di un banalissimo incidente, la sua vita cambierà per sempre.

Nel giro di pochi mesi la ragazza si innamora perdutamente di Heinrich, un ufficiale tedesco.

Heinrich è così simile ad Alvaro, così simile a tutti i ragazzi della loro età che Loretta conosce: costretti dalla Patria, in nome di ideali più o meno condivisi, ad andare a combattere. Eppure è così diverso.

E' tedesco. E' il nemico, il male, è già brutto pensare di frequentarlo, figuriamoci poi innamorarsene.

Heinrich è fondamentalmente una brava persona, costretta dalle circostanze a comportarsi da soldato. Il che, in parole povere, significa ubbidire agli ordini dei suoi superiori.

Anche quando deve combattere contro i partigiani, terrorizzare i compaesani di Loretta o fucilare addirittura gli amici della ragazza.

E nonostante questo lei lo ama, contraccambiata, di un amore appassionato e profondo, un sentimento talmente potente che non esita a tradire Alvaro.

Il destino ha voluto che lui nascesse in Germania e lei in Italia, che si incontrassero in circostanze tragiche e brutali.

Eppure il loro sentimento è puro e sincero: vogliono solo avere la possibilità di amarsi e vivere assieme.

Loretta rimane incinta e, quando il fatto diviene di dominio pubblico, viene cacciata dalla madre del marito tra il biasimo e l'odio dei vicini.

La stessa gente che la amava ora la disprezza: è una traditrice, una peccatrice e merita di morire.

Invano il povero Heinrich la cerca, per poter fuggire con lei. Il suo contingente comincia la ritirata oltre la linea gotica e di lui non ci è dato sapere più nulla.

La povera Loretta è stata accolta dai vecchi zii, che la curano come se fosse una loro figlia. La guerra sta per finire, Alvaro è tornato.

Si incontra con la moglie, parlano, le perdona tutto: non preoccuparti, le dice, riconoscerò il bambino ma poi le nostre strade si divideranno, ma tu rimarrai per sempre l'amore della mia vita.

Benché addolorata, piena di vergogna, Loretta accetta: il  dodici ottobre 1944 nasce il piccolo Alberto. Accanto a lei, come promesso, il fedele Alvaro, pronto a riconoscere il piccolo.

Loretta, a malincuore, è costretta ad abbandonare il suo bambino. Alvaro le ha spiegato a cosa potrebbe andare incontro se lo tenesse: la gente del luogo sa bene che lei è stata l'amante di un tedesco e per questo potrebbe essere addirittura uccisa.

La giovane mamma lascia a malincuore il piccolo alle cure delle suore: è assurdo che il frutto del suo amore, tanto desiderato, debba essere abbandonato.

Loretta infatti non lo può accettare e giorni dopo torna a cercarlo.

Ma è troppo tardi: il neonato è morto a causa di una banale infezione all'ombelico.

Loretta, distrutta da questo duro colpo del destino, appassisce pian piano.

Ma il fato è sempre in agguato e mette Nedo sulla strada della Loretta.

La vita può andare avanti: a lei la decisione di darsi un'altra possibilità, perché, una volta detto sì, "tutto il resto vien da sé".

"Tutto il resto vien da sé" di Antonella Zucchini: perché vale la pena leggerlo

Antonella Zucchini è al sue secondo romanzo. Dopo "Fiore di cappero", apparso nel panorama letterario italiano nel 2013, la Zucchini torna tre anni dopo con "Tutto il resto vien da sé".

Se avevo apprezzato il primo, ho amato davvero il secondo.

All'inizio non ero riuscita ad immedesimarmi: la scelta di un protagonista maschile, per di più un clergyman, è molto distante dalla mia dimensione.

Spronata però da alcune amiche, ho proseguito nella lettura finché è accaduta la magia, quella che succede quando ti trovi davanti ad un racconto intenso: sono entrata nella storia e non ne sono più uscita.

"Tutto il resto vien da sé" è un romanzo che ha una trama centrale su cui si innestano altre storie complementari.

Queste micro-storie arricchiscono di particolari la storia principale, rendendola più comprensibile e credibile.

La Zucchini ha fatto un buon lavoro a monte: i fatti storici dell'Italia dagli anni Venti in poi non sono mere date disseminate qua e là, ma sono i perni centrali su cui viene montata tutta la vicenda.

L'uso del concetto di verosimiglianza è simile a quello di Carla Maria Russo, in "Lola nascerà a diciott'anni". 

Diversi senza dubbio i due personaggi femminili, eppure molto simili per la forza di carattere con cui affrontano le conseguenze delle loro decisioni.

La Loretta

la poteva dire di essere stata violentata, purtroppo l'è successo a tante, ma lei no, nossignore! L'ha detto la verità perché dell'ufficiale tedesco lei l'era innamorata davvero".

E poi tutto il resto è scaturito di conseguenza.

Maledetto il destino che l'ha spinta fra le braccia di Heinrich, verrebbe da dire.

Accanto alla figura centrale della madre, la Zucchini fa salire sul palcoscenico tanti altri personaggi, descritti con grande forza narrativa.

Quelli che ho avuto modo di apprezzare di più sono l'Uccellaia, misteriosa, acuta, indomita e fragile allo stesso tempo e la Piccolomini, gretta, vile e votata per scelta all'ideologia fascista.

In questo spaccato della società dell'epoca, c'è chi sceglie di adattarsi alle circostanze per non soccombere, per una questione di comodo, per trarne vantaggio e c'è chi invece si lascia guidare del cuore e sceglie, a modo proprio, di combattere.

Come ho scritto all'inizio, in "Tutto il resto vien da sé" è tutta una questione di scelte.

Alla fine Carlo, anzi, don Carlo, sceglie di perdonare la madre:

In una manciata di mesi è successo di tutto: mia madre se n'è andata, ho scoperto chi era, l'ho odiata per poi arrendermi e amarla ancora di più.

Come uomo di chiesa, all'inizio era forse logico che subissi la deformazione professionale di giudicarla come un'adultera, una peccatrice, ma alla fine la risposta è venuta fuori da sé, non si può condannare chi ha amato, anche se quell'amore è stato considerato peccato. L'amore annulla la colpa e rende innocenti.

Loretta ha amato tanto ed è stata immensamente ricambiata dai tre uomini della sua vita: Alvaro, Heinrich e infine il babbo"

Io invece scelgo di assegnare un premio speciale ad Alvarocome vincitore morale di tutta la vicenda.

Una vita passata ad amare Loretta, solo per finire cornuto e mazziato, come si suol dire.

Ma non ha mai rinnegato la scelta fatta di amare, riconoscendo addirittura il figlio di un altro e decidendo di farsi da parte, anche se il divorzio ancora non c'era in Italia, per permettere alla donna amata di ricostruirsi una vita.

Provate a leggere i primi capitoli di quest'appassionante vicenda: sono sicura che poi tutto il resto verrà da sé e non desidererete altro che scoprire la verità e di arrivare alla fine.

Come sempre, un doveroso ringraziamento a Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro

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Seridò: perché sì, perché no.

Queste le esatte parole di una mamma amica che pochi giorni fa mi ha chiesto se vale davvero la pena portare là i bambini.

Per chi non ha figli, Seridò è una parola senza senso dal significato oscuro.

Per chi figli invece ne ha, assume un significato ben preciso dai toni contrastanti.

Seridò è quell'evento che si tiene una volta l'anno, di solito a cavallo tra aprile e maggio,al Centro Fiera del Garda di Montichiari, in provincia di Brescia.

E' la fiera che ha per protagonisti i bambini: otto e sottolineo otto stand pensati e studiati per il loro divertimento.

Il significato di Seridò per i genitori che ci sono già stati porta con sé anche l'immagine di folle di bambini urlanti, code che si snodano come serpenti, genitori impazziti che rincorrono la propria prole....

Insomma, un vero e proprio delirio.

Se è la prima volta che ci andate, questi sono i miei consigli: vestitevi a strati, indossate scarpe comode, se il tempo è bello portate un costume da bagno per i bambini (poi vi spiego il perché), se volete potete portarvi il pranzo al sacco e... preparatevi a combattere!

Seridò è il regno dei bambini, ma è un campo minato che mette a dura prova la sanità mentale di qualsiasi genitore.

Dovrete seguire i vostri figli che si muovono come schegge impazzite da un'attrazione all'altra, dovrete attendere pazientemente mentre fanno la fila per salire sulle varie attrazioni -loro da soli, perché i genitori non salgono-, dovrete giocare con loro nei laboratori didattici...

Se siete pronti a farlo, allora cominciamo.

Seridò occupa otto padiglioni del complesso fieristico di Montichiari più le aree all'aperto.

I padiglioni sono suddivisi per aree tematiche: sport, gonfiabili, laboratori, spazio per i più piccoli e tanto altro.

Per ogni gioco è indicata la fascia d'età a cui è indirizzato, anche se gli animatori/educatori dimostrano una certa elasticità.

Nessuna delle attrazioni è a pagamento. Si paga solo l'ingresso, che fino ai dodici anni è gratuito, mentre i grandi pagano il biglietto intero di € 13,00.

Seridò viene fatta da ventitue anni, per cui è bene organizzata: spazi per i pic-nic, bancomat, servizi igienici abbastanza puliti, aree ristoro...

Noi siamo partiti dallo stand dedicato allo sport: si può provare di tutto, calcio, bocce, tiro con l'arco, arrampicata e arti marziali.

Ringhio che impara a strisciare assieme ai ragazzi di Karate

 

I bimbi poi si sono voluti buttare sui gonfiabili, prima quegli esterni e poi quelli interni.

Uno dei numerosi gonfiabili che fanno impazzire i bambini

 

Per calmarli un attimo, siamo andati al padiglione "Tutti giù per terra": tutti assieme abbiamo giocato con le intramontabili lego, le costruzioni a incastro, le biglie, i dinosauri...

Quest'anno Ringhio è stato particolarmente fortunato: oltre a poter provare più giochi rispetto allo scorso anno, ha potuto partecipare al laboratorio dedicato ai rettili estinti, la sua grande passione!

I dinosauri non mancano mai...
Costruzioni a incastro

 

Una volta recuperato il fiato -noi, non loro!- abbiamo affrontato l'area "Giochi e città". Dopo aver saltato sui tappeti elastici, Ringhio e la Ninfa hanno affrontato il "gioco" del Pronto Soccorso.

Due salti sul tappeto elastico

 

Come lo scorso anno, i volontari insegnano ai bambini sotto forma di gioco come effettuare una chiamata al 112 in caso di necessità e come vengono trattati i pazienti.

I volontari del Pronto Soccorso insegnano ai bambini

 

Ogni bimbo sceglie un peluche, finge che sia malato, chiama il 112, viene caricato sull'ambulanza, affronta il Triage ed infine viene dimesso.

"Il mio piccolo sta tanto male..."

 

Ad ogni partecipante i volontari rilasciano un attestato di partecipazione.

Nel frattempo i genitori possono cimentarsi nelle manovre di primo soccorso che spiegano come affrontare un arresto cardiaco e come effettuare una manovra di disostruzione.

Oltre all'ambulanza, ci sono anche le moto della polizia, i vigili del fuoco, i carabinieri...

Il giro poi continua, perché i bambini non si scaricano mai, eh!

Case per le bambole, piste delle biglie, memory gigante...

Siamo riusciti a tenere fermi i bambini giusto il tempo di mangiare un boccone (se non vi portate il pranzo da casa all'interno del Seridò trovate pizze al trancio, panini, gelati, bibite e tanto altro) e poi ci siamo rimessi in moto.

Una breve capatina al Truccabimbi che non può mai mancare, altri giri sui gonfiabili e poi una capatina veloce alla biblioteca per l'evento dedicato ai "silent books""

Immancabile Truccabimbi

 

Contrariamente allo scorso anno, Ringhio e la Ninfa non hanno voluto fare il giro con il trenino e neppure vedere lo spettacolo teatrale, cosa che mi è dispiaciuta.

Approfittando però della bella giornata, sono riusciti a fare un giro a cavallo e a provare le mitiche barchette.

Qui è consigliato avere un costume perché ci si bagna. La maggior parte dei bambini però è salita in mutande salvo scendere con il culetto bagnato...Il prossimo anno ci organizzeremo, l'esperienza insegna.

Barchette da spingere a forza di...braccia

 

Siamo entrati alle 10 e siamo usciti alle 17,30, stremati ed esausti.

Ringhio e la Ninfa si sono divertiti tantissimo, per loro Seridò è ancora magico.

Mi sento invece di dire che non lo trovo adatto a bambini più grandi, diciamo dai dieci anni in su, perché per me a parte qualche attrazione rischiano di annoiarsi.

Allo stesso modo la sconsiglio a chi ha bambini al di sotto dei tre anni, perché a parte un padiglione il resto non lo possono sfruttare.

Sicuramente è un'esperienza da fare almeno una volta, per noi è stata la seconda  ma abbiamo la fortuna di abitare abbastanza vicino.

Ricordatevi di mettere in conto che è una giornata ricca di stimoli per i bambini e che può risultare faticosa per i genitori, ma sono convinta al cento per cento che tutta la nostra fatica è ben ripagata.

La Ninfa a fine giornata. Non voleva più andare via...

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"Torto marcio" di Alessandro Robecchi è un thriller italiano molto avvincente.

Robecchi è un autore che ho conosciuto solo recentemente, quindi adesso devo recuperare il tempo perso e leggere i suoi libri.

Per fortuna esistono le biblioteche, altrimenti mi svenerei.

Ha all'attivo diversi romanzi che, benché abbiano una certa continuità per quanto riguarda i personaggi, possono benissimo essere letti senza seguire la cronologia della pubblicazione.

Torto marcio di Alessandro Robecchi

"Torto marcio" è ambientato nella Milano dei giorni nostri, che viene scombussolata da un triplice omicidio.

Apparentemente, l'unico denominatore comune sembra essere il sasso bianco che viene ritrovato sui cadaveri.

Carella e Ghezzi devono far luce sull'intricata vicenda le cui radici affondano in fatti politici avvenuti negli anni Ottanta.

Questa volta però i due poliziotti devono svolgere le indagini in segreto: i morti infatti facevano parte della Milano bene e la vicenda ha fatto più scalpore del dovuto.

Da Roma è arrivata una task-force e addirittura un profiler. Si pensa perfino che gli omicidi possano essere di matrice terroristica...

Mentre Milano vive nella paura, Ghezzi sotto copertura si infiltra nella città sommersa, nella Milano dei poveri e degli emarginati, terra con sue regole e suoi equilibri.

Nel frattempo Carlo Monterossi  viene ingaggiato assieme al misterioso Oscar Falcone da Katia Sironi, sua agente, per ritrovare un anello di famiglia dal valore inestimabile che qualcuno ha sottratto all'anziana madre.

Carlo aspetta con impazienza che si concluda il programma televisivo da lui ideato e di cui si vergogna molto.

Si annoia e, quando gli arrivano alle orecchie delle informazioni che sembrano legate ai delitti dei sassi, non esita un istante a contattare Ghezzi.

Basteranno questi labili indizi per risolvere l'ingarbugliata faccenda e riportare la pace a Milano?

Alessandro Robecchi scrive un giallo che solo giallo non è.

L'intera vicenda è costellata da critiche sociali volte a dimostrare quanto sia marcia la società occidentale dei nostri giorni, piena di contraddizioni.

L'emblema di questo è rappresentato dallo show televisivo "Crazy Love"  che sfrutta i delitti per aumentare la propria audience.

Ma non solo: come sempre, Robecchi ci mostra come la Milano ricca sia moralmente decaduta, ciò che appare non è mai ciò che è.

Al contrario, pare che l'autore punti tutto sui tessuti sociali deboli, sui vecchi, i poveri, gli immigrati, dove traspare ancora qualche barlume di umanità.

"Torto marcio" è un romanzo coinvolgente, satirico e a tratti ironico.

La trama è ben costruita, non ci sono parti deboli, anche se personalmente ridurrei i paragrafi dedicati alle riflessioni monterossiane che scaturiscono dall'ascolto della musica di Bob Dylan.

Lo stile di Robecchi è graffiante, attuale ma mai esagerato o eccessivamente volgare.

Anche quando descrive il ritrovamento dei cadaveri non si spreca in descrizioni troppo crude, Robecchi è uno che ha stile, cattura i lettori in un altro modo.

"Torto marcio" è un giallo che vale la pena di essere letto, oltre che per le vicende narrate, anche per l'analisi acuta e puntuale della nostra società.

Voi lo sapete come funziona con le idee, no? Si affacciano per un istante e poi scompaiono appena le colpite con una raffica di "no, no, ma che mi viene in mente". Poi fanno ciao con la manina e si sporgono un po' di più. Poi tu fingi di non vederle e loro sono lì a dirti: "Beh, e a me non ci pensi?"

Come sempre, ringrazio Paola del blog "Home made mamma", che mi dà la possibilità di partecipare al venerdì del libro.

E come sempre, mi farebbe molto piacere leggere i vostri commenti: conoscete quest'autore? In caso, cosa ne pensate?

Potete lasciarmi anche i vostri suggerimenti sui romanzi che avete letto, non solo gialli ma di qualsiasi genere.

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Bella stagione è sinonimo di gite all'aria aperta, di scampagnate e...di pic-nic.

I pic-nic sono sempre un evento gioioso, informale e goliardico che ci permette di stare a contatto con la natura in compagnia di amici e parenti.

Da quando sono nati la Ninfa e Ringhio, pic-nic significa anche dover fare i conti con i piccoli problemi legati al mondo dell'infanzia, che a volte possono diventare vere e proprie seccature.

Uno di questi piccoli problemi è quello legato al cibo. Lo sapete meglio di me, quei piccoli tappi di tre anni possono darci del filo da torcere sulla questione del mangiare già in una situazione normale figuriamoci quando si tratta di affrontare un evento diverso dal solito, come appunto un pic-nic.

E' molto difficile preparare una pietanza che possa mettere d'accordo tutti, dai grandi ai piccini.

Io però ho trovato un piatto che piace sia agli adulti che ai bambini e che riscuote sempre un grande successo tra amici e parenti.

Rotolo di frittata al forno

La soluzione è semplice ma mai banale. La ricetta che voglio condividere con voi è quella del rotolo di frittata al forno.

Come per i piatti più ingegnosi, per esempio la pizza, la pasta oppure il riso, una volta capito come fare la base poi ci si può sbizzarrire con i condimenti: verdure grigliate, rucola e ricotta, pancetta e scamorza, tonno e formaggio spalmabile e tanto altro ancora. L'unico limite è quello imposto dalla vostra fantasia.

La versione che piace di più ai bambini è quella con fontina e prosciutto cotto.

Ora vi spiego in quattro e quattr'otto come realizzarla.

Rotolo di frittata al forno con fontina e prosciutto: ingredienti e procedimento

Per preparare un rotolo di frittata con fontina e prosciutto assicuratevi di avere a portata di mano questi ingredienti:

  • 6 uova medie
  • 100 grammi di parmigiano reggiano grattugiato
  • origano
  • sale
  • pepe
  • 30 ml di latte
  • concentrato di pomodoro
  • un etto di fontina tagliata a fette
  • un etto di prosciutto cotto tagliato a fette

Una volta predisposti gli ingredienti, ecco qui il procedimento.

Iniziate preriscaldando il forno a 180° C in modalità statica.  Prendete una teglia da forno con i bordi alti, rivestitela con carta da forno bagnata e strizzata e tenete da parte.

In una boule rompete le uova, salate e pepate e cominciate a sbatterle con una frusta a mano. Quando cominceranno ad essere spumose, aggiungete l'origano, il parmigiano e il latte.

Continuate a sbattere il composto fino a che non vedrete comparire le famose bolle grandi in superficie. Ora prendete la vostra teglia e versate la vostra preparazione.

Infornate per circa venti-venticinque minuti (anche qui il tempo è indicativo, ogni forno è diverso). Saprete che la vostra frittata è cotta quando la superficie comincerà a diventare bella dorata.

A questo punto sfornatela e lasciatela intiepidire un quarto d'ora.

Dopodiché, prendete la pellicola trasparente e fatela aderire alla frittata, premendo leggermente con le dita. Capovolgete delicatamente la teglia e, ancor più delicatamente togliete la carta forno dalla parte sotto della frittata che ora si troverà in cima.

Lasciate raffreddare ancora per una decina di minuti e poi procedete con la farcitura.

Spremete il concentrato di pomodoro (non vi indico la quantità perché va a gusti)  e spargetelo sulla frittata con il dorso di un cucchiaio.

Mettete poi le fettine di fontina e quelle di prosciutto.

Ora non vi resta che arrotolare la frittata: fatelo dal lato lungo facendo attenzione a non romperla.

Quando il rotolo sarà pronto, racchiudetelo nella pellicola trasparente e mettetelo a compattarsi in frigorifero per almeno mezz'ora.

Il vostro rotolo di frittata al forno con fontina e prosciutto è pronto per essere mangiato.

Potete decidere se affettarlo sul luogo del pic-nic o farlo già a casa.

Qualsiasi sia la vostra decisione, il risultato non cambia: avrete tante splendide girelle colorate che catalizzeranno l'attenzione dei bambini.

In poche semplici mosse avrete evitato un sacco di problemi e di capricci.

Non mi resta che augurarvi uno splendido pic-nic.

Come sempre, i vostri commenti sono graditi, sia per dirmi se lo avete provato sia per suggerirmi altre soluzioni.

 

Con questo post partecipo all'iniziativa "L'ingrediente in comune" ideata da alcune formidabili food blogger che ogni mese scelgono un tema diverso.

Il tema di questo mese è "Menù pic-nic" e se guardate i link qui sotto potete trovare tante altre ricette da provare:

Finger Food per un pic-nic

Antipasti per un pic-nic

Primi piatti per un pic-nic

Secondi piatti per un pic-nic

Dolci e frutta per un pic-nic

 

 

 

 

 

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