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La scorsa settimana ho ricevuto una mail molto lusinghiera da parte di una lettrice.

Oltre ai complimenti, che fanno sempre piacere, la ragazza mi diceva di aver notato che durante il fine settimana non scrivo mai.

Effettivamente è così, a parte qualche post su FB o IG non scrivo mai il sabato e la domenica.

E come potrei?

Il fine settimana per le mamme lavoratrici generalmente è un caos.

Non voglio polemizzare o gettare fuoco sulla battaglia tra mamme casalinghe e mamme lavoratrici.

Il mio è semplicemente un dato di fatto.

Una casalinga "lavora" in casa (ho virgolettato lavora perché il termine presuppone una retribuzione che nel caso della casalinga non c'è, ma la fatica e l'impegno sono comunque innegabili) ogni giorno della settimana, per cui oggettivamente ha più tempo per gestire i lavori domestici e il menage familiare.

Le mamme lavoratrici generalmente passano parte della giornata  fuori casa, nel mio caso otto ore sono in ufficio e due se le porta via il tragitto casa-luogo di lavoro.

Di conseguenza quel che resta a disposizione per dedicarsi ad altro è davvero poco.

Io esco di casa coi bambini alle 7,25 e rientro per la pausa pranzo a 12,40 per ripartire poi a 13,20 e rincasare alle 18,45.

La mattina ho giusto il tempo per preparare me e i bambini e, mentre loro fanno colazione, riesco a rifare i letti e sfamare cane e gatti.

Ogni giorno mi dedico alla pulizia della casa, sfruttando anche la pausa pranzo: bagno e cucina, polveri in tutte le stanze, passata con l'aspirapolvere sui pavimenti, carico-scarico lavastoviglie...

Va da sé che poi la sera, quando rientro, c'è la cena da preparare, i bambini che giustamente reclamano la loro dose di attenzioni, la casa da finire di sistemare e se riesco magari qualche interazione con CF quando non è al lavoro.

In più ci sono le lavatrici, la spazzatura, la spesa, il giardino...

L'ho detto tante volte che la mamma lavoratrice è un'equilibrista: riesce a fare tante cose perché di fondo è brava ad organizzare e gestire il tempo che ha a disposizione, giocando di squadracon gli altri membri della famiglia.

E'inevitabile però che anche la giornata della mamma lavoratrice sia formata da ventiquattro ore, per cui tempo materiale per fare proprio tutto tutto non c'è.

Quindi i mestieri più impegnativi vengono relegati al fine settimana: cambio delle lenzuola, pulizia di vetri, lampadari e affini, lavaggio dei pavimenti, la fantomatica spesa...

A questi si sommano magari altre incombenze, come passare in tintoria, in posta, in biblioteca...

E non scordiamoci la vita sociale: cene, compleanni, gite, visite e così via.

Il week-end delle mamme lavoratrici è un caos, perché di solito noi mamme che lavoriamo facciamo quello che le mamme casalinghe possono spalmare durante gli altri giorni della settimana.

Inoltre, il sabato e la domenica io voglio stare con i miei bambini e con il loro papà.

E' un mio bisogno, vedendoli così poco gli altri giorni, durante il fine settimana mi piace passare il mio tempo con loro.

Li coinvolgo nelle faccende domestiche, andiamo a fare la spesa, cuciniamo assieme, disegniamo, coloriamo e giochiamo.

Facciamo in modo di divertirci e di sfruttare e godere di ogni momento.

Chiaro, non è tutto rose e fiori: CF magari non c'è, i bambini a volte sono stressanti e insopportabili o magari io stessa sono stanca e nervosa.

Tutto questo per dire che, scusatemi proprio, ma durante il mio caotico fine settimana da mamma lavoratrice il tempo per scrivere sul blog non lo trovo proprio.

Perché durante il fine settimana io "vivo" quello che tante altre mamme hanno la possibilità di vivere ogni altro giorno della settimana.

Ditemi voi, invece, cosa fate durante il fine settimana: riuscite a rilassarvi o siete congestionate da impegni sociali e non?

 

 

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In questo venerdì novembrino in cui il sole è tornato a invadere il cielo, vi presento un romanzo dell'autrice italiana Carla Maria Russo 

"Lola nascerà a diciott'anni"

"Lola nascerà a diciott'anni" non è un libro per stomaci deboli.

Crudo, straziante e intenso colpisce come un pugno allo stomaco.

Carla Maria Russo sceglie come sfondo Milano, sua città d'adozione, negli anni che vanno dal 1939 al 1961.

Idealmente si potrebbe dividere la storia in due parti: la prima ha come protagonista principale Mara Bonfanti e la seconda è dedicata ad Anna Colombo.

Due brevi cenni alla trama: Mara è una ragazza di famiglia ricca che trascorre la sua vita in un collegio gestito dalle suore.

La madre, una bella vedova, ha come scopo nella vita quello di preservare il buon nome e la reputazione della famiglia.

Gretta, meschina, arrivista e fredda calcolatrice, non ha in sé un briciolo di compassione o di amore, nemmeno dei confronti della povera figlia.

Mara ci viene presentata come la tipica ragazza viziata e leggera, in piena fase di ribellione.

Un giorno nota e viene notata da un bel ragazzo, Mario, appartenente alla classe operaia, che se ne innamora perdutamente all'istante.

Per far arrabbiare la madre e sfuggire a un matrimonio combinato con un tenente fascista, Manlio Melli, la ragazza organizza una breve fuga d'amore con Mario.

Quello che lei ingenuamente pensava potesse salvarla, in realtà innesta una serie di catastrofici e tragici eventi che porteranno alla morte di più di una persona.

Fughe, inganni, omicidi, tradimenti sullo sfondo di una città dilaniata dai bombardamenti alleati.

Carla Maria Russo non ci descrive la guerra, ce la fa vivere, in tutta la sua tragicità e il suo orrore.

Siamo con Giuseppe, il fratello diciassettenne di Mario, quando viene arrestato dalle brigate fasciste e percosso a morte.

Siamo con Camilla, la domestica di casa Bonfanti, quando scava tra le macerie della scuola per portare alla luce il corpo della figlioletta Evelina, morta a causa di una bomba sganciata per errore.

E siamo con Mara, quando quel fatidico 16 Agosto 1943, alla periferia di Milano, con lo sfondo delle granate in lontananza, dà alla luce la piccola Lola, creduta morta.

Nella seconda parte della storia, il cui anello di congiunzione è rappresentato dalla vecchia e acida Camilla, troviamo Anna Colombo, una ragazza vissuta in un orfanotrofio e allevata dalle suore.

Intelligente, testarda e compassionevole, Anna al compimento del suo diciottesimo anno verrà contattata in forma anonima da una sconosciuta che si dichiara disposta a rivelarle quali sono le sue vere origini.

Passato e presente si incontrano, tra racconti orali e articoli di giornale. Pian piano la verità torna a galla e finalmente incontriamo Lola.

"Lola nascerà a diciott'anni" è un'opera intensa e ricca di pathos.

Carla Maria Russo orchestra abilmente la narrazione.

Il punto di vista non è univoco e fisso. La storia ci viene narrata a turno dai vari personaggi, dai buoni come dai cattivi e, a volte, lo stesso avvenimento ci è presentato da vari punti di vista.

Con questa tecnica l'autrice ci invita a guardare un quadro da differenti prospettive e, chiaramente, ogni prospettiva metterà in luce dettagli diversi finché riusciremo a vedere l'opera nel suo complesso.

Anche i metodi di narrazione sono disparati: la storia viene raccontata in prima persona, oppure attraverso i ricordi e i racconti di testimoni, o ancora attraverso lettere e articoli di giornale.

Quando leggerete "Lola nascerà a diciott'anni" non aspettatevi di trovare buoni sentimenti, altruismo o pietà: qui sono in scena le brutture dell'animo umano, la viltà, la forza bruta, la codardia , la paura e il puro istinto di sopravvivenza.

Non uno solo dei personaggi si salva da questo lordume, se non Anna, che è nata in tempo di guerra ma non l'ha vissuta.

"Lola nascerà a diciott'anni" è sicuramente una lettura forte ma che deve essere fatta almeno una volta nella vita.

Purtroppo la guerra è un male contagioso. Si insedia nel cuore, nell'anima di ognuno di noi e ci corrompe. Ciascuno vive per se stesso ed è nemico di tutti i suoi simili, in una contrapposizione totale in cui non esistono più schieramenti ma solo una lotta cieca per la sopravvivenza."

Come sempre, un grande ringraziamento va a Paola, di Homemademamma, inventrice del #venerdìdellibro

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"Mamma, continua a piovere!"

La Ninfa stasera pare un tantino giù di corda. Sarà la stanchezza? Di solito non si lamenta mai, al massimo fa i capricci e le sue solite sceneggiate.

Oggi invece sembra che un velo di malinconia le sia piombato addosso, come una cappa pesante.

So che alla materna è stata una giornata pesante: pare che una bimba grande alcuni giorni fa abbia picchiato un bimbo piccolo e le maestre hanno deciso di affrontare il problema con tutta la classe.

Inoltre hanno chiesto che anche noi genitori ci muoviamo in tal senso.

"Non ho voglia di guardare i cartoni". Sbuffa e se ne va in camera.

Spengo tutto e la seguo a ruota, tallonata da Ringhio.

Qui ci vuole un'idea, qualcosa di diverso da solito.

"Facciamo così, bambini, adesso spegniamo tutte le luci, accendiamo un paio di candele e la mamma vi racconta una storia nuova"

"Sì, mamma, una storia diversa. Siccome è autunno e piove, nella storia ci voglio...Un ombrello giallo!".

Rapidi si infilano nei loro lettini. Io mi siedo sul pavimento, in mezzo alla stanza, equidistante dall'uno e dall'altra.

"La nostra storia inizia a Parigi, in un giorno di pioggia, Noah esce di casa e prende le bus. Dietro al finestrino intravede un ombrello giallo, un sole nel grigio del giorno. Noah scende e segue quella macchia soleggiata per i vicoli di Mont Marte e..."

"E...?" domanda la pupa.

"E non riesce a staccare gli occhi da quell'ombrello. Cammina in trance, un piede dietro all'altro. Sta procedendo contromano e si ritrova a scansare le persone che gli si parano davanti, quasi come se fossero delle ragnatele.

La pioggia si è fatta più forte. Noah sente i piedi che sguazzano nelle leggere scarpe di tela mentre rivoli ghiacciati gli scendono dalla nuca lungo la schiena, come allegri torrenti di montagna.

E' talmente concentrato che si dimentica quasi di sbattere le palpebre.

L'ombrello giallo lo chiama e a Noah questo richiamo sembra invitante come quello delle sirene.

Impossibile resistere.

Il ragazzo affretta il passo ma non riesce a colmare la distanza che lo separa da quell'ombrello.

Per un attimo, uno soltanto, l'ombrello si sposta e Noah riesce a intravedere una chioma rossa.

Il suo cuore manca un battito, le mani tremano leggermente.

Spicca un balzo in avanti, ma il suo piede incontra un ostacolo e Noah cade rovinosamente a terra.

Steso a pancia in giù in una pozzanghera, Noah ha come la percezione che il mondo si sia fermato.

Sente le voci allarmate e spaventate dei passanti, osserva le punte delle loro scarpe muoversi concitatamente attorno a lui.

Mani forti lo sollevano e occhi preoccupati lo scrutano. Ma lui non ha tempo per tutto questo.

Deve trovare l'ombrello giallo. Ignorando le fitte di dolore, Noah gira la testa qua e là.

La macchia gialla non c'è più. I passanti riprendono il loro cammino. Noah resta in piedi, solo tra la folla, sotto il cielo plumbeo.

La pioggia ha cessato di scendere. Sentendosi addosso tutto il peso del mondo, il ragazzo si gira.

E lei è lì, l'ombrello giallo chiuso con l'elegante laccetto.

"Temevo di averti perso per sempre" prorompe il ragazzo.

La sua voce stridente in cui si mischiano le tonalità del bambino e dell'adulto rimane per un attimo sospesa nell'aria.

"Noah, non essere melodrammatico. Ci saremmo visti domani, finito il turno di lavoro. Ti ho aspettato, ma visto che non arrivavi..."

Con un gesto automatico la donna si tira indietro un ciuffo di capelli rossi sfuggiti alla molletta.

A Noah quel gesto così intimo e familiare fa passare subito il malumore.

"Ero in ritardo perché mi hanno rubato il portafoglio"

Lo sguardo della donna si fa più attento. Quando lo guarda così, Noah percepisce chiaramente la tensione che scorre dentro di lei.

Subito allora aggiunge: "Ma stamattina ho smesso di fare il codardo: sono andato dal professore e ho detto chiaro e tondo come stavano le cose. Siamo andati assieme dal preside che convocherà i genitori.

Sono stufo di essere preso in giro e maltrattato dagli altri solo perché sono il più piccolo"

Alza il mento con fierezza, quasi volesse apparire più alto del suo metro e cinquanta.

"Però, siccome non avevo i soldi, è da stamattina che non mangio..."

Il suo stomaco emette un cupo borbottio, quasi a sottolineare il concetto.

"Sei stato coraggioso, Noah, hai fatto la cosa giusta. Vedrai che da oggi le cose andranno meglio. Ora vieni, entrerò un po' più tardi al lavoro. Andiamo a mangiare qualcosa"

Noah sorride e passa un braccio attorno alla vita della donna.

"Sei la migliore, mamma!" esclama, contento.

Ha ricominciato a piovere e Noah apre l'ombrello giallo canarino.

E, guardando il mondo da sotto quella cupola dorata, ha la certezza che da quel momento ogni cosa andrà per il verso giusto."

(Questo racconto partecipa al tema della settimana #percezione, proposto dagli Aedi digitali)

 

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Domenica mattina mi sono incontrata con una mia cara amica che non riesco mai a vedere tanto quanto vorrei.

La mia amica ha organizzato una colazione con le ragazze del suo addio al nubilato per comunicarci la lieta novella: a Maggio diventerà mamma.

Capite bene che la situazione ha innestato un tripudio di felicità esternata con gridolini di gioia, baci e abbracci.

La conversazione naturalmente si è incentrata sul futuro bebè.

"Chissà a chi somiglierà?"

Già, chissà?

Le somiglianze tra figli e genitori sono regolate dalle complesse e oscure regole della genetica, per cui come tutti sappiamo è impossibile prevedere cosa succederà quando i geni si mischieranno.

Nessuno dei miei figli mi somiglia, è un dato di fatto.

Fisicamente la Ninfa è uguale al suo papà alla sua età, anche se molti affermano che a livello espressivo invece somigli a me - menzogneri, sicuramente lo dicono per pietà-.

Questa somiglianza era già evidente quando la Ninfa è uscita con quel suo bel cordone ombelicale ancora attaccato, tanto che in questo caso si poteva benissimo dire "Mater semper certa, etiam pater".

La cosa assurda è che le persone di una certa età che conoscono mia suocera fin da piccola affermano senza incertezza alcuna  che la mia bambina è identica a lei. 

Incredula, ho dovuto chinare il capo di fronte alle prove empiriche: foto in bianco e nero in varie pose ed età che decretano e comprovano che la genetica non è un'opinione.

Ma tant'è, me ne sono fatta una ragione: in fondo mia suocera è sempre stata una bella donna, per cui non tutto il male vien per nuocere.

Mi sono detta, sospirando: "Andrà meglio la prossima volta"

Poi è nato il piccolo -si fa per dire- Ringhio.

Che non somiglia al padre, nemmeno al suocero, ma neppure a me, a parte per un piccolo dettaglio: gli occhi.

Per il resto, sono tanti ad affermare che sicuramente ha preso dal ramo della mia famiglia.

All'inizio il fatto che nessuno dei miei figli mi somigliasse neanche un pochino mi ha infastidito.

Ma come, mi dicevo, tanti sforzi e nessuno dei due sembra mio figlio. A che sono valse tutte quelle ore di travaglio, tutte quelle spinte, tutta quella fatica?  Destino infame!

Ma, con lo scorrere del tempo, mi sono detta:

"E' davvero un male che i miei figli non mi somiglino?"

Per come la vedo io, nel mio caso forse è solo un bene.

Se la Ninfa fosse il mio ritratto, penso che inconsciamente farei di tutto per farla diventare la me che non sono mai diventata.

Il che significa che la spingerei a fare esperienze e a percorrere quelle strade che io non ho mai avuto il coraggio di fare.

Le impedirei di vivere la sua vita e di esprimere al meglio i suoi talenti, la sovraccaricherei di aspettative, insomma sarei davvero una pessima madre.

Perché parlo a femminile?

Perché secondo me questo problema dell'immedesimazione e del rispecchiarsi avviene prevalentemente con il figlio dello stesso sesso.

Nonostante questo, è inevitabile che mi riveda nei miei figli.

Certi loro atteggiamenti nell'affrontare il mondo e nel rapportarsi con gli altri mi fanno tornare in mente alcuni ricordi della me bambina nella loro situazione.

Questione di carattere. Ma il carattere non si eredita.

E buona pace a chi dice: "Sono testardi come la madre".

In cosa vi somigliano i vostri figli?

 

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Novembre è arrivato con le prime piogge e i primi freddi.

Seppur tenti sempre di essere positiva, Novembre è un mese che non mi piace affatto.

Gli unici motivi per cui lo apprezzo sono questi: Novembre è il mese che precede Dicembre e a Novembre c'è quell'imperdibile venerdì che gli amanti dello shopping conoscono bene, il black Friday.

Detto questo, perché non crearmi un evento ex novo che mi faccia provare un senso di simpatia per questo mese triste e bigio?

Quindi, arbitrariamente, ho deciso che Novembre sarà il mese del compleanno del mio blog.

Ebbene sì, anche se i primi articoli sono stati pubblicati ad Ottobre 2016, io rivendico Novembre come il mese del compleanno di Datemiunam, che sia messo agli atti e scritto nero su bianco con inchiostro indelebile.

E come nella buona tradizione del blogging, in questo giorno gioioso tiro le somme di un anno di blog.

Non agitatevi, niente statistiche o numeri di cui non importa nulla a nessuno (se non a me, per cui me li analizzo in separata sede).

Ad un anno dalla creazione di Datemiunam, ecco qui i cinque motivi per cui per me vale sempre la pena avere un blog.

CINQUE COSE CHE HO IMPARATO IN UN ANNO DI BLOG

Il blog è intimità ed introspezione

Ho aperto Datemiunam con un'idea in testa, un'idea scaturita dal desiderio di avere uno spazio dove poter dire la mia su come vivo la mia esistenza dopo la maternità, su come l'avere dei figli mi abbia scombussolato la vita, sia in meglio che in peggio, invece di farlo sempre come ospite dei blog altrui.

Sebbene sia partita con questa idea, l'avere un blog mi ha permesso di "guardarmi dentro" e di fare chiarezza su certe vicissitudini e su certi aspetti del mio carattere.

Scrivere mi ha consentito di conoscere parti di me che non conoscevo e allo stesso tempo ha ribaltato completamente alcuni lati del mio carattere che credevo di conoscere.

Il blog è socialità e confronto

Datemiunam come qualsiasi altro blog parte da me per arrivare a voi, care lettrici e cari lettori.

Le mie esperienze sono quelle normali di una comunissima mamma lavoratrice, come ce ne sono tante.

Attraverso gli spaccati della mia vita non perfetta e non straordinaria, mi metto a nudo per indurre anche voi a farlo, nella modalità e nella misura che preferite, attraverso i vostri commenti qui, su FB o su IG o mandandomi una mail.

Creare dialogo e confronto attraverso lo scambio di aneddoti e racconti aiuta a non sentirsi isolate, sole e sperdute.

Datemiunam si pone l'ardito obiettivo di essere vicino alle mamme (ma anche ai papà) che hanno bisogno di sentirsi rinfrancate, di capire che tante esperienze sono davvero comuni ad ogni genitore.

E' come un abbraccio virtuale, una pacca sulla spalla, data in un petit cafè dove si raccontano fatti belli e brutti e dove nessuno giudica nessuno.

Il blog è crescita personale

Da quando ho intrapreso l'attività di blogger, guardo la realtà che mi circonda con occhi diversi.

Ogni cosa può diventare interessante e, con la scusa del blog, mi diverto ad approfondire tante tematiche che una volta non avrei avuto modo di analizzare.

In un anno ho imparato molte cose riguardo a svariati temi, per cui mi sento di affermare con sicurezza che avere un blog apre la mente e ti costringe a crescere.

Il blog è fatica

Scrivere un blog è faticoso, inutile nasconderlo. Non prendiamoci in giro, nessuno scrive sulla rete per non essere letto. In ogni blogger c'è una punta di sano egocentrismo.

Se vuoi creare un blog ed essere letto, devi avere un minimo di conoscenze tecniche di base oppure dei soldi a disposizione per farlo fare ad altri.

Io sono tecnologicamente indietro, all'età della pietra, per cui da autodidatta mi sono armata di pazienza, volontà e manuali per cominciare a farmi le basi.

Questo richiede tempo, sudore e una certa dose di determinazione, nonché la capacità di creare uno spazio affiancandolo a lavoro, casa, famiglia, senza penalizzare chi ci sta accanto.

Il blog è socialità

Gestire un blog aiuta a conoscere altre persone, in primis coloro che ci seguono in maniera assidua o sporadica.

Ma aiuta anche a conoscere dapprima virtualmente e poi anche fuori dalla rete le altre blogger, che siano professioniste del settore o che lo facciano come hobby.

Il mondo del blog passa attraverso queste relazioni, si nutre dello scambio di idee da cui spesso nascono collaborazioni interessanti.

Datemiunam non è un mondo isolato, ma un piccolo pianeta in mezzo ad un universo di astri calanti e nascenti.

Questo è quello che ho imparato in un anno di blogging.

Ma l'insegnamento più grande è senza dubbio questo: gioisci dei piccoli traguardi che raggiungi, ma soprattutto rialzati e ricomincia con maggior determinazione quando cadi.

Posso accettare di fallire. Tutti falliscono.

Non posso accettare di non averci provato."

Tanti auguri, Datemiunam! E tanti auguri a me e a tutti coloro che mi supportano e non mi fanno mancare il loro appoggio in questa bellissima avventura.

 

 

 

 

 

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Primo venerdì di Novembre, primo suggerimento di lettura del mese.

Il libro di cui vi voglio parlare oggi mi è stato passato dalla mia grande amica che di libri se ne intende.

Mi ha fatto subito una buona impressione fin dal titolo: "Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli".

Un titolo già di per sé parlante, da cui si arguisce che:

  • la protagonista si chiama Flavia de Luce;
  • nel corso della narrazione viene perpetrato un delitto;
  • tale azione efferata si svolge in un campo di cetrioli.

Un'unica frase che suggerisce al lettore qualcosa riguardo al genere di narrazione che si appresterà a leggere, quasi come un buon profumo preannuncia il piatto che andremo a mangiare, mettendo in moto i meccanismi inconsci del nostro cervello e facendoci venire l'acquolina in bocca.

Qui dobbiamo ringraziare la traduzione italiana, perché il titolo originale in realtà è "The sweetness at the bottom of the pie", che non risulta altrettanto ad effetto.

Dicevo, "Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è il primo romanzo di Alan Bradley.

La vicenda si svolge nell'immaginaria cittadina inglese di Bishop's Lacey, attorno agli anni Cinquanta.

L'undicenne Flavia, terzogenita del colonnello de Luce, passa la sua esistenza rinchiusa prevalentemente nel suo laboratorio di chimica, dove conduce esperimenti che spesso testa sulle due sorelle, Ophelia e Daphne.

Flavia conduce una vita isolata, tra le mura della tenuta di Buckshaw. Suo unico confidente sembra essere il tuttofare Dogger, compagno d'armi del padre.

La vicenda prende il via in un giorno qualsiasi, quando la cuoca trova sulla porta della cucina un uccellino morto con uno strano francobollo infilzato nel becco.

Il fatto provoca un'esagerata reazione del padre di Flavoia, sempre riservato e taciturno.

Che cos'ha a che fare questo macabro ritrovamento con il colonnello de Luce?

Le cose si fanno più complicate quando il padre, appassionato di filatelia, riceve la visita di un inquietante personaggio.

Flavia, ragazza attenta ai dettagli e di mente acuta, comincia suo malgrado a cogliere strani segnali.

Una mattina, all'alba, l'undicenne si sveglia di soprassalto e, presa da una strana inquietudine, scende in giardino, dove scova nel campo di cetrioli quello che crede essere il cadavere di un uomo.

Flavia, con l'aiuto di Dogger, contatta la polizia e da qui parte un'indagine ingarbugliatissima che porterà a una serie di malintesi.

La protagonista, suo malgrado attratta dall'indagine, comincia a cercare prove ed indizi.

La sua mente analitica la spingerà ad approfondire i fatti e la condurrà vicino alla morte nel tentativo di trovare il vero assassino.

"Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è un romanzo giallo da leggere tutto d'un fiato, il primo della serie dedicata alla giovane detective in erba.

Scritto in modo magistrale, con uno stile elegante ed ironico, riesce a tenere in sospeso il lettore e a strappargli più di un sorriso.

Alan Bradley cura le ambientazioni così come i personaggi, dalla cuoca al garzone, alle due sorelle di Flavia.

I dialoghi sono veloci e ogni voce è appropriata al personaggio: il colonnello ha il suo modo di parlare che si differenzia per stile da quello di Dogger.

Il delitto è davvero difficile da risolvere, tanti i colpi di scena proposti, la trama è molto ben costruita e il lettore viene ripetutamente punzecchiato e messo sulle tracce della verità.

"Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli" è un romanzo che vale la pena leggere, al di là della scelta della protagonista che sembra indirizzarlo ad un pubblico più giovane.

In effetti, mi ricorda molto i gialli per ragazzi di una volta, quelli di Nancy Drew o dei Pimlico Boys, anche se la ragazzina per il suo carattere, la sua forza d'animo e le sue vicissitudini mi fa venire in mente la protagonista de "Un rubino nel buio".

In sintesi, un giallo avvincente e ben strutturato, adatto anche ad un pubblico più giovane, ma gradevole e fruibile anche per chi ha qualche anno in più.

Magari potete cominciare a segnarlo nelle liste dei regali per qualche adolescente che ama ancora leggere (ce ne sono ancora, vero?).

Come sempre, un ringraziamento a Paola di Homemademamma, l'inventrice del #venerdìdellibro.

 

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