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Per il nostro venerdì del libro oggi vi voglio presentare un libro per bambini che ho regalato alla Ninfa la scorsa settimana.

Si intitola "La principessa, il drago e il prode cavaliere" di Geoffroy de Pennart.

Ecco qui la copertina

Tra i mille volumi della mia libreria preferita ho scelto questo per la rappresentazione "moderna" dei ruoli: la principessa Maria fa la maestra, il drago Giorgio si prende cura di lei e la aiuta (in inverno accende la stufa della scuola con le sue fiamme), il cavaliere Giulio è prode, ma ingenuo e pasticcione.

Quindi niente donzelle inermi da salvare, niente draghi cattivi da abbattere, niente perfetti principi azzurri di cui innamorarsi.

La favola è raccontata con parole semplici, con tratti ironici e a me e alla Ninfa sono piaciuti molto anche i disegni, fatti dall' autore stesso.

In trenta pagine si narra di come un giorno, per caso, passando presso la scuola dove insegna la principessa Maria il cavaliere Giulio vede un enorme drago che tenta di dar fuoco all'edificio.

Senza fermarsi a riflettere, appioppa una bella botta in testa al drago Giorgio.

 

Maria, scioccata e arrabbiatissima, pretende che Giulio ripari al proprio errore.

La sua missione sarà andare a raccogliere un bel mazzo di fiori d'arnica per curare il povero drago.

Giulio, già innamorato della bella maestra, non esita a lanciarsi in quest'avventura col suo fiero ronzino.

Non ricordando le indicazioni di Maria, prende la strada sbagliata e, per ottenere l'arnica, deve battagliare con diverse creature pericolose.

La principessa Maria lo segue da lontano col binocolo. Quando lo vede in pericolo, non esita a convincere il drago Giorgio ad andare in suo soccorso.

Benché il drago non sia particolarmente felice di aiutarlo, per far contenta Maria alla fine cederà.

Proprio nel momento in cui Maria e Giorgio si stanno alzando in volo, il cavaliere compare in sella al suo cavallo con due splendidi mazzi di fiori: uno è l'arnica di Giorgio e l'altro è un mazzo di rose che dona alla principessa, conquistando con la sua gentilezza il cuore della maestra.

Ci è piaciuto perché la trama è corta e non eccessivamente dettagliata per cui ideale per bambini in età pre-scolare. 

La principessa Maria è una maestra, figura a cui i bambini sono abituati.

Il cavaliere è rappresentato con tratti comici e riesce ad attirare le simpatie dei lettori.

Il drago Giorgio non è cattivo, ma fa partire Giulio alla ricerca dell'arnica anche se ha una pomata nascosta per le emergenze.

Insomma, è vendicativo al punto giusto: il cavaliere gli ha fatto male, è normale che si possa sentire arrabbiato.

Proprio come potrebbe sentirsi un bimbo se senti di aver subito un'ingiustizia.

Concludendo,  libro non lungo ideale per una lettura ad alta voce prima di addormentarsi, personaggi credibili e moderni, trama divertente, disegni semplici e accattivanti.

Se avete una bimba a cui piacciono le principesse un pò "comandine", un bimbo che adora draghi e simili, una mamma che la sera casca dal sonno, ecco, questo è il libro adatto a voi.

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Nei film ambientati in America e Inghilterra è consuetudine che le case abbiano due entrate, una principale e una secondaria.

Mi sono sempre chiesta perché e non ho mai trovato una risposta.

Poi sono diventata grande, questo interrogativo è finito nel cassetto delle domande senza risposta , accanto a “Perché esistiamo?”, “ Da dove veniamo?”, “ Perché quando nasce un bambino non ti danno il libretto delle istruzioni?”.

Finché sono andata a vivere con CF nella nostra casa attuale. E ho due entrate.

Continuo a non sapere il perché, ma ora posso dire anch’io “porta principale” e “porta di servizio”.

Avete notato come quando si parli di case si dice entrata anziché uscita come sinonimo di porta?

Le case servono per ripararsi, accogliere, avvolgere e proteggere.

Contengono il nostro amore e solo noi possiamo decidere chi far entrare.

La porta principale è l’ingresso ufficiale, quello più curato, quasi un biglietto da visita.

Orgogliosamente se ne sta tronfia a far da spartiacque, accoglie gli ospiti che vengono in visita.

Ecco l'entrata principale

La porta secondaria è quella utilizzata dai membri della famiglia, quella che si usa per sgattaiolare fuori a fumare una sigaretta o a portare la spazzatura.

Dimessa, se ne sta lì timidamente, quasi lieta di essere ignorata dai più.

Ma nel mio caso, vista la posizione, è anche la via più breve per entrare in casa.

Ed è quella riservata agli amici, quelli veri, quelli che sono entrati nel nostro cuore attraverso la porta principale ma che poi sono diventati di fatto la nostra famiglia.

E questa è la porta della famiglia, l'ingresso secondario

Quelli che non si fermano all’apparenza, al rigore formale, all’estetica.

Quelli che non fanno una piega quando entrano e vedono il cesto della biancheria sporca, i panni stesi o i raccoglitori per la differenziata.

Quelli che conoscono la parte intima del nostro essere e che la sanno accettare, anche con le sue imperfezioni o le sue brutture.

Finalmente ho capito a cosa servono le due porte, quella principale e quella secondaria.

Con questo post partecipo al tema della settimana #porte proposto dagli Aedi digitali.

 

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Ogni bambino prima o poi ha delle fissazioni: c’è chi vuole ascoltare sempre la stessa favola, chi vuole giocare sempre con lo stesso gioco, chi vuole mangiare i biscotti solo interi…

Stranezze che prima o poi passano da sole, per fortuna.

Io da piccola per esempio volevo mangiare solo il Cornetto cuore di panna, mentre mia cugina mangiava il gelato solo se era rosa.

In questo periodo la Ninfa si è fissata col colore fucsia. Oddio, più che una fissazione è una forte predilezione: se può scegliere, lei sceglie fucsia.

Domenica scorsa, complice il passaggio all’ora legale, eravamo un tantino sfasati, per cui abbiamo preferito rimanere a casa.

Verso l’ora di cena, ho aperto il frigorifero e ho visto che in un bel contenitore giacevano semidimenticate due barbabietole (o rape rosse) precotte.

Quando ero piccola le barbabietole era un ortaggio che consumavano molto i miei nonni, mentre sulla tavola dei miei genitori non sono mai arrivate.

Le ho riscoperte nell’ultimo anno, durante il pranzo di lavoro che mi concedo una volta al mese con la mia amica.

Le barbabietole hanno un sacco di proprietà. E sapete nel mio caso qual è la cosa più bella? Che hanno uno stupendo colore fucsia!

Le avevo comperate per  fare degli gnocchi un sabato sera in cui avevo ospiti.  E’ stata la cena più disastrosa che abbia mai fatto, ma questa è un’altra storia.

Quindi me ne sono avanzate due e ho deciso  di utilizzarle per fare di nuovo gli gnocchi.

Ho cercato e ricercato nel web una ricetta diversa da quella che avevo provato e questa è la mia versione rivisitata.

Eccoli, di un bel colore acceso!

GNOCCHI FUCSIA

Ingredienti per 4 porzioni

  • 200 gr.di barbabietole cotte
  • 350 gr. Di farina 00
  • 250 gr. di ricotta
  • 100 gr. di parmigiano grattugiato
  • 50 gr. di pecorino grattugiato
  • Un pizzico di sale
  • Un pizzico di pepe
  • Un pizzico di noce moscata
  • Un pizzico di curcuma
  • Un pizzico di zenzero

Il procedimento è semplicissimo. Abbiamo inserito  nel boccale del Bimby le barbabietole tagliate a pezzi, la ricotta, sale e spezie: 10 sec. Vel.6.

Poi abbiamo unito farina, parmigiano e pecorino: 20 sec. Vel 5. Quello che vedrete sarà un bell’impasto fucsia acceso, quasi come quando frullate i mirtilli.

La Ninfa era felicissima e meravigliata. Abbiamo tolto l’impasto e su una spianatoia spolverata di farina abbiamo formato dei salsicciotti dello spessore di un dito circa e li abbiamo tagliati per ricavare tanti gnocchi colorati.

Per cuocerli si segue lo stesso procedimento di quelli di patata: si buttano in acqua bollente salata e si ripescano quando vengono a galla.

Conditeli a piacere: con burro, salvia e alloro, con una fonduta di parmigiano, con un sughetto al pomodoro…

Noi li abbiamo mangiati su un bel letto di pesto (sentite come parlo bene, proprio da spettatrice di Masterchef).

Abbiamo preso dei piatti bianchi e Ringhio ha messo un paio di cucchiai di pesto sul fondo. La Ninfa col mio aiuto ha distribuito gli gnocchi, qualche goccia di olio e un cucchiaino di parmigiano…

Semplicemente fantastici! Purtroppo avevamo fame per cui niente foto dei piatti.

Ah, potete congelarli e consumarli in un secondo momento.

E voi, utilizzate la barbabietola o non fa parte delle vostre abitudini alimentari?

 

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Alla scuola materna della Ninfa quest’anno come percorso didattico si parla di emozioni.

E’ un percorso interessante e ovviamente, io, che sono curiosa riguardo a queste cose, potevo non cercare qualche informazione?

“I bambini più equilibrati e sereni, più sicuri di sé, i più felici, con risultati scolastici migliori sono quelli con l'intelligenza emotiva più sviluppata. Vale a dire quell'intelligenza che sta alla base dell'autocontrollo, dell'attenzione verso gli altri e dell'empatia.”

John Gottmann, psicologo americano padre dell’intelligenza emotiva che è arrivato a questi risultati dopo anni di ricerche, afferma che nessuno nasce imparato (e te pareva, vero?): l’intelligenza emotiva si apprende se qualcuno la insegna. 

E chi secondo voi si dovrebbe assumere l’arduo compito? Genitori e insegnati, ovviamente. Il buon John chiama addirittura i genitori “allenatori emotivi”.

Vi vedo già alzare gli occhi al cielo e storcere le labbra: con tutti gli impegni che abbiamo, quando troviamo il tempo di allenare i nostri figli?

E soprattutto, perché dovremmo farlo?  Una volta mica si facevano queste cose e siamo diventati adulti lo stesso. (La risposta è alla fine del post, ma non correre subito a leggerla!)

Non voglio parlare qui di come venivamo educati una volta e su che tipo di adulti siamo diventati. Di sicuro ognuno di noi si è accorto che il mondo è cambiato, così come sono cambiati i genitori.

Spesso si sente parlare di padri che non hanno modelli da imitare, di donne che hanno assunto in famiglia un ruolo predominante scalzando anche i mariti, di papà che fanno i “mammi”…

L’educazione emotiva può anche essere la moda del momento, ma secondo me è un’opportunità in più che abbiamo per conoscere i nostri figli e per rapportarci con loro.

E per fronteggiare i loro stati d’animo, dalla tristezza agli scatti di rabbia (anche i capricci, che forse esistono ma forse no)

La via più facile è parlare delle emozioni con i bambini così come ci viene più naturale. Senza evitare nessuna emozione, perché nessuna emozione è brutta o nocivaLe emozioni non sono né buone, né cattive, le emozioni semplicemente esistono.

Le emozioni base del film d'animazione "Inside out"
Le emozioni base del film d'animazione "Inside out"

Ci sono però dei comportamenti socialmente ed eticamente inaccettabili: non è giusto che un bambino in preda alla rabbia picchi un altro bambino, per esempio.

A livello pratico, la prima cosa da fare è insegnare ai bambini che non sono sbagliati perché stanno “provando” un’emozione: le emozioni -gioia, tristezza, rabbia, disgusto, paura…- sono normali, anche papà e mamma le provano.

Mostrare ai nostri figli che è davvero così è semplice: quando sono triste dico alla Ninfa e a Ringhio “La mamma si sente triste perché …..”.

In questo modo insegniamo ai bambini a dare un nome a quello che provano. In molti libri fantasy si sente spesso dire “cosa nominata cosa comandata”, nel senso che dare un nome a una cosa è il primo passo per dominarla.

Tutti sappiamo che le parole hanno un peso. In più la nostra lingua è una di quelle più ricche di termini. Si può cominciare con quelli più semplici: oggi mi sento allegro, triste, spaventato…

Non nascondiamo ai nostri figli quello che proviamo: rischiamo solo di allontanarli e di confonderli. Se la Ninfa mi vede piangere mentre guardo un film, non le dico: “Va tutto bene” e stop. Ma le dico: ”Sto piangendo perché questo film è commovente”.

Allo stesso modo se sono contenta affermo: “Oggi sono contenta perché non vado al lavoro e sto con voi”.

Essere bambini non significa essere stupidi. I bambini sono intuitivi, capiscono e “sentono” quello che noi proviamo.

Quando ci emozioniamo cambiamo anche nel nostro atteggiamento. Se ridiamo stendiamo le labbra in un sorriso, la bocca va all’insù. Se siamo arrabbiati, diventiamo rossi e il cuore batte più forte.

Per cui quando chiediamo a un bimbo “Raccontami cosa senti adesso” quando succede qualcosa lo stiamo già allenando emotivamente. Come sempre, per farli sentire accettati, evitiamo di sminuire quello che provano, di ridicolizzarli, di non prestare loro attenzione.

Ed evitiamo di trovare noi una soluzione al loro problema, di sostituirci a loro. Per esempio “Amore, lo so che sei arrabbiato perché il bambino ti ha rubato il giocattolo. Ma picchiare è una brutta cosa, non si fa. Che cosa potresti fare invece?”

Secondo me con i bimbi piccoli un suggerimento possiamo comunque darglielo. “Perché intanto non gli diamo quest’altro gioco e vediamo se ce lo ridà? Oppure potremmo giocare con questo che è più bello” (Non sempre funziona, per cui come sempre portate tanta pazienza: prima o poi i risultati arrivano)

Insegnare ai bambini l’intelligenza emotiva è un percorso di crescita che darà loro una marcia in più quando saranno grandi, per rapportarsi con gli altri, per indirizzare le loro emozioni e anche quelle degli altri nella direzione più favorevole e vantaggiosa. Essere emotivamente intelligente vuol dire adattarsi meglio all’ambiente in cui viviamo e migliorare il nostro benessere.

E scusate se questo è poco.

PS: La cosa mi ha un po’ preso la mano, per cui vi parlerò dei giochi e libri divertenti sulle emozioni prossimamente.

Intanto, se vi va, vi do qualche titolo interessante:

“Intelligenza emotiva per un figlio” di John Gottman

“Alla scoperta delle emozioni” di Patrizio Paoletti

“Introduzione alla psicologia delle emozioni” di Valentina D’Urso.

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Questi ultimi giorni per i bambini sono stati giorni intensi, all’insegna del divertimento e della vita familiare.

Giovedì sera abbiamo assistito al rito tradizionale del Rogo della Vecchia

Il maltempo e la pioggia ci hanno graziato giusto in tempo per andare all’oratorio e partecipare ai festeggiamenti.

Nel campo di calcio (chè ogni oratorio ha almeno un campo di calcio) avevano allestito una pira su cui capeggiavano un vecchio e una vecchia di cartapesta seduti su due sedie.

Prima di andare ho spiegato ai pupi che quello che avrebbero visto era un fuoco che veniva accesso per bruciare un pupazzo, non una persona vera (sia mai che magari pensassero chissà ché).

Ho anche detto due parole sul significato di questa tradizione: il rito pagano che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera e quello cristiano di mezza Quaresima.

Credo che la Ninfa abbia capito quello del passaggio dalla bella alla brutta stagione, ma del resto è normale visto che non ho mai spiegato cosa fosse la Quaresima.

Gli allestitori avevano delimitato lo spazio con delle corde per ragioni di sicurezza. Tutti i bambini sono stati messi in prima fila e la pira è stata accesa dal signore e dalla signora più anziani del paese (mi è parsa una bella idea).

Al coro di “Brucia brucia” il fuoco si è mangiato pira, sedie e vecchietti. I bambini erano affascinati. Del resto è stato uno spettacolo suggestivo: notte buia, fiamme rosse e arancio, bambini elettrizzati…

Ne è valsa la pena. In oratorio inoltre si poteva cenare e non mancavano nemmeno zucchero filato e frittelle.

L'espressione rapita mentre guarda il rogo della vecchia

Non ci siamo trattenuti tantissimo, perché lo spettacolo è finito alle attorno alle dieci e per noi era già tardi. Sicuramente il prossimo anno sarà da ripetere.

I bambini hanno poi passato la giornata del venerdì a casa col papà. Hanno fatto enormi torri e castelli con i mattoncini della Lego Duplo, hanno guardato “Inside out” che poi hanno voluto rivedere con me anche sabato pomeriggio, hanno preparato un pranzetto coi fiocchi.

Sabato mattina siamo andati in piscina. La Ninfa ha concluso il corso di acquaticità e si è portata i suoi braccioli. Ora tocca a Ringhio.

Mentre la pupa giocava con i suoi amichetti sotto sorveglianza di una mamma amica (santa subito!) io affrontavo la prima lezione con un bambino recalcitrante per natura ad ogni novità.

Devo dire che mi aspettavo di peggio. Ha pianto dieci minuti, poi si è calmato e ha provato qualche esercizio. La cosa più piacevole è stata fare il motoscafo con il biscione galleggiante usato come un salvagente e catturare le palline.

Mentre la Ninfa si scatenava su e giù dallo scivolo, Ringhio se ne stava pacifico nel suo mondo a raccattare palline colorate.

Vedremo le prossime lezioni. Visto come ora la pupa sta in acqua volentieri credo che il corso di acquaticità nel mio caso sia stato un investimento azzeccato.

Il pomeriggio invece nonostante il bel tempo ce ne siamo rimasti a casa. L’obiettivo era quello di far riposare un po’ i bambini, in vista della serata. Sa va san dir che erano svegli e pimpanti come grilli.

Infatti siamo andati a cena da una coppia di amici che vediamo (ahimé) poche volte l’anno. I bambini si sono divertiti un sacco a giocare con la figlia della coppia che ha un anno più della Ninfa.

Dopo una normale prima fase di timidezza, i tre sembrava che si fossero frequentati fino al giorno prima. Hanno colorato, giocato, cantato senza litigare una sola volta.

E questo ovviamente ha permesso anche a noi adulti di vivere una serata tranquilla, tra chiacchiere e risa.

Domenica, complici il cambio dell’ora e l’orario in cui siamo tornati, ci siamo alzati verso le undici. Tutti assieme ci siamo preparati un bel brunch.

I bimbi si sono divertiti a mangiare dolce e salato senza un ordine preciso, torte al cioccolato con uova strapazzate e pancetta, latte con miele e succo d’arancia, toast con marmellata…

Sono davvero entrati nella parte. Era da tanto che non facevamo un brunch, probabilmente non se ne ricordavano più. Comunque hanno davvero apprezzato, sia la fase di preparazione sia il cibo stesso.

Il pomeriggio il tempo era incerto. Io e la Ninfa avevamo in programma di andare all’oratorio, dove le mamme avevano organizzato un pranzo per raccogliere fondi per la scuola materna. Dopo pranzo c’erano in programma diverse attività ricreative, giochi e lavoretti per la Pasqua.

Ma la Ninfa a sorpresa si è rifiutata categoricamente di andare. Le ho spiegato che non l’avrei lasciata da sola, che saremmo state assieme, che ci sarebbero state le sue amichette ma è stata irremovibile.

Ha detto che lei voleva stare a casa, punto e basta. Ci sono perfino rimasta male.

Allora ho tirato fuori la mia cartelletta magica dei lavoretti. Vi ho già detto, vero, che io a livello manuale sono negata e odio fare qualsiasi cosa che implichi l’uso di carta, colla, forbici e affini?

Per la legge del contrappasso mia figlia adora fare queste cose, così l’ho presa come un’opportunità e quando me lo chiede facciamo qualcosa assieme (sono ancora a livello base, chiariamo).

Comunque domenica abbiamo lavorato sulle stagioni. Abbiamo ritagliato un alberello riproposto su cinque fogli: il primo è la copertina e gli altri quattro sono dedicati ciascuno ad ogni stagione. Su un foglio a parte ci sono due file di fiori, due di frutti, due di foglie e due di fiocchi di neve.

L’attività è semplice: si ritagliano gli alberi, si incollano per la parte superiore una sopra l’altro e il bambino deve ritagliare e appiccicare su ogni stagione il disegnino giusto.

Io ho trovato un sacco di cose interessanti su Homemademamma .

Così la Ninfa e Ringhio hanno passato un paio d’ore a ritagliare e incollare (Ringhio ritagliava a modo suo, ovviamente).

Siccome ero a casa, mi sono dilettata a provare con la famiglia una nuova ricetta: gli gnocchi fuscia.

La posterò nei prossimi giorni, perché ne vale davvero la pena, soprattutto se avete delle bambine che mangiano poco e che sono fissate col colore rosa declinato in tutte le varianti possibili.

E voi, come avete passato questo fine settimana?

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Per il venerdì del libro questa volta vi porto nientepopodimeno che in Cina.

Per la precisione, nella Cina del VII secolo.

immagine di una tipica festa cinese del VII sec. www.cinaoggi.it

Il romanzo “Imperatrice” dell’autrice Shan Sa lascia trasparire già dal titolo quale sarà l’argomento della narrazione.

In realtà “Imperatrice” è molto di più: è la storia di una donna che, praticamente da sola, riesce a diventare da orfana di un mandarino (no, non il frutto, i mandarini erano i funzionari cinesi che si occupavano di varie cose a livello economico e burocratico) la prima donna a sedersi sul trono dell’impero cinese.

Nella prima parte del libro troviamo Luce, la protagonista, alle prese con l’apprendimento dell’arte della concubina.

Si parla proprio di arte, perché essere concubine non vuol dire solo fare le amanti, ma è molto di più.

Significa essere educate alla poesia, alla pittura, al canto, al portamento e anche all’arte amatoria.

Luce si destreggia tra i rigidi insegnamenti e la vita di corte, tra la difficoltà degli studi e le difficoltà a livello interpersonale con le altre allieve.

Finito l’apprendistato, la ragazza intraprende il suo cammino verso il potere. Con astuzia e perseveranza, giocando in maniera non sempre leale, riesce a conquistare i favori dell’imperatore.

Va da sé che questa situazione attira le antipatie delle altre concubine.

Pian piano Luce riesce a far innamorare l’imperatore che arriva, andando contro i consigli dei suoi cortigiani e delle famiglie nobili, a sposarla.

Alla morte dell’imperatore, Luce è la prima donna della storia cinese a diventare imperatrice.

E qui la situazione si ribalta: per la prima volta e in modo del tutto casuale l’imperatrice si innamora. Di un uomo. Ovviamente sbagliato.

L’amore è cieco, è irrazionale ed imprevedibile. Luce si innamora di un uomo di umili origini.

Questo scandalo sarà terreno fertile per la vita di corte. Grazie a notizie false e ambigue, la situazione porterà alla morte dell’innamorato e alla destituzione della protagonista.

Questa è in sintesi la trama.

Su una storia dall’apparenza semplice l’autrice monta un castello basato sulla sete di potere, sugli intrighi di corte, sulle alleanze labili e fittizie.

Non si tralascia neppure la realtà storica, tra battaglie, sommosse, omicidi e stragi.

E’ un romanzo storico e di formazione che offre uno spaccato dettagliato sul netto contrasto tra la ricchissima vita di corte e la povertà del popolo.

Il punto a suo favore è dato senza dubbio dal personaggio di Luce, che ci viene descritta come una ragazza che fa suo il motto “volere e potere”.

Razionale, calcolatrice, quasi spietata. Luce non esita a servirsi di trucchi e inganni per saziare la sua sete di potere.

Trasforma gli eventi in opportunità e non esita a coglierli al volo.

Ogni tanto si coglie qualche barlume di umanità, di incertezza. Ma sono sfumature che non vengono mai approfondite, quasi che per l’autrice fosse prioritario dare di Luce l’immagine di una ragazza forte e self-made.

Quindi ho fatto fatica a raffigurarmi una Luce in preda all’amore, sentimento irrazionale per eccellenza. Mi sembra che le cose siano state un po’ forzate, non in linea con il personaggio che ci è stato descritto fino ad ora.

Altra nota dolente del romanzo sono le descrizioni. Lunghe, esagerate e soprattutto non sempre funzionali alla narrazione in sé. Ma, come è indicato nei diritti del lettore, se risultano troppo noiose si possono sempre saltare.

Quindi consiglierei  questo libro? Tutto sommato sì, ma non aspettatevi che sia una lettura leggera.

 

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