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La Ninfa e Ringhio hanno ventitré mesi di differenza, lei è di gennaio 2013 e lui di dicembre 2014 ( a vedere solo le date sembra che siano nati a un anno di distanza, ma sono quasi due anni).

Quando abbiamo deciso che eravamo pronti per avere un secondo figlio, mi aspettavo che le cose fossero più semplici.

Non ero ancora uscita dal tunnel pannolini e co. con la Ninfa e pensavo quindi che un altro neonato non mi avrebbe dato molti problemi.

Ovviamente sbagliavo. Su tutta la linea. La Ninfa usava ancora il pannolino e doveva essere seguita sotto alcuni aspetti, ma per il resto era già molto autonoma.

Il rapporto mamma-papà- Ninfa era ancora in via di sviluppo, ma ne avevamo già gettato le basi: c'erano giochi e momenti che ognuno di noi dedicava alla pupa, altri comunitari e altri in cui lei era libera di autogestirsi.

La Ninfa non è mai stata una bambina morbosamente attaccata a mamma e papà, si è sempre adattata bene ai nostri ritmi e, seppur con le sue stravaganze e il suo carattere lunatico, siamo riusciti insieme a trovare una routine in cui perfino io riuscivo a ritagliarmi del tempo libero.

E' superfluo dire che Ringhio ha destabilizzato tutto questo, vero? Mica per colpa sua, povera creatura (o forse sì, visto il carattere non troppo accomodante).

Ricominciare da capo con un neonato quando si sta seguendo una bimba già praticamente grande è faticosissimo.

La Santa Trinità del neonato, pappa-nanna-cacca, torna a scandire le tue giornate.

Nella fattispecie:

  1. allattare un pupo voracissimo minimo dieci volte al giorno, notte compresa;
  2. cambiare suddetto neonato che produce tonnellate di pupù maleodorante che a volte stravolgendo qualsiasi legge fisica riesce a risalire fino alle spalle;
  3. tentare con qualsiasi mezzo di far addormentare suddetto frugoletto ( e quando dico qualsiasi intendo qualsiasi).

E in più seguire la tua primogenita tentando di mantenere le stesse abitudini di prima, per non incrinare il suo equilibrio e ridurre al minimo il rischio di gelosia.

Abbiamo sempre lavorato partendo dal presupposto che Ringhio doveva essere inserito nel menage familiare con il minimo sconvolgimento delle abitudini degli altri membri, soprattutto della pupa, senza farlo diventare il fulcro principale dell'intera routine.

Insomma, una faticaccia e per molti aspetti anche una pia illusione!

Ora siamo quasi fuori dal tunnel, manca la fase spannolinamento di Ringhio e poi tutto sarà più facile (mamme di figli grandi, vi prego, non disilludetemi).

E tutto questo per avere due bambini con una differenza d'età minima, perché "se i fratelli non hanno tanti anni di differenza il loro rapporto è più forte e simbiotico".

Non so se sia vero o no.

Li osservo spesso in questi ultimi mesi, quando giocano assieme.

Ci sono momenti in cui se ne stanno pacifici a costruire casette o torri con le lego salvo poi cominciare a litigare perché si trovano in disaccordo su dove collocare quel mattoncino.

Altre volte invece la Ninfa gioca in solitaria, presa nel suo mondo di fate cattive, unicorni e dinosauri e Ringhio le va dietro cercando di imitare ogni sua più piccola mossa.

Spesso la Ninfa pretende di giocare con Ringhio come se fosse un suo subordinato: lei gli ordina cosa fare e poi si arrabbia quando lui non ubbidisce. Insomma, lo schiavizza e lo mena se non ci sta.

Ma la sorpresa più grande l'ho avuta qualche giorno fa.

Approfittando dei saldi, siamo andati in un centro commerciale alla ricerca di scarpe per CF.

All'interno di questo centro c'è uno spazio adibito a far giocare i bambini. Niente di ché, solo una specie di corridoio delimitato da morbidi sedili imbottiti al cui interno sono stati messi in successione tre grossi materassoni con dei cubi di varie dimensioni, tutti colorati.

Per i bambini è meglio del luna-park. Entrano senza scarpe e cominciano a correre e saltare come dei matti. Ci sono decine di bambini di ogni nazionalità e di ogni età. Un vero pandemonio.

Io ero lì a tenerli d'occhio dal perimetro. Li guardavo saltare, correre, buttarsi per terra.

La Ninfa oramai agile che faceva capriole e che tentava di imparare a fare la ruota dalle bimbe più grandi.

Ringhio che si lanciava impavido dai cubi atterrando anche di testa.

Ho notato che il piccoletto però si sentiva perso se non aveva sott'occhio la Ninfa. Le volte in cui non riusciva a vederla tra la folla dei bambini cominciava a vagare con uno sguardo allarmato e smarrito, finché non riusciva ad individuarla.

La Ninfa si trova bene con tutti, sia grandi che piccoli. Se i più grandi sono fonte di ispirazione, verso i bambini piccoli ha un atteggiamento molto protettivo.

C'erano due o tre bimbe di un anno circa, con il loro ciuccio in bocca, che tentavano di stare in piedi in mezzo a quel caos di bambini che correvano e saltavano. La Ninfa si è avvicinata, le ha prese per mano e le ha fatte sedere al bordo del tappeto. Poi ha cominciato a giocare con loro, a raccontargli favole e canzoncine.

Le mamme delle bimbe erano stupite e le hanno fatto dei video (alla faccia della privacy, eh!).

Poi è arrivato Ringhio, che si è buttato addosso alla sorella e ha cominciato a baciarla, quasi volesse dire "Ehi bimbe, giù le mani, questa è mia sorella, capito?"

Dopo questa esibizione d'affetto, se n'è tornato ai suoi salti.

Anche la Ninfa dal canto suo dimostra di tenere al fratellino. Lo ha difeso quando un bambino più grande ha spinto Ringhio giù dal cubo, ne ha sgridato un altro quando non voleva farlo giocare e l'ha sempre tenuto d'occhio.

Io invece, a parte verificare che non si facessero male e che non ne facessero agli altri, me ne sono sempre stata in disparte. Volevo solo osservare come si comportavano in mezzo agli altri bambini e posso ritenermi soddisfatta da quello che ho visto.

Anche se spesso litigano e a volte si picchiano, sono una il punto di riferimento dell'altro. Non sono bimbi che se ne stanno solo tra di loro, ma socializzano volentieri con gli altri.

Allo stesso tempo però hanno ben chiaro che il rapporto che li lega è speciale e unico, diverso da quello che li unisce agli altri bambini.

Vedendoli così, mi sono fatta i complimenti da sola. Perché allora non sono proprio la più incapace delle madri, eh!

 

 

 

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Ogni genitore si ingegna come può per superare le situazione d'impasse della propria prole.

Come già accennato diverse volte, il nostro problema principale con la Ninfa e Ringhio è il sonno.

Veniamo da una condizione di co-sleeping forzata che siamo riusciti a superare solo da qualche mese.

Di comune accordo (strano ma vero) io e CF abbiamo deciso di agire in questo modo:

  • si va a letto tra le 20,30 e le 21,15
  • si racconta una favola
  • si chiacchiera un momento
  • ci si scambia la buona notte

Questo atteggiamento fermo e deciso ci è stato d'aiuto nelle prime settimane.

Bisogna però aggiungere che siamo anche abbastanza elastici: ogni bambino è bene accetto nel lettone ma a partire da una certa ora.

Se i pupi si presentano per esempio alle due di notte vengono riaccompagnati nella loro camera (poi a volte capita che pure la mamma svenga in uno dei lettini dei figli e non riemerga più dalla cameretta, ma questo è un altro discorso).

Il colpo di genio però è stato l'arrivo del folletto del lettino.

Il folletto del lettino è una simpatica creatura che si aggira di primo mattino per lasciare un dolcetto ai bimbi che hanno dormito tutta notte nella loro cameretta.

Il folletto del lettino

In questo modo, quelle (poche) volte che i bambini dormono tutta la notte da soli, si ritrovano una piccola caramellina e l'elogio di mamma e papà.

Come in qualsiasi altro campo educativo, ci sono molte controversie riguardo a se  sia meglio ricompensare i bambini con cose materiali o elogiarli con parole e complimenti.

La critica più severa sostiene che premiare materialmente i bambini sia controproducente: i piccoli si focalizzano sul premio e non sulla motivazione. Poi ci ritroviamo con sedicenni che, alla prima richiesta d'aiuto, ti chiedono: "E cosa mi dai in cambio?"

Parole sante! Ma provate a spiegare a un bimbo di 2-3 anni che deve dormire da solo perché mamma e papà vogliono dormire comodamente e vediamo cosa succede.

Io sono una sostenitrice del motto: "Sopravvive solo chi si adatta".

In parole povere: dare una ricompensa per ogni cosa che i bambini fanno è sicuramente esagerato.

Trovare un modo alternativo che premi i figli piccoli in casi particolari e li incentivi secondo me è cosa lecita.

Tanto più che questo piccolo regalo non viene lasciato da mamma e papà, ma da un'entità "altra" che quindi va a rafforzare l'idea che quella determinata cosa si deve fare non solo perché lo dicono i genitori, ma perché è giusta a prescindere.

Chiaramente l'idea è quella che, quando le notti di sonno completo diventeranno molto frequenti, andranno scemando anche le ricompense.

Per ora mi sembra che stia funzionando. Non so se sia un metodo educativo brillante e da imitare, però credo che sia un buon escamotage.

Del resto si parla tanto di punizioni e castighi, quando e come darli. Mi sembra quindi giusto che a volte i premi ci possano stare e non solo a parole.

Voi cosa fate? Date qualche ricompensa materiale ai vostri bambini o sono l'unica mamma depravata che lo fa?

 

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Ieri nel mio piccolo paese situato in una valle non molto felice è accaduto un fatto tragico.

Lo sto scrivendo solo perché devo liberarmi da questo peso, perché non posso fare a meno di continuare a pensarci, perché mi ha proprio sconquassato l'anima nel profondo.

Ieri è morta una bambina di cinque anni, che frequentava la stessa classe della Ninfa alla materna. Si è spenta dopo una corsa disperata all'ospedale e un  inutile tentativo di rianimazione.

L'abbiamo appreso all'ora di pranzo, quasi per caso. CF guardava Facebook e si è ritrovato a leggere la notizia del giornale locale.

Nel frattempo il vicino di casa ottantenne mi suona il campanello, col volto preoccupato, per darmi la triste notizia.

Lo ringrazio e torno da CF.

Insieme leggiamo le poche righe che parlano del decesso di una bambina di 5 anni avvenuta per una forma non contagiosa di meningite da pneumococco.

Va detto che viene specificato che i medici non hanno disposto nessun tipo di profilassi nemmeno per i parenti stretti per la non contagiosità della forma di meningite.

Credo comunque di aver perso dieci anni di vita.

In questi ultimi mesi il binomio "meningite" e "decesso" all'interno della stessa frase ha il potere di gelare il sangue a tutte le mamme.

Ci siamo interrogati sull'identità della piccola, dal momento che ultimamente un sacco di bambini sono a casa decimati da varicella o influenza.

Poi ci siamo chiesti se fosse il caso o meno di andare a verificare in loco che tutto stesse andando bene.

Se mi conoscete, sapete che non sono ansiosa, per cui ho optato per un no. Ho dato fiducia a chi ha detto che non c'era nulla di cui preoccuparsi.

Ho pensato che, se si doveva andare a prendere i bambini, le maestre ci avrebbero contattato.

Salvo poi essere chiamata da CF che, uscito per andare al lavoro, mi avvisa che davanti all'asilo c'è una coda infinita di genitori che stanno portando via i bambini.

A quel punto devo per forza andare.

Quando arrivo mi accorgo che è in corso un'evacuazione generale: mamme, papà e nonni sconvolti portano a casa i loro pargoli, come se un' uscita lampo dall'istituto abbia il potere di prevenire un eventuale contagio.

Le maestre sono divise: c'è chi comprende lo stato d'animo dei genitori e chi invece ne è molto infastidito.

Nel frattempo il panico serpeggia.

Su whatsapp è tutto un intrecciarsi di messaggi per scoprire l'identità della piccola e per capire come muovere i prossimi passi.

Nel primo pomeriggio le rappresentati ci rassicurano: a breve ci sarà una riunione con maestre e direttrice del plesso e rappresentanti dell'ASL, che devono emettere un documento ufficiale che attesti la non pericolosità dell'accaduto.

Con il cuore pesante mi avvio al lavoro, mentre mia figlia ignara di tutto mi saluta con la mano.

In seguito si apprende che la bimba, di origine pakistana, era una compagna di classe della Ninfa e sarebbe deceduta in seguito a meningite da pneumococco.

Dall'ASL continuano a ripetere che non ci sono pericoli di contagio. Se da una parte la notizia mi rinfranca, dall'altra mi sento addolorata per la famiglia della bambina.

Il tam-tam sul gruppo dell'asilo riprende incessante.

La cosa che mi sconvolge di più è notare che, da quando la piccola ha un nome, un volto, un'identità sembra essere passata in secondo piano.

Perché era pakistana. Perché non era "una di noi". Perché se proprio deve capitare è meglio che succeda a "quegli altri".

La priorità ora è sapere se i bambini l'indomani possono o no tornare all'asilo.

Questo fatto mi rattrista moltissimo. E' vero, la comunità pakistana presente sul nostro territorio non fa grandi sforzi per integrarsi. E non li fanno nemmeno gli Italiani.

Tranne loro, i bambini.

Ai bambini non importa da dove vieni, che cosa puoi mangiare, di che colore hai la pelle. I bambini non ti giudicano se fai l'ora di religione o se non vai a messa la domenica.

Ai bambini importa solo se sei simpatico o antipatico, se hai voglia di giocare o di disegnare. O di essere mio amico.

Come lo era M. della Ninfa.

M. che, a quanto pare, non aveva fatto le vaccinazioni.

M. che era stata in pronto soccorso con la febbre alta ed era stata rimandata a casa perché aveva l'influenza.

M. che, forse per una diagnosi sbagliata (ora hanno aperto un'inchiesta), è morta.

M. che invece dell'influenza aveva contratto una forma particolare di meningite da pneumococco.

M. che era vispa, allegra, chiacchierina con quel suo italiano un pò stentato.

M. che era una bellissima bambina.

M. che ora non c'è più.

Di M. rimarrà la foto di gruppo di Natale, un paio di articoli dedicati alla sua tragica scomparsa, poi il ricordo sbiadirà lentamente dalle nostre menti e diventerà un fatto di cronaca da raccontare.

Non so quando né come spiegherò alla Ninfa perché M. non andrà più all'asilo. Forse, da codarda, le dirò che è tornata a vivere in Pakistan.

Non perché credo che la Ninfa non sia pronta per affrontare certe esperienze, ma perché sono io che mi sento impreparata.

Come spieghi a una bimba di quattro anni che una sua amica è morta perché si è ammalata? Come le dici che se i suoi genitori l'avessero vaccinata sarebbe ancora qui?

Come le racconti questo fatto senza provocare poi ansie e paranoie?

Come puoi impedire l'associazione "se mi ammalo poi muoio" o "se la mamma si ammala poi muore"?

E' comodo affrontare certe notizie quando le leggi sui giornali o le ascolti in televisione o alla radio!

Quando ti piombano addosso, tra capo e collo, e riguardano persone che si conoscono allora la faccenda cambia.

Torna l'eterno dilemma sulle vaccinazioni, se sia meglio o meno farle, se renderle o meno obbligatorie.

Si insinua il dubbio: "Se non è contagioso, come ha fatto a prenderlo? Da qualche parte l'avrà pur preso."

Riappare il clima di sospetto sugli immigrati, accusati più o meno esplicitamente di portare in Italia malattie che qui non c'erano più o non ci sono mai state.

Si affaccia la questione sulla malasanità, sulla gestione di un Pronto Soccorso in cui il personale lavora a ritmi estenuanti ed è sotto numerato.

Emerge l'impreparazione di un plesso scolastico che, a mio parere, poteva gestire la questione in un altro modo, evitando che si diffondesse il panico.

Non credo che i genitori debbano venire a conoscenza di questioni così delicate e destabilizzanti da un social o dal vicino di casa ottantenne!

In ogni caso, piccola M., la tua memoria verrà onorata, almeno da me. Non credo che riuscirò a dimenticarmi di te. Mai più.

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"E io allora non mangio! Non faccio più la colazione, il pranzo e neanche la cena!"

Ecco, queste sono le parole che ultimamente la Ninfa ci rivolge.

Già la Ninfa ha un fisico da modella anoressica, manca appena che cominci lo sciopero della fame!

Io la lusingo, la prego, la supplico di mandare giù almeno un boccone.

Poi passo alle minacce verbali e ai vili ricatti.

Infine tento di prenderla per compassione. "Su amore, non vorrai fare questo alla tua mamma! Se mi vuoi bene, inghiotti almeno un fusillo!"

Ovviamente non la smuovo. Lei rimane ferma, con le mandibole serrate e i pugni chiusi.

Io che tento di verbalizzare

Questa è la tattica richiama-attenzione dell'ultimo mese. La Ninfa ha cominciato a manifestare la sua gelosia nei confronti di Ringhio poco tempo fa.

I suoi atteggiamenti preferiti sono: fare la stupidina in presenza di ospiti, cominciando a ridere e a buttarsi sul pavimento o rispondendo male a me o a CF; solleticare o fare i dispetti a Ringhio, comportamento che di solito finisce con una sana scazzottata e relativa punizione; regredire e cominciare a comportarsi da bimba piccola, storpiando le parole o pretendendo il nostro aiuto in cose che di solito fa da sola, come vestirsi o lavarsi.

La Montessori che alberga in me comincia allora una tiritera infinita snocciolando frasi come: "Su, la mamma e il papà sanno che ci sei, che sei una brava bambina e ti vogliono tanto bene, anche quando fai così. Ma se smetti di comportarti male siamo più contenti"

In realtà dentro di me vorrei urlare e metterla in punizione almeno per i prossimi dieci anni. Ma cerco di mantenermi zen. Devo dire che funziona. Non sempre, ma a volte sì.

Ora dobbiamo fronteggiare il ricatto del cibo.

CF da vero nazista è per la linea dura:

"Non ti alzi dalla sedia finché non hai mangiato almeno un pò"

Alle dieci di sera la Ninfa è ancora a tavola e CF sta friggendo sul divano. Scontro tra Titani, inutile e controproducente.

CF e la linea dura

 

Non che io sappia fare di meglio, eh. Semplicemente fingo che non me ne importi nulla.

"Non vuoi mangiare? Pazienza, ce n'è di più per gli altri".

A volte funziona, altre no.

Vi giuro, ragazze, che se mi avessero detto in anticipo che una bambina di quasi quattro anni mi avrebbe tenuto testa in questo modo, col cacchio che sarei diventata mamma!

Ma ovviamente la Sorellanza Segreta della Mamme omette di rivelarti questi particolari quando sei ancora nella fase del "stiamo provando ma non seriamente". Cominciano a farti terrorismo quando oramai l'embrione è già ben insediato nel nostro ingenuo grembo.

Non è solo la Ninfa ad essere affetta da attacchi di gelosia. Lo è anche Ringhio.

Come se non bastassero tutte le magagne legate ai terrible-two...

E le sue crisi non risparmiano nessuno! Si incazza come una iena anche se il gatto osa sedersi sulle mie ginocchia: arriva in picchiata e lo spinge via.

Pensate quando fa questo alla Ninfa: è come vedere un torello che sposta un filo d'erba, anche perché non dosa ancora la sua forza.

Anche quando CF si avvicina per abbracciarmi o baciarmi Ringhio arriva di corsa, al grido di "No, no, no!" e si intrufola a tutti i costi tra di noi.

La maggior parte delle volte non mi sento proprio infastidita, ma piuttosto intenerita da questo suo atteggiamento un tantino possessivo (finché rimane contenuto e limitato, ovviamente).

Stare con i bambini è una gioia, ma è anche taaaanto faticoso. Bisogna essere degli strateghi per essere dei bravi genitori: capire quando tenere la linea dura, quando è meglio fare un passo indietro, giocare d'anticipo... Altro che Sun Tzu e l'arte della guerra!

Oh, se avete suggerimenti o trucchi da svelarmi non esitate a scrivere! Avrete la nostra eterna gratitudine.

 

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Puntualmente con la ripresa del lavoro è arrivata anche la neve. Così, tanto per rompere le palle ai poveri automobilisti come me. Non poteva nevicare durante le ferie natalizie, vero? Il bianco Natale per me non avrebbe fatto schifo a nessuno.

Ma tant'è, al tempo non si comanda. Così eccoci qui: fiocca da stamattina. Non sono quei bei fiocchi di neve grandi che si vedono nei film, ma piccoli fiocchi incazzati che cadono senza sosta e sporcano strade e tetti.

Non è che non mi piaccia la neve in generale. Non mi piace quando devo andare al lavoro e muovermi in auto. In questi casi neve è sinonimo di code, di possibili incidenti e di disagi.

Ma sono contenta per i bambini. A quali innocenti creature non piace la neve? Ma ai miei, naturalmente!

No, non guardatemi esterrefatti o sconcertati: la Ninfa e Ringhio non apprezzano i candidi e morbidi fiocchi.

Questa è una scoperta recente, che risale al giorno della Befana: il 6 gennaio abbiamo fatto una piccola gita in montagna apposta per far vedere ai pupi la neve, anche se era quella finta.

Pensavamo di far loro una gradita sorpresa e invece...

Come capita la maggior parte delle volte, i bambini non reagiscono agli eventi come noi ci aspetteremmo.

In questo specifico caso, la Ninfa e Ringhio si sono trovati molto spaesati.

Ma che è 'sta roba?

 

Innanzi tutto devo precisare che stavolta la colpa è nostra. Non eravamo debitamente attrezzati: niente scarponcini appositi nè guanti impermeabili. Da faciloni come siamo talvolta, ci siamo detti: "Inutile comperare tute, stivali e guanti. Tanto, per la neve che ci sarà..."

Per cui, anche se ben coperti con strati e strati di vestiti, a livello di impermeabilità non c'eravamo proprio.

Quando i poverelli hanno cominciato a giocare con la poca neve che c'era si sono ritrovati con guanti e mani zuppi (i piedi per fortuna no). Di conseguenza la Ninfa ha cominciato a lamentarsi e Ringhio a piangere proprio. Appena ce ne siamo resi conto, noi genitori degenerati, siamo corsi a procurarci dei guanti appositi e, dato che c'eravamo, anche degli stivaletti belli caldi.

Ma oramai era fatta. La prima impressione soprattutto nei bambini è quella che conta: così i miei pargoli hanno deciso che la neve è brutta perché è fredda e bagnata. Non è bastato un paio di guanti nuovi a salvare la giornata.

E non hanno cambiato idea neppure quando CF ha noleggiato un bob per farli giocare. Hanno fatto un giro di prova, sempre molto guardinghi. Poi Ringhio è tornato di corsa in braccio a me mentre la Ninfa ha resistito ancora per due discese.

Io e CF ci siamo rimasti male, ma proprio male. Nel nostro immaginario la neve è legata a ricordi felici, a pupazzi costruiti nei cortili e a battaglie di palle di neve.

Probabilmente i nostri genitori non erano degenerati come noi. O forse i nostri ricordi sono legati ad esperienze fatte quando eravamo più grandi, anche perché dalle foto che abbiamo non eravamo di certo equipaggiati come sciatori provetti (anche perché la zona in cui abitiamo non è da considerarsi prettamente montana).

Intendiamoci, non è stata un'esperienza negativa. Alla domanda della nonna se si era o meno divertita, la Ninfa ha risposto: "Un pò sì e un pò no. Mi è piaciuto giocare con gli altri bimbi, salire sulla cabinovia, mangiare la cioccolata e mi piacciono gli stivaletti nuovi che mi hanno comperato la mamma e il papà. Non mi è piaciuta la neve perché è fredda e bagnata".

Vabbè, quel che è fatto è fatto. Dagli errori si impara.

Nella fattispecie ho imparato che è sempre meglio avere l'abbigliamento giusto per affrontare anche un solo giorno sulla neve (vera o finta che sia).

Ho imparato che i bambini ci stupiscono sempre, soprattutto per la loro capacità di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Per cui, se neve deve essere che neve sia. I fiocchi bianchi e freddi ci danno la possibilità di  rivivere con un approccio più "a prova di bambino" una nuova esperienza con i nostri figli.

E voi come affrontate le nuove situazioni con i vostri bambini?

 

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Ieri sera miracolosamente i bambini si sono addormentati prima del solito. Siccome ero sola ma non avevo voglia di leggere ne ho approfittato per guardare un film. Mi sono seduta sul letto con i miei gatti e ho dato un'occhiata a cosa poteva fare per me.

Avevo voglia di leggerezza (visto che oggi si ricominciava a lavorare) ma anche di qualche cosa di sdolcinato ma non troppo. Mi sono imbattuta per caso in questa pellicola che si intitola "Ti va di pagare?". E' un pò vecchia, del 2006, e nel cast compare Audrey Tautou, la mitica Amelie de "Il favoloso mondo di Amelie". Così ho cominciato.

La trama è semplice: Irene è una bella ragazza che ama il lusso e i soldi e così decide di fare la mantenuta. E' fidanzata con un ricco e attempato miliardario e gira il mondo con lui. Un bel giorno le capita di incontrare un bel cameriere in un hotel di una cittadina francese. Il giovane, Jean, si innamora a prima vista di lei. Ma il giorno successivo scopre che la coppia se n'è andata. L'anno seguente la bella Irene, ormai prossima al matrimonio, torna per caso col miliardario nello hotel dove lavora Jean. La ragazza è molto annoiata e amareggiata perché il suo fidanzato la trascura. Casualmente, scambiandolo per un ospite dell'hotel, comincia a chiacchierare con Jean. Il ragazzo, ancora innamorato, finge di essere un ricco uomo d'affari. A Irene non sembra vero: giovane, attraente e pure ricco! I due continuano a frequentarsi finché Irene non viene scoperta dal fidanzato che non esita a lasciarla su due piedi. Ma alla ragazza poco importa: oramai è convinta di aver abbindolato Jean. Quale delusione quando il giorno seguente, dopo una focosa notte di passione, Irene scopre che Jean è solo un barista! Il ragazzo perde il posto di lavoro e Irene torna a Nizza a cercare fortuna. Ma Jean la segue, sperando di conquistarla.Una volta a Nizza, Irene e Jean fanno un patto: la ragazza rimarrà con lui finché avrà i soldi per esaudire ogni suo capriccio. Jean accetta e pochi giorni dopo è sul lastrico. Si accinge a lasciare il Grand Hotel dove soggiornava con Irene, dopo averla salutata. Ma nell'uscire incontra una donna che gli cambierà la vita: una vedova ricchissima che, conquistata dal suo fascino, accetta di tenerlo con sé. Irene all'inizio è indignata, ma poi accetta di svelare al giovane tutti i trucchi per ottenere le grazie (e i soldi) della donna. Jean è un bravo allievo e impara in fretta. Dal canto suo anche Irene nel frattempo è riuscita di nuovo ad abbordare un facoltoso ma noiosissimo uomo d'affari. Quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, Irene capisce di essere innamorata di Jean e inevitabilmente si fa scoprire con lui. Abbandonata nuovamente, senza soldi né abiti, la povera ragazza può contare solo sull'ex cameriere che, senza pensarci due volte, lascia la miliardaria per cominciare con Irene una nuova vita, a bordo dell'unico regalo che la donna gli ha lasciato: uno scooter.

Ho apprezzato molto questa pellicola. Scontata sicuramente, ma a volte un lieto fine scontato è meglio di mille colpi di scena buttati lì a casaccio solo per colpire lo spettatore. Audrey e Gad Elmaleh sono bravi e credibili nei ruoli che ricoprono. La commedia è godibilissima, anche se non  fa sbellicare dalle risate. Le scene sono buffe, le battute ironiche, le ambientazioni curate. Bellissimi i vestiti della protagonista.

Se avete voglia di rilassarvi in una serata autunnale, sotto una morbida coperta, provate a guardare questo film e fatemi sapere cosa ne pensate.

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