9

Ringhio, il mio secondogenito di tre anni e mezzo, ha una vera e propria passione per i dinosauri.

Questo condanna la sua famiglia a coabitare con mille e passa riproduzioni di questi antichi animali sparse per la casa.

E provate voi a calpestare un triceratopo o uno stegosauro la notte, quando vi aggirate a piedi nudiper casa, nel buio più completo.

Così, domenica, approfittando del suggerimento di alcuni amici che ringrazio qui pubblicamente, abbiamo deciso in un mezzogiorno infuocato di fare una sorpresa al piccolo di casa e di andare in gita al "Parco della Preistoria".

Parco della preistoria: cosa, dove quando (chi e perché già ve li ho detti, no?)

Il "Parco della Preistoria" come dice il nome stesso è un parco tematico dedicato alla preistoria e, per la precisione, al giurassico.

Il parco si trova a Trezzano d'Adda, un comune in provincia di Bergamo, sulla sponda sinistra del fiume Adda, all'interno del Parco Adda Sud, a soli venti km da Milano.

E' aperto tutti i giorni da metà febbraio a metà novembre.

Seguite queste indicazioni e non vi perderete di sicuro, eh.

Per noi quindi si è trattato di un'oretta di auto, in cui i bambini hanno pure dormito.

Arrivati a destinazione, abbiamo scoperto che grazie alla Vivi Parchi Card i bimbi non pagavano l'ingresso che per gli adulti costa dodici euro a testa.

Il "Parco della Preistoria" offre trentun ricostruzioni fedeli di animali preistorici, dagli artropodi ai pesci passando per gli anfibi, i dinosauri e i mammiferi fino a giungere agli uomini primitivi.

datemiunam-gita-brescia-dintorni-parco-preistoria
Un dinosauro che non ha bisogno di presentazioni

 

La cosa affascinante è che quelle che sembrano immense statue in realtà sono state fatte a partire dagli scheletri fossili ritrovati in giro per il mondo.

A questi sono poi stati aggiunti carne, pelle e muscoli per farne dei modelli in miniatura da cui partire per creare quei giganti in vetroresina così ben fatti da sembrare quasi veri.

Perciò, i modelli esposti rappresentano gli animali così come apparivano milioni di anni fa.

Nel vedere i suoi amati dinosauri, a grandezza naturale, Ringhio è letteralmente impazzito.

datemiunam-gita-parco-preistoria-dinosauro-corazzato
Uno scolosauro, tipico dinosauro corazzato

 

Continuava a correre da un dinosauro all'altro, facendo delle soste interminabili davanti a ciascun rettile, obbligandoci a soddisfare ogni sua piccola curiosità.

Parco della preistoria: non solo dinosauri

Se pensate però che il "Parco della Preistoria" sia interessante solo per i dinosauri, vi sbagliate di grosso.

Il parco infatti è qualcosa di più.

Immerso in un'area naturale di oltre cento ettari, all'interno del Parco dell'Adda Sud, il "Parco della Preistoria" offre l'opportunità di passeggiare all'interno di un bosco secolare.

Grazie a questa ricca vegetazione, il tragitto lungo il parco rimane abbastanza ombreggiato: olmi, pioppi, carpini e altre varietà di piante riparano gli ospiti con le loro chiome verdeggianti.

Durante il tragitto, se si fa attenzione, si possono scorgere scoiattoli o coniglietti, oltre ad una varietà infinita di uccelli canterini.

Il "Parco della Preistoria" è l'habitat naturale anche di lepri e volpi, tassi e istrici,  che noi però non abbiamo avuto la botta di culo la fortuna di vedere.

Dal punto di vista naturalistico è interessante anche la porzione adibita a palude che, con il suo ecosistema naturale, attira scolaresche dalle grandi città limitrofe.

datemiunam-parco-preistoria-trezzano-d-adda-brescia-bergamo
Uno dei tanti laghetti, con carpe, rane, cigni, paperelle e una bella tartaruga!

 

Il che significa anche un gran numero di insetti, dalle api alle libellule, rane e anfibi di ogni genere, oltre a tartarughe e carpe.

Portatevi quindi un buon repellente da spruzzarvi in copiose quantità se avete il sangue dolce per non essere il lauto banchetto di zanzare e affini.

Non dimentichiamoci inoltre che diverse associazioni naturalistiche utilizzano il "Parco della Preistoria" come base per piccoli animali convalescenti da lasciare poi in libertà una volta guariti.

Oltre alla fauna locale, libera di scorrazzare in lungo e in largo, nel "Parco della Preistoria" si possono vedere anche animali in semi-libertà, dalle famose capre tibetane nane agli intramontabili asinelli.

datemiunam-gita-parco-preistoria-brescia-dintorn
Recinto delle caprette tibetane nane

 

In questo magnifico contesto, circa a metà percorso, vi trovate di fronte un magnifico labirinto, che occupa circa mille metri quadrati di areale, con siepi alte circa due metri.

Il labirinto ricorda molto quello di un altro bellissimo parco di cui avevamo già parlato, il Parco Sigurtà

I bambini (ma non solo) impazziscono per i labirinti, quindi ovviamente non ce lo siamo fatto ripetere due volte e siamo letteralmente corsi a provarlo.

datemiunam-parco-preistoria-gite-bambini-brescia-dintorni-bergamo

Il "Parco della Preistoria" si può visitare a piedi (come abbiamo fatto noi), in bicicletta o a bordo di un simpatico trenino (attenzione perché non è gratuito, ma a pagamento).

Se vi stancate di camminare o avete fame, ci sono due bar e una tavola calda, ma nulla vi vieta di portarvi il pranzo al sacco e consumarlo nelle aree pic-nic messe a disposizione dal parco.

datemiunam-gite-bambini-famiglie-parco-preistoria-cosa-vedere-brescia-bergamo-con-bamabini

Per la sete o la calura, non preoccupatevi: ci sono tantissime fontanelle disseminate lungo i viali e l'acqua è potabile. Dovete solo munirvi di bottiglietta e il gioco è fatto.

E a proposito di giochi, per la gioia dei bambini ci sono anche due parchi giochi con altalene, scivoli e compagnia bella.

All'interno del parco si trova anche un museo paleontologico, ma mi sono letteralmente rifiutata di entrarci.  Sarà per la prossima volta...

datemiunam-cosa-vedere-brescia-dintorni-con-bambini-gite-parco-preistoria-bergamo
Vicino al brontosauro: Ringhio lo annaffia per vedere se cresce, mentre la Ninfa, sconsolata, si contempla il dito "morso" dal terribile cigno

"Parco della preistoria": la mia opinione

Il "Parco della preistoria", quindi, non è solo dinosauri o uomini preistorici, ma è molto di più. Fauna, flora, museo, giochi...

Tuttavia, secondo me, vale la pena andarci solo se siete appassionati o interessati ai grandi rettili del passato.

Ringhio infatti è il membro della famiglia che, sicuramente, ha apprezzato di più.

datemiunam-cosa-vedere-gite-bambini-parco-preistoria-bergamo-brescia

La Ninfa, per esempio, si è annoiata per gran parte del tempo.

Ha avuto un risveglio quando ha visto gli altri animali, salvo poi passare un paio d'ore imbronciata a causa della beccata di un cigno aggressivo.

Ma l'allegria le è tornata dopo aver mangiato un grosso gelato ed essere salita sull'altalena.

Nel complesso è stata un'esperienza positiva, abbiamo passeggiato immersi nella natura, il parco non era pieno e comunque Ringhio è rimasto davvero impressionato.

Nonostante tutto, quindi, il "Parco della Preistoria" ci ha lasciato addosso una patina di felicità che ci ha fatto dire di aver passato davvero una gran bella giornata.

Questa vignetta è stata creata da Stefania Gervasoni del blog "Il mondo di Hat" Anche lei prende parte all'iniziativa, quindi non perdetevela!

La vita di noi mamme è sempre molto indaffarata. Col tempo si impara a godere dei pochi attimi a disposizione per esempio quando si è in coda alle poste.

L'altro giorno avevo giusto quei dieci minuti liberi e ne ho approfittato per sguazzare in rete.

Internet è un luogo bellissimo e spesso ci si imbatte in post davvero interessanti, come quello di Mamamadeinitaly intitolato "Cosa aspettarsi dopo che sia aspetta" parte 1

Dopo averlo letto e sghignazzato, potevo non dire la mia?

Ecco quindi che raccolgo il testimone di Isabella e vi porto nel fantastico mondo della mamma di due, riagganciandomi anche ad un mio vecchio post.

Da uno a due: la vita dopo il secondo figlio

Ho sempre amato le simmetrie. Per me tre non è mai stato il numero perfetto.

Per questo, non appena è nata la mia prima bimba, meglio nota come la Ninfa, sapevo già che avrei fatto un secondo figlio.

E sono stata accontentata: il mio secondogenito, Ringhio, è arrivato quasi subito, prima del previsto in verità, ad appena ventitré mesi di distanza dalla sorella.

Come cambia la vita dopo il secondo figlio

Se ripenso a quei primi mesi, non so ancora bene come non abbia fatto a perdere la ragione.

Non me ne vogliate, mono-mamme, ma sorrido sempre  sotto i baffi quando sento dire a voi, che avete un unico figlio, che  non avete mai tempo  e siete sempre stanche.

Da mamma di due  mi rendo conto che sicuramente anche io farò lo stesso effetto a chi ha più figli di me, eh, sia chiaro.

Tornando a noi, comunque, vi vedo già lì, col dito puntato, a bisbigliare: "Ma chi te lo ha fatto fare?"  o "Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!"

Sì, ragazze, l'ho proprio voluta 'sta bicicletta, l'ho desiderata con la stessa intensità con cui un bambino desidera i regali il giorno di Natale.

E, credetemi, quando la bicicletta è arrivata, dopo qualche giorno, mi son detta: "Ma che, posso mica restituirla e prendere, chessò, un peluscino carino carino? Ma non potevo almeno desiderare quella elettrica?"

Per cui, care mamme di uno, fate attenzione a cosa desiderate perché potrebbe avverarsi. E non dite poi che non vi avevo avvertito.

Quando decidi di avere il secondo figlio a breve distanza dal primo la motivazione che ti spinge è la sicurezza (im)motivata che farai meno fatica.

Dall'alto della tua esperienza, infatti, sai già benissimo cosa aspettarti dopo che si aspetta. O meglio, ti culli nell'illusione di saperlo.

Benedetta ignoranza!

Ma partiamo dal principio: la gravidanza.

La prima gravidanza è stata magica ma anche tragica: da un lato tutta la grande gioia legata a questo miracolo della natura, dall'altro tutta l'ansia per l'ignoto.

La seconda gravidanza, in confronto, sarà un paseggiata: curva glicemica, toxoplasmosi, contrazioni di Braxton...niente è più un mistero, niente ci fa più paura (magari il parto sì, ma solo un pochino).

Ecco, la bismamma può godersi il suo "stato interessante" senza inutili apprensioni, assaporando ogni momento.

O, almeno, questo in teoria, ché, come tutti sanno, la pratica è una cosa diversa.

Inutile dirlo, ma ogni gravidanza infatti è a sé.

La prima volta avete passato il primo trimestre a vomitare ad ogni minimo odore, il vostro stomaco si contorceva solo a sentire il nome dell'elegante Chanel n.5 o al solo vedere la pubblicità delle cialde del caffè?

Tranquille, questa volta sarà diverso. Le nausee, a cui siete preparate tanto da non uscire mai senza sacchettini e mentine in borsetta, non si faranno nemmeno vedere.

In cambio, sarete afflitte da una grave forma di narcolessia che vi coglierà ovunque, perfino intanto che siete in coda al supermercato.

Ma tranquille, poi passa, eh. A distrarvi e a tenervi sveglie ci penserà infatti lui, il primo figlio.

Il primo figlio, benchè piccino, grazie al suo sesto senso, sa già che  qualcosa bolle in pentola.

Mentre la vostra pancia comincia a crescere (vi ho già detto che con la seconda gravidanza la panza si vede prima, per cui già al terzo mese vi chiederanno quanti giorni mancano o se avete già passato la data prevista?), il vostro figlio primogenito continua nei suoi consueti comportamenti da bimbo piccolo.

E come tutti i bimbi piccoli, vuole, anzi, pretende, di essere preso in braccio.

Perché voi, care mamme, lo avete sempre fatto. Prima.

Quindi ora, con tutto l'amore, la pazienza e la comprensione di cui siete dotate, tentate di spiegare al vostro pupo che nella vostra pancia c'è un altro bimbo, il suo fratellino o la sua sorellina, e che quindi mammina non riesce a prenderlo in braccio.

Per quanto siate brave a comunicare, amiche mie, credetemi che far capire al vostro rampollo perché non riesci più a sollevarlo è un altro paio di maniche.

Senza contare che, scellerate, volete sul serio che vostro figlio cominci ad essere geloso e ad odiare il nuovo venuto ancor prima che esca dalla patata pancia?

Io ho risolto il problema mettendomi la pupa direttamente sulle spalle, cervicale assicurata ma rapporto tra fratelli salvato.

Nove mesi passano in fretta, ed infine arrivata l'ora di dare alla luce il vostro bimbo.

Avete passato gli ultimi sei mesi di gravidanza a preparare psicologicamente il "grande" al fatto che la mamma starà via qualche giorno e che tornerà con una bella sorpresa.

I vostri ripetuti discorsi non impediranno a vostro figlio di sentirsi abbandonato quando correrete all'ultimo minuto in ospedale.

E nemmeno vi preserveranno dal suo sguardo deluso quando tornerete a casa con il pupo nell'ovetto.

"Mamma, me stai a pijà p'er culo? Quando t'ho detto che volevo l'ovetto, intendevo quello di cioccolato con la sorpresa che si monta!"

Anche per il parto vale sempre la legge del contrappasso: se per partorire la prima volta avete sofferto le pene dell'inferno e vi siete fatte quasi tre giorni di travaglio, al secondo giro sarete graziate.

Tranquille, il secondo parto sarà veloce. Ma non indolore. Patirete sempre le pene dell'inferno. Sapevatelo.

Infine, quando il secondogenito nasce, realizzate che in realtà la situazione non è così rosea come l'avevate immaginata.

Nei mesi precedenti, durante la fase comunemente nota come "caccia alla cicogna" avete sempre pensato che avere un secondo figlio fosse la soluzione perfetta per tutti.

In fondo, da brave genitrici, pensavate in buona fede che fosse la risposta se non a tutti a tanti dei vostri problemi.

Un secondo figlio sarebbe stato un compagno di gioco perfetto per il primogenito, voi avreste avuto una seconda chance per rimediare ad eventuali errori commessi col primo e l'intera famiglia sarebbe stata felice e contenta.

Già vi vedo, con gli occhi sbarluccicanti a forme di cuoricino, mentre immaginate i vostri bambini che giocano teneramente sul tappeto della loro cameretta.

Come se questo non bastasse, vi siete autoconvinte che accudire un neonato in concomitanza con un pupo di circa due anni fosse una passeggiata.

Posso farcela, vi siete dette, perché in fondo sto ancora prendendomi cura di un bimbo relativamente piccolo.

Ho già avuto a che fare con pappe e cacche, ho appena finito di spannolinare il primogenito, che ora gode di una certa autonomia.

Anche dal punto di vista del vile denaro che non fa la felicità, vi sentite tutelate: questa volta non dovrete fronteggiare grosse spese.

Lettino, passeggino, fasciatoio e tutto l'ambaradan  in linea di massima li avete già, al massimo vi farete regalare dai parenti quello che vi manca.

Nel caso fortunato in cui i rampolli siano dello stesso sesso, ancora meglio:  riciclo sarà la vostra parola d'ordine anche per quanto riguarda l'abbigliamento.

Quindi vi sentite in una botte di ferro: avete fatto tutto secondo la tabella di marcia più appropriata.

Il primo figlio andrà alla materna, ma prima passerete qualche mese assieme al neonato, tutti e tre (beh, quattro se contiamo anche il papà) così quando inizierà non si sentirà parcheggiato e non soffrirà di gelosia.

Amiche mamme di due, tutte assieme, in coro diciamo: "Ma povere illuse!"

Innanzitutto, i ritmi di un bambino di uno-due anni sono diversi da quelli di un neonato.

Il vostro bimbo grande mangia già come un adulto: colazione-pranzo-merenda-cena magari spuntino a metà mattina.

Un bimbo appena nato mangia in media...sempre, o ve lo siete dimenticate?

Vi troverete a preparare un pranzo equilibrato e sano per il vostro primogenito con un poppante attaccato al seno intento a tracannare latte materno svuotandovi di ogni energia, tentando di non infilarlo nel forno al posto dei bastoncini di pesce che, a causa del vostro stato fisico, propinerete al grande ché tanto per una volta non muore mica.

Oppure infilerete il biberon con il latte in polvere nella bocca del primogenito mentre metterete una baguette nelle fauci del secondo, favorendo in questo modo la fase di auto svezzamento del neonato alla sua ottava settimana di vita e dando il via alla fase di regressione del grande.

Infatti, quel delicato equilibrio che avete costruito con il primogenito, dopo una serie praticamente infinita di esperimenti ed errori di varia portata, se ne va tranquillamente a quel paese in un soffio.

Siete state in grado di impostare una routine per la mattina e una per la sera, anticipate le richieste di vostro figlio, sapete capire al volo quando ha caldo-freddo-sonno-solo-voglia-di-rompere-i-maroni.

E come se non bastasse, siete riuscite a  rendere partecipe anche il vostro compagno, in modo che non si senta escluso, affidandogli compiti alla sua portata.

Avete quindi costruito un magnifico rapporto a tre. Ed ora arriva il secondogenito che rompe questo equilibrio.

Credetemi, mamme di uno, per quanto possiate averlo immaginato ed organizzato, inserire un secondo figlio all'interno di un menage familiare già rodato non è affatto semplice.

Un neonato è come un enorme buco nero: assorbe tutta la vostra energia fino all'ultimo briciolo.

Quindi ogni mattina vi alzerete più stanche di quando siete andate a letto la sera prima.

Nonostante questo, dovrete continuare ad occuparvi del vostro bimbo "grande", dedicandogli tutte le attenzioni che merita e forse anche qualcosa in più per lenire i vostri perenni sensi di colpa.

Cominciate a provarle tutte. La tattica migliore, stando agli esperti, è coinvolgere il figlio maggiore nell'accudimento del neonato.

Ecco, evitate però di lasciarlo da solo a tu per tu con il nuovo venuto. La sicurezza, prima di tutto!

Ci sono casi documentati di primogeniti affetti da forme di gelosia talmente forti che hanno tentato di affogare il piccolo nella vasca da bagno o di soffocarli con il borotalco.

Diffidate anche di quei primogeniti che sembrano amare i nuovi venuti della più alta forma di amore puro e sincero.

Questi, come dice il mio pediatra, sono i peggiori: infidi e letali come delle vipere. Della serie Caino scànsate!

Ma, c'è un ma, perché c'è sempre un ma.

Ricordatevi, care amiche, che la vita è un gioco.

Per la precisione, quella di una mamma bis può essere tranquillamente paragonata ad un videogioco: ad ogni livello  la mamma di due guadagna punti resistenza, punti conoscenza e punti forza.

Per esempio, avete mai notato che braccia muscolose ha una mamma di due? E mica si è fatta i muscoli in palestra -che ci sono mamme che trovano il tempo di andarci?-

No, la bismamma i muscoli se li è fatti trasportando in braccio contemporaneamente i suoi due figli, uno da una parte e l'altro dall'altra, con  le borse della spesa appese ai mignoli e la confezione da sei bottiglie di acqua oligominerale ideale per l'alimentazione dei neonati in testa.

Vogliamo poi parlare delle doti organizzative di una mamma di due?

L'organizzazione di una bismamma è a livelli così alti da far impallidire quella della Casa Bianca.

Care mamme, se riuscite a superare indenni i primi mesi, le cose cominciano lentamente a migliorare.

Volete un esempio? Quando si devono gestire due bambini si diventa più efficienti: se prima dedicavamo venti minuti alla preparazione del primo figlio, ora, quasi per magia, nello stesso lasso di tempo ne vestiamo due (punti esperienza, ndr).

Allo stesso modo, notiamo che perfino il nostro corpo è riuscito ad abituarsi ai nuovi orari, la stanchezza da cronica è diventata sostenibile, oltre al papà abbiamo coinvoltonel nostro menage anche nonni, zii, la cognata del cuggino di nostra suocera, l'uomo che consegna il pane, il postino...Insomma, tutti quelli che si trovano a passare accidentalmente nei pressi della vostra abitazione.

E così torniamo finalmente a respirare.

Ed è proprio ora che dovete cominciare a preoccuparvi, perché le vere sfide arrivano adesso, ossia quando i vostri figli cominciano a crescere e si rendono conto che "l'altro" è il nemico.

Per mia figlia, per esempio, questa fase è coincisa con i primi passi del fratellino.

Il piccolo ora era in grado di muoversi e quindi di invadere i suoi spazi, toccare i suoi giocattoli, arrampicarsi sulle gambe della mamma...

Si aprano quindi le danze:  litigi, scazzottate, capricci saranno all'ordine del giorno.

Però non temete, care mamme, che c'è sempre il lato bello della cosa.

Ad un certo punto, infatti, entrambi i vostri bambini crescono e come per magia sono in grado di capire e fare dei ragionamenti. E se ve la giocate bene, questo sarà il vostro asso nella manica.

Detto cio', siete ancora certe di voler passare da mamma di uno a mamma di due e fare un secondo figlio, magari a pochi anni di distanza del primo?

No, perché io vi ho avvertito, eh!

4

Man mano che la stagione avanza cominciano ad alzarsi anche le temperature, purtroppo non in modo graduale e nemmeno troppo gradevole.

Qui nella mia zona, ma penso anche in altre regioni, si passa da una giornata di pioggia e vento con temperature sui ventitré gradi ad un giorno di solleone con afa e picchi di trenta.

Ecco, a me questi sbalzi termici provocano sempre un po' di complicazioni. Sarà che sono metereopatica, sarà che semplicemente negli ultimi anni il caldo afoso mi infastidisce parecchio, ma davvero trovo la situazione insopportabile!

E vedo che non sono l'unica. Chi sembra soffrire di più l'innalzamento delle temperature è il mio gatto grande.

Non è un gatto di razza, per principio (e anche perché ho soldi da buttare!) non sono d'accordo sulla compravendita di gatti e cani, per cui i miei gatti sono stati adottati appoggiandoci ad uno dei tanti gattili che si trovano in zona.

Comunque, lui è un incrocio con qualche razza a pelo lungo e già da un po' è in fase di muta.

Sapete cosa significa questo? Pelo ovunque, ma davvero ovunque. Il pelo dei gatti poi è infido: si attacca a qualsiasi cosa, non solo agli abiti.

In più lui (il gatto, intendo, non il pelo) soffre il caldo in maniera terribile. Si trascina per la casa cercando un angolo fresco, spalmandosi sulle piastrelle del pavimento in cerca di un temporaneo refrigerio.

Alcuni consigliano di stendere degli asciugamani umidi su cui far distendere il gatto.

Ecco, il mio li schifa proprio. Appena appoggia la zampetta e sente che sono umidi, la ritrae fulmineo e se ne va disgustato.

Sono arrivata alla soluzione che la tosatura sia l'unico modo per dargli un po' di sollievo.

Già da qualche anno faccio tosare il mio micio ed ogni volta lui pare ringiovanito di qualche anno, ritorna arzillo e vitale.

E' necessario tosare un gatto?

E' opinione corrente che i gatti e i cani andrebbero tosati il meno possibile.

Questo perché Madre Natura, se davvero fosse stato necessario, avrebbe provveduto lei stessa.

Alla gente che mi dice questo solitamente chiedo se, dal momento che Madre Natura non ci ha dotati di ali, allora dobbiamo smettere di volare, ma tant'è.

I gatti, come i cani, andrebbero tosati solo quando il loro pelo risulta intrattabile a causa di nodi o sporco particolarmente resistente che non si riesce a rimuovere in nessun altro modo.

Comunque, prima di procedere e parlare della tosatura del gatto, è utile capire come funziona il pelo dei nostri piccoli amici e quando vale davvero la pena ricorrere alla tosatura dell'animale.

Come funziona il pelo dei gatti

Il mantello dei gatti è costituito dalla combinazione di tre elementi: sottopelo, setole e peli di copertura.

Il sottopelo è corto e morbido e  ha il compito di mantenere l’isolamento del corpo. Non tutte le razze di gatti ce l'hanno.

Le setole sono dei peli leggermente più lunghi e ispidi che insieme al sottopelo rappresentano i peli secondari.

peli dominanti, chiamati anche peli primari, sono la parte più lunga e maggiorente visibile del mantello.

Sulla base del pelo, i gatti domestici vengono comunemente divisi in  gatti a pelo lungo, a pelo semilungo e a pelo corto.

Come accennato, quindi, nei nostri piccoli felini la pelliccia ha la funzione di proteggere l'animale stesso.

Il pelo funge come scudo contro insetti e parassiti, preserva la pelle dallo sporco ed ha anche un'importante funzione di termoregolazione.

Questo significa che  oltre a proteggere dal freddo il pelo aiuta l'animale a mantenere una temperatura corporea adeguata anche in estate, schermando la pelle dai raggi solari.

Però, se avete letto bene, questa prerogativa spetta in realtà al sottopelo, non ai peli dominanti.

Quando c'è il cambio di stagione, gli animali fanno la muta, cioè cambiano il pelo.

La muta più importante nel gatto avviene durante il passaggio dalla stagione invernale a quella estiva, per cui approssimativamente si parte da aprile in poi.

In questi mesi vivere con un gatto, specialmente se a pelo lungo o semilungo come il mio, significa trovarsi in una situazione quasi ingestibile: peli ovunque, nell'aria, sui mobili, sui vestiti...

Insomma, l'inferno per una qualsiasi casalinga che si rispetti ma anche per una che ci tiene ad essere sempre vestita in modo impeccabile (e voi direte: e che ti frega allora a te, che non sei né l'una né l'altra?. Ma questo è un altro discorso...)

La toelettatura del gatto

In certi casi la normale toelettatura del gatto non basta più.

Non bastano più i cento colpi di spazzola (no, non quelli del famoso romanzo!): si spazzola il gatto per aiutare il pelo morto a staccarsi e qui, ragazze, se non avete abituato il vostro micio fin da piccolo, vi aspettano graffi, soffi e addirittura morsi.

Si ricorre a bagni - ebbene sì, anche i gatti possono essere lavati, soprattutto se abituati fin da cuccioli- per rinfrescare il felino e rendere il manto più trattabile, per districare i famosi nodi che, alla fine, dovrete comunque tagliare.

Vogliamo infine parlare di quelle fastidiose palle di pelo, così pericolose anche per il gatto stesso?

Il micio si lecca, ingurgita il pelo e poi...vomita. Magari sul tappeto persiano.

Non bastano l'erba gatta, l'olio d'oliva o i ritrovati che dovrebbero aiutare i gatti a tenere sotto controllo le palle di pelo.

Credetemi, quando lavoratel e siete fuori casa dieci ore al giorno, avete due bimbi piccoli con cui volete passare del tempo e la normale gestione della casa, un compagno (era sottinteso, no?), pulire peli e raccattare vomiti felini è l'ultima cosa che vorreste fare.

Ecco quindi perché preferisco far tosare il mio gatto a pelo semilungo.

Come tosare un gatto

Cominciamo col dire che quando si tosa un gatto non si toglie mai completamente la pelliccia, ma si lascia sempre qualche centimetro di pelo (generalmente il sottopelo).

Ci sono inoltre zone del corpo dell'animale che vanno quasi tralasciate, come la coda e la testa, in cui al massimo si fanno dei ritocchi con le forbici.

Inutile sottolineare che le vibrisse non si devono mai tagliare, perché per un gatto sono indispensabili e vitali.

Se avete deciso di farlo da voi, ecco qui una piccola guida per imparare a tosare il gatto.

Mini-guida passo passo per tosare il vostro gatto:

  1. Scegli una stanza della casa abbastanza spaziosa e prepara tutto il materiale: forbici di varie misure, asciugamani, spazzole, rasoio apposito.
  2. Metti il gatto su un asciugamano così sarà più facile pulire e buttare i peli una volta tagliati.
  3. Comincia spazzolando per bene il gatto e poi, con l'aiuto delle forbici, accorcia le zone in cui il pelo è più lungo, tagliando i vari nodi. Scegli forbici di grandezza diversa in base alle varie parti del corpo e fai molta attenzione ai genitali, alle orecchie e alle mammelle.
  4. Quando il pelo sarà abbastanza corto, puoi passare al rasoio. Per tosare un gatto, infatti, il pelo non deve essere molto lungo, altrimenti si rischia di strapparlo perché il rasoio non funziona nella maniera corretta. Parti dal collo e prosegui verso la coda, senza fare troppa pressione, cercando di eseguire movimenti diritti. Fai le cose con calma, il gatto se non è mai stato abituato può spaventarsi facilmente.
  5. Cerca di mantenere la stessa lunghezza, ma non preoccuparti: se il pelo non sarà perfetto al gatto non importerà molto.
  6. Controlla e ripassa le zone dove il pelo è ancora lungo, ma non insistere troppo, piuttosto vai di forbici.
  7. "Spolvera" il gatto per rimuovere i peli tagliati ancora appiccicati e ricordati di dargli un piccolo premio, come ricompensa per essersi lasciato tosare.

Detto questo, vi avviso: tosare un gatto è un affare serio e più complicato di quanto si vede nei vari video che trovate in rete.

Il mio gatto è di indole docile e tranquilla, se ne fa fare di tutti i colori perfino dai bambini, eppure l'unica volta che ho provato a tosarlo da sola è stato un incubo.

Io preferisco portarlo da un professionista che con un costo del tutto ragionevole mi tosa il micio in mezz'oretta, non devo pulire la casa e il risultato è sicuramente migliore del mio.

Nonostante l'opinione di tanti, il mio micio dopo essere stato tosato mi guarda con occhi colmi di gratitudine.

Smette di vagare tristemente per casa, trascinandosi come un moribondo, non vomita più le temibili palle di pelo e in poco tempo il pelo comincia a ricrescere, più bello di prima.

E l'intera famiglia tira un sospiro di sollievo, libera dalla schiavitù del pelo.

 

Le feste di fine anno scolastico sono sempre una grande gioia.

Per prima cosa proprio perché la scuola finisce e già questa è di per sé una bella notizia, tranne per quei poveri genitori che lavorano entrambi e devono pensare a dove piazzare i figli-

In secondo luogo perché è un'occasione per far festa assieme ai nostri bambini e festeggiare è sempre bello.

Insomma, andare alle feste di fine anno, come avrete dedotto, non è un gran peso per me, anzi.

Quest'anno per me è stata la seconda volta alla festa di fine anno.

Infatti, anche se la Ninfa è già tre anni che frequenta la materna, il primo anno si era ammalata e quindi niente festa.

Inoltre questa era la prima volta di Ringhio che ha avuto il suo battesimo del palco (esiste? Si dice?) con la recita di Natalere

Qui da noi però a Natale si fa solo la recita senza la festa.

Purtroppo il papà non è riuscito a prendere le ferie ma stavolta erano presenti tutti e quattro i nonni, cosa alquanto incredibile.

Per motivi di spazio la recita viene fatta nel vicino teatro comunale anziché nell'edificio della scuola materna.

E proprio lì ci siamo diretti, in una soleggiata giornata di sole.

Il teatro era gremito di genitori e parenti, eccitati e accaldati.  Niente aria condizionata a mitigare la calura pomeridiana.

C'è stato un brevissimo discorso del sindaco seguito da quello del parroco, che ospita la festa all'interno dell'oratorio.

Le maestre, a turno, hanno presentato i vari gruppi di bambini, spiegando il percorso fatto durante l'anno scolastico e introducendo le scene che avremmo visto.

Il tema dell'anno erano le fiabe, partendo dalla figura centrale del cantastorie, che a me fa sempre venire in mente il simpatico menestrello del cartone animato "Robin Hood".

A questo poi hanno collegato il percorso sulla psico-motricità, sulla musica e su un paio di altre tematiche sviluppate prevalentemente dal gruppo dei grandi.

Trovo sempre interessante vedere come le maestre riescono a mettere assieme tutti questi aspetti differenti creando qualche cosa a misura di bambino che sia però comprensibile anche al mondo degli adulti.

La recita si è aperta con una canzone introduttiva di gruppo che ha visto sul palcoscenico tutti gli alunni, quindi quasi un centinaio di bambini.

Ogni gruppo, a seconda dell'età e del ruolo, era vestito con colori differenti e questo creava un impatto visivo davvero forte.

Dopo il canto iniziale, siamo entrati nel vivo dello spettacolo.

Hanno cominciato i piccoli e i piccolissimi, tra cui Ringhio, vestiti di bianco e blu e travestiti da topolini.

La scenetta era basata sulla storia di un topolino che viveva in biblioteca. I bimbi, in fila indiana, dovevano cimentarsi in un circuito sportivo con birilli, cerchi, saliscendi da panche e cose di questo genere.

Il mio pupo, che durante la canzone si stava quasi addormentando, si è improvvisamente risvegliato dal coma soporifero e ha avuto uno sprint inaspettato.

Ha fatto il suo giro con un po' di incertezza dovuta al sonno, poi non si sa bene perché ha cominciato a fare il circuito a velocità sostenuta doppiando i suoi compagni.

Correva come un fulmine, come morso dalla tarantola, una, due, tre volte finché una maestra è riuscita a placcarlo e a farlo sedere, tra gli applausi e il divertimento generale della platea.

Dopo l'inchino, i piccoli sono scesi dal palco. Tutti ordinati con i loro pantaloncini blu e la maglietta bianca.

Tutti tranne il mio. Che si era tranquillamente addormentato finiti gli esercizi e quindi è stato adagiato da qualche parte fuori scena.

Non preoccupatevi, eh, alla fine ce lo hanno riconsegnato.

E' stato quindi il turno dei mezzani. Siccome sono un gruppo molto numeroso, hanno suddiviso i bambini in tre sottogruppi.

La Ninfa recitava nella prima parte. La fiaba narrava di due moscerini (o erano altri insetti?) che non riuscivano a danzare finché non ritrovavano l'ispirazione grazie ai suoni della natura.

La Ninfa aveva la parte di un fiore, maglietta verde, gonna blu e corolla gialla a mò di colletto.

Come sempre, ha avuto un attimo di timidezza iniziale, subito passato quando la musica ha preso piede.

Si è comportata in modo serio, sempre attenta e composta, perfino quando ha dovuto danzare a ritmo sostenuto con un fiore suo compagno, che lei tiranneggia abitualmente già in classe.

Insomma, compassata e molto professionale. Ma poi mi ha detto che era agitata ma che, nonostante ciò, si è divertita davvero tanto.

Finita la favola dei moscerini, si sono esibiti tutti gli altri, portando in scena la fiaba di Rosinka, Popof, I tre porcellini e una canzone di commiato.

Per finire, la consegna dei diplomi ai bambini grandi, che è sempre fonte di orgoglio e di commozione.

L'anno prossimo toccherà anche alla Ninfa, ma intanto che si goda ancora un anno di giochi e serenità, che per studiare poi avrà tutta la vita davanti.

Prima di lasciare il teatro, c'è stata la lotteria. Il ricavato va tutto nelle casse dell'asilo.

Inutile dire che, ovviamente, nonostante i dieci biglietti comprati, non ho vinto un bel niente.

Finita la recita, con la consegna di un Ringhio di nuovo desto e arzillo, ci siamo recati tutti all'oratorio per la festa vera e propria: giochi, trucca-bimbi che non può mancare mai, intrattenimenti vari e buon cibo.

Non siamo rimasti molto perché, visto che lavoro tutta settimana, volevo approfittare del pomeriggio anche per andare a fare la spesa in modo tale da non doverla fare il sabato.

La recita di fine anno è un momento davvero importante per la vita dei nostri bambini.

Secondo me, la recita ha un grande valore educativo: i bambini devono imparare a collaborare, devono sapersi adattare ai ruoli e alla stesso tempo imparano il rispetto delle regole.

Esibirsi significa  anche sviluppare creatività e doti artistiche, sconfiggere la timidezza e rafforzare la propria autostima.

Queste sono competenze che a lungo andare formeranno parte del bagaglio culturale dei nostri bambini.

La recita è la parte conclusiva di un percorso durato un intero anno che ha sicuramente cambiato e formato i bambini, anche se magari noi genitori ce ne accorgiamo poco.

Siamo tutti lì, a guardare i nostri figli, a commentare e a stupirci.

"Oh, come sono diventati grandi!"

"Come passa il tempo"

"Come crescono i nostri figli!"

Già, perché il nocciolo della questione è quello: come crescono i nostri figli, e non solo fisicamente.

I nostri bambini crescono, diventano grandi, sviluppano abilità e competenze che saranno alla base della loro vita futura e non solo della loro istruzione.

I genitori non dovrebbero essere solo semplici spettatori e starsene in disparte, pensando che tanto è "solo" la scuola dell'infanzia.

La recita scolastica non è un banale spettacolino, ma è molto di più.

Anche per i genitori, comunque, la recita è una palestra emotiva: l'impatto di vedere i nostri bambini sul palcoscenico, che recitano, cantano e ballano davanti a tante persone sconosciute è davvero grande, specialmente il primo e l'ultimo anno.

Vi posso consigliare di non stare troppo addosso ai bambini, di non pretendere troppo da loro, di insegnare loro che essere sul palco è divertente e stimolante.

Godetevi la giornata e...non dimenticate a casa i fazzolettini!

Che io ami gli animalinon è un segreto. Che, tra loro, abbia una predilezione particolare per i gatti neppure.

Oggi, per l'appuntamento con il venerdì del libro vi presento un romanzo abbastanza famoso: "Io sono un gatto" dell'autore giapponese Natsume Soseki, pseudonimo di Kinnosuke Natsume.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: brevi cenni alla trama

"Io sono un gatto" è ambientato in Giappone agli inizi del Novecento, l'epoca in cui questa nazione sta iniziando il suo lento cammino verso la modernità aprendosi ancor di più all'Occidente.

Il protagonista è un gatto che non ha un nome. Il felino, ancora cucciolo, in una terribile notte di pioggia riesce ad entrare in casa di un professore d'inglese.

Il povero gatto non gode di vita facile: il professore decide di tenerlo, ma la madre, le tre figlie e la serva non lo possono davvero sopportare, tanto che il gatto rimane appunto senza un nome.

Ciononostante, l'animale si adegua con facilità alla sua nuova esistenza. Cibo ne ha a sufficienza, un tetto sopra la testa pure, coccole meno ma non sembra importargli poi molto.

Il suo passatempo preferito è quello di ascoltare e spiare i discorsi del capofamiglia, che reputa un essere umano abbastanza bizzarro.

Kushami, questo il nome del professore, si dedica a mille hobby in modo alquanto superficiale, scatenando le risate dell'intero vicinato: passa dal comporre poesie tradizionali giapponesi a scrivere prosa in un inglese sgrammaticato, dal tiro con l'arco alla pittura.

Kushami è il punto di riferimento di un suo ex studente, Kangetsu, laureato in fisica, promesso sposo della figlia viziata e ricca dei suoi vicini di casa.

Il gatto, oltre ai discorsi del professore con il giovane, assiste anche a quelli di altri personaggi particolari amici del padrone di casa, come per esempio Sanpei, un uomo d'affari, e Tofu, un poeta.

La trama si incentra sugli episodi che deve fronteggiare Kushami per salvare l'amico Kangetsu dalle mire della ricca famiglia della promessa sposa.

In sostanza, l'intera vita del professore e dei suoi amici serve da pretesto al gatto senza nome per discorsi pseudo filosofici e più o meno profondi su quanto certi comportamenti umani siano strani e a volte addirittura incomprensibili.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: recensione

"io sono un gatto" non è sicuramente un romanzo d'azione.

I pochi fatti movimentati vengono raccontati dal protagonista ai suoi amici o viceversa.

In "Io sono un gatto" il pilastro della narrazione è incentrato su come il gatto vede il genere umano.

"Senza nome" è un felino particolare, non ama molto la vicinanza dei propri simili, seppur qualche amico felino ce l'abbia.

A lui interessa capire gli uomini, ma è un'osservazione, la sua, quasi scientifica, antropologica o psicologica: molto distaccata, a volte con un pizzico d'invidia, di chi però è ben consapevole di far parte di una razza superiore.

Non c’è nulla di meno sopportabile al mondo della noia, se non succede qualcosa che stimoli la nostra vitalità non vale la pena vivere.”

L'autore ha reso questo gatto un animale poco socievole, opportunista, arrogante e senza alcun dubbio non tenero né empatico, a volte perfino odioso.

Eppure allo stesso tempo è un acuto osservatore, curioso e critico allo stesso tempo.

La particolarità che mi ha fatto apprezzare "Io sono un gatto" è che è stato scritto nel 1905. Sì, non è un errore, l'anno è proprio quello.

La cosa ancor più sconcertante è che in Italia sia stato pubblicato per la prima volta solo nel 2006!

Ma i comportamenti umani che vengono analizzati risultano essere tutt'ora attuali, nonostante si parli del Giappone di più di un secolo fa, quindi di uomini che appartengono ad una cultura agli antipodi rispetto alla nostra sia dal punto di vista geografico che storico.

Devo confessare però che leggere "Io sono un gatto" non è stato così semplice per varie ragioni.

La prima è quella dell'uso di termini giapponesi che non possono essere tradotti nella nostra lingua. Tranquilli, nel testo ci sono le note che rimandano alle spiegazioni.

Questo, seppur rappresenta una difficoltà perché rende la lettura più lenta, allo stesso tempo risulta essere un tratto affascinante.

La seconda cosa che mi ha messo in difficoltà è proprio la lentezza della trama: nella prima parte del libro il motore che mi ha mosso è sempre stato la convinzione che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Quando poi ho capito che non sarebbe accaduto nulla di significativo, che il protagonista non si sarebbe rivelato un ninja, che non ci sarebbero state eclatanti ed eccitanti battaglie tra samurai, mi sono messa il cuore in pace e mi sono semplicemente goduta la rappresentazione del genere umano.

Orbene, vi vedo già sospirare e alzare gli occhi al cielo: perché allora consigliare la lettura di questo romanzo?

Sicuramente per il suo valore letterario: "Io sono un gatto" è infatti il primo romanzo moderno giapponese.

In secondo luogo perché, come accennavo prima, parla sì di un gatto, ma ancor più dell'umanità e di quanto spesso noi uomini sappiamo essere così superbamente stupidi, tanto da giustificare la frase del gatto:

Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti"

Ecco, quindi, nonostante lo stile narrativo sia semplice e scorrevole, "Io sono un gatto" non è una lettura da ombrellone, anche se risulta comunque un romanzo davvero piacevole.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro, e aspetto i vostri suggerimenti.

2

datemiunam-polpette-tonno-forno-ricetta-ingredianti-come-fareLe polpette di tonno sono uno dei miei piatti preferiti: facili da preparare, economiche e anche veloci.

Le polpette, a casa nostra, sono un evergreen: si mangiano volentieri in tutte le stagioni dell'anno.

Ne esistono mille varianti per cui non ci si stufa mai né a prepararle né a mangiarle.

In inverno vanno per la maggiore le polpette di carne al sugo, magari con un bel purè di patate o un po' di polenta.

In estate cerchiamo invece sapori più leggeri e delicati. Quindi cosa c'è di meglio di un bel piatto di polpette di tonno?

Invece che friggerle noi le prepariamo al forno, ma ovviamente nessuno vi vieta di farlo, anzi.

Le polpette di tonno sono ideali sia per un antipasto sfizioso, servite come  finger-food, sia per un secondo accompagnate da tanta insalata croccante e da pomodori succosi.

Inoltre le polpette incontrano sempre le simpatie dei bambini, sarà per la loro forma o per la facilità con cui si mangiano.

La versione che vi propongo oggi è quella velocissima che prepara CF assieme ai bambini e che non richiede particolari doti culinarie.

E' una ricetta base che potete però arricchire aggiungendo olive tritate, acciughe o capperi o inserendo magari un dadino di formaggio.

I bimbi si divertono sempre molto a preparare le polpette di tonno, per cui alla fine il ruolo del genitore in questo caso rimane quasi marginale, più di sorveglianza.

Se volete provare anche voi a farle o a delegare il compito al vostro partner ecco quello che vi serve.

Polpette di tonno: ingredienti

Queste sono indicativamente le dosi per circa 20 polpette poi dipende anche dalle dimensioni che volete dare loro.

Ecco la lista della spesa:

  • 500 grammi di tonno  in scatola naturale o sott'olio come preferite voi
  • una patata grande
  • 100 grammi di parmigiano grattugiato
  • 100 grammi di pangrattato
  • un uovo
  • una fetta di pancarré senza crosta o la mollica di un pane
  • prezzemolo tritato
  • sale
  • pepe
  • spezie a piacere

Come vedete sono ingredienti che bene o male sono sempre presenti in casa nostra come immagino nella maggior parte delle case italiane.

Ora che avete preparato tutti gli ingredienti, possiamo cominciare.

Polpette di tonno al forno: procedimento

Iniziate mettendo a lessare la patata. Nel frattempo, ammollate il pancarrè o la mollica di pane in un goccio di latte o di acqua in modo che si ammorbidisca bene.

Quando la patata sarà pronta, schiacciatela con una forchetta e mettetela a raffreddare.

Intanto cominciamo a preparare l'impasto: in una boule mettete il tonno sgocciolato, il formaggio, il prezzemolo tritato, il pane strizzato, l'uovo, le spezie e il sale.

Aggiungiamo la patata schiacciata e mischiamo bene il tutto.

Se notate che l'impasto è molto umido potete aggiungere un paio di cucchiai di pangrattato.

Per impastare potete aiutarvi con un bel cucchiaio oppure farlo con le mani (secondo voi i bambini cosa hanno preferito fare?)

Infine, inumiditevi le mani e cominciate a formare le vostre palline con l'impasto che poi passerete nel pangrattato.

Prendete una leccarda, disponetevi sopra un foglio di carta forno con un goccino di olio e adagiate le vostre polpette.

Cuocetele in forno a 200° per venti minuti. Ricordatevi a metà cottura di girarle (non fatelo fare ai bambini, mi raccomando!).

Ed ecco qua pronte le polpette di tonno al forno da assaporare tiepide oppure fredde.

E' una ricetta salva tempo e che vi può trarre d'impiccio anche in caso di inviti dell'ultimo minuto.

Le polpette di tonno al forno sono croccanti, gustose e leggere e vi faranno fare sempre una bella figura.

E voi, di che polpette siete?

Come sempre, potete lasciarmi i vostri suggerimenti nei commenti.

Se volete condividere le ricette fatte dal vostro uomo, potete utilizzare l'hashtag #luomoincucina #ricetteperveriuomini e ricordatevi di taggarmi @datemiunam così non me ne perdo nemmeno una.

Vi aspetto il prossimo mese con una nuova ricetta della rubrica "L'uomo in cucina- ricette per veri uomini"