Robin Sloan è un autore di cui ho spesso sentito parlare.

Non mi ero mai cimentata con la lettura di uno dei suoi romanzi così, quando ho visto "Il magico pane dei fratelli Mazg" in bella mostra sullo scaffale della biblioteca mi sono detta "Perché no?".

L'ho portato a casa e ho cominciato a leggerlo. Nel giro di un paio di giorni l'avevo terminato.

Ecco perché per il venerdì del libro ho deciso di presentarvelo.

Il magico pane dei fratelli Mazg: trama

Il romanzo si apre con la protagonista, Lois Clary, ingegnere informatico presso un'azienda che si occupa di progettare tecnologie all'avanguardia a San Francisco.

Lois ci viene descritta come una ragazza molto capace, ambiziosa e stakanovista che lavora in un ambiente altamente competitivo.

Il lavoro per i dipendenti della General Dexterity è talmente importante da oscurare qualsiasi altra sfera sociale e arriva addirittura a ridurre i piaceri della vita, come per esempio il cibo, a mere necessità di sopravvivenza.

Alla General Dexterity per risparmiare tempo ha preso il via la nuova moda di nutrirsi con lo Slurry, un concentrato di proteine.

Ogni giorno la giovane Lois arriva a casa stremata e utilizza le poche forze che le rimangono per ordinare un pasto con consegna a domicilio.

Una sera Lois decide di ordinare la zuppa piccante con pane fatto in casa dai fratelli Mazg, che hanno una piccola tavola calda sotto casa sua.

Questo segna il punto di svolta della vita della giovane. I piatti che le vengono recapitati sono talmente buoni da far accendere nel suo cervello una piccola area destinata al piacere che prima era sopita.

Pian piano tra i fratelli Mazg e Lois si instaura una sorta di rapporto di stima reciproca.

Ma un brutto giorno i fratelli sono costretti a chiudere l'attività e a emigrare in Europa.

Lasciano alla loro cliente numero uno parte del segreto della loro cucina: la pasta madre con cui cucinano il loro delizioso pane.

Lois deve nutrirla ogni giorno ed utilizzarla per fare il pane.

La ragazza è combattuta: la curiosità è tanta ma il tempo è poco.

Nonostante questo, Lois inizia la sua carriera di panettiera: il suo pane è talmente buono che in poche settimane riesce a farsi un nome e accetta il suggerimento di provare ad ottenere il permesso di venderlo all'esclusivo mercato del Ferry Building.

Questo mercato non è come tutti gli altri: è un mercato futurista, che applica le nuove ricerche tecnologiche al campo alimentare.

Lois viene assunta per "insegnare" ad un braccio meccanico della General Dexterity a fare il pane.

Il lavoro della giovane, come quello degli altri suoi colleghi al mercato, potrebbe recare vantaggi a molti zeri al proprietario e sovvenzionatore dei progetti, un misterioso magnate.

Ben presto però Lois si interroga se questo sia in realtà quello che vuole realmente fare: svilire un cibo antico come il pane rendendolo un mero nutrimento.

Aveva deciso di intraprendere la carriera di panettiera per riequilibrare la sua vita, per tornare ad essere felice, ma la situazione non sembra essere migliorata.

Il destino è pronto di nuovo ad intervenire: tecnologia e natura si scontrano, ribellandosi all'umanità in un finale grottesco ed esilarante al tempo stesso.

Il magico pane dei fratelli Mazg: recensione

Robin Sloan è diventato famoso per il connubio della tecnologia e della tradizione nei suoi romanzi.

L'interrogativo di fondo su cui basa le sue trame è: come può la tecnologia arrecare benefici all'umanità senza svilire la tradizione?

Nel caso de "Il magico pane dei fratelli Mazg" la domanda che Sloan pone ai suoi lettori è: gli uomini hanno davvero bisogno di una svolta drastica nel mondo alimentare?

Perché un uomo dovrebbe nutrirsi con preparati industriali, insetti essiccati, polveri solubili?

Lois lo impara a proprie spese: non sempre la tradizione è vecchia e sbagliata, non sempre la natura è disposta a farsi imbrigliare dall'uomo, neppure se si tratta di microorganismi come i lieviti.

"Il magico pane dei fratelli Mazg" è un romanzo statico, con pochi eventi eclatanti, un intreccio che si dipana tra passato e presente ed una serie di personaggi forti e ben caratterizzati.

Oltre alla giovane Lois, protagonisti indiscussi i due fratelli Mazg, che conosciamo attraverso lo scambio di e mail con la protagonista.

Eclettici, raffinati, nomadi per natura, a loro modo affascinanti sono il collante del libro.

I due fratelli dimostrano che la tradizione può comunque rinnovarsi senza però perdere le proprie caratteristiche: loro, girovaghi da secoli immemorabili, hanno deciso di fermarsi e di aprire un piccolo ristorante in Europa.

Esilarante l'idea del "circolo delle Lois", un gruppo di donne che risiedono in una città accomunate dallo stesso nome.

Quando si dice che il nome segna il destino di una persona!

Per quanto riguarda lo stile narrativo, "Il pane dei fratelli Mazg" è scritto dal punto di vista di Lois, con una prosa scorrevole ma zeppa di riferimenti alla moderna tecnologia.

Il finale apocalittico era preannunciato, ma Sloan si è dimostrato bravo a gestirlo creando una situazione tragicomica che fa sì sorridere ma anche riflettere.

Come sempre, un ringraziamento a Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro.

SCHEDA TECNICA

Titolo: Il magico pane dei fratelli Mazg

Autore: Robin Sloan

Traduzione a cura di: E. De Medio

Casa editrice: Corbaccio

Data di pubblicazione: 2017

pagine: 240

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Se fosse stata una bambina si sarebbe chiamata Sofia.

Se fosse stato un maschietto, non so, non avevamo ancora deciso.

Tanto non avrebbe fatto alcuna differenza.

Nel 2011 sono stata mamma per dieci settimane.

Ho toccato il cielo con un dito, fatto castelli in aria, sognato vestitini di tulle e abiti sportivi.

Ho deciso la meta della nostra prima passeggiata, ho raccontato fiabe a fior di labbra sfiorandomi la pancia con le dita sotto le coperte ogni sera per quelle meravigliose dieci settimane.

Poi le perdite di sangue, la corsa in ospedale, la straziante attesa e l'ecografia.

"Non c'è il battito, signora"

La sentenza lapidaria, definitiva, che ha abbattuto brutalmente ogni speranza.

Cosa rimane dopo?

Un ventre vuoto, ripulito, un cuore lacerato, un dolore sordo e cupo che appesta l'aria.

Giornate che si trascinano prive di senso, intanto che si aspetta di ricomporre i pezzi della nostra anima andata in frantumi, come le vetrate colorate di una chiesa quando scoppia una granata.

Solo che le vetrate delle chiese non si riparano con l'Attack e neppure le anime delle mamme e dei papà.

Cosa rimane dopo?

Una cartelletta bianca, con il nome e il logo dell'ospedale, e quell'ecografia, l'unica immagine che ho di te.

Sono stata mamma per la prima volta nel 2011.

E lo sono tutt'ora, mamma di tre, non di due.

Perché non voglio far finta di niente, non voglio dimenticarti.

L'ho saputo solo oggi che i bambini nati da una coppia dopo la terribile esperienza di una morte perinatale vengono chiamati "rainbow children".

Una definizione allegra, mi fa venire in mente fiotti di bambini di ogni colore che scivolano giù giù fino ad arrivare nella pancia di una mamma.

Anche i miei figli sono "bambini arcobaleno".

Sì, perché anche noi, come moltissimi altri, abbiamo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire perdere un bambino prima della nascita.

Che sia un caso o meno, a me è capitato proprio nel mese di ottobre, per la precisione il 24 ottobre del 2011.

Forse avrei trovato il coraggio di parlarne qui sul blog, o forse no.

Ho colto l'occasione di farlo oggi, nella giornata mondiale della CONSAPEVOLEZZA del lutto perinatale, spinta da tante di voi che hanno trovato la forza di aprirsi e di farlo a loro modo, chi su facebook, chi su instagram.

Perché il mio dolore è quello di tante mamme e di tanti papà, perché non se ne parla, o se lo si fa è più un accenno che un discorso.

I medici catalogano la morte perinatale come un fatto naturale.

Ma del resto la morte è di per sé un fatto naturale.

E' strano però che, se tutti hanno un atteggiamento più che comprensivo quando muore una persona cara, quando accade di perdere un figlio prima che nasca l'unica cosa che ti sanno dire è: "Sei giovane, vedrai che ne arriverà un altro"

Nella maggior parte dei casi è vero. Ma questo non lenisce in alcun modo il dolore di chi ha subito di fatto una perdita.

Non esiste la ricetta magica per sistemare tutto, ma sono sicura che basterebbe un minimo di empatia e di informazione in più per sensibilizzare la gente.

Parlarne aiuta, ma per farlo bisogna sentirsi "accolti".

E se si continua a sminuire o a far passare sotto silenzio un'esperienza di tale entità ogni mamma che perderà un figlio continuerà a sanguinare dentro, a sentirsi sbagliata, diversa, umiliata.

Il dolore rimarrà lo stesso, forse, ma la forza con cui si affronterà sarà diversa.

Solo per questo oggi ho deciso di parlarne. Tante mamme che conosco ci sono passate, tante ci passeranno.

Ma nessuna di loro sarà più sola, costretta a soffrire dentro con uno stupido sorriso vuoto sulle labbra.

Questo venerdì del libro sono contenta di potervi parlare dell'ultimo romanzo di una scrittrice a me molto cara, Carla Maria Russo.

Ad appena un anno dall'uscita de "Le nemiche", Carla ritorna con "L'acquaiola".

L'acquaiola di Carla Maria Russo: brevi cenni alla trama

Figura centrale di quest'opera è Maria, una ragazza di quindici anni che non ha eguali.

Maria è l'ultima di quattro sorelle. La sua famiglia è di umili origini e la giovane si affanna per tirare avanti come può prendendosi cura anche del povero padre molto malato.

La ragazza non ha altra ricchezza se non le sue forti braccia, che non esita a mettere a servizio di qualsiasi padrone, purché le offra un lavoro onesto.

Maria si spacca la schiena facendo la bracciante per il signore locale, vanga un fazzoletto di terra brulla da cui riesce comunque a ricavare fave e poco altro che poi vende alle donne del minuscolo villaggio in cui vive.

Non ha paura di lavorare, la giovane Maria, neppure se le propongono un mestiere da uomo, nemmeno se deve lavorare anche di domenica.

Del resto la vita è dura per tutti, in quel lembo di terra desolato sui monti dell'Appennino entro meridionale, soprattutto negli anni a cavallo tra l' Ottocento e il Novecento.

E' dura per i poveri che abitano al Travucco, la zona più scomoda e impervia del paese, e a maggior ragione lo è per Maria contro cui il destino si continua ad accanire così crudelmente.

La volenterosa ragazza, indomita e instancabile, trova lavoro nella Casa Grande, l'abitazione del signorotto locale.

Viene assunta come acquaiola e dovrà percorrere ogni giorno con qualsiasi condizione atmosferica tre kilometri per portare botti di acqua fresca alla dimora signorile.

La storia di Maria si lega alle storie degli altri abitanti di questo piccolo paese: Luigi, l'ultimo figlio di Don Francesco, Sabina, amica di Maria, Saveria, la locandiera...

C'è chi va a cercare fortuna in America, chi viene costretto a furor di popolo ad abbandonare il paese, chi decide di restare e chi vorrebbe andarsene ma non può.

Ogni personaggio ci racconta qualcosa, ogni vicenda è legata a quella precedente e così l'intera vita del paese  si dispiega davanti ai nostri occhi, in un lasso temporale di circa settant'anni, fino alla morte della protagonista.

L'acquaiola di Carla Maria Russo

"L'acquaiola" è un romanzo che mi ha stupito, perché l'ho trovato non in linea con i libri di quest'autrice che ho letto in precedenza.

Se pensiamo infatti a "Le nemiche" o anche a "Lola nascerà a diciott'anni" ci accorgiamo subito che l'ambientazione che fa da sfondo alla vicenda è vaga, sfumata, incerta volutamente non caratterizzata.

Si parla di questo piccolo paese di montagna dove c'è un quartiere per la gente povera e una dimora signorile, ma non se ne fa mai il nome.

Nonostante l'arco temporale scelto sia molto amplio, nonj c'è mai una data precisa menzionata.

Il passaggio tra i vari anni sembra forzato: si intuisce da vari dettagli che la prospettiva temporale è cambiata ma pare che la narrazione sia a blocchi, non così fluida come mi era sembrata negli altri romanzi.

Su una cosa Carla Maria Russo però non si smentisce mai: l'abilità con cui sceglie i personaggi che diventeranno i protagonisti delle sue storie.

C'è sempre una figura femminile forte al centro della trama, le cui decisioni in qualche modo influenzano il corso della storia.

In questo caso mi è piaciuta la scelta di incentrare la narrazione su Maria, una ragazza del popolo come tante altre.

Ma Maria deve distinguersi in qualche modo per essere interessante.

La sua peculiarità è la natura granitica e intransigente: presa una decisione non torna mai sui suoi passi.

Da questo punto di vista l'ho trovata disturbante, se si può dire: non c'è un'evoluzione tra Maria quindicenne e Maria settantenne.

E' come quando si dice che uno nasce tondo e non può morire quadrato.

Questo fatto a lungo andare me l'ha fatta trovare quasi antipatica, soprattutto perché nonostante la sua forza sia fisica che psicologica in realtà non si nota la voglia di cambiare, di migliorarsi, ma piuttosto la rassegnazione a sopportare ciò che il destino ha in serbo per lei.

Invece che rivelarsi forte Maria alla fine mi sembra che si riveli debole.

Anche gli altri personaggi, che a turno narrano le vicende in questo romanzo corale, non fanno altro che ripetere gli errori dei loro genitori da cui in qualche modo volevano fuggire.

E' così per il segretario Luigi, che allontanerà i suoi tre figliastri e terrà il pugno di ferro con il figlioletto; lo stesso accade a Nella, figlia di Maria, che si inimicherà la propria bambina così come aveva fatto la madre con lei ed è così per tutti gli altri.

Sembra quasi che, nonostante passino gli anni, in quel piccolo paese dell'Appennino la mentalità non cambi affatto.

Ora sono curiosa di assistere alla presentazione del libro al Milano Book City di novembre.

Cosa ci dirà l'autrice su "L'acquaiola"?

Nel frattempo vi invito a leggere questo romanzo e ringrazio calorosamente Paola di Homemademamma che ha inventato il venerdì del libro.

Scheda tecnica

Titolo: L'acquaiola

Autore: Carla Maria Russo

Casa editrice: Piemme

Anno di pubblicazione: 2018

Pagine: 252

PS: volevo solo ricordarvi che su FB c'è la pagina dedicata al blog e che potete trovarmi anche su IG.

I post dedicati ai libri hanno l'hashtag #datemiunam #anchelemammeleggono. Potete utilizzarli anche voi, ditemi cosa state leggendo e taggatemi così non me ne perdo nemmeno uno.

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Finalmente i bambini compiono i tre anni ed è ora di iscriverli alla scuola materna.

Voi genitori cominciate a procurarvi cappellini e trombette per fare festa.

Addio biberon, addio pannolini, addio notti insonni!

I vostri bambini sono cresciuti, parlano (il minimo indispensabile per farsi capire), sono in grado di mangiare da soli, utilizzano il vasino o il water addirittura...

Insomma, un sogno. Avete davvero raggiunto la fine del tunnel.

Ahh, quanto mi piacerebbe lasciarvi cullare nella vostra illusione!

Ma il mio compito è un altro, ossia dirvi la verità nient'altro che la verità sull'era della scuola.

Per la serie cosa aspettarsi dopo che si aspetta, a cui avevo già preso parte, oggi vi racconto cosa succede in una famiglia quando i bambini iniziano la loro carriera scolastica.

L'era della scuola: il tempo libero

Ogni mamma e, in misura minore, ogni papà associa l'idea dell'inizio della carriera scolastica con un surplus di tempo libero.

Nella beata ignoranza tipica dei genitori è radicato il concetto che, quando il bambino è a scuola, magicamente ci si ritrova con ore e ore libere da poter dedicare a qualsivoglia attività.

"Ora che il bambino andrà a scuola, mi iscriverò in palestra!"

Così, per dire, eh.

Salvo poi rendersi conto di quanto segue: se si andava a lavorare durante il giorno, sicuramente si continuerà a farlo anche quando i pargoli saranno alla materna.

Non è che prima i bambini stavano con voi al lavoro, ma semplicemente stavano al nido o con la tata o con i nonni.

Quindi l'opzione palestra sarà come sempre contemplata durante la pausa pranzo.

Se invece siete una mamma casalinga, le cose vi andranno perfino peggio: quello che facevate a casa con l'appendice-figlio sempre appresso, lo farete da sole e in meno tempo.

Che nel gergo di una mamma casalinga significa: "Oh, ho fatto così in fretta a lavare i vetri oggi? Bene, direi che allora dato che ci sono posso anche dare una pulita ai lampadari".

Per una mamma casalinga i mestieri si moltiplicheranno come per magia.

La palestra la farete, certo, ma in casa, su e giù da una scala.

L'era della scuola: l'imprevisto

Oltre a questo, il vero spauracchio dei genitori con figli in età scolastica sono loro, i famigerati imprevisti.

Se, come me, siete mamme lavoratrici, in qualche modo dovete affidarvi all'aiuto di una terza entità che non è lo Spirito Santo.

Avete creato una tabella, fatto le prove con il cronometro in mano, calcolato i percorsi alternativi per portare i bambini in tempo alla scuola materna, lasciarli nelle mani affidabili delle maestre e sgommare verso il vostro luogo di lavoro.

Ma non avete tenuto conto, nell'ordine, di:

  • i lavori in corso proprio nei pressi della scuola, per cui perdete almeno venti minuti per trovare un buco qualsiasi per infilare la vostra auto;
  • lo sciopero delle insegnanti e del personale scolastico, di cui venite a conoscenza solo il giorno stesso: e i bambini adesso dove li metto?
  • l'epidemia di virus gastrointestinale che ha decimato gli alunni del plesso scolastico per cui l'opzione è: la rischio e che Dio me la mandi buona o tengo i figli sotto la scrivania per otto ore?

Ed è questo, lo spauracchio delle mamme che lavorano, il terrore allo stato puro: la malattia del bambino.

Immaginatevi la scena: siete nel mezzo di una riunione noiosissima e all'improvviso la segretaria del vostro capo vi passa una chiamata urgente.

Tutti gli occhi si fissano su di voi, che pensate: "Oddio, fa che non sia morto il gatto ma che sia una cosa davvero urgente, tipo è esplosa la casa o hanno rapito la suocera, altrimenti..."

Dal telefono esce la voce stridula della bidella operatrice scolastica la quale, a dieci decibel, vi informa che vostra figlia ha vomitato addosso alla maestra e all'amichetta del cuore.

Magari è il caso di andarla a prendere.

Vi fate piccine piccine, il vostro capo vi congeda con un gesto stizzito della mano e voi vi precipitate smadonnando in quattordici lingue, comprese quelle morte.

Ora viene il bello: chi si occupa della bambina malata visto che alla materna ovviamente non la potete portare?!

L'era della scuola: i gruppi whatsapp

La tecnologia è progresso o almeno così siamo portati a credere.

Whatsapp è stata la rivelazione degli ultimi anni, una rivoluzione che può fare davvero la differenza.

Quando alla scuola ti chiedono di entrare a far parte del gruppo wahtsapp della sezione, tu non ci pensi sopra nemmeno un secondo.

Massì, che sarà mai?

Un gruppo per condividere i messaggi inerenti alle attività scolastiche, magari saprai in anticipo se il giorno dopo c'è sciopero invece di apprenderlo da un cartello appeso al cancello della materna.

Allora digiti un messaggio di ringraziamento sul gruppo e rimetti il telefono in borsa.

Dopo dieci secondi comincia una serie di bip bip bip bip bip.

"Ma che è, il telefono è impazzito?" Lo recuperi dalla borsa e scopri di avere 36 notifiche: sono le altre mamme del gruppo che si danno il buongiorno.

Non le hai mai incontrate prima, per cui cominci a chiedere la loro identità per memorizzarle nella rubrica.

Ora, non si sa come mai, tante donne quando arriva un figlio smettono di usare il loro nome e diventano la "mamma di"

Per cui cominci a memorizzare la mamma di Paolo, quella di Chiara, quella di Luca e così via.

Alla fine ti ritrovi ad avere 3 mamme di Luca e quattro mamme di Chiara.

Dopo un paio di ore arriva una nuova notifica:

"Qualcuno ha trovato per caso la maglietta di Chiara?"

Qui le mamme si scatenano: quale Chiara?

"Chiara grande". Prontamente tu aggiungi questo dettaglio distintivo alla rubrica.

Intanto le mamme si sono scatenate: bip bip bip bip...

Ti precipiti a silenziare il gruppo e poi leggi.

"No", "No", "No mi dispiace", "Purtroppo no"

Cominci a capire che iscrivendosi al gruppo whatsapp hai fatto una stronzata di proporzioni gigantesche.

Ma oramai il danno è fatto, non puoi più tirarti indietro, pena l'essere bannate nella vitya reale dalle altre mamme come quella che ha lasciato il gruppo dell'asilo.

Ecco, a questo punto i casi sono due: o l'anno dopo non vi iscrivete o giocate d'anticipo e create voi il gruppo whattsapp delle mamme: in qualità di amministratore potrete fare quindi il bello e il cattivo tempo.

L'era della scuola: gli impegni extra

Ora che i vostri bambini hanno tre anni, è tempo di guardarsi attorno per valutare l'offerta formativa al di là delle ore curricolari.

Il che significa che è giunto il  momento per appioppare ai vostri poveri figli una qualsivoglia attività che li tenga impegnati (e quindi vi permetta potenzialmente di disporre di alcune ore per voi) al di fuori degli orari scolastici.

Per cui ogni tanto si vedono bimbi di tre-quattro anni frequentare improbabili corsi di campana tibetana o di meditazione zen, ché "impara l'arte e mettila da parte" va sempre bene.

Una cosa vi dico, però, mamme e papà: il corso extracurricolare, di qualsiasi tipo, si rivela in realtà un'arma a doppio taglio.

Avete calcolato chi si curerà degli spostamenti dei bambini? E il saggio di fine anno?

Davvero volete rimanere inchiodate ad una scomoda sedia mentre la vostra bimba di tre anni strizzata in un tutù rosa saltella scompostamente su un palco atteggiandosi da novella etoile?

L'era della scuola: conclusione

Sia come sia, l'era della scuola segna un punto di svolta nella vita dei genitori: i bambini si fanno più grandicelli, cominciano a cercare la loro indipendenza, la loro identità e rafforzano il loro carattere.

Al di là dei problemi logistici, vi aspetta una sfida assai più ardua: tenere testa a dei bambini che si stanno inoltrando nell'epoca delle scoperte.

" Perché la maestra ha detto così?"

"Perché Chiara ha fatto cosà?"

"Perché la pasta dell'asilo è più buona della tua?"

Al decimo perché guarderete con nostalgia il poppante che strilla in braccio alla povera mamma ricoperta di bava.

Vi verranno i lucciconi quando vedrete le scatole dei pannolini e i biberon sugli scaffali.

Passerete le notti con un occhio aperto rimpiangendo tutte le nottate trascorse a cullare il vostro bambino che aveva le coliche, sulle note del bip bip bip del vostro telefonino.

Ringrazio di cuore Isabella di "Mama made in Italy" che ha dato il via alle danze.

Mi raccomando, non perdetevi tutti gli altri episodi:

  1. Isabella Carfì Dyessdel blog "Mama made in Italy" che inizia la serie parlandoci di cosa aspettarsi dopo che si aspetta
  2. io me medesima che vi parlo di cosa spettarsi quando i figli diventano due
  3. Silvia Guelpa di Mamma in viaggio, ci racconta come cambiano le vacanzecon l'arrivo di un bambino;
  4. Alessia Gribaudi Tramontana del blog Mamma e Donna ci racconta cosa aspettarsi quando i bambini diventano adolescenti;
  5. Chiara Ciemme di Piano Terra, Lato Parco che ci diletta con le cose idiote che noi porelle siamo costrette a sentire quando diventiamo mamme;
  6. Giordana Orlando di Hashtagmamme che ci parla di spannolinamento
  7. Isabella Carfì Dyess di "MamamadeinItaly" che ci parla di quando i bambini iniziano a camminare
  8. Francesca Orsino di "D di donna" che affronta il tema del cibo
  9. Gianluca Benvenuto del blog "Il sorriso non ha età" che ci illumina su quello che succede nella mente di un uomo quando lei è incinta
  10. Chiara Mura del blog "Una mamma zen" che ci racconta cos'è l'istinto materno
  11. Ileana de Pasco del blog "Innamorati in viaggio" che ci delucida su come cambiano i viaggi quando arriva un bambino
  12. Rossella Kohler del blog "Fantastic nonna" che ci narra cosa significa diventare nonna
  13. Isabella Carfì Dyess del blog "Mama made in Italy" che racconta delle mamme multitasking
  14. Corinna Olivieri del blog "Segreti di mamma" che ci racconta come è vivere con figli da 0 a 12 anni
  15. Valentina Silvestri del blog "Mamma Turchina" che ci consiglia come fare a...conquistare il divano!
  16. Cinzia Bellucci del blog "Più mondo possibile" che ci racconta di viaggi e bambini
  17. Diana Russo del blog "Piccole mamme crescono" che ci spiega come le aspettative cambino non appena diventiamo mamme
  18. Questo articolo che avete appena letto
  19. Flavia Rossi del blog "Centrigugato di mamma" che ci racconta cosa vuol dire partorire all'estero, in particolar modo nella Repubblica Dominicana

 

 

 

Oggi questo venerdì del libro è dedicato ad un romanzo storico.

"Anita. Storia di un viaggio", scritto e auto pubblicato dalla genovese Laura Pagliaini, bresciana d'adozione.

Laura scrive il suo romanzo partendo dalla lettura di alcune epistole familiari ritrovate per caso.

Tale scambio epistolare, avvenuto negli anni della fine della Seconda Guerra Mondiale, colpisce molto Laura.

Partendo da questi fatti realmente accaduti ai suoi congiunti, la scrittrice decide di documentarsi a fondo e di provare a parlarne in un romanzo.

Per non dimenticare, per dare voce al popolo degli anni che furono, alla gente comune, attraverso testimonianze vere e reali.

Anita. Storia di un viaggio di Laura Pagliaini: brevi cenni alla trama

Genova, 1945: Anita e Attilio fanno ritorno in città assieme ai figli, al nonno e alla tata.

La guerra è finalmente finita, l'Italia è stata liberata ed è ora di voltare pagina.

Ma per Attilio e Anita non è affatto così: da mesi oramai non si hanno più notizie di Mario, il fratello più piccolo.

Mario è un maresciallo dei carabinieri. A causa delle sue idee politiche avverse al regime fascista, è stato allontanato e mandato a Gorizia.

Attilio e l'altro fratello, Giovanni, medico antifascista che abita in Sud-Tirolo temono il peggio.

Nonostante questo, i due non vogliono abbandonare del tutto le speranze di ritrovare il loro caro disperso.

Con l'aiuto della giovane moglie Anita, che decide di stare a fianco del marito in questo momento così delicato, Attilio e Giovanni organizzano un viaggio per andare in cerca di Mario.

Inizia allora un percorso difficile e pericoloso: l'Italia pullula di partigiani e truppe alleate, di soldati tedeschi e di fascisti in fuga.

Per ridurre al minimo i rischi, i tre decidono di andare dal Sud-Tirolo a Gorizia in bicicletta, utilizzando piccole mulattiere di montagna e tenendosi il più lontano possibile dai centri abitati.

Lungo il loro viaggio incontrano diversi personaggi che li ospitano e li aiutano per quel che possono: contadini, camionisti, viaggiatori...

Quando giungono finalmente a Gorizia, la città e l'intera zona versano in una condizione spaventosa: i fascisti sono stati messi in fuga dai partigiani italiani e da quelli serbi.

Ora però i seguaci di Tito stanno iniziando a prendersela con gli italiani, senza discriminazioni tra fascisti e anti-fascisti.

Intere famiglie allo sbaraglio, terrorizzate, abandonano in massa le zone dell'Istria per riversarsi nel Friuli.

Sulla sfondo la terribile tragedia delle foibe, a lungo taciuta e dimenticata.

Riusciranno i tre a ritrovare Mario?

Anita. Storia di una viaggio: recensione

"Anita. Storia di un viaggio" è un romanzo scritto con parole semplici che tratta di temi ancora scottanti.

Il tema del viaggio è centrale ed è il pretesto da cui partire per descrivere la situazione dell'Italia a guerra appena ultimata.

L'intera storia è raccontata dalla prospettiva di Anita, mamma e moglie, che decide stoicamente di lasciare i figli con la tata e il nonno per stare accanto al marito in un momento così delicato.

Si vede che dietro la narrazione c'è stato un lungo ed accurato lavoro di ricerca e che la storia di Anita è ben innestata nel quadro delle vicende storiche generali.

Tutto sommato "Anita. Storia di un viaggio" di Laura Pagliaini è un romanzo scorrevole, denso ma non stucchevole o esageratamente pesante.

L'unica nota che mi sento di fare all'autrice riguarda l'uso del punto e virgola, per me troppo abusato.

Ma sono scelte stilistiche più o meno condivisibili.

Come sempre, un doveroso ringraziamento a Paola, di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro.

In realtà sembrava che l'eterna rivalità tra la Russia e l'America si risolvesse tutta in quello snodo tra Gorizia e Trieste, un confine non solo tra due stati, ma tra due forze mondiali [...]

La cosa drammatica era che in mezzo a tutto questo esisteva una popolazione profondamente segnata da continue lotte e non nuova a deportazioni e soprusi"

PS: volevo solo lasciarvi una comunicazione di servizio. Questo mese sto partecipando ad un contest fotografico su Instagram, per cui oltre al consueto hashtah #anchelemammeleggono potete dare un'occhiata anche a #instalibrando.

Buon fine settimana!

Scheda tecnica

Titolo: Anita. Storia di un viaggio.

Autore: Laura Pagliaini

Editore: auto-pubblicazione in vendita su Amazon e in alcune librerie italiane

Anno di pubblicazione: 2017

Pagine: 167

Io adoro il caffè, sono una dipendente da caffeina, tanto che la mia ginecologa mi aveva dato una particolare dispensa per consumarlo in gravidanza.

Mi piace un sacco fare la pausa caffè.

Ma, chiariamoci, c'è pausa caffè e pausa caffè.

Generalmente con questo termine si intende una breve sospensione dalle attività che si stanno svolgendo in quel momento per bere una tazzina di caffè, magari in piedi al bancone del bar o appoggiati al distributore automatico al lavoro.

Quello che io intendo per pausa caffè -non che disdegni quella di cui sopra- è però un'altra cosa.

Ossia: una merenda di tempo variabile seduta in un posto confortevole sorseggiando questa o altro genere di bevanda con un mucchio di leccornie intanto che chiacchiero piacevolmente con le mia amiche.

Una fika, insomma. No, non fate quella faccia stupita, non è una parolaccia.

E' semplicemente quello che ho spiegato sopra utilizzando un unico termine della lingua svedese.

Quando si dice avere il dono della sintesi, eh?!

Comunque, la fika non è l'unica cosa che mi piace della Svezia.

Sì, c'è anche l'Ikea, non potrei vivere senza, tengo il catalogo sul comodino a mò di Bibbia.

Ma esistono anche altre cose che mi piacciono di questa nazione del Nord Europa.

Per esempio, adoro i kanelbullar, quelle spirali dolci fatte con la cannella.

La prima volta che le ho assaggiate ero in Germania, ospite di una famiglia metà francese e metà tedesca che li ha preparati in casa.

E' stato uno spettacolo. Le mie papille gustative hanno fatto la Ola e il mio stomaco è andato in visibilio.

E niente, ovviamente poi mi sono fatta dare la ricetta.

Del resto, una che come me ha un amore sviscerato per le spezie poteva rimanere impassibile di fronte a cotanta dolcezza?

La ricetta dei kanelbullar mi ha accompagnato negli anni ed è diventata una di famiglia, una ricetta di quelle da tramandare di generazione in generazione.

Poi a casa nostra è arrivato il Bimby e quindi ho deciso di adattarla per utilizzare questo elettrodomestico.

datemiunam-ricetta-kanelbullar-cinnamon rolls-girelle-spirali-cannella-svedesi-svezia-con-senza-bimby
Kanelbullar versione tradizionale e con cacao amaro

Kanelbullar o cinnamon rolls: la ricetta con il Bimby

I kanelbullar sono talmente buoni da essere stati esportati in tutto il mondo.

Hanno riscosso un successo enorme soprattutto negli Stati Uniti, dove sono conosciuti con il nome di cinnamon rolls.

Il popolo americano, però, ha nel tempo modificato la ricetta originale svedese, creando un dolce che, benché buono, perde alcuni tratti distintivi tipici del kanelbulle originale.

Quella che vi propongo è una delle versioni classiche che vengono cucinate in Svezia.

Non si può dire che sia la ricetta vera e tradizionale.

Il kanelbulle infatti è un piatto così tipico e diffuso che ogni famiglia ha la sua ricetta e tutti sono pronti a spergiurare che sia quella originale, un po' come accade qui da noi con la ricetta del tiramisù.

Come preparare i kanelbullar, dolcetti svedesi alla cannella

Per preparare i kanelbullar non servono ingredienti strani o di difficile reperibilità.

Potete comodamente acquistare ciò che vi serve in un comunissimo supermercato.

Ecco qui la lista.

Per l'impasto:

  • 300 grammi di farina 00
  • 300 grammi di farina di manitoba
  • un cubetto di lievito di birra fresco o una bustina di lievito di birra secco
  • 50 grammi di zucchero
  • 120 grammi di acqua a temperatura ambiente
  • 120 grammi di latte a temperatura ambiente
  • 80 grammi di burro
  • 1 uovo grande
  • 7 grammi di cardamomo
  • un cucchiaino di sale

Per il ripieno:

  • 100 grammi di zucchero di canna
  • 30 grammi di burro
  • 20 grammi di cannella

Per la glassa:

  • 200 grammi di zucchero a velo
  • acqua a temperatura ambiente

Come potete vedere, non è una lista lunga né difficile.

Una volta pronti gli ingredienti, potete iniziare.

Come preparare i Kanelbullar o dolcetti alla cannella svedesi: la mia ricetta con il Bimby TM5

Il Bimby è un elettrodomestico versatile che può essere utile in cucina anche per la preparazione di dolci di cui si ha solo la ricetta tradizionale.

Ho preferito adattare la ricetta che avevo in mano piuttosto che cercarne una già pubblicata perché sono sicura del risultato strabiliante e dell'effetto "wow!" che provoca in chi poi assaggia le mie spirali alla cannella.

Se volete quella tradizionale senza Bimby, saltate questa parte e andate a quella successiva.

Per prima cosa setacciate la farina 00 e quella di manitoba in un'unica terrina.

Alle farine aggiungete il sale e il cardamomo in polvere.

Se avete i semi, potete sbriciolarli con il Bimby: 10 secondi vel.10 ripetete il passaggio più volte.

Mettete nel boccale il burro e fatelo sciogliere a 37° vel 1 per due minuti.

Una volta che è sciolto, unite il latte e il cubetto di lievito sbriciolato (se avete scelto quello secco, ricordatevi di aggiungere un cucchiaino di zucchero come indicato sulla confezione).

Impostate di nuovo 37° gradi, velocità uno, due minuti.

Quando anche il lievito sarà sciolto, unite l'uovo e l'acqua a temperatura ambiente.

Mischiate un altro minuto a vel.1.

Ora è il momento di unire tutti gli ingredienti secchi: versate nel boccale del Bimby la miscela di farine, sale e cardamomo, chiudete con il coperchio e il misurino e impastate in modalità spiga per 3 minuti.

L'impasto sarà pronto quando, toccandolo, non vi rimarrà attaccato alle mani.

Mettetelo in una boule imburrata, ricopritelo con la pellicola trasparente e fatelo lievitare per almeno 45 minuti ad una temperatura di 25° (in inverno piazzo la boule vicino al calorifero, in estate nel forno che preriscaldo per qualche minuto; in alternativa va bene il forno con la luce accesa se però non parte la ventola come nel mio caso).

Trascorso il tempo indicato, riprendete l'impasto che avrà raddoppiato il suo volume e lavoratelo su una spianatoia leggermente infarinata.

Appiattitelo con un mattarello formando approssimativamente un rettangolo di circa 50x30 cm.

Preparate ora il ripieno dei kanelbullar, mischiando lo zucchero di canna e la cannella.

Fate sciogliere il burro a bagnomaria e spennellatelo su tutta la superficie del rettangolo.

Cospargetela con 3/4 di cannella e zucchero e procedete ad arrotolarla su se stessa partendo dal lato più lungo.

Otterrete un lungo cilindro da cui ricaverete le nostre girelle alla cannella in questo modo: con un coltello tagliate il cilindro a metà, poi prendete una delle metà e tagliatela di nuovo a metà e così via.

Io ho tenuto come spessore la misura di un dito, perché le spirali poi crescono ancora.

Disponete i pezzi così ottenuti (a me ne sono risultati sedici) su una teglia ricoperta di carta da forno precedentemente bagnata e strizzata.

Mi raccomando, cercate di distanziarli o durante la cottura si appiccicheranno tutti.

Sotto ogni girella mettete un po' di zucchero e cannella e anche sopra.

Coprite la leccarda con uno strato di pellicola e mettete i kannelbullar a riposare di nuovo per quarantacinque minuti.

Preriscaldate il forno a 180° in modalità statica e fate cuocere i nostri dolcetti svedesi alla cannella per una mezz'oretta.

Sfornateli e fateli raffreddare.

Una volta freddi, ecco l'ultimo passaggio: la glassatura.

In una ciotola mettete lo zucchero a velo e un filo di acqua a temperatura ambiente.

Mischiate con una forchetta fino ad ottenere un impasto vischioso e biancastro.

Se fosse troppo compatto, aggiungete ancora un filo di acqua, ma sempre poca alla volta.

Ora che la glassa è pronta cospargete le girelle alla cannella e lasciate che si asciughi prima di servirli.

Kanelbullar o cinnamon rolls: la ricetta senza Bimby

Se non avete il Bimby o semplicemente non avete voglia di usarlo (a me a volte capita) potete preparare i kanelbullar come si faceva una volta, cioè impastando a mano.

Il procedimento per fare le girelle alla cannella senza Bimby è semplice.

Si parte sempre setacciando le farine a cui vanno uniti il sale e il cardamomo.

Se il cardamomo è in semi potete utilizzare un mortaio per sbriciolarli.

Fate sciogliere il burro a bagnomaria e, una volta tiepido, unitelo al latte a temperatura ambiente e mischiate con un cucchiaio.

Aggiungete il lievito sbriciolato oppure il lievito secco (in questo caso ricordatevi di aggiungere un cucchiaino di zucchero).

Mischiate bene per farlo sciogliere e unite l'uovo e l'acqua a temperatura ambiente.

Mischiate ancora in modo che gli ingredienti si amalgamino tra di loro.

Quando gli ingredienti liquidi saranno ben miscelati, aggiungete il mix di farine, sale e cardamomo, poco alla volta.

Mischiate con un cucchiaio dopodiché trasferite l'impasto su una spianatoia cosparsa di farina e lavoratelo a mano fino ad ottenere un composto liscio che non si appiccica alle dita.

Da qui in poi seguite i passaggi che vi ho spiegato sopra.

Kanelbullar o cinnamon rolls: varianti

Questa è la versione classica del tipico dolce svedese, ma, come accennavo prima, ne esistono molte varianti.

Si può infatti arricchire l'impasto con delle gocce di cioccolato o con del cacao amaro in polvere (come abbiamo fatto noi per una parte dell'impasto), potete aggiungere al ripieno frutta secca tritata (come abbiamo fatto noi) oppure dell'uvetta passa fatta rinvenire in acqua o rum.

Per quanto riguarda la glassa, invece di usare una glassa all'acqua, potete cospargere i kanelbullar con granella di zucchero e mandorla, o preparare una glassa con uovo e panna.

Le varianti sono davvero infinite, dipende da quanto siete golosi.

Una cosa però deve essere sempre presente: l'uso delle spezie.

Nella ricetta americana il cardamomo non viene utilizzato ma la cannella non deve mancare, come dice il nome del dolce stesso.

Kanelbullar o cinnamon rolls: conservazione

Nel caso avanzassero (a me non è mai capitato), le spirali alla cannella  possono essere congelate per tre mesi al massimo.

Per mangiarle, basterà scongelarle a temperatura ambiente e farle scaldare per pochi minuti in un forno preriscaldato o nel microonde.

Capisco che, se non avete invitato degli amici per condividere i kanelbullar, contravvenendo alla fika, mangiare in un giorno una quindicina di dolci svedesi alla cannella sia fuori discussione.

In tal caso, non lasciateli all'aria perché si seccano in men che non si dica.

Riponeteli in un contenitore ermetico o in una scatola di latta per uno o due giorni al massimo.

Kanelbullar o cinnamon rolls: curiosità

Il quattro ottobre è la festa nazionale dei kanelbullar, i dolci alla cannella svedesi.

In questa giornata non si commemorano solo i dolci in sé, ma anche lo spirito della fika, che si può dire sia una filosofia di vita.

Per noi italiani comprendere quest'aspetto così importante del popolo svedese non è sempre facile.

Ma, per fare un paragone un po' azzardato, la fika richiama il concetto quasi sacrale che ha per noi il pranzo domenicale in famiglia unito a quello dell'ospitalità tipica del sud Italia.

Assieme alla filosofia hygge è uno dei valori che tento di trasmettere ai miei figli.

Che senso ha infatti circondarsi di cose belle e buone se poi non le condividi con le persone a te più care?

I kanelbullar rappresentano quindi la voglia di stare assieme assaporando le cose belle della vita non solo attraverso la bocca e lo stomaco.