"Volevo solo andare a letto presto" , oltre ad essere un desiderio comune a tante mamme, è il titolo dell'ultimo romanzo di Chiara Moscardelli, pubblicato qualche anno fa.

Non avevo mai letto nulla di questa autrice italiana che ho conosciuto tramite le recensioni pubblicate dalle amiche del venerdì del libro.

"Volevo solo andare a letto presto" è un libro leggero, piacevole e divertente.

La protagonista è la trentacinquenne Agata Trambusti che lavora per una casa d'aste a Roma.

Ipocondriaca, ossessionata dal controllo e cinica imposta la sua vita su binari sicuri: ogni singolo momento è rigorosamente pianificato.

Nella routine di Agata non c'è spazio per sentimentalismi inutili o dilemmi esistenziali.

Ma come capita sempre, la vita bussa alla sua porta pronta a sconvolgerle l'esistenza: un pomeriggio di pioggia come altri, la ragazza entrerà in una villa di Roma per discutere di quadri e si ritroverà, suo malgrado, catapultata in un'avventura ai limiti del surreale.

Tra pedinamenti, inseguimenti rocamboleschi, loschi figuri e un amore impossibile, Agata scoprirà lati di sé stessa che non immaginava neppure di avere.

"Volevo solo andare a letto presto" è un romanzo fresco, giovanile, in cui la storia d'amore un po' da telenovela va a braccetto con le componenti classiche del noir.

Il tutto condito con storie di crescita personale, di squarci di vita sui personaggi, ma anche di spunti di riflessione non troppo pretenziosi.

Lo stile narrativo è fluente e vivace, ad alto tasso di umorismo.

Però... C'è un però. Nonostante il libro nel suo complesso mi sia piaciuto, ho trovato le avventure di Agata decisamente sopra le righe.

Se inizialmente l'autrice cerca di creare una forte immedesimazione da parte dei lettori nella protagonista, questo viene vanificato dagli eventi descritti che risultano troppo esagerati.

Mi sento comunque di consigliarlo come lettura "da ombrellone": non è eccessivamente lungo, è spiritoso e leggero, prende quel tanto che basta per staccarti dalla realtà.

Conoscete quest'autrice? Io credo che leggerò anche gli altri suoi romanzi, magari stesa sotto il sole tra poche settimane...

Guardi che sbagliare fa bene. Si sbaglia sempre, per rabbia, per amore. Si sbaglia per imparare, per crescere e per maturare. Si sbaglia perché non si è perfetti, si è umani. Per cui sbagli, sbagli ancora!"

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Ieri siamo andati a recuperare i bambini che soggiornano sul lago di Garda ospiti dei nonni.

La Ninfa e Ringhio ci sono corsi incontro con la felicità e l'allegria tipica dei bambini che non vedono i propri genitori da qualche giorno.

Ovviamente io e CF ci siamo sciolti, come penso capiti a tutti i genitori.

Dopo una seduta rigenerante di coccole e baci, siamo partiti alla volta della nostra meta.

Non ci siamo lasciati intimorire dalla giornata particolarmente calda e, come già anticipato, abbiamo organizzato per loro una sorpresa: una gita particolare in un posto magico popolato da fate, gnomi e troll.

Con la famiglia di un'amica qualche mese fa abbiamo prenotato la nostra giornata al GiocaBosco, un parco didattico situato a Gavardo (Brescia).

Il parco si trova su un colle ed occupa una porzione di bosco allestita in modo particolare.

Guardando tra i rami degli alberi o tra l'erba del prato si notano le bellissime case degli gnomi e dei folletti.

Ma ci sono anche altre creature magiche: le fate, che si occupano di insegnare agli gnomi-bambini i segreti della natura.

All'arrivo fata Allegra e la sua amica ci accolgono con gentilezza e, dopo aver vestito i bambini da gnomi, spiegano loro qual è la missione:

ora che sono gnomi devono aiutare le fate a salvare il bosco dai cattivissimi troll che vogliono sporcarlo e rovinarlo.

Le fate, con gli gnomi al seguito, si avventurano tra gli alberi seguendo un percorso didattico che prevede diverse tappe dedicate ad abilità sensoriali diverse: riconoscere le piante aromatiche, ascoltare il canto degli uccellini...

Il percorso dura circa 45 minuti e i genitori possono attendere l'arrivo degli gnomi tranquillamente sdraiati sulle sdraio nell'area pic-nic oppure possono seguire da lontano il gruppo dei bambini.

Ringhio, in fase mammite (dai, questa volta anche giustificata), ha preferito rimanere con me a giocare con altri bimbi della sua età nella zona 0-3 anni.

Mentre lui si accappigliava socializzava con gli altri pupi, io e le altre mamme compagne d'avventura ci siamo gustate un buon aperitivo al chiosco vicino alla kid-zone.

Il bosco è un luogo perfettamente sicuro, a misura di bambino. I sentieri sono larghissimi e facili da percorrere, l'area pic-nic è ombreggiata e dotata di tavolini e sedie a misura di gnomo, come lo sono anche i servizi igienici.

Mentre i pupi sconfiggevano i troll a colpi di incantesimi, CF e il marito della nostra amica si occupavano del barbeque (chè, si sa, è cosa da uomini).

Finito il tour, agli gnomi viene consegnata la medaglia di protettore del bosco e, tornati bambini, possono ricongiungersi alle famiglie per il pranzo. 

Nel pomeriggio chi voleva poteva seguire i laboratori didattici, producendo siffatte meraviglie.

Infine, perché i bambini son sempre bambini, si sono scatenati e hanno dato il meglio di sé nel parco giochi degli gnomi.

Verso l'ora della merenda gli organizzatori hanno preparato il trucca-gnomi e hanno offerto ai piccoli ospiti e pure ai loro genitori una soffice nuvola di zucchero filato.

Avrei voluto che la Ninfa e Ringhio si facessero un giro sul pony per prendere la patente di guida ma stavolta non ne hanno voluto sapere.

La pupa era troppo elettrizzata dall'idea di rivedere la sua grande amica V. (come già detto, essendo una sorpresa non le avevamo anticipato nulla).

Le due, dopo essersi fatte comperare una bacchetta magica, hanno cominciato una battaglia senza quartiere contro i fratelli che, manco a dirlo, facevano i troll.

 

Il parco chiude alle quattro per cui, dopo aver sistemato tutto, abbiamo caricato i pargoli in macchina.

Neanche il tempo di accendere il motore che già dormivano beati, sognando gnomi e folletti.

Il bilancio della giornata è stato positivo: la Ninfa ha passato una giornata memorabile in un posto particolare in compagnia di quella che per lei è sicuramente una persona speciale e che non vedeva da tempo, Ringhio ha giocato con bimbi nuovi ma anche da solo, noi grandi ci siamo rilassati e goduti i bambini.

Se devo essere sincera, però, calcolando il prezzo del biglietto d'ingresso (Ringhio non ha pagato perché è sotto i tre anni e la Ninfa ha pagato la metà perché abbiamo la Viviparchi Card), mi aspettavo qualcosa di meglio.

Rispetto alle mie aspettative, il GiocaBosco si è rivelato meno affascinante: gli allestimenti non erano curatissimi, il giro didattico partito in ritardo è stato breve, nel senso che le tappe fatte secondo me non erano equilibrate.

Hanno dedicato molto spazio alla narrazione  meno alle prove pratiche, forse perché, nonostante si debba prenotare, i bambini erano veramente tanti.

Il bosco è pulitissimo, però, e ognuno ha rispettato le regole: raccolta differenziata, fumo solo nell'area predisposta (quella del barbeque), niente radio e musica ad alto volume, rispetto totale per l'ambiente.

Vicino al parco giochi, inoltre, c'è un'area dedicata a galline, conigli e altri piccoli animali da fattoria: Ringhio ha passato un sacco di tempo a dare foglioline di trifoglio ai coniglietti mentre le bambine giocavano scatenate.

Il chiosco è ben fornito, per cui se non avete voglia di utilizzare il barbeque o di portarvi il pranzo al sacco potete comodamente prendere lì da mangiare.

E se volete un ricordo, potete acquistare gadgets di ogni tipo al piccolo bazar dello gnomo.

Come indicato nel sito stesso di GiocaBosco, il parco offre l'opportunità di riavvicinarsi alla natura, di rallentare e di ri-scoprire attività meno tecnologiche e meccaniche, mettendo l'accento sulla socializzazione, la collaborazione e l'amicizia.

Voi cosa ne pensate? Siete mai stati al GiocaBosco?

 

 

 

 

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Buon venerdì del libro a tutti!

Oggi sono un tantinto obnubilata, ma felice.

Contenta di aver portato a termine stamattina alle 4.00 l'ultimo romanzo della giallista svedese Camilla Lakberg.

Avevo già incrociato gli scritti di questa narratrice tempo fa, ma non l'ho ricollegata subito al romanzo "La strega".

Mi sono resa conto nel corso della lettura dei primi capitoli che avevo già conosciuto la cronista e scrittrice Erica Falck e suo marito Patrick Hedstorm, che lavora in polizia.

E infatti questo è ben l'undicesimo romanzo dedicato a questa coppia vincente.

"La strega" è ambientato nel paese di Fjallbacka, località marina e turistica affacciata sulla costa svedese.

Le vicende narrate si svolgono su tre piani temporali differenti.

La prima è attuale e riguarda la scomparsa e la drammatica morte di Linnea, una bimba di soli quattro anni.

La seconda è una vicenda di cronaca nera locale, avvenuta trent'anni prima, che vede coinvolte l'attrice Marie -tornata momentaneamente da Holliwood  al suo paese natale per girare un film su Ingrid Bergman- e Helen, sua grande amica dell'epoca.

Le due donne, allora tredicenni, vennero ritenute colpevoli dell'assassinio di Stella, una bambina di quattro anni ritrovata senza vita in circostanze misteriose.

Le similitudini tra i due atroci infanticidi sono molte, troppe per essere ritenute solo delle coincidenze.

La terza vicenda, invece, affonda le radici in un passato molto lontano: siamo nel 1600, nel paese di Bohuscan, dove una giovane mamma, Erin, viene ingiustamente accusata di stregoneria e condannata a morte, lasciando orfana Martha, di soli quattro anni.

Camilla è una grande: con abile maestria riesce a legare tutte le vicende in un unico quadro.

Ma fa di più: ogni personaggio che mette in campo non si limita al ruolo di comparsa, ma ha un suo peso all'interno della storia. La scrittrice ne delinea la storia e le abitudini in modo tale da rendere davvero vividi i suoi personaggi.

La sua bravura sta nel fatto che le loro vite sono comunque collegate tra di loro: la storia privata di ogni singolo personaggio non è una digressione o una parentesi narrativa, ma apporta delle informazioni allo svolgimento della vicenda.

Secondo me questa è la caratteristica che contraddistingue Camilla: a differenza di tanti autori di thriller lei è in grado di ricreare un mondo alla perfezione, in ogni piccola sfumatura.

E così non facciamo fatica a visualizzare la località marittima o la vita del borgo di Bohuscan, grazie ai dettagli che l'autrice dissemina qua e là mentre racconta la sua storia.

L'altro aspetto che mi ha colpito e che non ricordo fosse così vivido nell'altro romanzo che ho letto in precedenza,"La principessa di ghiaccio", è come Camilla affronta e approfondisce varie tematiche: la xenofobia, la paura del "diverso" in generale, l'immigrazione, i complessi rapporti inter-familiari, soprattutto quello figli-genitori, il bullismo, i drammi familiari, la violenza...

Il tutto però con uno stile lieve, senza creare sensazioni opprimenti o pesanti, pungolando il lettore a proseguire, a divorare le pagine perché alla fine la domanda di fondo è sempre quella: chi ha ucciso le bambine? E qual'è la connessione tra le tre storie?

Se volete scoprirlo, procuratevi al più presto "La strega".

Ma attenzione: non pensate che sia una lettura veloce, perché è un bel volume di circa settecento pagine.

Se siete pronti a farvi catturare dalla suspence e dai colpi di scena potreste ritrovarvi a fare come me e sacrificare volentieri le ore di sonno pur di appagare la vostra curiosità.

Come ogni settimana, grazie a Paola di Homemademamma per l'opportunità di confronto che ha creato.

Buona lettura e buon caldo fine settimana!

 

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Domenica pomeriggio m'è toccato andare a fare la spesa.

Vi prego, signore commesse, non odiatemi! Di solito non giro per i centri commerciali il settimo giorno, cerco di andare il venerdì sera dopo il lavoro o il sabato mattina. Il settimo mi riposo anche io.

Ma stavolta è capitato, sabato la calura era insopportabile e non me la sentivo da sola di caricare due pupi in macchina e andare a fare shopping (che poi in realtà è rifornimento di generi alimentari).

Vabbè, fatto sta che questa domenica girellavo tranquillamente facevo lo slalom tra le corsie in una gara improvvisata che vedeva me e la Ninfa schierate contro CF e Ringhio a chi riempiva il carrello prima (lista della spesa random divisa a metà), quando ci siamo ritrovare nel reparto para-farmacia e cosmetica.

Stavo cercando la pappa reale e la mannite quando ho notato un capannello di donne che chiosavano sommando altro rumore alla confusione abituale del supermercato.

Incuriosita, mi sono avvicinata ad osservare. C'era una simpatica donnetta che nell'aspetto ricordava una chioccia tutta infervorata a mostrare i prodotti solari, con tanto di dimostrazione.

Bene, mi sono detta, i solari devo comperarli, per cui tanto vale vedere cosa propone la gallina padovana rappresentante.

Con la sua voce squillante, ha informato la platea riguardo ai danni del sole tessendo un quadretto inquietante: in età pediatrica i bambini che si scottano hanno maggiori probabilità di sviluppare crescendo problemi alla pelle che possono sfociare perfino in tumori.

Per questo l'uso di prodotti solari (creme, gel, spray...) è importante.

I solari sul mercato oggi sono tantissimi, adatti a tutte le tasche, a tutte le esigenze e a tutti i tipi di pelle, con fattori di protezione bassi ed elevati.

Quelli che funzionano meglio sono quelli che utilizzano in combinazione filtri fisici che fanno da specchio, cioè che grazie ad alcune sostanze opache (biossido di titanio, ossido di zinco...) riflettono e disperdono tutte le radiazioni, e filtri chimici, ossia che utilizzano delle molecole organiche per assorbire le radiazioni Uva e Uvb e rilasciarle in parte sotto forma di calore.

Per vedere se un solare è valido però si deve considerare la sua intera composizione: la percentuale di parabeni, di siliconi, di acqua, il PH, i metalli pesanti, il profumo, la presenza di vitamina E...

Quest'ultima è molto importante perché combatte allo stesso tempo l'ossidazione del prodotto, evitando che diventi rancido e i radicali liberi sulla pelle.

Le creme solari eco e bio contengono solo in minima parte profumi  e conservanti naturali e di solito utilizzano solo filtri fisici e non chimici. In questo modo sono ben tollerate da chi ha una pelle delicata e ipersensibile o soffre di malattie particolari legate al derma.

Chi ha figli piccoli poi oltre alla sicurezza di acquistare un solare valido,con un fattore di protezione elevato, vuole anche qualcosa di pratico.

L'estate scorsa in spiaggia c'erano le olimpiadi dei genitori: ogni poco si vedeva un povero padre scattare e correre i cento metri sul bagnasciuga per placcare il figlio, mentre la madre lo incitava sotto l'ombrellone brandendo l'immancabile crema: "Daje, daje, acchiappalo che se deve mette a'crema".

Il papà di turno trascinava nella sabbia il malcapitato, grondando sudore e beccandosi calci e pugni: "Noooo, la crema nooooo, mi fa schifo e poi mi si appiccica la sabbia addosso!"

Non mi sento di dar torto neppure ai figli, ho sempre trovato fastidiosa la sensazione della sabbia che gratta sulla pelle: quando mia mamma mi metteva l'orrenda crema solare (che poi all'epoca era molto più bianca di adesso, probabilmente la presenza di ossido di zinco era maggiore), mi sembrava di essere una fettina panata. Al primo alito di vento ti trovavi ricoperta di granelli pronta per essere gettata nell'olio bollente.

E allora cosa facevamo? Ma ci buttavamo nell'acqua, ovviamente.

Così la patina viscida e biancastra veniva via e noi stavamo lì, per ore in ammollo, finché le dita si raggrinzivano e le labbra diventavano blu. Ma mica perché avevamo caldo: semplicemente perché sapevamo che non appena usciti, dopo esserci asciugati, la mamma sarebbe tornata all'attacco.

Ecco, vista la mia avversione per le attività fisiche, visto che l'effetto visivo di me che corro in riva al mare è ben lontano da quello provocato da Pamela Anderssons in "Baywatch", preferirei trovare una crema che non calamiti la sabbia.

Pretendere che i bambini si facciano spalmare unguenti e oli  di propria volontà è fantascienza (a meno che non si parli di mia figlia che adora impiastricciarsi con creme e affini), per cui nel mio caso è essenziale che resista all'acqua e al sudore.

Escludo l'olio, che poi afferro Ringhio che mi sguscia via tipo anguilla dalle braccia.

E bisogna che sia una cosa velocissima da mettere, un-due-tre e via, tipo uno spray.

Volete sapere cosa ho scelto io?

Guardate qua!

E voi che rapporto avete con i prodotti solari? Ma soprattutto, che rapporti hanno i vostri figli?

Aspetto i vostri racconti.

 

 

 

Il cambiamento arriva, che lo si voglia o no, e in modi diversi. Accettarlo è fondamentale per riuscire a vivere con gioia su questo magnifico pianeta. Cura non soltanto il meraviglioso giardino che abbiamo creato insieme, ama anche il tuo, altrove. E soprattutto cura te stessa e segui la tua stella.

Quello di oggi è un romanzo già recensito da altre amiche di lettura e quindi non ha bisogno di molte presentazioni.

Sto parlando de "La ragazza nell'ombra" di Lucinda Riley.

Terzo capitolo della saga programmata dalla scrittrice che dovrebbe comprendere sette volumi, ognuno dedicato alle sei sorelle adottate dall'enigmatico personaggio Pa'Salt e il settimo incentrato su quello che per ora rimane un mistero.

Protagonista è Star, ragazza timida, introversa e taciturna sempre messa in ombra dalla presenza frizzante ed energica della "gemella" Ce-ce.

Anche qui l'autrice segue sempre lo stesso modus-operandi dei romanzi precedenti: Star decide di seguire le indicazioni, lascito del padre adottivo morto, per risalire alle sue origini.

La ragazza, dopo un iniziale tentennamento dovuto all'incapacità di uscire dall'ombra della sorella e al timore di sbrigarsela da sola, si butta a capofitto nella ricerca che le cambierà la vita per sempre.

Piano piano, grazie ai nuovi legami di amicizia stretti con il proprietario della libreria nonchè suo datore di lavoro e alla sua famiglia strampalata Star viene a capo del bandolo della matassa, scopre chi è  e non solo a livello anagrafico.

Francamente ho cominciato la lettura de "La ragazza nell'ombra" con alcuni preconcetti.

Avevo trovato il primo volume carino, il secondo mi aveva un pò deluso per cui ammetto di aver acquistato questo più per amore di collezionismo che altro.

Invece mi sono dovuta ricredere: il format proposto dalla Riley non sembra la solita zuppa, anzi.

Trovo che dal punto di vista della narrazione, soprattutto quella che concerne la maturazione psicologica dei personaggi, ci sia stato un grande passo avanti: meno scontati certi sentimenti, meno "buona" la protagonista, che cela dietro un apparente egoismo e disinteresse tutta la sua fragilità.

Bellissima l'ambientazione, con la descrizione minuziosa ma non pedante delle vecchie ville della campagna inglese. Se chiudi gli occhi, immaginare queste imponenti dimore dal fascino decadente non è per niente difficile.

Da questo punto di vista l'ho trovata molto più realistica rispetto alle ambientazioni dei capitoli precedenti e questo traspare dalle scrittura stessa.

Ben riuscito il parallelismo tra passato e presente, con l'intrigante narrazione delle vicende a volte tragiche legate agli avi che risultano ben contestualizzate anche sotto il profilo storico.

Consiglio di leggerlo a chi conosce già la saga, ma soprattutto io lo proporrei come primo romanzo da leggere a chi vuole cominciare a prendere confidenza con le sette sorelle.

Per me è il più riuscito (per ora), indice di come una scrittrice sull'onda del successo possa migliorare e crescere anche seguendo lo stesso schema, senza scadere nel banale o proponendo la solita minestra riscaldata.

Voi avete letto qualcosa di Lucinda Riley? Cosa ne pensate?

(Questo post partecipa al venerdì del libro)

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Ieri dopo il lavoro sono andata con la Ninfa e Ringhio in un parco giochi vicino a casa.

L'ombra degli alberi e un leggero venticello hanno spazzato via in un attimo l'ardente calura estiva della giornata.

Il parco è deserto. A parte noi un vecchietto, seduto sull'unica panchina di legno, le mani rugose appoggiate al bastone.

La Ninfa sale sull'altalena e comincia a spingersi con le sue gambette magre, su su, sempre più in alto.

Ringhio invece scala lo scivolo e getta sassi e rametti dall'alto.

Io mi godo l'apparente silenzio del luogo. Le foglie che frusciano e lo sciabordio del piccolo ruscello, i rumori del traffico in lontananza, ovattati, quasi una pennellata leggermente più marcata su una tela dai toni pastello.

Rilassata, mi siedo sulla panchina. Lo scricchiolio del legno scuote dal torpore l'anziano signore, che gira appena la testa per guardarmi.

Solo il tempo di accennare un sorriso; poi il suo capo torna nella posizione originaria, i suoi occhi si chiudono.

Resto ad osservarlo un momento, con un misto di tenerezza e rimpianto. Ho un debole per i signori anziani, lo confesso: mi fanno sempre venire in mente mio nonno.

I ricordi si affacciano alla memoria, forti e vividi. Ma ci pensa Ringhio a farmi tornare bruscamente al presente: si avvicina urlando, brandendo tra le mani due bastoncini lunghi e sottili.

Il vecchio sobbalza, quasi spaventato. Imbarazzata, tento di far tacere mio figlio, ma è una battaglia persa in partenza.

A piccoli balzi sopraggiunge anche la Ninfa, incuriosita da tutto quel baccano.

-Ciao, come ti chiami?- chiede rivolta al signore.

Lui la guarda, un luccichio divertito negli occhi cerulei.

-Mi chiamo Pietro- La voce è arrochita, quasi che le sue corde vocali siano ferme da tempo, disabituate a formulare parole e suoni.

-Io sono Irene e lui è il mio fratellino, Michele-

Ringhio agita mano e rametto a mo' di saluto. Il signore ricambia con un cenno del capo.

-Su, andate a giocare- li esorto condiscendente.

In quel momento sulla strada che fiancheggia il parchetto passa rombando un autobus.

-Bus, bus, bus!- esclama Ringhio eccitato.

-Sì, è un autobus- puntualizza la Ninfa in modalità maestrina.

-Sapete una cosa, bambini?

I pupi si fermano e guardano interessati l'uomo, ora completamente desto.

-Quando ero piccolo io gli autobus erano più belli di quelli di adesso-

-Davvero?!- esclama la Ninfa, stupita.

-Vero?!- le fa da eco il fratello.

-Sì, si muovevano su delle rotaie, come quelle dei treni, ed erano attaccati ad un filo. Si chiamavano filobus-

-Fi-lo-bus- sillaba mia figlia, come se stesse pronunciando una parola magica.

-Ahhh- prosegue il vecchio, fissandomi intensamente- forse vi sto annoiando. Andate a giocare-

Ma ormai è fatta. Li conosco bene, io, i signori anziani: quando il vaso di Pandora è aperto, non c'è più niente da fare.

-Niente affatto- rispondo con voce gentile.

I bambini si siedono sull'erba, ai suoi piedi, protesi verso di lui.

Sorridendo, Pietro riprende a parlare.

-Quando ero piccolo, cinque o sei anni, abitavo giù in città, a Brescia. Erano gli anni Cinquanta, i miei genitori avevano comperato una casa Marcolini nel villaggio Violino. Pensi, allora mio padre lavorava alla OM e non è che fossimo ricchi, anzi. Con il suo salario doveva mantenere me e i miei tre fratelli. E mia madre, ovviamente. A quei tempi le donne non lavoravano ancora, facevano le casalinghe, si occupavano della casa e dei bambini.-

Si schiarisce la gola e con voce più ferma riprende il racconto.

-La OM, dicevo, aveva anticipato agli operai i soldi per la casa. Addirittura un terzo della spesa l'avevano sostenuto loro, senza pretendere neanche gli interessi. Il restante lo si pagava in rate mensili. Mica come adesso, che le banche per darti i soldi per la casa ti spennano con gli interessi che chiedono-

Prende fiato un attimo. Un leggero rossore fa capolino sulle guance incavate.

-Era una casetta piccola con un pò di giardino attorno. Mia madre ci teneva moltissimo, la puliva e la puliva con una venerazione maniacale. Quando noi bambini tornavamo la sera, dopo essere stati in strada a giocare tutto il giorno, se era estate ci lavava direttamente in giardino, a turno, in una grossa vasca di metallo. Ci strigliava per bene con una spazzola e un pezzo di sapone di Marsiglia, poi ci faceva entrare e aspettavamo che tornasse mio padre per cenare.

-Anche noi ce l'abbiamo la piscina piccola di fuori, ma non abbiamo il sapone- sbotta la piccola

-N'coa- Ancora lo sollecita Ringhio

Pietro non esita ad accontentarlo. E' un fiume in piena, ora, impossibile da fermare.

- La Domenica era il giorno più bello. La mamma ci faceva mettere i vestiti buoni, quelli eleganti o meglio quelli più in buono stato e ci faceva andare alla Messa. Io e i miei fratelli ci stufavamo, avremmo preferito correre fuori a giocare al pallone o a nascondino. Poi ci toccava il catechismo, con il curato. Ma sapevamo che una volta al mese, se ci eravamo comportati bene, il papà ci faceva una sorpresa.

-Cosa? Ti regalava un gioco?-domanda mia figlia.

-Meglio meglio-

-Ti portava in piscina?

-Meglio ancora-

- Che cosa allora?- sbotta spazientita

- Andavamo tutti in centro, con il filobus, a mangiare il gelato da Bedont-

A quel ricordo lo sguardo si accende e Pietro si sfrega le labbra, quasi come se stesse degustando ancora una volta il sapore del gelato.

-Pensi, i gelati di Bedont son mica come quelli che preparano adesso, neh!- s'infervora, agitando la mano.

-Quelli erano fatti con cose naturali, mica con coloranti e conservanti. Che gusto è il puffo, me lo dice? Il puffo, guardi un pò!

Ringhio lo imita, pugno all'aria e sguardo truce, indignato.

-'Uffo no- dichiara solidale, sposando la causa del suo nuovo amico.

Il vecchio ridacchia, occhi e labbra all'insù.

- Noi bambini si pagava il biglietto ridotto, che costava quindici lire. Salire sul filobus era bellissimo, anche se tante volte si doveva stare in piedi. Però noi andavamo didietro, sulla pensilina, con gli altri bambini. Lì si sentiva l'aria, in estate, e ci divertivamo a salutare i passanti con la mano. Poi scendevamo in Corso Zanardelli, facevamo una passeggiata sotto i portici.

La mamma si metteva in ghingheri, aveva un'aria da gran signora, con il rossetto sulle labbra. Ah, era una bella donna la mia mamma, anche se aveva quattro figli, non passava certo inosservata. Ma non era volgare come certe donne di adesso, era elegante, aveva una grazia che suscitava l'invidia delle mamme dei miei amici.

Arrivavamo in gelateria e il signor Nino, che non sono tanti anni che è morto, ci preparava quattro coni. Io lo prendevo crema e cioccolato. Com'era buono quel gelato, signora, lei neanche se lo immagina! Lo mangiavo in fretta, per evitare che si sciogliesse, sempre sotto lo sguardo vigile della mamma che non voleva che ci sporcassimo.-

Pietro si ferma, chiude gli occhi stremato. Pare che tutte le energie siano state assorbite dalla narrazione.

-E poi?- sussurra timidamente la Ninfa

-E poi si cresce, si diventa grandi e tutto cambia- biascica il vecchietto, con un filo di voce.

-La filovia non c'è più e nemmeno il gelato di Nino. Non ci sono più i miei fratelli, non c'è più mia moglie. Resto solo io, con mia figlia che lavora tutto il giorno.

Un piccolo singhiozzo gli scuote il petto ossuto. Facendo forza sul bastone, il vecchio Pietro si alza.

-Arrivederci, signora- Schiacciato dal peso dei ricordi, si incammina mesto.

La Ninfa balza in piedi e in due falcate lo raggiunge.

-Nonno!- grida

Pietro si gira, stupito. La Ninfa lo prende per mano e lo guarda da sotto in su.

Si fissano intensamente per un momento. Poi lei, con il suo sorriso più candido, esclama:

-Grazie per la storia. Ci vediamo domani!

Pietro volge il volto rugoso verso di me. Occhi e labbra all'insù. Si gira e lentamente se ne va. Ma il suo passo ora è leggero, così come il suo cuore.

Brescia corso Zanardelli

(Questo post partecipa al tema #filovia, promosso dagli Aedi digitali)