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Mamma che blog: cos'è e come partecipare

Sabato scorso ho avuto l'opportunità di partecipare al "Mamma che blog".

Il "Mamma che blog" è un evento creato da Fattore Mamma con il duplice scopo di offrire opportunità di formazione per le mamme blogger attraverso dei corsi gratuiti su varie tematiche e di avvicinare le aziende al mondo dei blog, offrendo l'occasione di conoscere eventuali sponsor.

In più permette alle partecipanti di incontrare altre mamme blogger nel mondo reale e, siccome da cosa nasce cosa, di instaurare e creare una rete di collaborazione.

Anche se lo conoscevo già, non ho mai avuto modo di parteciparvi.

Di solito il "Mamma che blog" si tiene due volte l'anno, una in primavera e l'altra in autunno al Palazzo delle Stelline in quel di Milano.

Da quest'anno invece resta solo l'appuntamento di maggio, ridotto da due giornate ad una sola.

Perdermelo anche questa volta, quindi,  sarebbe stato davvero un errore imperdonabile.

Così ho fatto carte false pur di andarci, che in altri termini significa ingaggiare i nonni per guardare gli irrequieti pargoli, visto che CF per la giornata di sabato era fuori uso e trovare un buco per svolgere le attività che di solito faccio il sabato.

Ma siccome sono una mamma che lavora e quindi l'organizzazione è il mio pane quotidiano, ce l'ho fatta anche stavolta ( un applauso, please!)

La mia prima volta al Mamma che blog

Per me è stata quindi la prima volta al "Mamma che blog" e dire che ero emozionatissima non rende bene l'idea.

La sera prima ho faticato a prendere sonno, pensando a chi avrei incontrato e a tutti quei corsi da seguire.

La mattina, come per tutte le donne, mi sono fatta prendere dal panico e dall'ansia da prestazione.

"Andrò bene vestita così? Non farò brutta figura? Trucco sì, trucco no? Oddio, saranno tutte tiratissime e farò la figura della montanara"

E poi: "Ho preso tutto: biglietto, blocco, penna..."

Insomma, ero davvero in preda ad una giostra emozionale pari a quella pre-esame, tanto che mi sono lasciata convincere da CF a cambiare le scarpe e a indossarne un paio un tantino più carino ma decisamente scomodo (ma questa è un'altra storia, non divaghiamo!).

Sfidando la mia proverbiale diffidenza  immotivata verso Milano, ho preso il "Freccia rossa" e ho iniziato la mia avventura.

Raggiungere il Palazzo delle Stelline non è stato per niente difficile e in più appena scesa dalla metropolitana ho incontrato altre due ragazze che si stavano dirigendo al "Mamma che blog" con cui ho fatto la strada.

Arrivate a destinazione, ci siamo dirette al banco dell'accoglienza dove ci hanno dato il badge e una sacca con il logo del "Mamma che blog" piena di prodotti della Valfrutta, uno degli sponsor dell'evento.

Gli organizzatori hanno allestito un buffet per la colazione.

Tra un caffè e una brioche sono iniziati i primi incontri con le altre mamme blogger: ognuna delle partecipanti buttava l'occhio sul badge delle sue vicine per vedere il nome del blog.

E' stata un'emozione unica abbracciare dal vivo Paola di Homemademamma, soprattutto perché non avevamo programmato di vederci lì.

mammacheblog-2018qui con Paola
mammacheblog-2018-qui con Paola

Allo stesso modo è stato fantastico conoscere Chiara (Piano terra, lato parco) Eleonora (Letto a quattro piazze), Maddalena (Pensieri Rotondi), Silvia (Scintille di gioia), Diana (Piccole mamme crescono) e Angela (Supermamma) solo per citare quelle a cui mi sento "mediaticamente" più legata.

mammacheblog-2018-Foto di gruppo (Maddalena, Diana, Eleonora, Angela ed io)
mammacheblog-2018-Foto di gruppo (Maddalena, Diana, Eleonora, Angela ed io)
mammacheblog-2018-eccomi con Chiara ed Eleonora
mammacheblog-2018-eccomi con Chiara ed Eleonora

Accanto a noi povere e comuni blogger normali c'erano le mamme blogger dei grandi numeri, quelle che scatenano sempre (immagino) un gran numero di chiacchiere sul loro più o meno meritato trovarsi in cima alla vetta.

Vetta sulla quale, peraltro, non stanno arroccate come le dee dell'Olimpo: sono mamme disponibili a fare due chiacchiere con chiunque le approcci.

Dopo la colazione, la simpatica Jolanda (uno dei miei idoli indiscussi, la fondatrice di Filastrocche.it e se siete mamme basta questo a farvi capire chi è) ha introdotto la presentazione del libro "Come se tu non fossi femmina" di Annalisa Monfreda, direttrice di "Donna Moderna" e "Starbene" di cui parlerò prossimamente.

mammacheblog-datemiunam-2018-Jolanda e Annalisa Monfreda
mammacheblog-2018-Jolanda e Annalisa Monfreda

E' stata una presentazione illuminante, in cui sono emerse tematiche quali la felicità dei genitori, l'indipendenza e l'inclinazione dei figli, la parità di genere e tanto altro.

A questo punto, devo dire che la cosa che mi ha colpito di più è stata questa: le discussioni e gli scambi di opinione che ne sono seguiti tra i vari gruppi di mamme che, in modo del tutto spontaneo, si sono ritrovate a discutere dell'argomento.

Mi ha stupito in positivo che le donne presenti si siano subito lanciate in conversazioni di un certo peso, tralasciando le banalità che magari avrei sentito se la presentazione fosse stata fatta con un altro tipo di pubblico.

La presentazione del libro è stata solo l'incipit ai corsi più seri.

Visto che sono una novellina della blog sfera, com'era prevedibile, ho seguito il corso tenuto da Barbara Damiano e dal suo simpaticissimo marito.

Per chi non sapesse  di chi sto parlando, sappiate che si tratta dei fondatori del portale "Mammafelice", dove è possibile trovare un sacco di informazioni anche pratiche sul mondo dei bambini.

Seguo Barbara da prima di diventare mamma, perché trovo che sia una persona positiva e piena di voglia di vivere e inoltre abbiamo idee molto simili su come approcciare la vita e il mondo che ci circonda.

Nelle vesti di relatori sia Barbara che Nestore sono stati bravissimi, tanto che ho imparato di più da un loro singolo corso che dai manuali letti finora

mammacheblog-2018-Barbara ed io
mammacheblog-2018-Barbara ed io

Non mi è andata altrettanto bene il pomeriggio, perché ho trovato la lezione molto disordinata da seguire e un tantino noiosa, ma forse ero in preda alla stanchezza postprandiale dovuta al buonissimo pranzo offerto dagli organizzatori del "Mamma che blog".

Tra un corso e l'altro le chiacchiere tra mamme blogger hanno preso il sopravvento.

Conoscersi fuori dalla rete è strano: quando leggiamo i vari blog ci immaginiamo le autrici esattamente allo stesso modo con cui ci creiamo i personaggi di un racconto.

Incontrarli quindi nel mondo reale mi ha fatto lo stesso effetto che  vedere la trasposizione cinematografica dei miei personaggi preferiti.

Quando uno si trova di fronte all'attore che impersona, che ne so, Harry Potter, c'è sempre quell'attimo di perplessità che ci fa pensare "Ma dai, me l'immaginavo diverso".

Non bastano le immagini di Facebook o di Instagram per prepararti all'incontro con la persona reale.

Le amiche virtuali che sono diventate reali mi sono piaciute molto di più in questa dimensione che nell'altra.

Parlando di persona si ha modo di vedere le espressioni, la mimica, le intonazioni della voce e tutto il resto e si ha quindi una prospettiva più vera del nostro interlocutore e già solo per questo vale la pena di andare al "Mamma che blog".

Mamma che blog: formazione, socializzazione e tanto altro

"Mamma che blog" è organizzato talmente bene da offrire modo alle partecipanti di potersi portare appresso l'intera famiglia.

Ci sono educatori ed animatori per i bambini dai tre anni in su che li intrattengono con giochi e altre attività.

Quest'anno per esempio hanno dato ai bambini la possibilità di provare gli strumenti musicali della Yamaha e di giocare con il nuovo Nintendo Labo.

Inoltre, per chi viene da lontano, ci sono anche convenzioni per quanto riguarda le sistemazioni in hotel o il parcheggio.

Per cui non c'è nessuna scusa per non partecipare al "Mamma che blog": formazione, socializzazione e divertimento a misura di mamma e di bambino.

E i papà? Scommetto che quelli che c'erano hanno trovato modo di divertirsi e di trascorrere una piacevole giornata in compagnia.

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"I bambini si sono addormentati, finalmente!" esclamo con un filo di voce.

"Bene, cosa guardiamo ora?" chiede CF, afferrando il telecomando con una certa ansia e stoppando l'immagine dell'ennesimo cartone animato.

"Mah, non saprei. In giro parlano tutti di questa nuova serie televisiva, "La casa di carta" o qualche cosa del genere. Dicono che sia davvero bella" la butto lì, così tanto per.

CF cerca su Netflix e la trova subito. Io mi preparo a godere appieno della serata.

Già dopo il primo quarto d'ora capiamo che è la nostra serie.

Ci guardiamo quattro episodi uno di seguito all'altro finché diventa chiaro che dobbiamo andare a dormire.

Ma oramai è fatta: "La casa di carta" ci ha stregato.

Nei giorni successivi ci spariamo tutta la prima serie e poi tutta la seconda.

La terza deve ancora uscire. Inutile dire che la attendiamo con ansia.

"La casa di carta": la trama della nuova serie spagnola che affascina il mondo

"La casa di carta" titolo originale "La casa de papel" - sapete che io amo informarmi quando le cose mi affascinano- è una serie spagnola nata dalla mente di Alex Pina.

Inizialmente è stata trasmessa dall'emittente Antenna 3 nel 2017 e solo dopo è stata acquistata da Netflix.

L'idea originale prevedeva quindici episodi totali ognuno della durata di settantacinque minuti.

La Netflix, che ci vede lungo, ha deciso di tagliare a metà ciascun episodio, raddoppiando quindi il numero di puntate.

Ha creato perciò una prima serie di tredici episodi e una seconda di nove della durata media di quarantacinque minuti.

Come ho accennato prima, la terza serie è in corso d'opera.

"La casa di carta": trama (senza anticipazioni)

La trama di "La casa di carta" è davvero molto semplice: un personaggio misterioso, chiamato il Professore, recluta otto delinquenti di vario genere per tentare un colpo grosso: entrare nella Zecca di Stato spagnola per stampare 2400 milioni di euro.

Ognuno dei malviventi è stato scelto e selezionato con cura sulla base di proprie specifiche abilità ma, soprattutto, perché non ha nulla da perdere.

L' identità di ciascun membro del team deve essere mantenuta segreta anche per gli altri membri e per questo ciascuno sceglie il nome di una città: Berlino, Tokyo, Mosca, Nairobi, Helsinki, Oslo, Denver e Rio.

Dopo un periodo di addestramento in un luogo isolato, gli otto capitanati dal Professore sono pronti per il colpo.

Con un geniale espediente riescono a penetrare nella Zecca di Stato e a prendere in ostaggio chiunque si trovi all'interno.

La polizia viene subito allertata e comincia una vera e proprio battaglia strategica tra il Professore, la mente suprema che tira i fili all'esterno della Zecca, e Raquel Murillo, la negoziatrice che ha la responsabilità dell'intervento.

Ovviamente non vi accenno niente di più, se no vi rovino la visione.

Sicuramente non è originalissima come trama, però funziona bene.

La voce narrante è quella di Tokyo, ragazza giovane e affascinante.

Ogni personaggio -chi più, chi meno- riceve il suo spazio.

Le informazioni vengono presentate con la tecnica consolidata del flash-back e lo spettatore le raccoglie ad ogni puntata come i cocci di un vaso rotto che andrà poi a ricomporre.

Questo però non basta a rendere "La casa di carta" una delle serie più memorabili e apprezzate degli ultimi anni.

"La casa di carta": cinque (buoni) motivi + 1 per guardarla

Allora, se la vicenda in sé non è particolarmente originale, perché "La casa di carta" è riuscita ad essere tanto affascinante?

Non sono un critico cinematografico e queste sono solo le mie considerazioni personali.

Secondo me i punti di forza de "La casa di carta" sono questi:

L'immedesimazione

Una buona storia, che sia scritta o narrata attraverso le immagini , è destinata a fallire se il "lettore" non riesce ad immedesimarsi in almeno uno dei personaggi.

Qui di personaggi ne abbiamo molti e possiamo dividerli in tre schieramenti: i rapinatori, la polizia e gli ostaggi.

Ogni gruppo ha un suo leader, una figura di spicco, ma anche le altre figure riescono a ritagliarsi il loro quarto d'ora di gloria.

Alex Pina pone l'accento sui "cattivi", sfruttando una corrente che si è andata consolidando già da tempo immemorabile e portando lo spettatore a parteggiare per loro.

La polizia d'altro canto non ci fa una bella figura: l'ispettrice, che ha già di suo tanti problemi personali, non pecca per la sua perspicacia e per la sua intelligenza.

Quando l'ho vista all'opera, mi è venuto in mente il povero sfigato di Matthew del manga "Occhi di gatto" o l'ispettore Zenigata di "Lupin III".

Per quanto riguarda gli ostaggi, anche qui brillano Arturo, i direttore della Zecca, e la sua amante che contribuiranno a tenere vivo il ritmo della narrazione.

La credibilità dei personaggi

Accanto ad una trama abbastanza solida e per permettere allo spettatore di immedesimarsi, i personaggi devono risultare credibili.

Nella società attuale la gente si è stufata di eroi buoni: la bontà sempre e comunque è diventata qualcosa di incredibile, un miraggio, noiosa tanto quanto la perfezione.

Siamo affascinati da personaggi umani, imperfetti, che si lasciano tentare dal "lato oscuro" o che sono diventati cattivi a seguito di eventi e circostanze in cui ognuno di noi non avrebbe potuto fare altro.

Nel caso specifico, quello più azzeccato de "La casa di carta" è Berlino: bello, elegante, affascinante ma cinico ed egoista, con un suo senso dell'onore, che divide le simpatie anche dei suoi stessi colleghi.

I colpi di scena

Come nel miglior genere thriller che si rispetti, la vicenda è costellata da infiniti colpi di scena.

I colpi di scena possono essere volutamente creati dal Professore oppure possono essere "falle" del suo piano infallibile.

In questo caso derivano proprio dalla natura umana dei protagonisti e dall'impossibilità di prevedere al cento per cento le loro reazioni in determinate situazioni.

L'aspettativa

Grazie ai colpi di scena, al modo in cui la vicenda viene narrata, alle micro-storie dei personaggi e all'imprevedibilità dei protagonisti, il senso di aspettativa che viene instillato nello spettatore è davvero pazzesco, tanto da creare una sorta di vera e propria dipendenza.

Si ha sempre la sensazione di essere sul filo del rasoio, che prima o poi il precario equilibrio che si è creato sia all'interno che all'esterno della Zecca crollerà come un fatiscente castello di carte.

Non si sa ancora ad opera di chi, ma è certo che qualcuno farà qualcosa che farà precipitare la situazione. Effetto domino, insomma.

I riferimenti alla cultura pop

Ecco, questa parte è quella che ho apprezzato appieno solo grazie all'aiuto di CF, che in questo se la cava meglio di me.

"La casa di carta" è una serie che si rifà molto alla cultura pop dei decenni passati, sia nelle citazioni stesse sia nei dettagli presenti nei diversi episodi.

Riconoscibili anche per chi non se ne intende (la sottoscritta) i riferimenti a Tarantino così come le analogie con i più noti film sulle rapine, come "Inside man".

L'uso stesso delle maschere di Dalì, i nomi finti, i problemi dei vari ispettori, i cambi di prospettiva sono elementi tipici che costellano le migliori pellicole crime e trhriller della cinematografia internazionale.

La lotta contro il sistema

"La casa di carta", come tante serie della nostra problematica era, non si esime dal lanciare un messaggio socio-politico chiaro e definito.

La Zecca diviene il simbolo di quell'un percento della popolazione mondiale che detiene il vero potere politico ed economico e che determina le sorti del mondo.

Negli intenti del Professore prendere la Zecca significa ribaltare le sorti e dare il potere al popolo.

Chi infatti meglio di delinquenti, di "scarti" della società potrebbe essere la nemesi perfetta?

Il Professore stesso afferma: "Noi siamo la Resistenza" e sempre sua è l'idea di far imparare una nota canzone (ma non vi dico quale) ai suoi ragazzi.

Se non vi ho ancora convinto a guardare almeno le prime puntate de "La casa di carta", sappiate che basterebbe l'ottima recitazione degli attori e delle attrici a farlo.

Il cast, quasi tutto spagnolo, non è molto famoso al di fuori del confine, ma grazie a questa serie lo diventerà molto presto.

Sono certa che sentiremo ancora parlare di Alvaro Morte, Ursula Corberò o Pedro Alonso.

E volete mettere la soddisfazione di poter dire "Io me li ricordo quando hanno recitato nella serie "La casa di carta"?

Questo è l'argomento che ho scelto di proporvi per la mia rubrica # Time is mine.

Ora vorrei sapere quali sono le vostre opinioni in merito alla serie, nel caso l'abbiate vista.

Ma soprattutto, quali sono le cose che avete fatto per voi stesse nell'ultimo mese?

I commenti sono graditissimi, qui sul blog come su FB.

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Di cugini e di parenti si parla molto spesso e non sempre in termini lusinghieri.

Il famoso detto "parenti serpenti" mi sembra essere sempre più in voga.

Sicuramente ogni famiglia ha i suoi problemi relazionali, i suoi "panni sporchi" da lavare in casa.

I legami di sangue non si scelgono, ma per fortuna arrivati ad una certa età si può scegliere chi frequentare e chi no anche in famiglia.

Ho una vasta gamma di cugini e cugine, con alcuni non ho nessun rapporto, mentre con altri invece ci si sente più spesso.

I cugini sono quegli elementi ibridi, né carne né pesce, a metà strada tra un fratello e un amico, ma, a volte, più dell'uno e dell'altro.

 

Avendo un unico fratello di ben otto anni più giovane, la cuginanza per me è sempre stata molto importante.

Alcuni dei miei cugini sono stati un punto di riferimento in molte vicende della mia vita, anche se, a dir la verità, spesso lo sono stati in maniera inconsapevole.

Lo scorso fine settimana per la prima volta dopo quattro anni ci siamo incontrati con due dei miei cugini e con le rispettive famiglie.

Cf ed io ce ne siamo andati, con pupi al seguito, nel Canton Ticino, in Svizzera.

Siamo anche stati miracolati dal tempo, perché, contrariamente a qualsiasi previsione, anziché la pioggia preannunciata ci siamo trovati un bellissimo solleone.

I miei bimbi hanno conosciuto le figlie di mio cugino che ci ha ospitato per la notte.

E' stato buffo vedere questi bimbi all'opera nei primi passi verso la conoscenza reciproca.

Ringhio e la Ninfa giocavano in territorio sconosciuto, circondati da zii e cugini che non avevano mai visto.

Eppure dopo la timidezza iniziale hanno cominciato a prendere confidenza.

Ringhio è rimasto affascinato dai modi di mia zia, una signora sulla settantina, molto materna che si è divertita a coccolarlo e raccontargli fiabe e filastrocche.

La Ninfa invece ha fatto subito amicizia con le due bimbe di mio cugino. Essendo poi in un'età intermedia tra le due, si è divertita a giocare sia con la grande che con la piccola.

Sabato abbiamo passato un tempo interminabilee a tavola, com'è giusto che sia in queste occasioni, a gustare un bel pranzo arricchito con prodotti locali.

Abbiamo bevuto un "vino" (lo metto così perché c'è tutta una diatriba infinita sulla definizione di questo prodotto) fatto con l'uva fragola e assaggiato crostate con un mix di farine integrali provenienti da un mulino vicino.

Voglio spendere solo due parole sulla squisita cioccolata -non le tavolette già confezionate in vendita nei negozi- al peperoncino, ai lamponi e alle mandorle che vengono prodotte nelle cioccolaterie del posto!

La Ninfa e Ringhio si sono comportati in modo molto educato, contro qualsiasi mia catastrofica previsione.

Quando siamo stati in grado di alzarci, abbiamo fatto una passeggiatina a Lugano destinazione parco giochi, dove i quattro hanno potuto scatenare le loro energie, mentre gli adulti chiacchieravano all'ombra degli alberi.

La sera abbiamo salutato mio cugino, sua moglie e le due gatte e ci siamo avviati a Caslano, il piccolo paese dove abita l'altro mio cugino.

Quando siamo arrivati la Ninfa e Ringhio hanno sgranato gli occhi per lo stupore: c'erano tanti di quei giochi tra cui scegliere che sembrava di essere nel paese dei balocchi!

E mentre loro riprendevano a giocare, noi abbiamo avuto modo di continuare a chiacchierare davanti a un calice di vino.

Anche se non vedevo i miei cugini e i miei zii da un po', stare lì con loro ha azzerato tutto il tempo trascorso senza vederli.

La cuginanza fa questo effetto: ricordi passati, esperienze comuni, altri parenti di cui parlare, aggiornamenti sulle rispettive vite...

Siamo andati a letto quando le pupe hanno cominciato a dare segni di stanchezza, il che si traduce con litigi e battibecchil.

Il giorno dopo i fantastici quattro ci hanno svegliato all'alba, troppa l'eccitazione di passare ancora del tempo a giocare assieme.

Lungolago di Caslano

Un bel giro sul lungolago del paese (stavolta mi sono ricordata di fare qualche foto), un paio d'ore al parco giochi e poi di nuovo pranzo in famiglia.

A malincuore siamo ripartiti il pomeriggio, le bimbe si sono sprecate in abbracci e baci degni di un'opera teatrale, con qualche lacrimuccia qua e là e la promessa di rivederci al più presto.

Tirando le somme, è stato un fine settimana davvero rilassante: i bimbi si sono comportati bene e questo mi ha permesso di godermi la compagnia della mia famiglia fino all'ultimo istante.

Ed era proprio quello di cui avevo bisogno in questo periodo dove mi sembra di correre e girare in tondo come una trottola solo per ritrovarmi al punto di partenza.

Spero davvero che anche il nostro incontro si svolgerà in un clima rilassato, nonostante i vari problemi che ci sono in questo momento sul fronte svizzero, dovuti all'età avanzata dei miei zii e alle loro condizioni di salute.

Quest'esperienza è stata utile anche per la Ninfa e Ringhio, che stanno realizzando che la famiglia non è solo mamma, papà e nonni ma anche qualcosa in più.

Spero solo di essere in grado di insegnare loro che la famiglia non è solo un peso come tanti vogliono farci credere, ma a volte è anche una grande risorsa, sia dal punto di vista emotivo che pratico.

Voi che rapporto avete con i vostri cugini?

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Tempo da lupi oggi, altro che da elfi!

Qui sta piovendo a dirotto, le temperature si sono abbassate e sembra tornato settembre.

Oggi, per il venerdì del libro, non voglio parlare del tempo atmosferico, ma di un altro tempo: "Tempo da elfi", l'ultimo romanzo dell'affiatato duo Guccini-Macchiavelli.

"Tempo da elfi" mi ha attratto subito per due ragioni.

La prima è quella fantastica illustrazione riportata in copertina, che rimanda alle atmosfere dei romanzi fantasy che tanto amo.

 

La seconda invece è il titolo stesso: cosa vuol dire infatti la frase "tempo da elfi"?

Tempo da elfi di Guccini e Macchiavelli: recensione

"Tempo da elfi", a dispetto del titolo e della copertina, non è un romanzo fantasy, bensì un poliziesco.

Guccini e Macchiavelli sono per me una garanzia: ho letto tutta la serie che ha come protagonista il maresciallo Santovito e l'ho davvero adorata.

Invece non mi ero ancora imbattuta nella guardia forestale Marco Gherardini, detto "Poiana".

In realtà "Tempo da elfi" è già il terzo libro che i due autori dedicano a questo personaggio.

Come ho accennato, sono un'appassionata della coppia di autori, ma devo ammettere con un filo di dispiacere che purtroppo questo romanzo non mi è piaciuto molto.

La trama segue gli schemi tipici dei romanzi gialli.

Sulle montagne dell'Appennino tosco-emiliano, nelle vicinanze del piccolo borgo di Casedisopra, viene ritrovato il cadavere di un uomo appartenente alla comunità degli elfi.

Gli elfi, il cui nome è di chiara ispirazione tolkieniana, sono degli hippie che hanno volontariamente deciso di seguire una vita di stampo naturalistico: niente elettricità, auto produzione di qualsiasi prodotto, economia basata sul baratto, rispetto totale della natura...

L'indagine spetta alla guardia forestale Marco Gherardini che, affiancato da altri personaggi, si intestardisce nel voler risolvere il mistero a tutti i costi.

Siamo nel periodo di accorpamento della Forestale all'Arma dei Carabinieri e, forse, proprio per questo al protagonista sta a cuore trovare il colpevole.

Nonostante un inizio promettente, la vicenda si trascina tra monti e valli, tra personaggi che non riescono ad emergere e rimangono poco più che delle caricature, dei bozzetti sul foglio.

Nemmeno l'accenno ad un intrigo internazionale provoca quel drastico colpo di scena tipico dei thriller.

Ho avuto l'impressione che, in realtà, Guccini e Macchiavelli volessero scrivere di altro: le vere protagoniste di "Tempo da elfi" sono le montagne appenniniche, descritte in maniera meticolosa e dettagliata.

I paesaggi fiabeschi incorniciano la vita rurale dei paesini di montagna, semplice, dura ma a suo modo affascinante.

Il fulcro principale è la comunità degli elfi, così attenta al rispetto della natura e della vita in generale.

E' quasi come se i due autori avessero voluto, a loro modo, scrivere un poema elegiaco sulla superiorità della vita montanara in contrapposizione alla vita caotica, frenetica e immorale dei grandi centri urbani.

La parte descrittiva, quindi, che dovrebbe fare da sfondo al racconto, in realtà ruba letteralmente la scena ai personaggi relegando la vicenda a un semplice pretesto.

Vale comunque la pena di leggere "Tempo da elfi" per la qualità della scrittura, davvero evocativa, ma non chiamiamolo romanzo giallo.

Come sempre, un grosso grazie a Paola di Homemademamma per la sua iniziativa, il #venerdìdellibro.

 

 

Gardaland, il sogno di un bambino è andare a Gardaland...

La canzoncina non è cambiata dai tempi in cui io ero una bambina e i miei mi portavano a Gardaland, lo storico parco dei divertimenti sul Lago di Garda.

Se il ritornello è rimasto lo stesso, il parco invece negli anni è cambiato molto: sono state aggiunte nuove attrazioni, alcune sono state rimodernate, altre sono scomparse.

Non andavo a Gardaland da almeno cinque anni, quella che scherzando chiamiamo "l'era pre-bimbi".

Ho sempre considerato strano andarci con i bimbi piccoli, che in fondo possono salire solo su un paio di attrazioni.

Quindi ero scettica quando ho accettato l'invito di Gardaland in occasione della presentazione della nuova area dedicata ai più piccolo.

Niente di più sbagliato: ho dovuto davvero ricredermi. Il parco si è rivelato a prova di bambino in tutto e per tutto.

Partiamo dalla novità dell'anno: Peppa Pig Land.

Il trenino di nonno Pig

 

Qualsiasi genitore conosce la mitica Peppa con il fratellino George e la sua allegra famiglia.

I pupi la adorano e l'idea di poter vivere per un giorno nel suo fantastico mondo li manda in visibilio.

A Peppa Pig Land è possibile salire sul trenino di nonno Pig, provare le barchette dei pirati e perfino farsi un giro in mongolfiera.

Le mongolfiere della Peppa
Il trenino di nonno Pig
Le barchette dei Pirati

Peppa e George salutano i bimbi e si fanno scattare una bella foto ricordo con loro.

La Peppa non è l'unica attrazione per i più piccoli. Lo sconfinato Fantasy Kindom offre molteplici giochi, tra cui l'Albero di Prezzemolo, la Doremifarm e tanto altro.

L'albero di Prezzemolo

Doremifarm

Ma non è finita qui: i bambini possono provare l'ebrezza del kung-fu nell'area a tema dedicata a Kung-fu Panda.

Kung-fu Academy

Adatti poi ai più piccini sono anche attrazioni del calibro di "Ramses: il risveglio", "I corsari" e giostre storiche, come la "Giostra dei cavalli".

L'altra novità di Gardaland 2018 è "San Andreas 4-D experience": un cinema dinamico in quattro dimensioni che consente agli ospiti di calarsi dentro il famoso film "San Andreas", uno dei nostri film preferiti.

Un altro aspetto che mi ha molto colpito è l'alto livello di sicurezza del parco: uomini della sicurezza all'ingresso che perquisiscono a campione zaini e borse e altri uomini che girano tra la folla all'interno di Gardaland.

Il personale, sempre cortese e disponibile, è molto professionale e intransigente sull'ingesso alle attrazioni: ogni piccolo ospite viene misurato per vedere se ha l'altezza minima per salire sulla giostra.

Il parco offre la possibilità di riposarsi nelle numerose aree relax, ombreggiate e con comode panche.

Devo ammettere che Gardaland, rispetto a quando ero piccola, ha fatto davvero dei passi da gigante per diventare un parco dei divertimenti adatto a tutte le fasce d'età: dai più piccini agli adulti.

I più grandi possono divertirsi con attrazioni più adrenaliniche come "Oblivion", il "Raptor "o lo "Space Vertigo"...

La prossima volta ci vado senza i pupi, perché Gardaland non è solo il sogno di un bambino, ma anche quello di mamma e papà che vogliono prendersi una giornata di svago e divertimento diversa dal solito.

E tornare piccoli per un giorno.

Ho terminato di leggere il romanzo "Tutto il resto vien da sé" il 25 aprile, quasi un segno del destino.

Perché il destino gioca un ruolo fondamentale, nelle nostre vite come in quelle dei protagonisti del libro di Antonella Zucchini.

Ma accanto al destino c'è sempre il significativo contributo delle nostre scelte: una volta presa una decisione, "tutto il resto vien da sé".

Chi decide però se quel che abbiamo scelto è giusto o sbagliato?

Ma soprattutto, le nostre decisioni sono proprio così autonome o possono essere il frutto di qualche evento esterno, più grande di noi?

Queste, accanto alla ricerca della verità, sono le tematiche che l'autrice affronta nella sua opera.

"Tutto il resto vien da sé" di Antonella Zucchini: brevi cenni alla trama

Protagonista di "Tutto il resto vien da sé" è don Carlo, un uomo di Chiesa la cui vocazione è fondata sulla ricerca del trascendentale, della purezza, della verità.

Don Carlo ha fatto dell'insegnamento la sua strada: formare giovani seminaristi è lo scopo della sua esistenza.

E' davvero un bravo insegnante perché non smette mai di interrogarsi su qualunque cosa ed è molto apprezzato nell'ambiente ecclesiastico.

Quello che apre la storia però è un don Carlo tormentato e sconvolto: sul letto di morte la madre Loretta gli ha rivelato uno sconcertante segreto.

Loretta, durante la guerra, ha avuto una relazione con Heinrich, un ufficiale tedesco.

Come se ciò non bastasse, da lui ha avuto un figlio, il piccolo Alberto, che è stata costretta ad abbandonare appena nato.

Carlo si sente mancare la terra sotto i piedi: la madre tanto amata gli appare un'estranea, una sconosciuta da colpevolizzare.

In un attimo il parroco mette in discussione gli eventi della sua vita in relazione alla madre: il padre lo sapeva? E qual'è il ruolo di Alvaro, l'uomo misterioso e pacato che compariva ogni tanto in casa loro?

Carlo, dilaniato dai dubbi, decide di seguire il saggio consiglio del suo vecchio mentore e di cercare informazioni su Alberto.

In fondo fare ricerche è proprio ciò in cui riesce meglio.

A questo punto la trama si infittisce.

La Zucchini infatti sposta la narrazione su altri piani temporali.

Dapprima ci conduce negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Carlo.

La Loretta vive felice con il marito Nedo e con il figlio in un modesto appartamento di Firenze.

Entrambi  lavorano come operai presso due grandi fabbriche di ceramiche e crescono Carlo.

Il bambino, circondato dal loro affetto, diventa grande e intraprende gli studi, fino alla scoperta della vocazione.

I genitori non gli fanno mai mancare il loro sostegno e sono fieri di lui, nonostante la scelta che ha fatto.

Carlo prende i voti e diventa Don Carlo, sempre sospinto dal desiderio di capire il mondo per arrivare alla verità.

Intrecciando i fili narrativi, la scrittrice fiorentina ci riporta agli anni Venti, quando in Italia si affacciava il fascismo.

Siamo nei quartieri operai di Sesto Fiorentino, dove un giovane padre piange disperato la morte prematura dell'amata moglie.

Ernesto non ha vita facile: sindacalista in un mondo dove le cose stanno cambiando velocemente, con una bimba piccola da accudire e nessun aiuto.

Decide quindi di risposarsi con Vally, donna algida e anaffettiva, che vede la piccola Loretta solo come una bocca da sfamare.

Le cose non cambieranno nemmeno con l'arrivo del piccolo Bruno: la Vally resterà sempre una donna gretta e meschina.

Nonostante tutto, Loretta cresce bella e buona, un po' come le protagoniste della Walt Disney, anche se prova un grande senso di vuoto dentro di sé.

Solare, allegra, gentile e generosa non ha difficoltà a farsi ben volere. E di lei, ancora ragazzina, si innamora perdutamente il piccolo Alvaro.

Passano gli anni, il padre di Loretta muore e sullo sfondo della politica italiana degli anni Trenta, con la proclamazione delle leggi razziali, Alvaro e Loretta iniziano a frequentarsi.

La vita si fa sempre più dura, il futuro incerto: lo spettro della guerra incombe minaccioso sugli abitanti di Sesto Fiorentino.

Nonostante questo, i due giovani, osteggiati dalla madre e dalla sorella del ragazzo, si sposano durante una licenza militare di Alvaro, mandato in guerra a combattere come tanti altri ragazzi.

La Loretta viene lasciata sola a pochi giorni dal matrimonio, in casa con due donne che la detestano, cascata proprio dalla padella alla brace.

E' giovane, piena di vitalità e di speranze, vorrebbe solo vivere con spensieratezza e serenità e l'assenza dell'amato la strazia.

Quegli anni sono durissimi: il cibo comincia a scarseggiare, i morti sono sempre più frequenti, i fascisti si fanno sempre più agguerriti, i partigiani sempre più audaci ed i tedeschi hanno occupato l'Italia.

Nel 1943 Loretta è costretta ad andare a lavorare proprio per gli usurpatori.

Fa la cameriera in una villa occupata e proprio qui, a causa di un banalissimo incidente, la sua vita cambierà per sempre.

Nel giro di pochi mesi la ragazza si innamora perdutamente di Heinrich, un ufficiale tedesco.

Heinrich è così simile ad Alvaro, così simile a tutti i ragazzi della loro età che Loretta conosce: costretti dalla Patria, in nome di ideali più o meno condivisi, ad andare a combattere. Eppure è così diverso.

E' tedesco. E' il nemico, il male, è già brutto pensare di frequentarlo, figuriamoci poi innamorarsene.

Heinrich è fondamentalmente una brava persona, costretta dalle circostanze a comportarsi da soldato. Il che, in parole povere, significa ubbidire agli ordini dei suoi superiori.

Anche quando deve combattere contro i partigiani, terrorizzare i compaesani di Loretta o fucilare addirittura gli amici della ragazza.

E nonostante questo lei lo ama, contraccambiata, di un amore appassionato e profondo, un sentimento talmente potente che non esita a tradire Alvaro.

Il destino ha voluto che lui nascesse in Germania e lei in Italia, che si incontrassero in circostanze tragiche e brutali.

Eppure il loro sentimento è puro e sincero: vogliono solo avere la possibilità di amarsi e vivere assieme.

Loretta rimane incinta e, quando il fatto diviene di dominio pubblico, viene cacciata dalla madre del marito tra il biasimo e l'odio dei vicini.

La stessa gente che la amava ora la disprezza: è una traditrice, una peccatrice e merita di morire.

Invano il povero Heinrich la cerca, per poter fuggire con lei. Il suo contingente comincia la ritirata oltre la linea gotica e di lui non ci è dato sapere più nulla.

La povera Loretta è stata accolta dai vecchi zii, che la curano come se fosse una loro figlia. La guerra sta per finire, Alvaro è tornato.

Si incontra con la moglie, parlano, le perdona tutto: non preoccuparti, le dice, riconoscerò il bambino ma poi le nostre strade si divideranno, ma tu rimarrai per sempre l'amore della mia vita.

Benché addolorata, piena di vergogna, Loretta accetta: il  dodici ottobre 1944 nasce il piccolo Alberto. Accanto a lei, come promesso, il fedele Alvaro, pronto a riconoscere il piccolo.

Loretta, a malincuore, è costretta ad abbandonare il suo bambino. Alvaro le ha spiegato a cosa potrebbe andare incontro se lo tenesse: la gente del luogo sa bene che lei è stata l'amante di un tedesco e per questo potrebbe essere addirittura uccisa.

La giovane mamma lascia a malincuore il piccolo alle cure delle suore: è assurdo che il frutto del suo amore, tanto desiderato, debba essere abbandonato.

Loretta infatti non lo può accettare e giorni dopo torna a cercarlo.

Ma è troppo tardi: il neonato è morto a causa di una banale infezione all'ombelico.

Loretta, distrutta da questo duro colpo del destino, appassisce pian piano.

Ma il fato è sempre in agguato e mette Nedo sulla strada della Loretta.

La vita può andare avanti: a lei la decisione di darsi un'altra possibilità, perché, una volta detto sì, "tutto il resto vien da sé".

"Tutto il resto vien da sé" di Antonella Zucchini: perché vale la pena leggerlo

Antonella Zucchini è al sue secondo romanzo. Dopo "Fiore di cappero", apparso nel panorama letterario italiano nel 2013, la Zucchini torna tre anni dopo con "Tutto il resto vien da sé".

Se avevo apprezzato il primo, ho amato davvero il secondo.

All'inizio non ero riuscita ad immedesimarmi: la scelta di un protagonista maschile, per di più un clergyman, è molto distante dalla mia dimensione.

Spronata però da alcune amiche, ho proseguito nella lettura finché è accaduta la magia, quella che succede quando ti trovi davanti ad un racconto intenso: sono entrata nella storia e non ne sono più uscita.

"Tutto il resto vien da sé" è un romanzo che ha una trama centrale su cui si innestano altre storie complementari.

Queste micro-storie arricchiscono di particolari la storia principale, rendendola più comprensibile e credibile.

La Zucchini ha fatto un buon lavoro a monte: i fatti storici dell'Italia dagli anni Venti in poi non sono mere date disseminate qua e là, ma sono i perni centrali su cui viene montata tutta la vicenda.

L'uso del concetto di verosimiglianza è simile a quello di Carla Maria Russo, in "Lola nascerà a diciott'anni". 

Diversi senza dubbio i due personaggi femminili, eppure molto simili per la forza di carattere con cui affrontano le conseguenze delle loro decisioni.

La Loretta

la poteva dire di essere stata violentata, purtroppo l'è successo a tante, ma lei no, nossignore! L'ha detto la verità perché dell'ufficiale tedesco lei l'era innamorata davvero".

E poi tutto il resto è scaturito di conseguenza.

Maledetto il destino che l'ha spinta fra le braccia di Heinrich, verrebbe da dire.

Accanto alla figura centrale della madre, la Zucchini fa salire sul palcoscenico tanti altri personaggi, descritti con grande forza narrativa.

Quelli che ho avuto modo di apprezzare di più sono l'Uccellaia, misteriosa, acuta, indomita e fragile allo stesso tempo e la Piccolomini, gretta, vile e votata per scelta all'ideologia fascista.

In questo spaccato della società dell'epoca, c'è chi sceglie di adattarsi alle circostanze per non soccombere, per una questione di comodo, per trarne vantaggio e c'è chi invece si lascia guidare del cuore e sceglie, a modo proprio, di combattere.

Come ho scritto all'inizio, in "Tutto il resto vien da sé" è tutta una questione di scelte.

Alla fine Carlo, anzi, don Carlo, sceglie di perdonare la madre:

In una manciata di mesi è successo di tutto: mia madre se n'è andata, ho scoperto chi era, l'ho odiata per poi arrendermi e amarla ancora di più.

Come uomo di chiesa, all'inizio era forse logico che subissi la deformazione professionale di giudicarla come un'adultera, una peccatrice, ma alla fine la risposta è venuta fuori da sé, non si può condannare chi ha amato, anche se quell'amore è stato considerato peccato. L'amore annulla la colpa e rende innocenti.

Loretta ha amato tanto ed è stata immensamente ricambiata dai tre uomini della sua vita: Alvaro, Heinrich e infine il babbo"

Io invece scelgo di assegnare un premio speciale ad Alvarocome vincitore morale di tutta la vicenda.

Una vita passata ad amare Loretta, solo per finire cornuto e mazziato, come si suol dire.

Ma non ha mai rinnegato la scelta fatta di amare, riconoscendo addirittura il figlio di un altro e decidendo di farsi da parte, anche se il divorzio ancora non c'era in Italia, per permettere alla donna amata di ricostruirsi una vita.

Provate a leggere i primi capitoli di quest'appassionante vicenda: sono sicura che poi tutto il resto verrà da sé e non desidererete altro che scoprire la verità e di arrivare alla fine.

Come sempre, un doveroso ringraziamento a Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro