Si avvicina il Natale, con le sue magiche atmosfere, i regali, i dolcetti, i cine-panettone e i film d'animazione, come "Lo schiaccianoci e i quattro regni".

Il balletto è il tema del romanzo "Arabesque" di Alessia Gazzola, di cui vi parlo in questo venerdì del libro.

Di quest'autrice ho letto tutti i romanzi precedenti e attendo con ansia l'arrivo di domenica 18 novembre per incontrarla di persona a Milano, in occasione del MilanoBookCity, assieme ad altri scrittori che seguo, come Carla Maria Russo, Matteo Strukul, Licia Triosi e Sara Rattaro.

Arabesque di Alessia Gazzola: trama

Ritorna la nostra amata eroina Alice che, rispetto al romanzo precedente, è davvero cresciuta molto.

Innanzi tutto non è più una specializzanda, ma è diventata una Specialista in Medicina Legale, il che significa svolgere la mansione per cui ha tanto studiato ed essere retribuita.

Lo stipendio è comunque misero e Alice si ritrova a condividere l'appartamento con il fratello che è stato lasciato dalla moglie.

Dal punto di vista sentimentale non va meglio neppure per Alice: ha dovuto chiudere con il passato e riconoscere di essere innamorata di Claudio Conforti.

Non che questo le possa essere d'aiuto: l'affascinante dottore sembra sempre essere sfuggente e misterioso.

L'intreccio sentimentale fa da sfondo alle nuove avventure della nostra Alice che si trova ad occuparsi di un caso all'apparenza semplice: la morte di un'ex ballerina.

In realtà la morte naturale camuffa un omicidio ben orchestrato che affonda le radici in un caso del passato.

Alice, con la sua proverbiale testardaggine, decide di portare avanti l'indagine con l'inseparabile Calligaris, anche lui promosso di grado.

Questo però avrà delle serie ripercussioni su tutta la sua vita, sia sentimentale che lavorativa.

Ma Alice dimostra di essere maturata e non cede a compromessi con se stessa: segue la sua etica e giunge all'amara conclusione.

Arabesque di Alessia Gazzola: recensione

Con questo romanzo, che è il settimo dedicato all'allieva Alice Allevi, la Gazzola dimostra di essere cresciuta e sbocciata come scrittrice.

Se il volume precedente non mi aveva entusiasmato, questo invece ha battuto ogni mia aspettativa.

La trama è coinvolgente ed intricata, ma Alice è finalmente in grado di fronteggiare la situazione.

Una protagonista più pacata, più realista e se vogliamo anche più cinica, anche se non perde mai i tipici tratti che la contraddistinguono, come la sua proverbiale goffaggine e la sua sventatezza.

Tutto sommato ci troviamo di fronte ad un personaggio femminile ben calibrato, in grado di stupirci ancora, che è diventato più consapevole di sé e in grado di capire con fermezza quello che vuole.

Sembra che il nuovo leitmotiv, in "Arabesque", sia la fine di ogni compromesso: niente scuse, niente scorciatoie, niente mezze misure.

Anche Claudio si trova a fare i conti con un'allieva che ormai ha superato il maestro e questo se da una parte lo indispettisce dall'altro lo riempie d'orgoglio.

Claudio a differenza di Alice non sembra aver fatto molti progressi: è sempre arroccato sulle sue posizioni, sul "o si fa a modo mio o niente".

Se proprio proprio vogliamo trovare un difetto a questo romanzo è la figura di Calligaris che viene lasciata molto nell'ombra, declassato quasi a poco più di una comparsa.

La vicenda intriga, il modo in cui è scritta, con ironia e leggerezza, invoglia alla lettura.

E per chi prendesse in mano "Arabesque" chiedendosi quanto dovrà aspettare per la prossima avventura, non si spaventi: Alessia Gazzola presenta il seguito proprio al BookCity!

Ovviamente poi vi aggiornerò, sarò i vostri occhi e le vostre orecchie.

Un grande grazie a Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro.

Quali sono invece i vostri consigli di lettura?

SCHEDA TECNICA

Titolo: Arabesque

Autore: Alessia Gazzola

Editore: Longanesi

Anno di pubblicazione: novembre 2017

Pagine: 347

 

 

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Mi sono innamorata, è inutile negarlo.

Ho preso un'infatuazione straordinaria, come non mi capitava da tempo immemorabile, per lui, Matteo Strukul.

Non so come abbia potuto non conoscerlo prima, ma ormai il danno è fatto.

In occasione del Milano Book City del prossimo fine settimana (aiuto, manca così poco!), le mie amiche di lettura mi hanno vivamente consigliato di leggere qualcosa di questo autore italiano.

Mi sono approcciata ai suoi romanzi con una certa ritrosia, subito scacciata dalle prime righe del romanzo "La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore".

Oggi quindi in occasione del venerdì del libro il mio post è dedicato a questo libro.

"La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore" di Matteo Strukul: brevi cenni alla trama

Strukul ci fa viaggiare indietro nel tempo, nel 1888, nella sua città natale, Padova.

Flagellata dalla pellagra, sullo sfondo della rivolta di classe, Padova ci accoglie con i suoi lussuosi palazzi e i suoi vicoli malfamati.

Fin dalle prime righe siamo immersi in un'atmosfera cupa, in pieno stile vittoriano.

Se non fosse specificato a chiare lettere che ci troviamo nella città del Santo, sembrerebbe di essere in una fumosa Londra o in una città di ambientazione dickensiana.

Padova è una città multipla, variegata e stratificata.

C'è la Padova dei ricchi, con i suoi palazzi sfolgoranti, le sue feste, i suoi personaggi nobili e istruiti.

Ma c'è anche la Padova delle zone che si stanno affermando economicamente, cioè quelle più vicine alla stazione ferroviaria, dove sorgono i quartieri popolari.

Ed infine c'è la Padova delle aree rurali e delle aree dimenticate, come quelle vicino al porto, dove la povertà, la malattia e il degrado sono una presenza palpabile  e tangibile.

Ed è proprio qui, nella zona del Portello, che viene ritrovato il corpo straziato di una giovane prostituta.

Lo scempio che si presenta agli occhi dell'ispettore di polizia Roberto Pastrello è tale da indurlo a chiedere l'aiuto immediato di due personaggi eclettici: il giornalista Giorgio Fanton, a cui Strukul affida il ruolo di voce narrante, e Alexander Weisz, geniale alienista.

Il trio di investigatori, composto da personalità antitetiche e complementari, si calerà in un indagine che nulla ha di scontato o di banale.

L'angelo sterminatore continua a mietere altre vittime, la città cade preda del terrore, non sembra esserci nessun indizio finché Alexander non scopre cosa accomuna le ragazze così brutalmente assassinate...

E' un crescendo di suspense, una guerra contro il tempo che ci condurrà verso un finale inaspettato.

"La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore" di Matteo Strukul: recensione

Mi spiace aver terminato la lettura di questo romanzo, anche perché dalla seconda parte del titolo pensavo che poi ci fossero altri volumi dedicati alle avventure dei nostri tre personaggi.

Invece, almeno per ora (Matteo se mai leggerai questo post prendi in considerazione l'idea) ci si saluta all'ultima pagina.

Alexander, Roberto e Giorgio mi mancheranno moltissimo.

Strukul ha un potere narrativo formidabile: le sue creature prendono vita, sono così reali che trovarsi a condividere ad alta voce le idee del caso con loro, man mano che si prosegue nella lettura, è così...naturale.

Weisz è il genio folle, anticonformista, con una sviluppata dipendenza dal laudano, pronto a difendere ad oltranza l'onore di qualsiasi damigella.

Del resto la tragica perdita della madre lo ha segnato irrimediabilmente.

Affascinante e inarrivabile, il sogno proibito di ogni fanciulla con la sindrome da crocerossina.

Fanton è invece l'opposto: intelligente, curioso, allegro e con quel filo di depravazione e sprezzo del pericolo che ogni donna troverebbe irresistibile.

L'uomo che ognuna di noi proverebbe a convertire per ritrovarsi poi con un pugno di mosche in mano.

Roberto, d'altro canto, è il più pacato e conformista del trio: saldo, affidabile e tutto d'un pezzo, con lui è impossibile non sentirsi al sicuro.

L'uomo che si finisce inevitabilmente per sposare.

L'angelo sterminatore, il killer spietato e disturbato, lo spauracchio dell'intera popolazione femminile, il mostro celato dietro la maschera dell'angelo.

Con degli uomini del genere, Strukul non poteva non mettere in campo una donna altrettanto formidabile: Erendira, bella da togliere il fiato, riccia criniera color della notte e profondi occhi blu che intrappolano l'anima.

La seduzione fatta persona, ammaliatrice, dolce e aggressiva, misteriosa, a portata di mano eppure così inafferrabile.

E nonostante questo, grazie al potere della penna, piacevole e simpatica anche per il pubblico femminile.

La potenza narrativa di Strukul non si vede solo nella creazione della galleria di personaggi, ma anche nelle descrizioni della città.

Una volta il mio compagno ha detto che, senza l'atmosfera giusta, anche la città più bella del mondo risulterebbe brutta e insignificante.

Strukul ci propone una Padova vittoriana a 360 gradi: non ce la descrive solo per gli occhi, ma ci fa sentire i rumori, gli odori, i sentimenti.

Crea un'esperienza di virtual reality talmente forte che quando si chiude il libro si rimane per un attimo spaesati nel tornare al presente.

Ma Matteo non è solo un magistrale illusionista, è anche uno studioso colto e raffinato.

Ogni riga che scrive trasuda informazioni e competenze.

Il lavorio storico è stato meticoloso: l'autore si è infilato come un tarlo nei fatti dell'epoca, scartabellando per andare ben oltre quello che le date potevano raccontare.

In questo mi ha ricordato molto un'altra scrittrice italiana, Carla Maria Russo, sempre così attenta e puntigliosa, volta a ricreare quel concetto di verosimiglianza a lei tanto caro.

Strukul lavora molto anche sulla scelta dei termini, così che il suo romanzo può di fatto entrare a far parte del filone vittoriano: la narrazione è erudita senza essere pesante e incomprensibile, raffinata senza inutili orpelli e cruda senza risultare esageratamente splatter.

A chi avesse dei dubbi sull'originalità della trama, posso dire questo: fate attenzione a cogliere la differenza tra una bieca copiatura e un indiscutibile omaggio ai grandi autori dell'epoca.

Senza dubbio "La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore" richiama la celebre figura di Sherlock Holmes, così come è innegabile l'accostamento ad August Dupin.

Il personaggio dell'angelo sterminatore è chiaramente un tributo a Jack lo Squartatore ma, allo stesso tempo, rappresenta l'alter ego di Weisz.

Entrambi hanno alle spalle delle esperienze traumatiche ma la differenza è data da come hanno scelto di convivere con esse.

Per questo mi azzardo a dire che il binomio Weisz-angelo sterminatore rimanda a Dottor Jekyll e Mister Hyde.

La complessità del romanzo però non si limita a questo.

L'autore ci porta alla scoperta dei sistemi di investigazione dell'epoca, esponendo le diverse teorie di criminologia, toccando argomenti come la medicina, la psicologia e la sociologia.

Allo stesso tempo, riprende quel tratto di mistero e misticismo, di saggezza popolare e di magia così ben rappresentato dai gitani e da Erendira, la "strega" per eccellenza.

Ed Erendira, già solo nel suo nome, porta con sé l'importanza della sua figura per la narrazione stessa.

"La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore" di Matteo Strukul: conclusione

Poche volte negli ultimi anni un libro mi ha conquistato totalmente come questo romanzo.

Sono rimasta irretita dalla magia delle parole fin dalle prime pagine:

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Con una premessa così, come potevo non proseguire nella lettura?

Dire che mi è piaciuto è riduttivo, l'ho amato follemente.

Ora mi sono buttata nella lettura de "I cavalieri del Nord", un altro dei suoi romanzi.

Chi di voi conosce questo autore?

Ma soprattutto, cosa state leggendo in questi giorni?

Un grazie a Paola di "Homemademama" per aver creato il venerdì del libro.

SCHEDA TECNICA

Titolo: La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'angelo sterminatore

Autore: Matteo Strukul

Editore: Mondatori

Anno di pubblicazione: 2014

Pagine: 284

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L'Acquario di Genova ha sempre rappresentato per me un luogo d'incanto e di magia.

La prima volta che ci sono stata avevo tredici anni. Genova era la meta della gita di due giorni che doveva concludere gli anni della scuola dell'obbligo.

Tra i vari luoghi da visitare mezza giornata era stata dedicata all'Acquario.

Le creature marine mi hanno talmente affascinata da utilizzare il tema dell'Acquario come tema libero per l'esame di terza media.

Alcuni anni dopo sono riuscita a convincere i miei genitori a tornarci. Inutile dire che l'atmosfera di Genova ma soprattutto dell'Acquario ha fatto presa anche su di loro.

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In seguito, durante gli anni dell'università, sono riuscita ad andarci con alcuni amici e ho scoperto che, nonostante il tempo passasse, la magia di questo luogo su di me era sempre molto forte.

E' stata quindi una lieta sorpresa riuscire a tornarci di nuovo ma questa volta in veste di mamma.

Non trascuriamo il fatto che anche CF è sempre stato un appassionato di acquari e che ne abbiamo avuti un paio in questi ultimi anni.

Acquario di Genova: cosa vedere

L'Acquario di Genova, con i suoi 27.000 metri quadrati di esposizione, è il più grande acquario d'Europa.

Al suo interno è possibile vedere circa 12.000 specie animali e 200 specie vegetali.

Teoricamente è possibile visitarlo nella sua interezza in circa due ore e mezzo. Dico teoricamente perché ognuno ha tempi diversi per osservare le cose.

Io sono da sempre una grande sostenitrice del rispetto dei tempi dei bambini, il che significa concedere loro tutti i minuti necessari per rapportarsi con quello che stanno osservando e vivendo in quel preciso momento.

Questo, tradotto in parole più semplici, vuol dire che la nostra visita è durata circa il doppio del tempo.

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La "Grotta delle murene"

Pesci, mammiferi marini, uccelli, rettili, anfibi attendono i visitatori all'interno di 70 vasche che riproducono gli ambienti originari delle singole specie.

Come se questo non bastasse, ci sono quattro enormi vasche a disposizione di lamantini, squali, pinguini e foche che permettono di osservare questi animali da due diverse prospettive.

Ma l'esperienza più spettacolare è data dalla vasca dei delfini, nel "Padiglione dei Cetacei".

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Il "Padiglione dei Cetacei", progettato dall'architetto Renzo Piano, è l'ultima parte aggiunta all'acquario, nel 2013.

Collocata tra la Nave Italia e il corpo originale dell'Acquario è alta in totale 23 metri ( per capirci, come un palazzo di sette piani!) quasi totalmente immersi in acqua e ospita quattro vasche.

Qui i visitatori possono osservare i delfini dall'alto, dal centro e perfino dal basso, grazie ad un tunnel di 15 metri posto al di sotto della vasca.

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Uno dei simpatici delfini

Avete presente cosa vuol dire questo per un bambino (e non solo)?

In più, ad alcuni orari prestabiliti è possibile assistere al pasto dei delfini in compagnia di un addestratore che soddisferà ogni nostra più piccola curiosità.

Anche la sezione dedicata ai pinguini, "Il Mondo dei Ghiacci", rappresenta una grande attrattiva per i più piccoli: osservare i simpatici pinguini dall'alto e dal basso mentre sfrecciano nell'acqua a pochi centimetri dal loro naso non ha prezzo!

Non possiamo poi tralasciare le foche, così tozze a terra e così aggraziate in acqua.

La "Baia degli Squali" riesce ad esercitare un morboso fascino anche sugli adulti: quando si sta a tu per tu con uno squalo, anche se non è il terribile squalo bianco, è impossibile rimanere indifferenti.

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Vasca degli squali

Attraverso altre sezioni, come quella con le vasche dedicate alla vita marina del Molo Antico o quelle dedicate all'Amazzonia, con i famelici Piranha, si giunge ad una zona particolare, "Il padiglione delle Biodiversità".

Questa parte rappresenta la prima aggiunta fatta alla struttura originaria, nel 1998.

La particolarità è data dal fatto che per farlo è stato utilizzato lo scafo di una vecchia nave, la "Nave Italia".

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La bella tartaruga...

Qui non ci sono solo specie marine, ma anche animali di foreste pluviali o di acqua dolce, come tartarughe, serpenti, iguane, anfibi.

 

Il "Padiglione delle Biodiversità" offre un'esperienza unica: le vasche dedicate alle esperienze tattili, dove è possibile affondare le mani per toccare diverse specie di razze e le gallinelle.

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Un' altra sezione magica è quella che ospita le meduse, che fluttuano ipnotiche e luminose nell'acqua del mare.

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Io le trovo ipnotiche

Riguardo all'acqua del mare, sapete una curiosità? L'acqua dell'Acquario è prelevata al largo della costa con una pompa particolare.

Viene stipata in quattro cisterne situate a lato dei due piani. In seguito, è analizzata e depurata ed infine viene immessa nelle vasche, tutte fornite di impianti di filtrazione meccanici e biologici che  garantiscono ad ogni ambiente una temperatura, un pH e una salinità adeguate.

Come l'ho scoperto? Attraverso la visita guidata chiamata "Dietro le quinte": in un'ora e mezza un esperto vi svelerà i retroscena dell'Acquario di Genova, portandovi anche a visitare zone particolari non accessibili al resto dei visitatori.

Questa è solo una delle esperienze che l'Acquario organizza per i visitatori.

Ma il percorso, che si snoda attraverso corridoi illuminati solo dalla luce delle vasche, non finisce qui.

All'interno dell'Acquario si trova una piccola sezione dedicata a farfalle e uccelli.

Per un caso fortuito, abbiamo assistito in diretta all'uscita di una farfalla dal bozzolo: davvero incredibile a dir poco!

Le esperienze ludico-educative dell'Acquario di Genova

L'Acquario di Genova torna a stupire con "La sala degli Abissi": una sala che offre un'incredibile esperienza di realtà virtuale e allo stesso tempo permette di "incontrare" gli animali degli abissi.

La sala, tutta al buio, è arredata con otto comodo poltrone collegate ad altrettanti visori di ultima generazione. Indossandoli, come in un film di fantascienza, ci si cala metro dopo metro nelle profondità degli abissi marini.

L'esperienza è a pagamento e non è adatta a bambini di età inferiore ai 5 anni.

Gratuita invece è l'esperienza ludico-educativa offerta dal "Fish making", che permette di creare un pesce di fantasia.

Ci sono ben nove postazioni di gioco dotate di console e schermo touch dove è possibile assemblare le varie parti del corpo di un pesce scegliendo tra più opzioni  (livrea, bocca e pinne).

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Fishmaking...

Infine, una volta creato il pesce, si rilascia la nostra creatura  “introducendola” in una vasca virtuale.

Si scopre così se l’ambiente scelto per il rilascio tra i vari proposti  è coerente con le caratteristiche morfologiche del nostro pesce.

Acquario di Genova: perché vale la pena visitarlo

Concludendo, quindi, l'Acquario di Genova è una meta che merita davvero di essere visitata con i bambini, specialmente nel periodo invernale.

Durante la brutta stagione infatti capita spesso di non sapere dove andare con i bambini, specialmente quelli che hanno come i miei dai tre a sei anni.

I musei, tranne qualche caso particolare, sono inadeguati per questa fascia d'età.

Se fuori piove, visitare giardini botanici o parchi di divertimenti è escluso.

Perché allora non fare un salto a Genova e perdersi nel meraviglioso mondo del mare?

Inoltre, l'acquario ospita anche diverse specie a rischio o in via di estinzione: quale esperienza migliore per cominciare ad educare i bambini spiegando loro il rispetto per l'ambiente che ci circonda, a partire proprio dal mare?

Ringrazio la Costa Edutainment Experience che mi ha permesso di rivivere l'esperienza dell'Acquario con gli occhi di mamma: vedere lo stupore e la meraviglia dei miei figli mentre guardano squali, delfini e gli altri animali è stato un regalo stupendo.

Per tutte le informazioni inerenti agli orari di visita, ai prezzi del biglietto e a come raggiungere l'acquario vi rimando al sito ufficiale.

PS: se volete vedere tutte le foto dell'acquario di Genova, seguitemi su Instagram!

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Questa settimana è stata molto intensa per me.

I disagi del maltempo che ha flagellato la mia zona, le scuole chiuse, il lavoro, halloween...

Insomma, avevo decisamente voglia di svago e leggerezza.

E, puntuale come sempre, il destino mi ha messo tra le mani "La lettrice che partì inseguendo un lieto fine" di Katarina Bivald.

Questo è il libro che vi propongo per il consueto appuntamento del venerdì del libro, scritto da un'autrice svedese, neanche a farlo apposta.

La lettrice che partì inseguendo un lieto dine di Katarina Bivald: trama

Sara è una ragazza timida ed introversa che ha fatto della sua passione per i libri un lavoro.

La giovane fa la commessa presso una libreria e i rapporti con i clienti sono l'unica occasione che ha per socializzare con persone in carne ed ossa.

Il suo carattere troppo introverso infatti la blocca in qualsiasi rapporto sociale, perfino con quello relativo alla sua famiglia che da sempre la considera strana e senza ambizione.

Gli unici amici di Sara sembrano essere i personaggi dei libri che legge instancabilmente, le uniche esperienze che vive sono quelle descritte nelle pagine stampate.

Un bel giorno le cose cambiano: Sara conosce virtualmente Mary su un sito di scambio di libri.

Inizia quindi un intenso rapporto epistolare che porta la timida Sara a fare una pazzia: approfittando della chiusura definitiva della libreria per cui lavora, la ragazza decide per la prima volta in vita sua di lasciare la città natale in Svezia per passare due mesi ospite di Mary, nel paese di Broken Wheel, in Iowa.

Sbarcata là, però, l'ingenua Sara si accorge che le cose non sono proprio come aveva immaginato: Broken Wheel è un paese sull'orlo dell'abbandono, fatiscente e senza speranze.

La stessa Mary le riserva una sorpresa inaspettata: è deceduta pochi giorni prima dell'arrivo della sua ospite.

Cosa può fare quindi una ragazza svedese in una sperduta cittadina americana?

Toccherà agli abitanti di Broken Wheel prendersi cura della loro unica turista e renderle quel soggiorno indimenticabile.

La lettrice che partì inseguendo un lieto dine di Katarina Bivald: recensione

Katrina Bivald con questo romanzo mi ha offerto proprio quello che cercavo: attimi di pura evasione.

Il suo libro però non è di quelli che butti nel dimenticatoio, ma ha qualcosa di affascinante e di coinvolgente.

Il punto di forza sono i personaggi: Mary, che conosciamo solo attraverso le lettere e i racconti degli altri abitanti, Tom il nipote a cui era molto legata, Andy e Carl, coppia omosessuale che gestisce un pub,  John, l'unico abitante di colore della città, Grace con la sua tavola calda, Caroline la moralista del paese...

Ognuno di loro è così ben caratterizzato da rendere impossibile non affezionarsi!

L'empatia che si viene a creare pagina dopo pagina rende la trama credibile e divertente, anche se la storia è in larga misura già sentita.

L'autrice inoltre, grazie ai numerosi riferimenti e citazioni a libri passati e attuali, offre molti spunti per letture future.

Molto carina anche l'idea dell'ambientazione: una piccola cittadina di una delle nazioni meno affascinanti degli Stati Uniti anziché una delle grandi metropoli trite e ritrite.

Un contesto rurale anziché metropolitano, dove tutti conoscono tutti e nessuno ha segreti per nessuno.

Nel complesso, quindi, "La lettrice che partì inseguendo un lieto fine" è un romanzo scorrevole, che tocca tematiche quali la solitudine e i rapporti sociali nelle città, con assoluta leggerezza e disinvoltura.

Ho apprezzato anche come Katarina abbia deciso di snodare la vicenda: i capitoli sono un'alternanza tra i racconti in tempo reale delle vicende e le lettere scambiate tra Sara e Mary.

"La lettrice che partì inseguendo un lieto fine" è la lettura ideale se si cerca qualcosa di fresco ma ben confezionato, con qualche tratto di originalità innestato su una vicenda in cui il lieto fine è, appunto, scontato.

SCHEDA TECNICA

Titolo: La lettrice che parti inseguendo un lieto fine

Autore: Katarina Bivald

Casa editrice: Sperling & Kupfer

Traduzione diMargherita Podestà Haei e Roberta Nerito

Data di pubblicazione: anno 2014

pagine: 208

Voi cosa state leggendo in questo periodo?

Cosa mi consigliate?

Come sempre, un grande ringraziamento va a Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro.

 

Lettrici e lettori buongiorno.

Per questo venerdì del libro ripesco un romanzo del 2016, intitolato "Il delitto della via Accattapane" di Margherita Capitò.

Questa volta ad intrigarmi non è stato il titolo del libro e nemmeno la sua copertina, ma la biografia dell'autrice.

Margherita nasce a Lisbona da padre siciliano e madre francese, ed è molto legata al nostro Bel Paese, come dimostra l'ambientazione del suo romanzo.

Il delitto della via Accattapane di Margherita Capitò: trama

Protagonista del romanzo è il commissario Sonia Castelbarco che dal Nord viene trasferita in Toscana, precisamente nella ridente località turistica di Donoratico.

La giovane Sonia, come ogni eroina delle favole della Walt Disney, è buona, bella e brava.

Adora mangiare da sola al ristorante, le piace fare lunghe nuotate solitarie ma ama anche la compagnia dei colleghi soprattutto dell'ispettore Giampiccolo.

Sonia si trova a dover risolvere un mistero: nella tranquilla cittadina viene ritrovata un'auto incendiata con un corpo carbonizzato.

Le indagini, che coinvolgono persone molto in vista anche nella sfera politica, si riveleranno molto complicate: si parla addirittura di un intrigo internazionale, ma non vi svelo di più.

Il delitto della via Accattapane di Margherita Capitò: recensione

"Il delitto della via Accattapane" è un romanzo d'esordio di una scrittrice che, benché per metà di origini italiane, dell'Italia non sa tutto.

Ci tengo a specificare questo perché nel testo si trovano alcune imprecisioni linguistiche che potrebbero fare arricciare il naso ad un lettore di gialli esperto, ad esempio l'uso intercambiabile  di "ispettore" e "commissario", termini che indicano in realtà due ruoli differenti.

Un ulteriore difficoltà è legata all'uso indiscriminato di nomi o cognomi per designare i vari personaggi, per cui nella parte iniziale del romanzo mi sono sentita spiazzata: chi era stato presentato con il nome dopo due paragrafi veniva invece designato con il cognome.

Se si vuole fare questo, allora è meglio mettere all'inizio un elenco dei personaggi per non creare confusione durante la lettura.

Apprezzabile l'idea di caratterizzare ogni personaggio legandolo alla sua provenienza, per cui troviamo il simpatico Pasquale Ciriello che dialoga in napoletano.

Purtroppo però questa è l'unica caratterizzazione di cui ci degna l'autrice: i suoi personaggi, compresa la protagonista, sono in realtà così stereotipati da risultare solo delle banali macchiette.

Niente introspezione psicologica, niente riflessioni profonde, niente scheletri nell'armadio.

A risentirne è anche la trama, che pare essere fuggita dalle mani della scrittrice.

La vicenda prende una direzione e, quasi inspiegabilmente, ci si ritrova alcuni capitoli dopo su un nuovo binario.

I pochi colpi di scena sono in realtà abbastanza prevedibili così come le reazioni dei personaggi.

Credo che Margherita Capitò abbia messo troppa carne al fuoco per un primo romanzo.

Ci sono notevoli spazi di miglioramento, anche perché comunque l'autrice ha uno stile fresco e scorrevole, senza inutili orpelli che appesantirebbero la lettura.

Per me l'errore principale è la scelta di una protagonista così perfetta da sembrare quasi irreale che, se non controbilanciata da un oscuro passato o da qualche vizio nascosto rischia di suscitare l'antipatia dei lettori.

Siamo ben lontani per esempio da protagoniste femminili come la schietta Petra Delicadoo la simpatica Alice, per dire.

In conclusione "Il delitto della via Accattapane" è un romanzetto da leggere in poche ore, magari durante un viaggio in treno o nella sala d'aspetto di un ambulatorio.

Come ogni venerdì, ringrazio Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro.

SCHEDA TECNICA

Titolo: Il delitto della via Accattapane

Autore: Margherita Capitò

Casa editrice: Giunti

Data di pubblicazione: anno 2016

pagine: 184

Voi cosa state leggendo in questo periodo?

Cosa mi consigliate?

Robin Sloan è un autore di cui ho spesso sentito parlare.

Non mi ero mai cimentata con la lettura di uno dei suoi romanzi così, quando ho visto "Il magico pane dei fratelli Mazg" in bella mostra sullo scaffale della biblioteca mi sono detta "Perché no?".

L'ho portato a casa e ho cominciato a leggerlo. Nel giro di un paio di giorni l'avevo terminato.

Ecco perché per il venerdì del libro ho deciso di presentarvelo.

Il magico pane dei fratelli Mazg: trama

Il romanzo si apre con la protagonista, Lois Clary, ingegnere informatico presso un'azienda che si occupa di progettare tecnologie all'avanguardia a San Francisco.

Lois ci viene descritta come una ragazza molto capace, ambiziosa e stakanovista che lavora in un ambiente altamente competitivo.

Il lavoro per i dipendenti della General Dexterity è talmente importante da oscurare qualsiasi altra sfera sociale e arriva addirittura a ridurre i piaceri della vita, come per esempio il cibo, a mere necessità di sopravvivenza.

Alla General Dexterity per risparmiare tempo ha preso il via la nuova moda di nutrirsi con lo Slurry, un concentrato di proteine.

Ogni giorno la giovane Lois arriva a casa stremata e utilizza le poche forze che le rimangono per ordinare un pasto con consegna a domicilio.

Una sera Lois decide di ordinare la zuppa piccante con pane fatto in casa dai fratelli Mazg, che hanno una piccola tavola calda sotto casa sua.

Questo segna il punto di svolta della vita della giovane. I piatti che le vengono recapitati sono talmente buoni da far accendere nel suo cervello una piccola area destinata al piacere che prima era sopita.

Pian piano tra i fratelli Mazg e Lois si instaura una sorta di rapporto di stima reciproca.

Ma un brutto giorno i fratelli sono costretti a chiudere l'attività e a emigrare in Europa.

Lasciano alla loro cliente numero uno parte del segreto della loro cucina: la pasta madre con cui cucinano il loro delizioso pane.

Lois deve nutrirla ogni giorno ed utilizzarla per fare il pane.

La ragazza è combattuta: la curiosità è tanta ma il tempo è poco.

Nonostante questo, Lois inizia la sua carriera di panettiera: il suo pane è talmente buono che in poche settimane riesce a farsi un nome e accetta il suggerimento di provare ad ottenere il permesso di venderlo all'esclusivo mercato del Ferry Building.

Questo mercato non è come tutti gli altri: è un mercato futurista, che applica le nuove ricerche tecnologiche al campo alimentare.

Lois viene assunta per "insegnare" ad un braccio meccanico della General Dexterity a fare il pane.

Il lavoro della giovane, come quello degli altri suoi colleghi al mercato, potrebbe recare vantaggi a molti zeri al proprietario e sovvenzionatore dei progetti, un misterioso magnate.

Ben presto però Lois si interroga se questo sia in realtà quello che vuole realmente fare: svilire un cibo antico come il pane rendendolo un mero nutrimento.

Aveva deciso di intraprendere la carriera di panettiera per riequilibrare la sua vita, per tornare ad essere felice, ma la situazione non sembra essere migliorata.

Il destino è pronto di nuovo ad intervenire: tecnologia e natura si scontrano, ribellandosi all'umanità in un finale grottesco ed esilarante al tempo stesso.

Il magico pane dei fratelli Mazg: recensione

Robin Sloan è diventato famoso per il connubio della tecnologia e della tradizione nei suoi romanzi.

L'interrogativo di fondo su cui basa le sue trame è: come può la tecnologia arrecare benefici all'umanità senza svilire la tradizione?

Nel caso de "Il magico pane dei fratelli Mazg" la domanda che Sloan pone ai suoi lettori è: gli uomini hanno davvero bisogno di una svolta drastica nel mondo alimentare?

Perché un uomo dovrebbe nutrirsi con preparati industriali, insetti essiccati, polveri solubili?

Lois lo impara a proprie spese: non sempre la tradizione è vecchia e sbagliata, non sempre la natura è disposta a farsi imbrigliare dall'uomo, neppure se si tratta di microorganismi come i lieviti.

"Il magico pane dei fratelli Mazg" è un romanzo statico, con pochi eventi eclatanti, un intreccio che si dipana tra passato e presente ed una serie di personaggi forti e ben caratterizzati.

Oltre alla giovane Lois, protagonisti indiscussi i due fratelli Mazg, che conosciamo attraverso lo scambio di e mail con la protagonista.

Eclettici, raffinati, nomadi per natura, a loro modo affascinanti sono il collante del libro.

I due fratelli dimostrano che la tradizione può comunque rinnovarsi senza però perdere le proprie caratteristiche: loro, girovaghi da secoli immemorabili, hanno deciso di fermarsi e di aprire un piccolo ristorante in Europa.

Esilarante l'idea del "circolo delle Lois", un gruppo di donne che risiedono in una città accomunate dallo stesso nome.

Quando si dice che il nome segna il destino di una persona!

Per quanto riguarda lo stile narrativo, "Il pane dei fratelli Mazg" è scritto dal punto di vista di Lois, con una prosa scorrevole ma zeppa di riferimenti alla moderna tecnologia.

Il finale apocalittico era preannunciato, ma Sloan si è dimostrato bravo a gestirlo creando una situazione tragicomica che fa sì sorridere ma anche riflettere.

Come sempre, un ringraziamento a Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro.

SCHEDA TECNICA

Titolo: Il magico pane dei fratelli Mazg

Autore: Robin Sloan

Traduzione a cura di: E. De Medio

Casa editrice: Corbaccio

Data di pubblicazione: 2017

pagine: 240