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Ho approfittato del bel sole primaverile del lunedì dell'Angelo per regalarmi due ore di sana lettura, solo per me.

Mentre i bambini scorrazzavano sui prati fioriti come due selvaggi, mi sono seduta comodamente ai piedi di un olivo e ho iniziato a leggere "Viola e verde".

"Viola e verde" di Pamela della Mina è il primo (e mi auguro non ultimo) romanzo letto grazie al book-crossing ideato dalla creatrice del blog Fiore di Collina.

Pamela della Mina in sole 160 pagine ci presenta una serie di variopinti personaggi.

Dalle tinte più brillanti alle tonalità più opache e torbide, attraverso i colori l'autrice ci guida fin nei recessi più reconditi e segreti dell'animo umano.

La storia narrata in "Viola e verde" è un racconto che parla di amicizia, di amore, di relazioni umane e di personalità border-line con un finale a sorpresa.

E' un romanzo forte, che ti colpisce nel profondo, dove a farla da padrone sono le emozioni e i sentimenti, quelli che la giovane Futura tiene schedati e imprigionati in un armadio viola.

Viola e verde sono colori estremi proprio come i protagonisti del romanzo stesso.

Allo stesso modo rappresentano però due facce della stessa medaglia: un paio di lenti bicromatiche con cui osservare una Milano opaca e tediosa, in una perfetta bicromia sinfonica.

Attraverso un surreale caleidoscopio, veniamo scaraventati in un mondo in cui "le cose vanno come devono andare", dove il libero arbitrio serve "per scegliere il percorso, ma non la destinazione".

Mi chiamo Melarancia Ripamonti de-Lie [...] Proteggo ragazze fiere, confuse, depresse, euforiche, fragili, violente, ingenue, sfiduciate, arrabbiate; sommate e sottratte insieme"

"Lei era Futura, ma era anche Giada, era Sara, era Diana. E ora che le loro scatole erano aperte, le ragazze le volteggiavano intorno."

In conclusione, "Viola e verde" è un libro da leggere tutto d'un fiato da cui è impossibile staccarsi e al termine del quale è impensabile essere come prima.

Credo che dovrebbe essere consigliato come proposta di lettura anche nelle scuole, magari in terza media o prima superiore.

Oltre a Fiore, come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro

Questo post può essere interpretato come una comunicazione di servizio, un aggiornamento e anche una captatio benevolentiae per paracularmi un po'.

Sì, lo so, all'apparenza sembra che in questi mesi stia trascurando il blog, ma in realtà non è affatto così.

Se si prende banalmente in considerazione il numero di post pubblicati settimanalmente allora devo ammettere che sono calati, da cinque ora la media è tre.

Questo non significa che non so cosa scrivere o che magari prima prediligevo la quantità piuttosto che la qualità.

Dietro ogni singola parola ci sono io, nel senso che cerco sempre di esprimere quello che provo e quello che penso.

Quando tratto certi temi a carattere più generale, ricerco sempre le informazioni non solo in rete ma anche servendomi della cara e vecchia carta.

Insomma, mi adopero per scrivere articoli che siano sempre di un certo livello.

Nell'ultimo periodo, oltre a dedicarmi alle mie due rubriche, "L'uomo in cucina- ricette per veri uomini"e "Time is mine", ho preso parte a diverse iniziative e intrapreso collaborazioni interessanti.

Con altre blogger che si occupano di cucina ho partecipato a "L'ingrediente in comune", un progetto in cui mensilmente si sceglie a votazione un tema, che può essere un ingrediente piuttosto che un evento, si stabilisce il giorno di pubblicazione del post e tutte le partecipanti presentano una loro ricetta.

Ovviamente, come per ogni altro pezzo che pubblico, il post va condiviso sui vari social e anche questo richiede del tempo.

Nell'ambito di questa iniziativa ho pubblicato una ricetta pasquale e una ricetta salata per la merenda dei bambini.

A fianco della passione per la cucina, sto prendendo parte a un progetto inerente ai viaggi, di cui vi parlerò in seguito.

Tutto questo non mi ha minimamente fatto trascurare i libri, anzi.

Come da nostra consuetudine, il venerdì rimane il giorno dedicato alla recensione dei libri ma ho in mente di ampliare il venerdì del libro con altri temi  letterari.

Sempre in ambito di libri, è con grande gioia che vi comunico (dai, lasciatemi pavoneggiare almeno un pochino) che sono diventata collaboratrice del blog "letto da noi"per cui ad oggi ho recensito i seguenti romanzi:

  •  "Come cade la luce" di Catherine Dunne
  • "La ragazza delle perle" di Lucinda Riley
  • "Follia maggiore" di Alessandro Robecchi
  • "Nostalgia del sangue" di Dario Correnti
  • "Sesso, amore e croccantini" di Flavia Borelli

Ho anche il piacere di collaborare al ""The peach rose blog"gestito dalla strepitosa Rosanna, con un articolo a settimana che viene deciso con l'autrice di volta in volta.

Oltre a quello che vi ho elencato, che rappresenta una fonte di gioia e mi offre stimoli continui, sto preparando diversi guest-post anche per altri blog.

Tenete sempre presente che, all'interno del mio progetto di crescita personale, mi sto documentando in tanti ambiti diversi, dal web-writing alla temutissima SEO.

Inoltre sono diventata più social: alla pagina facebook e al profilo Instagram ho aggiunto anche Pinterest, Telegram, Google Plus e Flipboard .

Per finire, quest'ultimo periodo è stato molto difficile per me e, non mi vergogno a confessarlo, mi sono smarrita un po' anche io.

Ci siamo ammalati tutti quanti in perfetta sincronia: CF bloccato con la schiena, la Ninfa per un'improvvisa orticaria virale, Ringhio con la bronchite, i nonni con una devastante influenza ed io con i calcoli biliari.

Provate a immaginare quanto sia stato complicato e devastante gestire le nostre vite, tra lavoro, scuola, vacanze e impegni vari.

Nonostante questo, ora le cose sono tornate alle normalità: dopo un piccolo intervento sono di nuovo in pista, i bimbi si sono rimessi, CF dopo varie cure ha ripreso a muoversi come un Homo erectus e i nonni pian piano si stanno ristabilendo.

Il rientro alla solita vita e la primavera che sta arrivando mi danno una nuova carica: un grazie di cuore a chi continua a seguirmi, a chi mi propone interessanti e coinvolgenti collaborazioni, a chi mi dedica un attimo del suo tempo lasciandomi un commento qui o altrove.

A tutti voi il mio augurio più sincero per una serena continuazione.

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Delegare è un'arte che non si impara dall'oggi al domani, specialmente se sei una mamma e, peggio ancora, se sei una mamma della peggior specie, ossia una mamma con manie di controllo e di perfezionismo, come per esempio la sottoscritta.

Delegare, però, è quell'atto che ti impedisce di impazzire e di commettere omicidi in special modo se, come me, sei anche una mamma lavoratrice.

Noi mamme siamo più che consapevoli che un semplice imprevisto può scatenare il temutissimo effetto domino sulle attività dell'intera giornata.

Perciò, soprattutto quando si lavora, imparare a delegare diventa una questione di sopravvivenza sia per noi stesse che per gli altri.

Ma non ci si improvvisa esperte in questo campo così, dall'oggi al domani.

Come per molti lati del carattere, per delegare bisogna avere una certa predisposizione.

Se però anche voi ne siete sprovviste, non disperatevi, ché si può sempre rimediare.

Per prima voglio spiegarvi perché è utile delegare.

Delegare: perché fa bene

Per quanto possiate essere in gamba, care amiche, rassegnatevi: nessuno ha il dono dell'ubiquità.

Se siete al lavoro, fisicamente non potete essere da un'altra parte, come ad esempio a prendere i pargoletti all'uscita da scuola.

Ma se tutte difettiamo sull'ubiquità, allo stesso modo tutte siamo oberate da un grave fardello: il senso di colpa per la qualsiasi.

Il senso di colpa è come un tarlo: si scava lentamente ma inesorabilmente una via per arrivare fino al cuore.

E, si sa, il cuore di una mamma è tenero e vulnerabile.

Chi ha dei figli ve lo può confermare: non riuscire a fare qualcosa per i nostri bambini innesca immediatamente il senso di colpa che a sua volta ci sprona a fare sempre di più per compensare  questa presunta mancanza e genera così una mole indicibile di stress.

Lo stress, ormai è noto ai più, fa invecchiare precocemente, ci rende irritabili, stanche e nevrasteniche.

Per quanto quindi continuiamo ad affannarci, senza l'aiuto degli altri siamo destinate prima o poi a soccombere a quello che è il nostro peggior nemico.

Perché è difficile imparare a delegare

Da quando sono mamma quella di delegare è la lezione che mi è risultata più difficile da imparare.

La parola stessa, "delegare", per me è sempre stata sinonimo di debolezza.

Io, vissuta con la certezza del "chi fa per sé fa per tre", ho sempre ritenuto che chi delega nella maggior parte dei casi lo fa perché è pigro e non ha voglia di sbattersi.

Niente di più sbagliato. Studi recenti infatti dimostrano come delegare sia in realtà utile e salutare anche per le aziende.

E se va bene per loro, perché non dovrebbe andare bene anche per la famiglia?

Delegare: perché è indispensabile

Riflettiamo un attimo: davvero voi preferite arrivare a sera nervose, stanche e irritabili perché vi siete fatte carico di ogni singola cosa, dalla spesa alla consegna di una pratica nei tempi previsti, mentre gli altri membri della famiglia vi appaiono freschi e riposati?

Con queste premesse, come pensate di poter godere della compagnia dei vostri bambini?

Si fa tanto parlare di tempo di qualità ma quando si arriva a certi livelli di stress già avere del tempo diventa un'utopia.

Ecco perché delegare diventa indispensabile.

Immaginate che tutti gli impegni e i compiti che avete siano dei sassi contenuti in una grossa cesta.

Ogni giorno voi dovete percorrere un sentiero accidentato, magari una salita bella ripida, con questa cesta sulle spalle.

Accanto a voi ci sono altre persone con le loro ceste, a volte più piene della vostra a volte meno.

Ora, magari chi ha meno sassi si offre di darvi una mano.

Voi che fate: gli consentite di trasportarne uno al posto vostro oppure no?

Si parla tanto di collaborazione in famiglia e collaborare, come si nota dall'etimologia stessa, vuol dire "lavorare assieme".

Come imparare a delegare

Come per la maggior parte dei problemi, lo step numero uno è riconoscere di avere un problema.

Nel nostro caso, significa riconoscere di non potere fare tutto da sole.

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la giornata è fatta da ventiquattro ore e non sempre abbiamo il tempo per fare tutto perfettamente.

Per cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti con la realtà e cercare delle persone che collaborino con noi.

Che sia il nostro partner, i nonni, la tata o la maestra, la cosa principale è che dobbiamo imparare a fidarci di loro.

Avere fiducia in chi ci sta accanto non è così facile e scontato come sembra.

Volete un esempio banale?

Onestamente, pensate a tutte quelle volte che avete affermato:

"Non gli spiego neanche quello che deve fare, perché faccio prima a farlo da sola e lo faccio anche meglio".

Quante volte lo facciamo?

Invece dobbiamo sforzarci e imparare a comunicare, a spiegare come deve essere fatta una determinata cosa.

Una buona comunicazione sta alla base di una fruttuosa collaborazione.

Personalmente sono rimasta piacevolmente sorpresa una delle prime volte che CF si è occupato di mettere i bambini a letto.

La mia routine serale di solito è questa: ci si lava, poi pigiama, tisana, denti, favola della buona notte, baci, abbracci e buona notte.

Quando CF mette a letto i bambini, la sequenza invece è questa: doccia, pigiama, latte, denti, gioco del mostro, film nel lettone e i bambini, stremati, sono nel mondo dei sogni.

Il risultato è sempre lo stesso, il modo in cui è stato raggiunto è differente, ma non meno valido.

Accettare che le cose non vengano sempre fatte come vogliamo noi implica tanta maturità.

Delegare e organizzare

Delegare diventa un punto di forza anziché una debolezza: se delego ho più tempo a disposizione per fare altro, magari anche per riposarmi un po'.

Chi delega di solito ha ottime capacità organizzative.

Per prima cosa sa stilare una lista di priorità, in secondo luogo è consapevole che gli altri possono portare a termine l'incarico che è stato loro affidato nei tempi previsti ed infine sa come far fruttare il tempo che ha a disposizione.

In parole povere,chi delega è come un generale che ha ben chiara la strategia da attuare.

E come in tutte le guerre, un buon generale sa che anche l'aiuto di un soldato semplice può fare la differenza.

Quindi, care amiche, ve la sentite di fare il salto e passare da mamme accentratrici a mamme deleganti?

 

 

 

Ci sono dei libri a cui ognuno di noi è particolarmente affezionato.

Uno dei libri che mi accompagnano da tempo immemorabile è "Gatti da legare" di Doreen Tovey.

Anche se lo conosco praticamente a memoria, ogni tanto mi piace rileggerlo.

A volte, quando spolvero la libreria e me lo ritrovo tra le mani, non resisto: lo apro a caso e ne leggo qualche pagina, ridendo tra me e me.

Siccome come ben sapete adoro gli animali e soprattutto ho un feeling particolare con i gatti, ho deciso che ve ne dovevo assolutamente parlare.

"Gatti da legare" di Doreen Tovey: recensione

Doreen Tovey è una scrittrice inglese di cui non si sa molto.

Nata nel 1918, appassionata di gatti, diventa presidente del "Siamese Cat Club" e del "Club del gatto dell'Inghilterra Occidentale".

Durante la sua vita, passata in un paese della campagna inglese vicino a Bristol, Doreen scrive una serie di libri autobiografici che hanno come protagonisti alcune generazioni di gatti Siamesi.

Un'epopea familiare dedicata ai piccoli felini, dunque.

Ho letto tutta la serie, ma l'unico libro che possiedo è "Gatti da legare", il terzo volume.

Ogni libro infatti può essere letto come una storia a sé stante e non è nemmeno necessario leggere i romanzi in ordine cronologico.

In "Gatti da legare" troviamo i coniugi Tovey alle prese con la ristrutturazione del loro cottage.

Ma soprattutto facciamo la conoscenza di Seeley e Shebalu, un seal point e un blue point, arrivati come dei terremoti a spazzare via la tranquillità della vecchia Sheeba.

Doreen ci propone delle divertentissime scene, raccontando come solo un inglese sa fare, le disavventure e le situazioni strane in cui lei e il marito Charles si vengono a trovare a causa dei due pestiferi gattini.

Tra le avventure feline, l'autrice ci presenta una galleria di strani personaggi, dal cacciatore miope all'improvvisata addestratrice di cani.

E tanti sono anche gli animali che animano la scena: dall'asinello all'oca selvaggia, dagli animali del bosco a quelli della campagna inglese.

Suggestivi sono i paesaggi che Doreen ci dipinge con grande abilità: la campagna inglese che ha sempre un che di affascinante, almeno su di me.

"Gatti da legare" è un piccolo romanzo che riesce a farsi strada fino al cuore, che strappa più di un sorriso e che tiene compagnia in queste giornate ancora così poco primaverili.

Vale la pena leggerlo, in un pomeriggio, sorseggiando una tazza di the caldo, magari davanti al caminetto acceso.

Quali sono i libri a cui voi siete particolarmente legate?

Come sempre, un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, la creatrice del #venerdidellibro.

Buon fine settimana e buone feste!

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Tra i mille compiti educativi di noi poveri genitori c'è l'annosa questione di insegnare ai nostri figli a non dire bugie.

Ci sono i genitori estremisti che non concepiscono nessun tipo di bugia o di mezza verità, per cui fin da subito patti chiari e amicizia lunga: Babbo Natale non esiste, la fata dei Dentini neppure, il Paradiso  solo se si è fortemente credenti.

Ci sono invece quelle coppie che credono nella scarsa capacità intellettiva dei bambini, per cui dicono loro la qualsiasi, tanto i pupi sono piccoli e ancora non capiscono.

E poi ci sono i genitori delle mille sfumature, quelli che si barcamenano in base al contesto in cui si trovano, per cui se una piccola omissione o una mezza verità può salvare la situazione esitano solo un pochino.

Io credo che insegnare ai propri figli ad essere sempre onesti sia senza dubbio un' ottima lezione di vita, ma sono sicura che non paghi sempre e comunque.

I bambini non hanno il filtro per capire che certe volte non si deve dire per forza la verità ad ogni costo, non sanno cosa sono le convenzioni sociali.

Soprattutto mia figlia.

L'altro giorno ero in coda alla cassa del supermercato con la Ninfa.

Una signora che conosco solo di vista mi saluta con il solito "Salve, tutto bene?"

Come da prassi, le rispondo con un "Sì, grazie e lei?"

La Ninfa dal suo metro e dieci sbuffa e con aria angelica e voce cristallina udibile a metri di distanza informa la suddetta signora che non è vero che va tutto bene, perché la mamma ha il mal di pancia ed è corsa al supermercato per prendere gli assorbenti e se non facciamo in fretta a trovare un bagno si sporcherà tutta di sangue.

Al che come per magia la coda davanti a me sparisce e tutti si spostano per farmi passare, con l'espressione tra lo schifato e il divertito.

La pupa ha detto la verità, proprio tutta la verità.

Non sapevo neppure come sgridarla, tecnicamente non aveva fatto nulla di sbagliato.

Era solo stata onesta e non aveva detto nemmeno una bugia.

Le situazioni imbarazzanti in cui un incauto genitore si viene a trovare solo per aver insegnato ai propri figli a non dire le bugie sono innumerevoli.

Volete un altro esempio?

Il figlio di quattro anni di una mia amica è in casa con il papà mentre la mamma è in bagno.

Squilla il campanello ed entra il loro consulente finanziario.

"Mia moglie arriva subito. Finisce di sbrigare una faccenda e scende."

Il papà manda il figlio ad avvisare la mamma che è arrivato l'ospite che aspettavano.

Il bimbo ubbidisce e poi torna.

"La mamma ha detto che finisce di fare la cacca e poi arriva"

Ecco, sicuramente il bambino è stato l'onestà fatta persona. Magari la mamma avrebbe potuto suggerire qualche altra frase.

Ci si dimentica davvero troppo spesso che i bambini non hanno quelle capacità sociali che si imparano diventando adulti, quel substrato culturale che impedisce a noi grandi di dire ogni cosa che ci passa per la testa sempre e comunque.

E questo come si insegna ai bambini?

Voglio dire, come faccio a spiegare a un bimbo di tre anni che certe informazioni non è necessario che vengano dette e che si può rispondere in altro modo?

Perché se quello che diciamo non è la verità allora è una bugia e quindi noi diventiamo dei bugiardi agli occhi dei nostri figli.

In un caso o nell'altro facciamo sempre una figura barbina.

Per il futuro, quindi,  sappiate che se volete sapere i segreti più oscuri di una famiglia vi basta porre le domande corrette ai bambini, perché "in filio veritas".

Ecco perché sostengo che non sempre è conveniente insegnare ai bambini a non dire le bugie.

Voi vi siete mai trovati in situazioni imbarazzanti a causa della lingua dei vostri figli?

Sono curiosa di leggere cosa vi è capitato.

Pasqua non è Pasqua se non si mangia almeno un uovo: che sia al latte o fondente non ha importanza, l'importante è che sia buono.

E per buono intendo non solo che la cioccolata sia di qualità ma anche che l'uovo stesso abbia in qualche modo delle valenze positive.

Un uovo di Pasqua può far star bene non solo chi lo mangia o lo riceve in dono, non solo chi lo acquista ma anche chi riceve i soldi dell'acquisto.

Di che cosa sto parlando?

Delle uova di Pasqua solidali, quelle che tutti gli anni compaiono per magia sulle bancarelle nelle piazze italiane o fuori dagli ospedali.

Trovate volontari di ogni associazione che, a rotazione, si impegnano nella vendita di questi buonissimi dolci.

Non smetterò mai di dire che sono fortunata.

Certo, anche a me ogni tanto capitano congiunture negative, come in questo periodo, ma posso tranquillamente affermare di non essere affetta da sfiga cronica.

Come la maggior parte di voi, del resto.

Andiamo, non fate quella faccia e non storcete il naso.

Viviamo in un Paese civilizzato, in cui non dobbiamo combattere tutti i giorni per un tozzo di pane o una scodella di riso.

I nostri figli e le nostre figlie possono studiare e possono giocare, senza essere costretti a lavorare in tenera età.

Abbiamo un tetto sulla testa, magari godiamo anche di una discreta salute.

Ma cosa succederebbe se le cose cambiassero? Se per disgrazia scopriste che voi o, peggio ancora, i vostri figli, soffrite di una qualche malattia?

Ecco, siccome sono fortunata ma sono anche consapevole che altri non lo sono altrettanto, nel limite del possibile cerco di orientare le mie scelte per dare un minimo aiuto a chi ne ha bisogno.

Anche un uovo di Pasqua può fare la differenza.

Quest'anno la nostra scelta è ricaduta sulle uova di cioccolato promosse dalla ANT.

Vengono vendute con regolare ricevuta nelle principali città italiane ad un costo abbordabile oppure le potete trovare sul sito.

La ANT è solo una della tante Onlus che in questo periodo sta utilizzando la vendita di uova di Pasqua o di colombe per raccogliere fondi.

Potete trovare anche la AIL, o Noi per Voioppure le uova della LILT.

E queste sono solo alcune delle tante.

Al costo di un uovo di Pasqua di una multinazionale o di una famosa azienda dolciaria, potete avere un dolce altrettanto buono e potete essere altrettanto buoni anche voi.

E se la cioccolata proprio non vi piace?

Potete sempre essere generosi e fare una donazione.

A questo proposito, conoscete già La casa di sabbia?

La solidarietà non ha mai fatto male a nessuno.

La ruota della fortuna gira e dall'oggi al domani potreste essere voi a desiderare che ci siano più soldi per la ricerca.

Madre Teresa aveva un detto:

"Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno."

Non serve Natale o Pasqua per essere più buoni e non serve fare grandi gesti per esserlo.

Basta poco, a volte basta solo un uovo.