Oggi qui da noi c'è un tempo proprio novembrino: nebbia, freddo e umido. Ma niente ci fermerà: io e le mie amiche in pausa pranzo ce ne andremo a camminare.

E' un impegno che ci siamo prese visto che non avevamo voglia né tempo di andare in palestra. Camminare è economico (bastano vestiti comodi, caldi e traspiranti e un paio di scarpe adatte) e soprattutto fa bene.

  1. fa bene all'umore (cosa per me più importante di tutte in questo periodo): il corpo produce fino a cinque volte più endorfine rispetto a quando è a riposo. Non è un caso se le endorfine vengono chiamati "ormoni della felicità", no?
  2. stimola la creatività: una passeggiata a contatto con la natura aumenta la capacità creativa del 50%. Il cervello si riposa e si prepara a elaborare nuovi processi creativi,
  3. migliora la produttività: esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato gli impiegati che possono camminare su un tapis roulant sono più produttivi rispetto ai loro colleghi sedentari. Quindi qui: o avete un capo illuminato che vi mette a disposizione un tapis o sfruttate la pausa pranzo per farvi una bella passeggiata, magari in compagnia;
  4. riduce il rischio di malattie cardiache: camminando regolarmente per trenta minuti al giorno un paio di volte a settimana il cuore si allena , favorendo la circolazione sanguigna;
  5. riduce i rischi sulle articolazioni: quando si cammina le sollecitazioni alle articolazioni e il rischio di traumi da caduta (se non siete distratte come me) sono inferiori rispetto ad altre attività,
  6. previene il diabete: secondo gli esperti bastano 2000 passi al giorno per allontanare il rischio di diabete di tipo 2. Camminare, infatti, può ostacolare l'aumento di peso che è uno dei fattori principali dell'insorgenza del diabete;
  7. aumenta le difese immunitarie: camminare, anche a passo veloce, aumenta il metabolismo e aiuta il corpo ad espellere tossine con la sudorazione;
  8. aiuta a perdere peso: ora, parliamoci chiaro: se ti mangi la lasagna e la parmigiana di melanzane o ti ingozzi con cibi fritti come se non ci fosse un domani, amica mia, camminare mezz'ora al giorno non ti farà sicuramente calare la ciccia;
  9. riduce il cancro al seno: secondo uno studio di alcuni anni fa le donne che camminano da mezz'ora ad un'ora al giorno riducono del 14% la possibilità di ammalarsi;
  10. camminare allunga la vita: riduce lo stress, fa bene all'umore e dona benefici al corpo.

Quindi, care mamme, niente più scuse: prendete passeggino, fascia o mettetevi il pupo in spalla, munitevi di una bottiglietta d'acqua e andate a passeggiare. Vedrete che in poco tempo vi sentirete meglio, anche in questa stagione!

La Ninfa è al suo secondo anno della scuola dell'infanzia o scuola materna o asilo che dir si voglia.

La mia bambina ha imparato a parlare tardi (se becco chi va dicendo che parlare ai bambini nella pancia aiuta il futuro nascituro nello sviluppo del linguaggio lo fucilo, giuro!), ma adesso è molto loquace. Fin troppo loquace. Come diceva mio nonno "non le si secca mai la lingua in bocca". Tranne nel caso in cui le si chieda della scuola dell'infanzia.

"Gioia, come è andata oggi?" chiede la nonna premurosamente.

"Bene" risponde la bimba sgambettando.

"Cosa avete fatto oggi?"

"Niente"

"Ma come? Tutto il giorno a scuola e non avete fatto niente? Hai giocato?"

La Ninfa scuote la testa.

"Disegnato? Fatto i lavoretti?" Gli interrogativi fioccano ma lei  cammina zitta.

Il colmo è quando torna a casa graffiata, morsicata o con qualche livido, frutto di normali azzuffate con gli altri bambini.

"Chi è stato a pizzicarti?" domanda il papà, fremente di sdegno.

"Non te lo dicio" esclama un'altera e sdegnosa Ninfa.

L'omertà mafiosa le fa un baffo. Fare domande dirette a mia figlia è inutile, non si cava un ragno dal buco.

La prima regola dell'asilo è che non si parla dell'asilo. Puoi anche essere il mio papà, ma quello che succede là dentro è affar mio.

Posto che a quanto sento tutti i bambini sono chi più chi meno "omertosi" riguardo a ciò che avviene durante le loro giornate, io ho trovato questo escamotage.

Dopo cena, quando siamo tutti più rilassati, tra un'attività e l'altra comincio a raccontare quello che ho fatto durante il giorno. Il pesciolino abbocca e, a poco a poco, mi fa il resoconto delle sua giornata. Cerco di ascoltarla con attenzione  ( a volte, lo ammetto, mi distraggo un attimo) e le butto là qualche domanda per avere un quadro della situazione più chiaro.

Il mio scopo non è tanto essere a conoscenza delle sue attività, quanto abituarla al dialogo. La famiglia per me è il primo posto dove si impara a comunicare, a parlare ma anche ad ascoltare. Quello che fa un bambino è importante tanto quanto quello che fa un adulto. Voglio far imparare ai miei figli che la famiglia è un luogo di confronto dove ognuno è libero di esprimersi e di sentirsi apprezzato.

A volte la Ninfa ci prende gusto e comincia a raccontarmi cose che lì per lì sembrano strampalate. Tipo che a scuola è arrivato un lupo che voleva mangiare tutti, bambini e maestre. Ma lei non ha avuto paura e ha detto al lupo che se aveva fame poteva sedersi con loro al tavolo: nessuno lo avrebbe cacciato via o preso in giro.

Più che la cronaca della giornata mi interessano queste storielle perché indicano come abbia interpretato i nostri insegnamenti. E io mi do mentalmente una pacca sulla spalla perché vedo che i semini che buttiamo  pian piano germogliano.

I vostri figli vi raccontano le cose che fanno? E voi a loro?

 

Care mamme e cari papà, dopo il metodo montessori, la scuola steineriana, il "Reggio Emilia Approach", dopo Estevill, Tracy Hogg e tata Lucia, ecco che sbarca in Italia il metodo danese.

La prima cosa che mi viene in mente quando mi nominano la Danimarca sono i biscotti danesi nell'intramontabile scatola di latta blu. Segue poi "La Sirenetta", (ultimamente l'immagine della statua è stata soppiantata da quella di Ariel, sa va san dir).

Confesso che non sapevo che la Danimarca da circa quarant'anni è, secondo le classifiche dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Paese più felice del mondo. Pare che gli studiosi però non abbiano ancora definito bene cosa sia la causa di cotal felicità (saranno mica i burrosissimi biscotti?!).

Ci hanno pensato due donne, mamme come noi, a ipotizzare che i Danesi sono felici perché crescono figli felici che a loro volta diventano genitori felici di figli felici. In questo infinito cerchio della felicità, la domanda sorge spontanea: ma COME FANNO A CRESCERE FIGLI FELICI?

Le due mamme, Jessyca Joelle Alexander (giornalista americana ammogliata ad un danese che vive a Roma)  e Iben Sandahl (psicoterapeuta danese), analizzando a fondo la società della Danimarca, hanno individuato una serie di pilastri comuni all'intera classe genitoriale ed educativa che formano quello che viene definito "metodo danese". Per comodità è stato sintetizzato nella parola PARENT (che, casualmente, vuol dire genitore in inglese). Tento di spiegarvi velocemente cosa vuol dire:

P come PLAY: grande valore al gioco libero. E' importante che i bambini abbiano tempo per giocare, perché attraverso il gioco imparano chi sono, le proprie doti e i propri limiti. Da questo punto di vista vengono aiutati anche dalla scuola: in Danimarca ai piccoli non vengono dati compiti a casa. Inoltre, i genitori non fanno un dramma se la prole non frequenta mille corsi extrascolastici, quindi ridotte al minimo le ore dedicate a clarinetto, tip-tap o vattelapesca. I bambini strutturano il loro tempo come meglio credono, non vengono indirizzati/obbligati/trascinati da un corso all'altro.

A come AUTENTICITY: essere sinceri crea maggior consapevolezza di sé, per cui vietato mentire ai bambini e tenerli sotto una campana di vetro: nelle famiglie danesi si parla sinceramente di morte, di sesso, di tradimento e di malattia. Allo stesso modo però sono bandite le lodi esagerate ai pargoli: non si lodano i figli perché hanno fatto un bel disegno, ma si chiede al piccolo cosa voleva rappresentare, perché ha scelto quel colore o quel materiale.

R come REFRAMING (Ristrutturazione): il centro dell'attenzione del bambino non è ciò che pensa di non saper fare, ma ciò che sa fare. La filosofia danese fonda i suoi principi sulle leggi di Jante: nessuno è tenuto a pensare di essere migliore di qualcun altro. Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli sono molto più basse rispetto a quelle di un genitore italiano. Questo ovviamente alleggerisce la pressione addosso ai bambini, che sono più rilassati e meno competitivi.

E come EMPATHY (Empatia): comprendere, far propria e insegnare l'empatia è la base per creare bambini felici. Ovviamente i primi ad essere empatici devono essere i genitori, dal momento che i bambini rispecchiano e imitano tutto quello che vedono fare. Insomma, è l'esempio quello che conta.

N come NO ULTIMATUM (Nessun ultimatum): non ricattare i bambini per fargli fare qualcosa. Essere democratici, spiegare con calma ai piccoli perché una cosa va fatta o non va fatta. Soprattutto, vietato far andare le mani: bandita ogni forma di percossa, dallo schiaffo alla sculacciata. I Danesi seguono la filosofia della non violenza e della non aggressività, anche dal punto di vita verbale. In quel della Danimarca non si urla, non si sgrida, non si mortifica e non si picchia. Evidentemente si verbalizza e molto.

T come TOGETHERNESS e HYGGE (Intimità e Hygge, parola che significa più o meno pensare e sentirsi soddisfatti). Quindi, stare assieme senza drammi (questo è il MIO punto preferito). I momenti dedicati alla famiglia sono pochi e hanno un tempo limitato, per cui bisogna sfruttarli al massimo. Durante l'hygge, ognuno è semplicemente se stesso, non si litiga, si dimenticano le controversie. Si fa gioco di squadra, si aiuta gli altri e si collabora: nessuno (leggi:la mamma) si ammazza di fatica mentre gli altri oziano. Ognuno dà il suo contributo e gli altri glielo riconoscono. L'hygge è un rifugio dal mondo esterno, è un luogo simbolico dove tutti si possono rilassare e aprire senza essere giudicati, indipendentemente da ciò che sta succedendo. E'una sorta di limbo, un momento di sospensione, uno spazio per ricaricare le batterie.

A quanto pare il segreto della felicità è racchiuso in queste semplici regole, che dalla famiglia vengono applicate macroscopicamente all'intera società, rendendo la Danimarca il Paese dove tutti, grandi e piccini, desidererebbero vivere.

Il libro delle due autrici ,"Il metodo danese per crescere bambini felici" della Newton Compton Editori, avrà successo in Italia?

Secondo voi, è possibile trapiantare questa filosofia anche qui da noi, dove i genitori sono iperprotettivi, con enormi aspettative nei confronti dei figli e dove programmare il tempo dei figli per stimolarli con mille attività è ritenuta cosa buona e giusta?

Ma poi, questo metodo danese, è davvero così agli antipodi rispetto a quello che praticano le famiglie italiane?

A me sembra che siano cose che già si conoscono e che si sono già sentite. La differenza essenziale, da quello che ho capito, è che in Danimarca tutti seguono questo modello educativo, mentre qui in Italia le famiglie educano i figli in maniera anche diametralmente opposta.

Scusate, mi vien da dire, chi dice che il tuo metodo è migliore del mio? Ora avremo gli ennesimi scontri: tetta vs.biberon, cameretta vs.co-sleeping, mamma che lavora vs. mamma casalinga, metodo montessori contro metodo danese

Se è la felicità quello che conta non ha importanza che metodo segui. La felicità è una questione di testa. Se felicità e libertà vanno a braccetto, perché ingabbiarsi in schemi mentali, in metodi e dottrine? Trovate la vostra via, provando e riprovando, attingendo qua e là, adottando alcuni punti e scartandone altri. Per essere bravi genitori si possono seguire sentieri già tracciati o poco battuti. O creare sentieri nuovi. Magari personalizzati.

 

Io e Compagno Fedele siamo degli animali sociali, nel senso che amiamo molto passare del tempo con amici e parenti, anche se non disdegniamo la reciproca compagnia o i momenti solo per noi.

L'altra sera ci ha fatto visita una coppia di nostri amici con due bimbi dell'età della Ninfa.

Una chiacchiera tira l'altra e si sono fatte le 19.00.

I pupi cominciavano a reclamare la pappa, ma i nostri amici non sembravano volersene andare. Che fare allora?

La Ninfa, dall'alto dei suoi quasi quattro anni, mobilita la squadra.

"Adesso si apparecchia".

Gli amici ci guardano, forse sentendosi di troppo.

Ma, si sa, l'ospitalità è sacra, per cui si invitano gli amici a rimanere.

Cori di giubilo e saltelli di bimbi.

CF sfodera il telefonino per ordinare le pizze da asporto alla nostra fidata pizzeria, ma non ci rispondono.

Mi guarda sconfortato.

"Non preoccuparti, ci penso io!". Ammetto di essermi sentita wonder woman.

Ho pescato dal freezer un chilo di casoncelli fatti in casa la scorsa settimana e ho messo a bollire l'acqua.

Conditi con burro e salvia e abbondante parmigiano sono la fine del mondo.

Nel frattempo ho incaricato gli uomini di pelare le patate mentre i bambini apparecchiavano la tavola sotto la direzione dell'altra mamma.

Sempre dal mio congelatore ho tolto un vassoio di arrosto di lonza al latte. Quando lo faccio ne congelo sempre un pò per le emergenze.

Ho acceso il forno, l'ho infilato assieme a una teglia di patate e voilà, cena pronta.

Per concludere con l'aiuto dei nani abbiamo preparato una bella macedonia.

Abbiamo stappato una bottiglia di prosecco e tagliato un salamino nostrano.

Avevamo il pane preso dal forno la mattina (questo è stato un caso, perché di solito il pane non c'è quasi mai).

Problema cena risolto in un batter d'occhio, senza scoraggiarsi o perdersi in un bicchiere d'acqua.

A me non piace usare prodotti già pronti.

Quando ho il tempo per cucinare faccio sempre delle porzioni in più da mettere nel freezer da utilizzare in caso di emergenza.

Non ho un congelatore grande, ma quello classico dei frigoriferi a colonna.

Il trucco sta nel non stivare troppa roba perché poi è facile dimenticarsene.

Il cibo pronto risolve delle serate no, quando arrivo tardi dal lavoro causa incidenti o quando non posso cucinare o semplicemente quando non ne ho voglia.

Voi come vi destreggiate in queste situazioni?

 

2

E' risaputo che coi bambini gli imprevisti sono all'ordine del giorno. Soprattutto quando si avvicina il week-end e tu hai quell'impegno fissato da luglio.

Regolare come la maledizione faraonica. Uno dei tuoi figli -o, perché no, entrambi- cominceranno a mostrare segni inequivocabili di malattia incombente.

Di solito lo spartiacque  è il mercoledì sera. Fino a poco prima il pargolo era vispo e allegro. Di colpo starnuti a raffica. Tu, dall'altro capo della stanza, lo guardi. "Sicuramente qualche granello di polvere che passava di là".

Il giorno dopo il pupo si alza con naso completamente chiuso, rosso e gocciolante. Tu, ingenuamente, pensi: " E' solo un raffreddore, del resto è stagione, si sa".

Venerdì la situazione si aggrava: oltre agli starnuti compare anche quella stramaledetta tosse stizzosa che da mane a sera si tramuta in tosse grassa, grassissima. Ora ti trovi a fronteggiare muco dal naso e catarro (che sempre quello è) dalla bocca. Ma non perdi la speranza: si va di aerosol e lavaggi nasali.

Trovi almeno due collaboratori ( solitamente una nonna e il padre) e tenti di schizzare nel naso di tuo figlio quanta più soluzione fisiologica- isotonioca -ipertonica che neanche un piccolo chimico. Uno immobilizza le braccia, l'altro la testa e tu tenti di centrare la narice del bambino che si dimena e urla come Emily Rose mentre la stanno esorcizzando. Schizzi il liquido, il pupo scansa la testa all'ultimo minuto e centri l'occhio di tua suocera.

Venerdì notte: il punto di non ritorno. Alle due o giù di lì il tuo allenatissimo orecchio di mamma capta un sinistro "sbluarhhhh" provenire dal letto di tuo figlio. Scatti in piedi. Codice rosso, codice rosso: tuo figlio sguazza in una nauseante poltiglia. Riconosci chiaramente le mezze penne consumate per cena.

Seguono: bagno completo al bambino, cambio di lenzuola e pulizia della stanza. Il piccolo viene portato nel letto col papà intanto che la stanza viene arieggiata.

Sabato mattina: il bambino scotta (di solito lo esclama la nonna di turno). Per cui tenti in qualche modo di infilare da qualche parte il termometro al tuo recalcitrante figliolo per scoprire se puoi somministrare o meno il paracetamolo. 37,8 aspettiamo. 38,02 aspettiamo. 38,7 io lo darei e tu? Seguono consulti sul gruppo mamme di whatsup. Quando la febbre sfiora i 40 l'opinione pubblica è concorde: si va di paracetamolo. E qui scatta la fase due: meglio supposta o sciroppo. Segue consulto.

Sabato, pomeriggio inoltrato:  sull'orlo delle lacrime, povera tapina, disdici l'impegno, consapevole che tutti penseranno che hai usato tuo figlio come scusa per l'ennesima volta.

Passi il sabato notte insonne, alternandoti con il tuo compagno al capezzale del bambino per tenerlo monitorato. Gli fai bere qualche cucchiaino di acqua, ma senza esagerare. Il tuo unico desiderio è che tenga giù il riso in bianco che ha mangiato a cena.

Domenica mattina sei uno straccio: non ti reggi in piedi dalla stanchezza, ma per contro il sangue del tuo sangue sembra migliorare a vista d'occhio. Febbre sparita, vie aeree sgombre e un pallido rosa che gli tinge le guance.

A pranzo mangia come un leone, mentre tu non hai nemmeno la forza di sollevare la forchetta. Domenica sera il bambino è miracolosamente guarito.

Tu invece nell'ordine accusi: emicrania, nausea, male alle ossa, brividi seguiti da vampe di calore.

Lunedì mattina, puoi scommetterci, hai la febbre. Chiami tua mamma per chiedere una mano, ma il virus ha colpito anche lei. E pure quella scorza dura di tua suocera.

"Voulez vous coucher avec moi?" recita una  notissima canzone. Attenzione, cari maschietti, a porre questa domanda: il rischio è di prendersi una cinquina a mano aperta o sentirsi rispondere: "No grazie preferisco andare a bere una tazza di cioccolato".

infatti, secondo una ricerca condotta qualche anno fa dalla "Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia" (SIGO), nell'ambito del progetto "Scegli tu" su un campione di più di 500 donne è emerso che il mondo femminile preferisce il cioccolato al sesso. L'83% di donne dichiara di consumarlo nei giorni del ciclo e il 68% anche durante la fase premestruale.

Il cioccolato fa ingrassare, sovraccarica il fegato, fa venire l'acne...Macchè, tutte sciocchezze oramai superate. Le ultime indagini danno la cioccolata (soprattutto fondente ed extrafondente) come la miglior amica delle donne (assieme ai diamanti, ovvio).

Grazie ai flavonoidi, sostanze contenute anche nel thè verde e nel vino rosso, ha un alto potere antiossidante, paragonabile solo all'aglio e alle fragole.

Tossite? Invece delle caramelle alle erbe provate a mangiare un bel cioccolatino o una bella pralina: la teobromina contenuta nella cioccolata seda la tosse. Poi fatemi sapere.

Via libera a tavolette e barrette anche se soffrite di ritenzione idrica: la teobromina stimola i reni e favorisce la diuresi (altro che l'acqua della salute, plin-plin).

Vogliamo parlare del magnesio? Utile per prevenire i crampi nelle più sportive ma anche durante la gravidanza.

Quando si è "in quei giorni" divorare cioccolatini fa bene all'umore e al corpo: il cioccolato stimola la produzione di dopamina che a sua volta sollecita quella dell' ossitocina, quel famoso ormone tipicamente femminile che tutte le mamme associano al parto. Tranquille, l'ossitocina regola anche le relazioni sociali, materne e sessuali.

Quindi mangiare cioccolato aiuta ad aumentare l'autostima, rende più empatiche, sensibili verso il prossimo e inclini all'innamoramento.

Va bene, tutte ottime ragioni per sentirci meno in colpa quando ci abbandoniamo all'estasi del cioccolato. Ma nessuna di noi pensa a questo quando sceglie di mangiarlo.

L'amore delle donne per la cioccolata è istintivo e innato. Quasi primordiale. Ma perché?

La scienza afferma che alla base della predilezione dell'universo femminile per il cibo degli Dei c'è la capacità del nostro cervello di cogliere meglio la maggior parte dei componenti di cui è composto quest'alimento. Cosa che avviene in maniera nettamente inferiore nel cervello degli uomini.

Concludendo, per far andare bene il mondo le donne dovrebbero assumere con regolarità il cioccolato. Così sarebbero più felici e invogliate a fare sesso. In questo modo farebbero felici anche gli uomini, che regalerebbero più cioccolatini alle donne. La produzione dell'industria del cioccolato subirebbe un'impennata, creando nuovi posti di lavoro e questo si ripercuoterebbe positivamente sull'economia.

Sapete cosa vi dico? Me ne vado a mangiare fragole e cioccolato, annaffiate da un bel calice di vino rosso. La notte è lunga...

PS: Guardate qui che bell'idea da fare con palloncini e cioccolato!

Tazzine di cioccolato