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“Fiore di roccia” di Ilaria Tuti: recensione

Che io abbia un debole per Ilaria Tuti, scrittrice emergente che ha fatto parlare di sé anche all’estero, è ormai cosa nota.

Con la creazione di Teresa Battaglia la Tuti ha dato vita ad uno straordinario personaggio che alla letteratura thriller mancava.

Il pregio di questa scrittrice, indubbiamente, è il saper dare voce in modo poetico e lirico a categorie spesso dimenticate.

E proprio ad una di loro è dedicato il suo ultimo romanzo,“Fiore di roccia” che ho scelto di presentarvi in occasione del venerdì del libro.

“Fiore di roccia”: brevi cenni alla trama

Con quest’ultimo libro la Tuti ci riporta nel Friuli, terra di confine e di contrasti. La vicenda si apre nel 1976, quando appena dopo il terremoto una donna misteriosa torna nel piccolo paese di Timau pronta a dare una mano a ricostruire.

Dai ricordi di questo personaggio parte la narrazione vera e propria, interamente dedicata a loro, le Portatrici.

Queste erano le donne che durante la Prima Guerra Mondiale si erano offerte volontarie per trasportare dalla retrovie fino alla prima linea viveri, armi e lettere destinati ai soldati che stavano combattendo.

Erano per la maggior parte contadine che vivevano nelle valli delle zone montane dove il conflitto era più cruento. Adolescenti, madri o nonne, senza distinzione d’età, che conoscevano bene la montagna, l’asprezza e la difficoltà di viverci, la forza per tentare di trarre dalla terra quel minimo che bastava a garantire a loro e alla loro famiglia la sopravvivenza.

Donne tenaci, forti, testarde quasi immuni alla fatica che durante la guerra vengono investite di un ruolo molto importante.

Ora, per capirci, provate a chiudere gli occhi per un momento e a visualizzare.

1915-1916, zona di montagna, vita al limite della sopravvivenza in una terra già difficile di suo e in più sconquassata dalla guerra.

Le donne si alzano prima dell’alba, mungono quelle poche caprette scheletriche miracolosamente vive durante l’inverno, tentano di sfamare la famiglia come possono, prendendosi cura di figli e di genitori anziani e spesso invalidi, mentre gli uomini sono al fronte a combattere.

Dissodano la terra dura e rocciosa avara di frutti, salgono in quota per cercare di cacciare qualche piccola preda per garantirsi i prossimi pasti e attendono l’estate per poter raccogliere il fieno per sostenere i pochi animali che hanno.

Rincasano stanche, quando le tenebre sono già scese, e si ritrovano con le faccende domestiche da sbrigare: panni da lavare nell’acqua gelida del torrente, animali e figli da accudire. Se sono fortunate mangiano mezza patata bollita prima di andare a letto.

Ora, a questa estenuante fatica si aggiunge quella di salire in vetta con le gerle cariche di armi, munizioni, viveri da consegnare ai soldati delle trincee: significa ore di cammino spesso nella neve con carichi che a volte superano i 40 kg!

E il ritorno, in qualche modo, è addirittura più pesante: portare nei paesi i corpi di chi non ce l’ha fatta ed è morto in battaglia o, peggio ancora, per le ferite o per la scarsità di cibo.

Ma la Storia, come spesso accade, si è “dimenticata” di loro. Ci voleva la penna della Tuti per ridare alle Portatrici la voce e per farci scoprire la dignità e il coraggio di queste figure, simbolo di speranza e di umanità.

Attraverso gli occhi di Agnese, una donna nubile che si prende cura del vecchio padre invalido, siamo invitate a guardare la guerra da una nuova prospettiva, tutta femminile, tutt’altro che statica. Niente donne fragili o frivole, ma personaggi che non si sono limitati a osservare la guerra, ma che hanno svolto un ruolo attivo.

 Non è vero che le donne non sono mai scese in battaglia. Semplicemente, l’uomo le ha dimenticate.

Agnese e le sue compagne sono state figure chiave in un’epoca buia, perché oltre al fardello fisico che portavano fino alle vette più alte, la loro presenza serviva a tenere accesa la speranza nei soldati, a mostrare loro per chi combattevano: non solo per i grandi ideali, per la Patria e la libertà, ma per qualcosa di più concreto e tangibile.

E allo stesso modo serviva a dire loro: “Non state combattendo da soli, noi stiamo combattendo con voi”, ricordando loro quasi una sorta di “accudimento” materno.

“Che cosa devo fare?” chiederà Agnese in un punto cruciale della storia

“State al mio fianco” risponderà il capitano Colman.

Ed ecco come, in un ambito prettamente maschile e crudele come la guerra, dove tutto è sangue e morte e distruzione, la vita torna in qualche modo a sbocciare, a rivendicare forte la sua presenza attraverso le donne che meglio la rappresentano.

Dio è qui ed è donna.

“Fiore di roccia”: recensione

Niente Teresa Battaglia, niente trame gialle ma un nuovo personaggio, così vivido e intenso da ammaliare il lettore. Anzi, non solo Agnese ma anche le co-protagoniste, le altre Portatrici, ognuna con il suo carattere particolare e la sua storia personale.

Sono donne coraggiose, indomite, inarrestabili che riescono a guadagnarsi il rispetto dei soldati e non solo. Ma la Tuti le investe di un ruolo ben più importante ai limiti della sacralità.

Le Portatrici, che incarnano lo spirito femminile, sono coloro che portano la speranza e che trasmettono un importante messaggio: non dimenticate che, anche in tempi di guerra, l’uomo non è una bestia, ma è un essere umano. Nonostante si combatta su fronti contrapposti, tutti i soldati di qualsiasi fazione altro non sono se non uomini, mariti, figli, fratelli.

L’umanità, inteso come atteggiamento e come sentimento, è una formidabile combinazione di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza verso il prossimo.

E’ così grande l’emozione per aver trovato una comunanza profonda con chi rappresenta tutto ciò che vorresti respingere.

E Agnese ne è l’incarnazione perfetta. Attraverso le parole della Tuti viviamo i suoi conflitti interiori, fino alla presa di coscienza in cui si rende davvero conto di cosa significa essere umani, nel riconoscersi nell’altro, sia esso il nemico.

“Ho scelto di essere libera”

Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi. Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io. Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto. Quando tutto attorno a me era morte, io ho scelto la speranza.

Con “Fiore di roccia” Ilaria Tuti ci fa un dono meraviglioso: ci regala con la sua scrittura lirica e il suo stile inconfondibile un pezzo di storia dimenticata, sottolineando quanto noi donne sappiamo essere forti sia dal punto di vista fisico che psicologico anche in situazioni critiche come quelle di una guerra.

Ognuna di noi ha le potenzialità per essere un “fiore di roccia”, anche se non siamo chiamate a fare grandi cose.

PS: a Timau si trova il monumento dedicato a Maria Plozner Mentil, uccisa da un cecchino nel 1916 mentre riprendeva fiato durante la salita verso la prima linea. A lei, simbolo delle Portatrici, è stata conferita la Medaglia d’oro al valor militare. La Tuti si ispira a Maria per creare uno dei personaggi principali del romanzo, a voi scoprire quale.

Come sempre, un grazie di cuore a Paola di “Homemademamma”, l’inventrice del venerdì del libro.

Alla prossima lettura!

 

SCHEDA TECNICA

Titolo: Fiore di roccia

Autore: Ilaria Tuti

Editore: Longanesi

Anno: 2020

Pagine: 309

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4 Comments

  • Manu

    Mi piace moltissimo Ilaria Tuti e amo i luoghi di cui parla … Amo le montagne da tutta la vita. Sono sempre stata interessata alla vita sulle montagne ed alle condizioni di vita durante il primo conflitto mondiale. Questo romanzo è già in attesa di essere letto e tu mi hai dato una spinta in più.

  • Maris

    Non sapevo nulla della figura delle Portatrici, ti ringrazio perché con questo post mi hai fatto conoscere dunque un libro di certo interessante ed emozionante e anche appunto una realtà storica di cui ignoravo l’esistenza.

    • Priscilla

      Delle Portatrici si parla poco, troppo poco…Speriamo che la prospettiva verso le figure femminili durante i conflitti cambi, perché sono sicura che anche qui come in altri campi noi donne abbiamo fatto la differenza. Buona lettura!

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