vita con i bambini

La maledizione del week-end parte II

Cioè, ma vogliamo parlarne?!

Ringhio a una settimana esatta – e sottolineo una- dall’inizio della materna si è beccato un’influenza o un virus o quel che è, tanto il risultato non cambia: 39°C di febbre alle nove di mattina.

La maestra che chiama i nonni per andare a recuperare il pargolo tremabondo manco la piccola fiammiferaia mentre tenta di spacciare fiammiferi girando nuda e scalza per la città gelata.

Nel frattempo la madre indefessa lavoratrice, ignara di tutto, in ufficio che traduce alacremente testi tecnici la cui utilità non è data sapere.

La summenzionata madre (vale a dire io) sbircia di nascosto il cellulare alle ore 10.00 apprendendo l’accaduto con ben un’ora di ritardo.

Rintanata sotto la scrivania (ché nel lager  luogo di lavoro non è permesso utilizzare i propri mezzi di comunicazione) viene ragguagliata sulle condizioni di salute del povero pargolo dalla zelante nonna.

La quale, a conclusione di una rassicurante conversazione alla minima intensità sonora che un orecchio umano possa udire, conclude lapidaria: “Ma com’è che tu non te ne sei accorta che c’aveva la febbre quando l’hai portato?”

Distrutta nella parte più tenera del suo cuore, quella preposta alle gioie della maternità, Priscilla passa la restante giornata del venerdì sopraffatta dai sensi di colpa.

Salvo poi venire assolta il lunedì mattina dalla maestra del pre-scuola, che quasi avvilita (lei, non la madre degenerata), ammette di non aver assolutamente notato che il piccolo era febbricitante, perché -cito testualmente- “Era tutto bello pimpante: saltellava allegro come un grillo!”

Rinfrancata dall’acuta osservazione della maestra, Priscilla è pronta per affrontare la settimana con cuore meno pesante.

Il mondo le appare d’un tratto più bello, benché ancora sfuocato a causa dei lucciconi negli occhi. Lucciconi dovuti non a lacrime di gioia – anche se il motivo ci sarebbe- ma allo stato febbrile in cui la madre versa da venerdì sera.

Sì, perché non ci si può sottrarre alla maledizione del week-end: essa è infallibile come quella legata alla “Little Bastard”, inevitabile come quella di Tutankhamon e definitiva come l’avada kedavra harrypotteriano (se non sapete cosa siano è il caso che colmiate questa lacuna il prima possibile, non si possono ignorare, vi mancano le basi).

Il piccolo Ringhio ha diffuso il contagio e in un sol colpo è riuscito a infettare mamma, papà e sorella condannandoli ad un miserabile fine settimana sepolti in casa tra fazzolettini appallottolati.

Come nelle migliori tradizioni che si rispettino, all’arrivo della domenica sera la cappa pestilenziale ha lasciato la dimora familiare per dirigersi verso ignoti lidi, lasciando la madre a combattere con gli ultimi strascichi.

E’ quindi con occhi lucidi, naso gocciolante e scossa da una profonda tosse catarrosa che la fu-madre degenere, dismessa la lettera scarlatta, si appresta a terminare il lunedì, sperando in futuri week-end radiosi e divertenti.

Immagine presa da Internet, usata nel blog “E poi una mattina”
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