vita con i bambini

L’inglese vien giocando

Amo la comunicazione, da sempre. Mi piace parlare e scrivere con le persone. Sono la classica rompic…ehm, donna che ti importuna sul treno per fare due chiacchiere. Sono capace di attacar bottone anche con un cactus, davvero.

Ho studiato lingue perché il mio sogno era girare il mondo facendo la guida turistica, vivendo un pò qua e un pò là. Poi mi sono ritrovata a fare tutt’altro, ma questa è un’altra storia.

Avrei voluto approfittare per insegnare ai mie pargoli l’inglese fin da quando erano in fasce, ma mi sono scoraggiata per quello che avevo letto: puoi insegnare una seconda lingua solo se sei madrelingua, altrimenti fai solo pasticci. Metti che ti capiti di rovesciare qualche cosa: ti viene da smadonnare nella tua lingua, giusto? Per istinto se non sei madrelingua nelle situazioni più imprevedibili e paradossali ti trovi senza parole.

Pazienza, mi sono detta, impareranno come abbiamo fatto noi. Arrancando, con grande fatica, grazie ad un sistema scolastico antiquato che ha un approccio totalmente sbagliato dal punto di vista dell’insegnamento delle lingue straniere.

Poi mi sono imbattuta per caso in questo bellissimo sito. E ho scoperto che erano tutte cazzate. E’ più faticoso insegnare una lingua straniera ad un bambino già più grande, ma è fattibile. Si parla di insegnamento precoce di una lingua. Presa dal senso di colpa prima e fulminata sulla via di Damasco dopo, mi sono detta che non tutto era perduto.

Ho cominciato qualche mese fa per gioco con la mia famiglia a introdurre pian piano l’inglese, nel modo più soft e banale possibile. Semplicemente, facciamo baby-dance in lingua con canzoncine semplici come “Head, shoulders, knees and toos”. A loro piace un sacco, sembriamo degli invasati, balliamo seguendo le immagini sul tablet. Se per caso capita qualcuno a trovarci e siamo nello svolgimento del balletto, coinvolgiamo anche il povero malcapitato (se poi gli ospiti non vengono più a trovarvi, non chiedetevi il motivo).

Il sabato mattina quando andiamo in piscina in auto la Ninfa ed io cantiamo a squarciagola un ritornello che dice: “We are going to the swimming-pool, swimming-pool, swimming-pool. We are going to the swimming-pool, la du da da”.

Un’altra idea che mi è venuta è quella di fare inglese durante i pasti. Colazione, pranzo e cena sono scanditi dai miei blaterii  che nessuno comprende. Mi aiuta indicare le cose, il tono della voce, la mimica e le espressioni del viso. Inizialmente c’è stato un netto rifiuto da parte della Ninfa. Tenete in considerazione che Compagno Fedele non capisce nulla di inglese e Ringhio è ancora piccolo per esprimere una qualsiasi opinione. Quindi ero in minoranza.

Devo ammettere che mi sono demoralizzata e ho lasciato perdere. Ovunque c’è scritto che se i bambini si oppongono non ha senso continuare. Significa che non sono ancora pronti. Ma domenica mattina la Ninfa mi ha sorpresa. Durante la colazione, infatti, mi ha detto: “Ma mamma non giochiamo più all’inglese? Io voglio il milk, ma freddo!”. Mi è venuto un mancamento…

Così, sull’onda dell’entusiasmo, le ho regalato una bambolina che si trasforma in paticcino. Le ho detto che è una bambola speciale perché parla solo inglese. L’ha chiamata Margaret. La Ninfa per comunicare con Margaret si sforza di usare questa lingua sconosciuta. Mi chiede come si dice la tal cosa e tenta di ripeterla alla bambola. E’ tenera e tenace assieme. Ha imparato a dire “cupcake” e ora si sta esercitando con “strawberry”. Margaret infatti ha un delizioso profumo di fragola…

Mi ha chiesto se Margaret ha delle sorelle e ovviamente ho risposto di sì.

“Ma dove sono?”

“Sono in Inghilterra. Perché?”

“Perché lei si sente sola, poverina”

“Dai, vedrai che se scrivi la lettera a Babbo Natale magari te ne porta un’altra.”

Forse ho trovato il modo giusto per stimolarla. La Ninfa è ancora piccina, tra pochi mesi compirà quattro anni. Ma è già più esposta a nuove lingue di quanto lo fossi io da piccola.

La scuola dell’infanzia dove va è frequentata anche da bambini del Ghana, della Liberia, della Bulgaria, dell’Albania…A volte la maggior parte di loro arriva e sa parlare solo in inglese.

Proprio per questo da alcuni anni hanno avviato dei progetti per aiutare i bambini ad approcciarsi con le lingue straniere. Le insegnanti si appoggiano a studenti di lingue, universitari o dell’ultimo anno del liceo linguistico, che per alcuni mesi si impegnano come tirocinio a lavorare coi i bambini.

Attraverso canzoni, rime e attività ludico-ricreative insegnano loro le prime parole. Disegnano grandi cartelloni tematici, come per esempio l’autunno. E ogni bambino appiccica immagini di foglia, frutti o attività legate a quel periodo.

La Ninfa ha imparato a fare il giro tondo (“Ring a-ring o’roses”) e sta tentando di insegnarlo al suo fratellino. Lo obbliga a giocare in continuazione, fino allo sfinimento.

Recentemente Compagno Fedele ha scoperto che su youtube si possono trovare gli episodi di Peppa Pig in lingua originale, per cui ogni tanto lui e i pupi colonizzano il lettone e si guardano due o tre episodi. Seguono il cartone animato con grande concentrazione. Anche se sono ancora alle prime armi, grazie ai disegni semplici capiscono il senso generale della trama. Io intanto ne approfitto.

Mi chiudo in bagno da sola a leggere, mi faccio una doccia con acqua bollente (quando i bambini sono con me la temperatura dell’acqua è nettamente inferiore, se non voglio bollirli come aragoste), riesco perfino a usare il balsamo e l’olio per il corpo.

Mi piace perché tutti l’hanno presa come un gioco, con leggerezza e spensieratezza. Cantiamo, balliamo, ci divertiamo. E intanto impariamo. Se anche a scuola provassero ad utilizzare dei metodi simili a questo, più coinvolgenti e divertenti, ci sarebbero più persone che parlano non solo inglese, ma anche spagnolo o arabo o cinese.

Adesso ai nostri amici stranieri in visita chiediamo di parlare inglese quando ci incontriamo, proprio per far capire ai bambini che nella vita reale esistono persone che parlano una lingua diversa.

La Ninfa mi ha chiesto se quest’estate in ferie andremo in Inghilterra. Le ho detto che la mamma preferisce i posti caldi, ma magari un week-end ci possiamo anche andare.

Non pretendo che i miei figli diventino bilingue, anche perché oramai è troppo tardi,  ma se sanno già qualcosa d’inglese male non fa. Come dice il proverbio: “Impara l’arte e mettila da parte”.

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