vita con i bambini

Non chiamatemi piccola!

“Dai, infilati le scarpe! Mettiti il cappello che fuori fa freddo. Sei pronto? Allora andiamo e dammi la manina che ci sono le macchine”

Si incamminano pian piano lungo la strada, rasente ai muri, le mani avvinghiate in una stretta dolce e decisa allo stesso tempo.

Lei cammina altera, rigida e impettita. Ha sul capo una berretta rosa con un gattino, unica nota stonata che le conferisce un aspetto quasi buffo.

Lui le trotterella a fianco, a piccoli passi saltellanti, ondeggiando il capo quasi come se stesse seguendo il ritmo di una sua musica interiore.

“Buongiorno” esclama lei, incrociando un’anziana signora.

 “Dadaooo” Le fa eco il bimbo, accompagnando il saluto con un gesto della mano.

“Sei stato bravo, proprio educato, come ti ha insegnato la mamma”.

La lode è seguita da un bacetto umidiccio sulla guancia. Il bambino, con la mano libera, non esita a pulirsi non appena l’altra si gira.

Proseguono la loro abituale passeggiata seguendo un percorso circolare che li condurrà di lì a venti minuti davanti alla porta di casa.

L’aria fresca crea un perfetto contrasto con i raggi perpendicolari del sole.

I due si ritrovano in breve con le guance arrossate, gli occhi che lacrimano nella luce abbagliante.

“Andiamo di là, all’ombra” suggerisce lei, pilotando il suo piccolo compagno dall’altro lato della strada.

Camminano piano, gustandosi ogni singolo passo, quasi come se non mettessero il naso fuori casa da chissà quanti mesi.

“Ciao, come va?” Il vocione roboante del signor Anselmo, il fornaio, li riscuote dai loro pensieri.

“Bene grazie. E tu?”

“Bene anche io. E come si chiama questo bel bambino?” continua Anselmo, accucciandosi ad altezza nano.

“Si chiama Michele, ma non parla ancora. Sai, è piccolo!”

Il bimbo sorride, quasi a volersi scusare. Il fornaio si accomiata, non senza avergli fatto un buffetto.

“Dadaoo”

“Bravo, ma dovevi salutarlo prima, non adesso che è andato via. Sei un po’ a scoppio ritardato” lo rimprovera lei, con fare canzonatorio.

Svoltano sulla destra e imboccano un viale alberato. I rami sono ancora spogli, ma presto si riempiranno di nuovo di verde e di rosa.

“Sai, anche se c’è il sole è ancora inverno. La primavera comincia tra poco. E quando arriva la bella stagione, possiamo finalmente andare in giro senza cappelli e senza giacca”.

Il bimbo la ascolta, in reverenziale silenzio.

Poi comincia il suo gioco preferito: con il ditino indica le cose che vede e aspetta che lei dica il loro nome.

“Daaaaa?” chiede

“Quella è una panchina”

“Daaaaa?” domanda

“Quello è un cancello”

E così via. Lei risponde sempre scandendo bene le parole, con tono chiaro e preciso. Non si spazientisce, anche se il piccolo tiranno le chiede le stesse cose anche due o tre volte di seguito.

Girano a sinistra su una strada sterrata, piena di buche e sassi. Il bambino si libera improvvisamente dalla presa e scatta in una corsa rocambolesca, zigzagando tra le pozzanghere ormai secche.

“Aspettami!” grida lei “Stai attento a non cadere”

Arrivano davanti alla porta di casa, il piccolo con un sorriso furbetto stampato in faccia.

“Devi sempre aspettarmi. Può essere pericoloso” lo rimbrotta lei, con aria seria e accigliata.

“Vero, mamma?” mi chiede, girandosi tutta soddisfatta.

“Sono stata brava?”

“Certo, bravissima. Proprio come una mamma vera.” E lo penso sul serio.

Lei gongola, felice. Le piace atteggiarsi da grande, giocare alle mamme o alle maestre, approfittando del fatto che il suo fratellino è ancora piccolo, sebbene il divario di età tra i due scomparirà nell’arco di un paio di anni al massimo.

In fondo, cosa sono ventitré mesi di differenza?

 

Con questo post partecipo al tema della settimana  #equivoco proposto dagli Aedi digitali.

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