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vita con i bambini

Schegge impazzite

I miei figli corrono qua e là come schegge impazzite. Non li ferma il brutto tempo, il vento, le giornate che si accorciano.

Non li ferma la stanchezza che cala loro addosso la sera e che, anzi, sembra dare loro ancora più energia in un assurdo e completo nonsense.

I miei figli corrono incontro alla vita, la abbracciano e si fanno abbracciare, come quando al mare giocavano con la schiuma delle le onde.

Si buttano a capofitto in ogni cosa, nuova o vecchia che sia.

Anche il semplice tragitto che fanno per arrivare a scuola, la mattina, diventa il percorso ideale per vivere le loro avventure immaginarie.

Rimango molti passi indietro, mi incanto ad osservarli mentre penetrano in un bosco fitto saltellando sui tombini che tombini non sono più.

Si rincorrono con gli zaini ancora mezzi vuoti, le borracce che sbattacchiano tintinnanti. Saltano e pare che spicchino il volo.

Poi si fermano all’improvviso, persi a contemplare qualcosa che solo i loro simili possono vedere.

Ripartono, corrono, gridano al mondo la loro gioia, semplicemente contenti di esistere.

Ed io li guardo, sento il cuore perdere un battito, perché so che da ora in poi il mio posto da genitore non sarà più con loro, ma dietro di loro.

Stanno per attraversare il cancello della scuola assieme ad altre schegge impazzite.

Si girano e mi vengono incontro, si abbassano quell’odiosa mascherina e mi stampano due baci sulle guance.

“Ciao mamma, ci vediamo più tardi!”

Le voci si perdono mentre percorrono il lungo corridoio.

Rimaniamo solo noi, lì fuori. Mamme e papà carichi di fardelli che si apprestano a iniziare la giornata col cuore più o meno pesante.

Ed è allora che si sentono i sospiri, a metà tra sollievo e rimpianto.

Il piacere di aver lasciato i bambini a scuola, quel luogo da cui i piccoli riemergeranno dopo sei-otto ore, ore di presunta libertà. Per i genitori.

Che pare ultimamente si sentano in trappola. Seguire i propri figli è un compito ingrato, i bambini spesso sono irriconoscenti, indisciplinati, pieni di pretese assurde e dire loro di no sembra impossibile.

Le poche mamme e papà che osano farlo sembra vengano colpiti da terribili maledizioni, lanciate da stregoni che si sono reincarnati in bambini dalla guance paffute.

“Ieri sera Paolino ha fatto una crisi perché voleva le coccole, ma io ero troppo stanca per fargliele. Bisogna che si abitui e capisca che oramai è grande per queste cose.” Paolino va in prima e non ha ancora compiuto sei anni. Certo, in alcune parti del mondo potrebbe già essere in età da lavoro, a cucire palloni da calcio o scarpe.

“Pensa invece che la mia Marta domenica pomeriggio pretendeva di andare fuori al parco a giocare! Mio marito è stato irremovibile, ha preferito stare sul divano. Del resto lavora tutti i giorni e torna a casa la sera tardi”. Marta non gioca mai con il suo papà, nemmeno il sabato quando la scuola è chiusa. Vorrebbe mostrargli che ha imparato a fare la ruota.

“Eh, ma adesso che è iniziata la scuola hanno finito anche loro di avere buon tempo. Adesso ci sono i compiti, il calcio, il basket, le lezioni di chitarra…Vedrai come crollano poi la sera!” Stanchi, sfiniti, con un’agenda così fitta che incastrare un momento per andare a fare la cacca in bagno sembra già un’impresa eroica.

Rimango in silenzio. Del resto non saprei cosa dire.

Guardo la mamma di Paolino, che sta cercando un lavoro part-time per trascorrere più tempo con i figli, rosa dal senso di colpa che si portano addosso molte mamme lavoratrici.

Osservo quella di Marta, stufa di dover fare sia da mamma che da papà alla bimba e alla sorellina Lucia mentre il padre fa due lavori per mantenere la famiglia.

Scruto di sottecchi Carlo che con la compagna Gioia gestisce un’edicola e una famiglia allargata, due figli lui e tre lei ereditati da precedenti relazioni.

Sto zitta e semplicemente ascolto.

Accolgo i loro discorsi per quello che sono, semplici sfoghi di genitori che come me tentano ogni giorno di fare del loro meglio per non far mancare nulla ai loro bambini.

Lamenti dettati dalla stanchezza, dall’ansia, dalla paura di non riuscire ad educare i loro bambini, a dare loro del tempo di qualità, perché spesso quel tempo manca proprio.

Una volta era diverso e, in un certo senso, i genitori seguivano i figli molto meno che adesso.

Quando un bambino restava fuori a giocare in cortile dalla mattina alla sera con i suoi amici, nessuno veniva additato come pessimo genitore.

Quando i bambini si strafogavano di merendine e succhi di frutta nessuno diceva nulla.

Quando un bambino rimaneva a casa da solo qualche ora il pomeriggio perché la mamma e il papà erano al lavoro a guardare ininterrottamente i cartoni animati nessuno si scandalizzava.

Perfino quando si caricavano in auto i bambini senza i seggiolini, liberi di scorrazzare sul sedile posteriore e a volte anche su quello anteriore nessuno obiettava.

I tempi sono cambiati e fare i genitori oggi è molto più impegnativo di prima.

Al di là di trattare i bambini come sorvegliati speciali giorno e notte, le esigenze dettate dalla società sono cambiate.

L’attenzione verso la salute dei piccoli è mutata: cibo sano, movimento, controlli periodici sono ormai all’ordine del giorno.

La gestione del tempo libero dei nostri figli ha assunto un valore altissimo, così come l’istruzione. Si cercano programmi di qualità da guardare con loro, attività extra scolastiche che possano far sbocciare i loro talenti, giochi educativi da fare assieme.

Tutto questo richiede un grande impegno da parte nostra, non solo in termini economici ( mangiare sano ai giorni nostri costa, ragazze, i corsi extra non li regala nessuno) ma anche in termini di energia ( proporre ai bambini giochi intelligenti e farli con loro spesso è faticoso e dobbiamo averlo, questo benedetto tempo).

Aggiungiamo tutta la questione socio-psicologica del cambiamento delle figure genitoriali di riferimento, la difficoltà oggettiva di dover creare un nuovo modello di mamma e papà diverso da quello standarizzato della mamma casalinga e del papà lavoratore, della mamma intrisa di spirito di sacrificio che si deve immolare per la prole e del padre padrone, che sgobba fuori casa e rientra la sera per crollare sfinito sul divano.

Perciò scusate se anche chi ha figli a volte vorrebbe non averne.

Perdonatemi se quando i miei pargoli fanno i capricci e ho passato otto ore in ufficio, due ore in coda e devo ancora fare la spesa e preparare la cena posso innervosirmi e rispondere male.

Passate sopra al fatto che spesso vorrei semplicemente potermi concedere il lusso di stare tutta una giornata a letto, mangiare schifezze e guardare programmi non adatti ai minori.

Sfido chiunque abbia un figlio a non essersene mai uscito con frasi infelici, lamenti, piagnucolii o crisi isteriche. Perché prima o poi capita a tutte le mamme e a tutti i papà, perfino a quelli che peccando di orgoglio pensano erroneamente di essere perfetti.

Per questo, vi prego, evitate di dire che i genitori di oggi si lamentano troppo o che vorrebbero che i propri figli diventassero indipendenti il più in fretta possibile.

Cercate di osservare, di andare oltre, di capire cosa nascondono queste frasi buttate là e orecchiate fuori dalla scuola, dalla palestra, dal salumiere.

E se non li conoscete, vi supplico, non giudicate.

In fondo, noi genitori moderni non siamo altro che schegge impazzite, prese dal trambusto della vita, schegge che sognano di poter tornare un giorno ad essere uno specchio integro.

 

 

 

(L’immagine è tratta da Pixaby)

 

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