Quando si diventa mamme il tempo che dedichiamo a prenderci cura di noi stesse viene rosicchiato da mille altri impegni.

Spesso ci troviamo in situazioni tali per cui ficcarsi sotto il getto dell'acqua per dieci secondi netti viene definito "doccia".

A volte già solo trascorrere qualche minuto sole in bagno, con una porta chiusa che ci divide dal mondo esterno (e dai nostri figli, soprattutto), diventa il paradiso.

Sfogliando una delle tante riviste che di solito reperite nei bar o dalla parrucchiera, mi sono imbattutta nell'ennesimo articolo sulla cura della pelle. "Skin care perfetta in dieci minuti".

Dunque la domanda mi è sorta spontanea: ma quanto tempo dedica normalmente alla cura di sè una mamma?

Secondo i suggerimenti di questi tabloid, ecco come dovrebbe essere una buona  routine giornaliera.

Al mattino, la donna che si prende cura di sè mette fuori le sue lunghe gambe flessuose dal letto, si stira voluttuosamente e pratica il saluto al sole. Poi si dirige nella stanza da bagno.

La mamma si fionda fuori dal letto all'ennesimo trillo della sveglia, che ha posizionato strategicamente in corridoio per essere certa di alzarsi per spegnerla.

Dopodiché si dirige sbadigliando verso il bagno e nel tragitto si flette per raccogliere, nell'ordine: una macchinina, la spazzola della bambola e un pezzo delle lego su cui ha inavvertitamente appoggiato un piede.

In bagno, la donna che si prende cura di sé si fa un peeling o uno scrub con i sali del Mar Morto, mentre sulla sua chioma riposa una maschera all'olio di rosa mosqueta.

La mamma si infila velocemente sotto il getto dell'acqua fredda, lavandosi corpo e capelli con il primo doccia shampoo che le capita in mano, che se le va bene è quello dei bambini.

La donna delle riviste patinate  si tampona delicatamente il corpo e si massaggia sul corpo una crema super idratante al burro di karitè, mentre su seno e glutei applica una generosa dose di crema elasticizzante.

La mamma salta la crema corpo, che si stanno svegliando i bambini.

La donna degli articoli di bellezza a questo punto si dedica alla cura del viso: rifinisce con cura le sopracciglia, idrata la pelle con una crema adatta alla sua età, applica quella per il contorno occhi e si trucca con cura da red carpet.

La mamma si cosparge il viso con un abbondante strato di crema super idratante antirughe dodici effetti in uno e in due minuti applica: fondotinta super coprente, sperando di mimetizzare anche i baffetti che stanno spuntando, correttore per mimetizzare le occhiaie, ombretto, eye-liner e mascara.

La donna super fica intanto si dedica alla chioma rigorosamente leonina: la pettina con una spazzola in legno, si mette una noce di crema lisciante e si fa una piega da salone di bellezza.

La mamma afferra la spazzola e in quattro colpi è pronta. I capelli si asciugheranno intanto che prepara la colazione.

La sera, il rituale continua.

La donna che si prende cura di sé entra nel suo bagno, fiocamente illuminate da candele di varie misure che neanche una sala del commiato durante la veglia funebre della bisnonna. Si strucca con un'acqua micellare e si tampona con un tonico rigenerante. Poi si immerge nella vasca che è già stata preparata per lei (da chi non ci è dato sapere) per un bagno rilassante con olio essenziale di Ylang Ylang.

La mamma a fine giornata tenta di barricarsi in bagno, alza la radio a tutto volume per mascherare le urla belluine dei suoi figli che urlano al cielo il proprio dolore per essere stati chiusi fuori.

Entra direttamente nella vasca da bagno in precedenza preparata da lei stessa medesima in persona, con l'acqua già quasi fredda e il bagno schiuma dei bambini. Si strucca direttamente lì.

La donna sofisticata che ci mostrano le immagini delle riviste femminili, emerge dalla vasca con una grazia tale che al suo confronto sarebbe impallidita pure la Venere di Botticelli. Sul suo corpo, praticamente perfetto, senza cellulite, rotolini e soprattutto senza peli applica la nuova crema corpo di Narciso Rodriguez. Si spalma sul viso un siero notte specifico e si ravviva la folta chioma con le dita. Poi indossa un reggiseno in pizzo e le coulotte coordinate (probabilmente di là la sta aspettando quello che le ha preparato la vasca da bagno).

La mamma reale si asciuga con l'accappatoio di spugna del marito e applica la stessa crema super idratante tutto in uno del mattino sul viso. Decide che non può più posticipare di un altro mese l'appuntamento per la ceretta mentre indossa le mutande contenitive sotto il pigiama di pile. Prende in seria considerazione l'idea di dormire direttamente sul tappeto del bagno, perché non sa con certezza se riuscirà ad arrivare a letto, dove probabilmente suo marito si sarà già addormentato.

 

Prima o poi arriva per tutte le mamme il temuto momento.

No, non sto parlando di quando i nostri pargoli ci chiedono serafici:

"Ma mamma come nascono i bambini?"

Chè lì madre natura ci viene in soccorso con api e fiori.

Mi riferisco a quel brutto momento in cui i nostri bambini con la lacrima a stento trattenuta e la voce belante ci chiedono:

"Ma perché mamma devi sempre andare a lavorare?"

E lì ci crolla il mondo addosso.

Tuffo al cuore, respiro strozzato.

La mente corre a cento all'ora per trovare una risposta a misura di bambino che sintetizzi il motivo del nostro agire.

Risposta istintiva: "Vai a chiederlo al papà, amore!".

Ma si da il caso che da tempi immemorabili a nessuno importa se il papà va a lavorare (e i padri non me ne vogliano per questo).

A scelta potete sbizzarrirvi con:

  • la mamma va a lavorare per portare a casa i soldini per comperare le cose che ci servono, come il cibo e i vestitini;
  • la mamma va a lavorare perché è suo dovere farlo: tu vai a scuola/asilo e mamma e papà vanno al lavoro;
  • la mamma va a lavorare perché le piace quello che fa, le da soddisfazione anche se è faticoso.

In ogni caso non aspettatevi che vostro figlio si senta soddisfatto.

Se vi va bene, la vostra risposta scatenerà una serie di "perché?" che neanche una catena di Sant'Antonio.

Se siete pragmatiche, comincerete con la lunga spiegazione che servono i soldi per campare.

Ogni cosa costa e, siccome non siete miliardari, dovete lavorare per avere i soldi e usarli per comperare da mangiare, per i vestiti e i giochi e anche per andare al cinema ogni tanto.

Questo potrebbe causare crisi d'ansia nel vostro bambino.

La sua risposta più probabile:

"Di giochi ne ho tanti e invece del cinema guardo i cartoni animati alla televisione. Poi dici sempre che mangio poco... Vedi che non ci servono tanti soldi? Basta che va a lavorare il papà".

Il tutto seguito dalla rottura del salvadanaio a forma di porcellino da cui estrarrà tre euro in monetina rossa di cui vi farà dono.

E vi sentirete davvero davvero miserabili.

Decidete allora di giocarvela sul tema della soddisfazione personale.

"La mamma va a lavorare perché quello che fa le piace. E quando tu fai le cose che ti piacciono sei contento, vero?".

Questo scatenerà una reazione di puro terrore in vostro figlio.

"Mamma, allora preferisci andare a lavorare piuttosto che stare con me?"

E qui vi arrampicherete sugli specchi per spiegare ad un pupo distrutto dalla vostra rivelazione quello che intendevate dire.

Ma oramai il danno è fatto.

Il migliore amico di vostro figlio per i prossimi vent'anni sarà l'analista.

E vi sentirete delle merde piccole piccole.

Se come me in questo periodo non vi sentite in vena di lungaggini e paranoie inutili (che già abbiamo mille motivi per farcele), optate per l'opzione due.

Semplice, pulita e chiara.

Soprattutto scarica-barile: chi obbliga mamma e papà ad andare al lavoro?

Esiste davvero qualcuno che può dare ordini alla mamma?

Allora meglio non farlo incazzare...

Ieri nel mio piccolo paese situato in una valle non molto felice è accaduto un fatto tragico.

Lo sto scrivendo solo perché devo liberarmi da questo peso, perché non posso fare a meno di continuare a pensarci, perché mi ha proprio sconquassato l'anima nel profondo.

Ieri è morta una bambina di cinque anni, che frequentava la stessa classe della Ninfa alla materna. Si è spenta dopo una corsa disperata all'ospedale e un  inutile tentativo di rianimazione.

L'abbiamo appreso all'ora di pranzo, quasi per caso. CF guardava Facebook e si è ritrovato a leggere la notizia del giornale locale.

Nel frattempo il vicino di casa ottantenne mi suona il campanello, col volto preoccupato, per darmi la triste notizia.

Lo ringrazio e torno da CF.

Insieme leggiamo le poche righe che parlano del decesso di una bambina di 5 anni avvenuta per una forma non contagiosa di meningite da pneumococco.

Va detto che viene specificato che i medici non hanno disposto nessun tipo di profilassi nemmeno per i parenti stretti per la non contagiosità della forma di meningite.

Credo comunque di aver perso dieci anni di vita.

In questi ultimi mesi il binomio "meningite" e "decesso" all'interno della stessa frase ha il potere di gelare il sangue a tutte le mamme.

Ci siamo interrogati sull'identità della piccola, dal momento che ultimamente un sacco di bambini sono a casa decimati da varicella o influenza.

Poi ci siamo chiesti se fosse il caso o meno di andare a verificare in loco che tutto stesse andando bene.

Se mi conoscete, sapete che non sono ansiosa, per cui ho optato per un no. Ho dato fiducia a chi ha detto che non c'era nulla di cui preoccuparsi.

Ho pensato che, se si doveva andare a prendere i bambini, le maestre ci avrebbero contattato.

Salvo poi essere chiamata da CF che, uscito per andare al lavoro, mi avvisa che davanti all'asilo c'è una coda infinita di genitori che stanno portando via i bambini.

A quel punto devo per forza andare.

Quando arrivo mi accorgo che è in corso un'evacuazione generale: mamme, papà e nonni sconvolti portano a casa i loro pargoli, come se un' uscita lampo dall'istituto abbia il potere di prevenire un eventuale contagio.

Le maestre sono divise: c'è chi comprende lo stato d'animo dei genitori e chi invece ne è molto infastidito.

Nel frattempo il panico serpeggia.

Su whatsapp è tutto un intrecciarsi di messaggi per scoprire l'identità della piccola e per capire come muovere i prossimi passi.

Nel primo pomeriggio le rappresentati ci rassicurano: a breve ci sarà una riunione con maestre e direttrice del plesso e rappresentanti dell'ASL, che devono emettere un documento ufficiale che attesti la non pericolosità dell'accaduto.

Con il cuore pesante mi avvio al lavoro, mentre mia figlia ignara di tutto mi saluta con la mano.

In seguito si apprende che la bimba, di origine pakistana, era una compagna di classe della Ninfa e sarebbe deceduta in seguito a meningite da pneumococco.

Dall'ASL continuano a ripetere che non ci sono pericoli di contagio. Se da una parte la notizia mi rinfranca, dall'altra mi sento addolorata per la famiglia della bambina.

Il tam-tam sul gruppo dell'asilo riprende incessante.

La cosa che mi sconvolge di più è notare che, da quando la piccola ha un nome, un volto, un'identità sembra essere passata in secondo piano.

Perché era pakistana. Perché non era "una di noi". Perché se proprio deve capitare è meglio che succeda a "quegli altri".

La priorità ora è sapere se i bambini l'indomani possono o no tornare all'asilo.

Questo fatto mi rattrista moltissimo. E' vero, la comunità pakistana presente sul nostro territorio non fa grandi sforzi per integrarsi. E non li fanno nemmeno gli Italiani.

Tranne loro, i bambini.

Ai bambini non importa da dove vieni, che cosa puoi mangiare, di che colore hai la pelle. I bambini non ti giudicano se fai l'ora di religione o se non vai a messa la domenica.

Ai bambini importa solo se sei simpatico o antipatico, se hai voglia di giocare o di disegnare. O di essere mio amico.

Come lo era M. della Ninfa.

M. che, a quanto pare, non aveva fatto le vaccinazioni.

M. che era stata in pronto soccorso con la febbre alta ed era stata rimandata a casa perché aveva l'influenza.

M. che, forse per una diagnosi sbagliata (ora hanno aperto un'inchiesta), è morta.

M. che invece dell'influenza aveva contratto una forma particolare di meningite da pneumococco.

M. che era vispa, allegra, chiacchierina con quel suo italiano un pò stentato.

M. che era una bellissima bambina.

M. che ora non c'è più.

Di M. rimarrà la foto di gruppo di Natale, un paio di articoli dedicati alla sua tragica scomparsa, poi il ricordo sbiadirà lentamente dalle nostre menti e diventerà un fatto di cronaca da raccontare.

Non so quando né come spiegherò alla Ninfa perché M. non andrà più all'asilo. Forse, da codarda, le dirò che è tornata a vivere in Pakistan.

Non perché credo che la Ninfa non sia pronta per affrontare certe esperienze, ma perché sono io che mi sento impreparata.

Come spieghi a una bimba di quattro anni che una sua amica è morta perché si è ammalata? Come le dici che se i suoi genitori l'avessero vaccinata sarebbe ancora qui?

Come le racconti questo fatto senza provocare poi ansie e paranoie?

Come puoi impedire l'associazione "se mi ammalo poi muoio" o "se la mamma si ammala poi muore"?

E' comodo affrontare certe notizie quando le leggi sui giornali o le ascolti in televisione o alla radio!

Quando ti piombano addosso, tra capo e collo, e riguardano persone che si conoscono allora la faccenda cambia.

Torna l'eterno dilemma sulle vaccinazioni, se sia meglio o meno farle, se renderle o meno obbligatorie.

Si insinua il dubbio: "Se non è contagioso, come ha fatto a prenderlo? Da qualche parte l'avrà pur preso."

Riappare il clima di sospetto sugli immigrati, accusati più o meno esplicitamente di portare in Italia malattie che qui non c'erano più o non ci sono mai state.

Si affaccia la questione sulla malasanità, sulla gestione di un Pronto Soccorso in cui il personale lavora a ritmi estenuanti ed è sotto numerato.

Emerge l'impreparazione di un plesso scolastico che, a mio parere, poteva gestire la questione in un altro modo, evitando che si diffondesse il panico.

Non credo che i genitori debbano venire a conoscenza di questioni così delicate e destabilizzanti da un social o dal vicino di casa ottantenne!

In ogni caso, piccola M., la tua memoria verrà onorata, almeno da me. Non credo che riuscirò a dimenticarmi di te. Mai più.

6

Da quando scopri di essere incinta in avanti vai incontro a grandi cambiamenti, che interessano il tuo corpo e la tua psiche. Ma anche la tua privacy.

Quando la pancia comincia a vedersi, sembra di avere una calamita sotto la maglietta: tutti quanti si sentono in diritto di appoggiarci la mano appena ti vedono. Persone che a malapena conosci quando ti incontrano per strada ti salutano e...Tac! Toccatina alla panza! Ma che poi io dico e mi domando: la pancia rimane comunque mia anche se porto in grembo un bambino. Mi vuoi chiedere almeno se puoi o no?

Che dire riguardo alle domande indiscrete che ti vengono rivolte? Ma mangi? Ma dormi? Ma cag..ma ti scarichi regolarmente? Ma farsi un paio di cavoli propri no, eh? Perché la gente deve essere così interessata alla mia regolarità intestinale, neanche lavorassero in incognito per la Activia!

Quando sei in ospedale in attesa del grande evento, ogni medico od ostetrica che passa in prossimità del tuo letto si sente autorizzato a visitarti.

"Signora vediamo a che punto siamo!" E... zac! Ti infila dentro un dito a tradimento.

Dopo il parto pensi finalmente di riappropriarti della tua patata  delle tue parti intime ma ti sbagli. Visita di controllo prima di uscire, se hai i punti visita giornaliera per vedere come procede.

Se allatti, sarai sempre con le tette al vento, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Non saprai più cos'è la discrezione: pur di far smettere di urlare il frugoletto che hai sfornato non esiterai a infilargli la tetta in bocca nemmeno in chiesa durante il funerale della prozia suora di clausura di tuo marito.

Pensi che crescendo le cose si sistemeranno. Oramai il bimbo non succhia più, la tua pancia non è più un albergo, laggiù tutto è tornato normale (o quasi). Niente di più sbagliato.

Non godrai più di qualsiasi tipo di privacy quando andrai in bagno. Sei lì seduta sulla tazza sfogliando la tua rivista preferita quando la posta si apre ed entrano nell'ordine: la Ninfa che deve raccontarti assolutamente quello che ha fatto all'asilo, Ringhio che vuole le coccole e si siede sulle tue ginocchia, i gatti che dato che ci siamo diamo un'occhiata e vediamo cosa c'è di nuovo e CF che in quel momento deve farsi la barba ed è già in ritardo. Forse vi libererete del marito se i bagni sono due ma i bambini vi seguiranno comunque.

Ho provato a chiudere la porta a chiave ma le pesti si appostavano fuori dalla porta piangendo e urlando. In alcuni casi, se sono occupati in attività di notevole interesse, arriveranno a chiedervi di lasciare la porta spalancata: "Così mamma ti vediamo". E dove devo andare? Giù per il tubo?!

Anche fare la doccia diventerà un evento comunitario. La mamma si lava? Laviamoci anche noi! La Ninfa e Ringhio si spogliano alla velocità della luce e si mettono sotto il getto dell'acqua. Poi afferrano la spugna e fanno a turno per lavarmi.

Per fare una doccia in solitaria devo sfruttare le ore notturne, ma senza phon che altrimenti il resto della famiglia si sveglia. Immaginate lo stato dei miei capelli...

E siccome tutti noi insegniamo ai nostri figli che non si devono dire le bugie, l'altra volta sono arrivati dei parenti a trovarci. Erano tutti seduti in sala a chiacchierare mentre io ero un attimo in bagno. La Ninfa, candida come solo una bambina di quasi quattro anni può essere, alla domanda: " E la mamma dov'è?" ho risposto: "In bagno a fare la cacca". Secondo voi dopo sono uscita?

E voi come vi districate in queste situazioni?

 

 

Capita spesso per svariati motivi di essere costretti a mentire ai nostri figli.

Personalmente tento di evitarlo il più possibile, perché sono convinta che non sia corretto nei loro confronti.

Per me spiegare le cose in maniera semplice in base all'età del bambino è sempre possibile e preferibile.

Sabato pomeriggio avevo programmato da tempo un'uscita con le amiche.

Toccava al Compagno stare con i pargoli.

La Ninfa mi assiste come al solito nella preparazionee, al momento dei saluti, a bruciapelo chiede:

"Mamma, ma dove vai?".

Il Compagno mi precede con un secco: "La mamma sta andando al lavoro."

Ma la Ninfa non si fa fregare: "Oggi è sabato, siamo andati in piscina e la mamma il sabato non lavora".

Trafiggo con il mio noto sguardo magnetico il Compagno e vorrei tanto vedere cosa tira fuori dal cilindro per togliersi dall'impasse, ma il il tempo è tiranno.

Mi accuccio sui talloni, cerco il contatto visivo con mia figlia e le spiego:"La mamma oggi va via con le sue amiche, mangia qualcosa con loro e poi torna da voi. Nel frattempo tu, papà e Ringhio potete decidere assieme cosa fare intanto che mamma è via".

"Senza distruggere la casa", vorrei aggiungere.

Lei mi abbraccia, mi bacia e mi benedice: " Va, stai attenta e divertiti".

Niente pianti, urla o sceneggiate.

Quando sono rientrata, loro dormivano già, dopo un pomeriggio di attività sfrenate che comprendevano anche una lezione di cucina.

Devo ammettere di essermi sentita soddisfatta, soprattutto alla luce di quanto ho letto in questo articolo.

Certo, rimane escluso da questo ragionamento il discorso di Babbo Natale, Fatina dei dentini, Santa Lucia e altri mitici personaggimitici personaggi.

E voi come vi comportate? Verità sempre e comunque o preferite qualche escamotage?