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Domenica pomeriggio m'è toccato andare a fare la spesa.

Vi prego, signore commesse, non odiatemi! Di solito non giro per i centri commerciali il settimo giorno, cerco di andare il venerdì sera dopo il lavoro o il sabato mattina. Il settimo mi riposo anche io.

Ma stavolta è capitato, sabato la calura era insopportabile e non me la sentivo da sola di caricare due pupi in macchina e andare a fare shopping (che poi in realtà è rifornimento di generi alimentari).

Vabbè, fatto sta che questa domenica girellavo tranquillamente facevo lo slalom tra le corsie in una gara improvvisata che vedeva me e la Ninfa schierate contro CF e Ringhio a chi riempiva il carrello prima (lista della spesa random divisa a metà), quando ci siamo ritrovare nel reparto para-farmacia e cosmetica.

Stavo cercando la pappa reale e la mannite quando ho notato un capannello di donne che chiosavano sommando altro rumore alla confusione abituale del supermercato.

Incuriosita, mi sono avvicinata ad osservare. C'era una simpatica donnetta che nell'aspetto ricordava una chioccia tutta infervorata a mostrare i prodotti solari, con tanto di dimostrazione.

Bene, mi sono detta, i solari devo comperarli, per cui tanto vale vedere cosa propone la gallina padovana rappresentante.

Con la sua voce squillante, ha informato la platea riguardo ai danni del sole tessendo un quadretto inquietante: in età pediatrica i bambini che si scottano hanno maggiori probabilità di sviluppare crescendo problemi alla pelle che possono sfociare perfino in tumori.

Per questo l'uso di prodotti solari (creme, gel, spray...) è importante.

I solari sul mercato oggi sono tantissimi, adatti a tutte le tasche, a tutte le esigenze e a tutti i tipi di pelle, con fattori di protezione bassi ed elevati.

Quelli che funzionano meglio sono quelli che utilizzano in combinazione filtri fisici che fanno da specchio, cioè che grazie ad alcune sostanze opache (biossido di titanio, ossido di zinco...) riflettono e disperdono tutte le radiazioni, e filtri chimici, ossia che utilizzano delle molecole organiche per assorbire le radiazioni Uva e Uvb e rilasciarle in parte sotto forma di calore.

Per vedere se un solare è valido però si deve considerare la sua intera composizione: la percentuale di parabeni, di siliconi, di acqua, il PH, i metalli pesanti, il profumo, la presenza di vitamina E...

Quest'ultima è molto importante perché combatte allo stesso tempo l'ossidazione del prodotto, evitando che diventi rancido e i radicali liberi sulla pelle.

Le creme solari eco e bio contengono solo in minima parte profumi  e conservanti naturali e di solito utilizzano solo filtri fisici e non chimici. In questo modo sono ben tollerate da chi ha una pelle delicata e ipersensibile o soffre di malattie particolari legate al derma.

Chi ha figli piccoli poi oltre alla sicurezza di acquistare un solare valido,con un fattore di protezione elevato, vuole anche qualcosa di pratico.

L'estate scorsa in spiaggia c'erano le olimpiadi dei genitori: ogni poco si vedeva un povero padre scattare e correre i cento metri sul bagnasciuga per placcare il figlio, mentre la madre lo incitava sotto l'ombrellone brandendo l'immancabile crema: "Daje, daje, acchiappalo che se deve mette a'crema".

Il papà di turno trascinava nella sabbia il malcapitato, grondando sudore e beccandosi calci e pugni: "Noooo, la crema nooooo, mi fa schifo e poi mi si appiccica la sabbia addosso!"

Non mi sento di dar torto neppure ai figli, ho sempre trovato fastidiosa la sensazione della sabbia che gratta sulla pelle: quando mia mamma mi metteva l'orrenda crema solare (che poi all'epoca era molto più bianca di adesso, probabilmente la presenza di ossido di zinco era maggiore), mi sembrava di essere una fettina panata. Al primo alito di vento ti trovavi ricoperta di granelli pronta per essere gettata nell'olio bollente.

E allora cosa facevamo? Ma ci buttavamo nell'acqua, ovviamente.

Così la patina viscida e biancastra veniva via e noi stavamo lì, per ore in ammollo, finché le dita si raggrinzivano e le labbra diventavano blu. Ma mica perché avevamo caldo: semplicemente perché sapevamo che non appena usciti, dopo esserci asciugati, la mamma sarebbe tornata all'attacco.

Ecco, vista la mia avversione per le attività fisiche, visto che l'effetto visivo di me che corro in riva al mare è ben lontano da quello provocato da Pamela Anderssons in "Baywatch", preferirei trovare una crema che non calamiti la sabbia.

Pretendere che i bambini si facciano spalmare unguenti e oli  di propria volontà è fantascienza (a meno che non si parli di mia figlia che adora impiastricciarsi con creme e affini), per cui nel mio caso è essenziale che resista all'acqua e al sudore.

Escludo l'olio, che poi afferro Ringhio che mi sguscia via tipo anguilla dalle braccia.

E bisogna che sia una cosa velocissima da mettere, un-due-tre e via, tipo uno spray.

Volete sapere cosa ho scelto io?

Guardate qua!

E voi che rapporto avete con i prodotti solari? Ma soprattutto, che rapporti hanno i vostri figli?

Aspetto i vostri racconti.

 

 

 

Vi ho già detto che per me giugno rappresenta sempre il mese della fine?

Ma ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio, un pò come quando a dicembre si fa la lista dei buoni propositi.

Ecco, i buoni propositi di solito sono buoni fin tanto che li pensi, ma poi non si concretizzano mai.

Le diete vengono sempre rimandate al lunedì, l'iscrizione in palestra al mese seguente, il riordino della casa alle pulizie di primavera...

In una parola, procrastiniamo e rimandiamo. E mi ci metto anch'io, eh.

Giugno invece no. Lui è il mese dei progetti concreti, delle cose realizzabili, tangibili.

Sarà perché con l'arrivo dell'estate mi sento più piena di energia, più positiva e più propositiva.

Le giornate si allungano, i bambini passano più tempo fuori, all'aria aperta.

Ed io ho più tempo per pensare, programmare, progettare.

Le miei idee, appena abbozzate, prendono forma attraverso le parole, attraverso i dialoghi con CF (a volte proprio un santo!) e diventano fattibili.

Poi si parte così, in sordina, quasi per gioco.

"E se proviamo a...?"

"Sì, però come facciamo? Dobbiamo arrangiarci con quel che abbiamo"

"Via, dai, vediamo se siamo capaci, qualcosa ne verrà fuori"

"Del resto, guarda col blog, non eri capace neppure a inserire un'immagine....Se poi parliamo delle cose che hai fatto fuori dal mondo virtuale, lo sai meglio di me."

"Sì, boh, mah, non sapresi...E se poi viene una schifezza?"

"Noi proviamo..."

Insomma, dagli che ti ridagli, tra una risata di cuore e una caduta a picco dell'autostima, è nato lui:

 il mio canale youtube!

Quello che vedete qui sopra è ovviamente una prova....La vita va presa con leggerezza!

Date un'occhiata agli altri video che ho caricato e fatemi sapere cosa ne pensate.

Si accettano consigli, anche perché ho delle idee su quello che vorrei fare ( ve ne parlerò in seguito)  ma il confronto è sempre d'aiuto.

Ah, non serve che vi dica di iscrivervi, vero?

 

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Ieri dopo il lavoro sono andata con la Ninfa e Ringhio in un parco giochi vicino a casa.

L'ombra degli alberi e un leggero venticello hanno spazzato via in un attimo l'ardente calura estiva della giornata.

Il parco è deserto. A parte noi un vecchietto, seduto sull'unica panchina di legno, le mani rugose appoggiate al bastone.

La Ninfa sale sull'altalena e comincia a spingersi con le sue gambette magre, su su, sempre più in alto.

Ringhio invece scala lo scivolo e getta sassi e rametti dall'alto.

Io mi godo l'apparente silenzio del luogo. Le foglie che frusciano e lo sciabordio del piccolo ruscello, i rumori del traffico in lontananza, ovattati, quasi una pennellata leggermente più marcata su una tela dai toni pastello.

Rilassata, mi siedo sulla panchina. Lo scricchiolio del legno scuote dal torpore l'anziano signore, che gira appena la testa per guardarmi.

Solo il tempo di accennare un sorriso; poi il suo capo torna nella posizione originaria, i suoi occhi si chiudono.

Resto ad osservarlo un momento, con un misto di tenerezza e rimpianto. Ho un debole per i signori anziani, lo confesso: mi fanno sempre venire in mente mio nonno.

I ricordi si affacciano alla memoria, forti e vividi. Ma ci pensa Ringhio a farmi tornare bruscamente al presente: si avvicina urlando, brandendo tra le mani due bastoncini lunghi e sottili.

Il vecchio sobbalza, quasi spaventato. Imbarazzata, tento di far tacere mio figlio, ma è una battaglia persa in partenza.

A piccoli balzi sopraggiunge anche la Ninfa, incuriosita da tutto quel baccano.

-Ciao, come ti chiami?- chiede rivolta al signore.

Lui la guarda, un luccichio divertito negli occhi cerulei.

-Mi chiamo Pietro- La voce è arrochita, quasi che le sue corde vocali siano ferme da tempo, disabituate a formulare parole e suoni.

-Io sono Irene e lui è il mio fratellino, Michele-

Ringhio agita mano e rametto a mo' di saluto. Il signore ricambia con un cenno del capo.

-Su, andate a giocare- li esorto condiscendente.

In quel momento sulla strada che fiancheggia il parchetto passa rombando un autobus.

-Bus, bus, bus!- esclama Ringhio eccitato.

-Sì, è un autobus- puntualizza la Ninfa in modalità maestrina.

-Sapete una cosa, bambini?

I pupi si fermano e guardano interessati l'uomo, ora completamente desto.

-Quando ero piccolo io gli autobus erano più belli di quelli di adesso-

-Davvero?!- esclama la Ninfa, stupita.

-Vero?!- le fa da eco il fratello.

-Sì, si muovevano su delle rotaie, come quelle dei treni, ed erano attaccati ad un filo. Si chiamavano filobus-

-Fi-lo-bus- sillaba mia figlia, come se stesse pronunciando una parola magica.

-Ahhh- prosegue il vecchio, fissandomi intensamente- forse vi sto annoiando. Andate a giocare-

Ma ormai è fatta. Li conosco bene, io, i signori anziani: quando il vaso di Pandora è aperto, non c'è più niente da fare.

-Niente affatto- rispondo con voce gentile.

I bambini si siedono sull'erba, ai suoi piedi, protesi verso di lui.

Sorridendo, Pietro riprende a parlare.

-Quando ero piccolo, cinque o sei anni, abitavo giù in città, a Brescia. Erano gli anni Cinquanta, i miei genitori avevano comperato una casa Marcolini nel villaggio Violino. Pensi, allora mio padre lavorava alla OM e non è che fossimo ricchi, anzi. Con il suo salario doveva mantenere me e i miei tre fratelli. E mia madre, ovviamente. A quei tempi le donne non lavoravano ancora, facevano le casalinghe, si occupavano della casa e dei bambini.-

Si schiarisce la gola e con voce più ferma riprende il racconto.

-La OM, dicevo, aveva anticipato agli operai i soldi per la casa. Addirittura un terzo della spesa l'avevano sostenuto loro, senza pretendere neanche gli interessi. Il restante lo si pagava in rate mensili. Mica come adesso, che le banche per darti i soldi per la casa ti spennano con gli interessi che chiedono-

Prende fiato un attimo. Un leggero rossore fa capolino sulle guance incavate.

-Era una casetta piccola con un pò di giardino attorno. Mia madre ci teneva moltissimo, la puliva e la puliva con una venerazione maniacale. Quando noi bambini tornavamo la sera, dopo essere stati in strada a giocare tutto il giorno, se era estate ci lavava direttamente in giardino, a turno, in una grossa vasca di metallo. Ci strigliava per bene con una spazzola e un pezzo di sapone di Marsiglia, poi ci faceva entrare e aspettavamo che tornasse mio padre per cenare.

-Anche noi ce l'abbiamo la piscina piccola di fuori, ma non abbiamo il sapone- sbotta la piccola

-N'coa- Ancora lo sollecita Ringhio

Pietro non esita ad accontentarlo. E' un fiume in piena, ora, impossibile da fermare.

- La Domenica era il giorno più bello. La mamma ci faceva mettere i vestiti buoni, quelli eleganti o meglio quelli più in buono stato e ci faceva andare alla Messa. Io e i miei fratelli ci stufavamo, avremmo preferito correre fuori a giocare al pallone o a nascondino. Poi ci toccava il catechismo, con il curato. Ma sapevamo che una volta al mese, se ci eravamo comportati bene, il papà ci faceva una sorpresa.

-Cosa? Ti regalava un gioco?-domanda mia figlia.

-Meglio meglio-

-Ti portava in piscina?

-Meglio ancora-

- Che cosa allora?- sbotta spazientita

- Andavamo tutti in centro, con il filobus, a mangiare il gelato da Bedont-

A quel ricordo lo sguardo si accende e Pietro si sfrega le labbra, quasi come se stesse degustando ancora una volta il sapore del gelato.

-Pensi, i gelati di Bedont son mica come quelli che preparano adesso, neh!- s'infervora, agitando la mano.

-Quelli erano fatti con cose naturali, mica con coloranti e conservanti. Che gusto è il puffo, me lo dice? Il puffo, guardi un pò!

Ringhio lo imita, pugno all'aria e sguardo truce, indignato.

-'Uffo no- dichiara solidale, sposando la causa del suo nuovo amico.

Il vecchio ridacchia, occhi e labbra all'insù.

- Noi bambini si pagava il biglietto ridotto, che costava quindici lire. Salire sul filobus era bellissimo, anche se tante volte si doveva stare in piedi. Però noi andavamo didietro, sulla pensilina, con gli altri bambini. Lì si sentiva l'aria, in estate, e ci divertivamo a salutare i passanti con la mano. Poi scendevamo in Corso Zanardelli, facevamo una passeggiata sotto i portici.

La mamma si metteva in ghingheri, aveva un'aria da gran signora, con il rossetto sulle labbra. Ah, era una bella donna la mia mamma, anche se aveva quattro figli, non passava certo inosservata. Ma non era volgare come certe donne di adesso, era elegante, aveva una grazia che suscitava l'invidia delle mamme dei miei amici.

Arrivavamo in gelateria e il signor Nino, che non sono tanti anni che è morto, ci preparava quattro coni. Io lo prendevo crema e cioccolato. Com'era buono quel gelato, signora, lei neanche se lo immagina! Lo mangiavo in fretta, per evitare che si sciogliesse, sempre sotto lo sguardo vigile della mamma che non voleva che ci sporcassimo.-

Pietro si ferma, chiude gli occhi stremato. Pare che tutte le energie siano state assorbite dalla narrazione.

-E poi?- sussurra timidamente la Ninfa

-E poi si cresce, si diventa grandi e tutto cambia- biascica il vecchietto, con un filo di voce.

-La filovia non c'è più e nemmeno il gelato di Nino. Non ci sono più i miei fratelli, non c'è più mia moglie. Resto solo io, con mia figlia che lavora tutto il giorno.

Un piccolo singhiozzo gli scuote il petto ossuto. Facendo forza sul bastone, il vecchio Pietro si alza.

-Arrivederci, signora- Schiacciato dal peso dei ricordi, si incammina mesto.

La Ninfa balza in piedi e in due falcate lo raggiunge.

-Nonno!- grida

Pietro si gira, stupito. La Ninfa lo prende per mano e lo guarda da sotto in su.

Si fissano intensamente per un momento. Poi lei, con il suo sorriso più candido, esclama:

-Grazie per la storia. Ci vediamo domani!

Pietro volge il volto rugoso verso di me. Occhi e labbra all'insù. Si gira e lentamente se ne va. Ma il suo passo ora è leggero, così come il suo cuore.

Brescia corso Zanardelli

(Questo post partecipa al tema #filovia, promosso dagli Aedi digitali)

Sono una persona che da sempre è in lotta con l'immagine esteriore di sé.

E chi non lo è, direte voi?

Diciamo che, nel corso della vita, sono riuscita a sopravvivere agli anni dell'adolescenza senza buttarmi da un ponte, sono scesa a compromessi con me stessa e con gli altri e sono giunta alla conclusione che non si può piacere a tutti.

L'importante è piacere a se stessi. E volersi bene.

E se per la sfera interiore sono abbastanza soddisfatta, nel senso che ho focalizzato le cose che di me non vanno bene e ci sto lavorando, per quella esteriore è un altro paio di maniche.

Lavorare sull'involucro richiede davvero un sacco di energie.

Invidio e ammiro tutte quelle persone che riescono ad essere ordinate, eleganti e magari anche alla moda ogni santo giorno.

Non so proprio come ci riescano, dove trovino il tempo e le energie.

Sicuramente tante sono state favorite da Madre Natura, che quando ha distribuito grazia e bellezza ha omesso di mandarmi un invito.

Però so che dietro c'è anche tanto impegno, che magari a loro non pesa perché sono più portate e dotate di me.

Se è vero che a volte mi faccio trasportare dalla corrente, ci sono periodi in cui mi sento più combattiva e più propensa al cambiamento.

Ovviamente la primavera è uno di quelli.

Posseduta dallo fuoco sacro del decluttering, quest'anno ho deciso di affrontare la mia nemesi: il guardaroba.

Ma questa volta ho proceduto in un altro modo.

Ho perso la pazienza con me stessa: basta temporeggiare, basta accumulare vestiti e oggetti!

Via il blazer della laurea in cui non riesco più a infilare nemmeno un braccio, via la giacca di pelle lilla di quando avevo sedici anni, via il tubino nero in cui rientrerò forse quando sarò una vecchia ottantenne rinsecchita!

Via, via, via! Ho voglia di respirare, di non sentirmi soffocare da abiti e accessori che non so neppure di avere, o meglio che so di avere ma che non posso più usare, spesso perché non si abbinano tra loro.

Alla fine indosso sempre quelle dieci cose con cui mi sento più a mio agio, alcune delle quali mi valorizzano perfino!

Ho perso la pazienza con me stessa, perché ho smesso di guardarmi dentro, di capire chi sono e cosa mi piace.

Mi sono fatta soggiogare dalla moda del momento, dall'imitazione delle amiche che stimo.

Mi sono smarrita come capita alle adolescenti.

L'immagine della me fuori non corrisponde all'immagine della me dentro.

E' una forzatura che alla lunga stanca, perché il conflitto prima o poi comincia a farsi sentire.

E quindi la ricerca di me stessa passa anche da qui.

Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, è altrettanto vero che anche l'occhio vuole la sua parte.

Per assurdo, è stata la Ninfa a farmi ragionare su questo, lei e la sua mania di provare e riprovare vestiti e abbinamenti, lei che si guarda allo specchio, lei che è sempre precisina e attenta ai dettagli.

Mi sono affidata all'onnisciente voce del web e ho avuto la conferma di una teoria che ho sempre sostenuto: meglio pochi ma buoni.

I capi d'abbigliamento sono come gli amici: non serve averne a vagonate, ne bastano pochi e di buona qualità.

Rinfrancata, ho approfondito la ricerca e ho trovato la soluzione a questo annoso dilemma.

Per come sono io, l'ideale è un capsule wardrobe, ovverosia un guardaroba formato da un certo numero di vestiti che si possono però abbinare tra di loro senza il minimo sforzo.

Folgorata sulla via di Damasco, ho avuto la visione di me stessa che sceglie un outfit (il giro su Internet ha dato i suoi frutti anche sulla terminologia) agevolmente e senza sbattimenti.

La prima cosa da fare è individuare il proprio stile personale, partendo da quello che già si ha.

In parole povere: svuota completamente l'armadio e tieni solo quelle cose che ti stanno e che ti fanno sentire bene.

Quello è il punto di partenza. Poi focalizza l'attenzione sulla forma del tuo corpo (e qui, ragazze, ho scoperto delle cose che voi umani...).

Quando ne venite a capo, dovete scegliere una paletta di colori: solitamente si scelgono colori neutri (bianco, nero, blu...) a cui si abbina un colore a contrasto, declinato in varie nuance.

I colori devono armonizzarsi con la carnagione, gli occhi e i capelli.

Una volta che avete deciso, si parte!

Quanti e quali devono essere i capi e gli accessori (scarpe comprese)  di un capsule wardrobe?

Chi l'ha ideato, propone un bel 37 (o'monaco) per stagione ma è puramente indicativo.

Il concetto basilare è che i pezzi in generale dovrebbero essere capi intramontabili che non passano mai di moda.

Il bello del capsule wardrobe è che il proprio stile emerge giocando molto sui dettagli, sulla ricercatezza, sulla qualità dei materiali.

Di solito, i capi consigliati sono: un vestito da giorno, uno da sera (solitamente un tubino nero), tre t-shirt, una maglietta più elegante, una camicetta bianca, un blazer, un trench, una gonna, un paio di pantaloni sportivi, un paio di jeans, un paio di pantaloni eleganti, un paio di scarpe da ginnastica, un paio di ballerine e un paio di scarpe col tacco.

Bisogna poi adattarlo a noi: per esempio, io non utilizzo le ballerine perché mi sembra di essere un papero, quindi sceglierò altro.

Alla fine, dopo aver scremato e integrato, ho trovato il mio guardaroba ideale per questa stagione: bianco, nero e blu, con rosso, arancio e giallo che mi fanno sentire grintosa. Per quanto riguarda il numero, bhè, non li ho contati, ma sicuramente sono più di 37 ma meno di 47.

Ma per ora è già un bel risultato. Adesso vestirsi la mattina è diventato meno impegnativo (che poi io li preparo comunque la sera prima).

Soprattutto mi sento più "io", più in linea con la me interiore. Ho fatto un altro passo sulla strada del "conosci te stesso".

Devo ancora affrontare la questione delle scarpe ( io adoro le scarpe!) e qui la vedo davvero dura.

Vedrò nei prossimi mesi se veramente questa è la soluzione ideale per me.

Sapete quale dicono sia un altro vantaggio del capsule-wardrobe?

Che, limitando il numero dei capi, si smette di comperare cose a casaccio, rischiando (come nel mio caso) di trovarsi poi con armadi colmi e non sapere mai cosa mettersi.

E voi, che rapporto avete con il vostro guardaroba e con lo shopping? Siete per la qualità o per la quantità?

Ma soprattutto, quello che indossate rispecchia l'immagine di voi che volete comunicare agli altri?

 

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I bambini, si sa, non hanno il concetto del tempo.

Non sanno cos'è un'ora, un giorno o un mese, vivono nel "qui e ora".

Ve ne sarete accorte anche voi, quando per esempio dite loro "ancora cinque minuti e poi andiamo" e, quando arriva il momento, loro esclamano "ma no è passato pochissimo".

Oppure quando siete in coda alla cassa e vi fanno gentilmente notare che "è almeno un anno che sono lì in piedi".

Però in compenso sono in grado di passare davvero un'ora d'orologio ad osservare una formichina attraversare il prato o le gocce di pioggia inseguirsi sul vetro della finestra.

Pare che la relatività del tempo contagi anche i padri dei nostri figli.

Non appena divengono genitori, infatti, avviene qualche mutazione genetica: scatta un primordiale istinto contemplativo.

Se già prima, quando eravate solo una coppia, pretendere di avere il tavolo sparecchiato dopo mezz'ora dalla fine del pasto era un miraggio, ora che avete figli mezz'ora, se vi va bene, diventerà uno standard.

Gli uomini sono procrastinatori per natura. Tranne che su una cosa, e avete già capito quale.

Perché si deve fare oggi quello che può essere fatto domani?

Tutte le faccende domestiche, in generale, non vengono avvertite come prioritarie.

Prima di sparecchiare non è meglio digerire con calma?

C'è sempre tempo per mettere i piatti in lavastoviglie, non cambia niente se li metti alle 20.00 o alle 22.00.

E ti perdi il bello della vita, ammirare i pupi neonati mentre dormono o mentre gorgheggiano, in fondo crescono così in fretta...

"Dopo" diventa il loro mantra. 

E questo fa a botte con il mio: "prima il dovere e poi il piacere".

"Tesoro, puoi portare fuori la spazzatura?"

"Sì, dopo, adesso sto giocando con le Lego"

"Amore, puoi passarmi la pentola?"

"Certo, dopo, ora finisco di fare la lotta con Ringhio"

"Caro, puoi preparare il caffè?"

"Adesso? No, dai, dopo, ora stiamo guardando un cartone"

Insomma, utilizzano senza vergogna i  bambini.

"Ma come, dici sempre che dovrei dedicare più tempo ai nostri figli e quando sono con loro mi chiedi di fare delle cose che non sono urgenti?!"  esclamano, con tono incredulo e amareggiato.

E qui scatta la trappola: sì, perché siamo così ingenue da abboccare ingoiando esca, amo e tutto.

Con gli occhi a cuoricino, sentendoci perfino in colpa, balbettiamo un "non ti preoccupare, faccio io", orgogliose che il padre dei nostri figli faccia "il papà".

Uè, balenghe, non sarà il caso di svegliarsi un pò?

O siete particolarmente zen, per cui riuscite veramente ad aspettare il non meglio definito "dopo" che potrebbe quantificarsi in minuti, ore o giorni o trovate una soluzione alternativa.

Siccome "c'è un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù", io scelgo la strada alternativa.

"Bambini, aiutate il papà a sparecchiare che dopo la mamma vi dà una caramella gommosa?"

Sì, lo so, baro, gioco sporco.

Ma funziona: i bimbi costringono l'uomo di casa a fare qualcosa subito perché, vivendo "qui e ora" , il "dopo" del padre per loro non ha molto senso.

"Dopo quando?" chiedono.

"Dopo aver sparecchiato"rispondo io serafica.

Bastano due o tre volte e l'arte del procrastinare viene assoggettata alle esigenze di routine familiare.

Così dopo tutti, compresa la mamma, hanno tempo a volontà da dedicare alle arti contemplative, nella fattispecie sedersi sul divano e contemplare i bambini giocare con il papà.

Che non può sfuggire cavandosela con un "gioco con voi dopo aver aiutato la mamma".

 

 

 

 

Si sente sempre più spesso parlare di decluttering.

L'altra volta la zia ottantenne della mia vicina se n'è uscita con la frase che doveva assolutamente far fare il decluttering alla sua badante moldava. La vicina annuiva con partecipazione. Salvo poi chiedere chiarimenti alla sottoscritta.

"Signora R., vuol dire riordinare e buttare via tutto quello che non serve più".

Semplicemente, si riciclano le cose. Ma detto in inglese, come sempre, suona meglio, più moderno e chic. E pensare che sono cose che si fanno dall'alba dei tempi...

Come sapete, noi abitiamo in una piccola casetta. In quattro si fa in fretta ad accumulare cose che non servono.

O meglio, ci si ritrova spesso, volenti o nolenti, a dover far fronte ad oggetti più o meno desiderati che occupano spazio nei nostri cassetti, nei nostri armadi o nelle nostre stanze.

Io (e per imposizione anche CF) sono abbastanza ordinata. Se vogliamo vivere bene in uno spazio ristretto, dobbiamo per forza cercare di essere ordinati e di sapere quello che abbiamo e dove lo abbiamo.

A volte però le cose ci sfuggono di mano.

Capita quando per stanchezza o pigrizia accumuliamo le cose e ce ne dimentichiamo.

Per esempio, quando la nonna di turno ci porta a sorpresa il copriletto tutto merletti e pizzi ricamato amano dalla prozia Rosa mancata nel 1946.

Allora ringraziamo e infiliamo la biancheria nel primo armadio che troviamo, con la nota mentale del " ci penso più tardi ora scappo che se no faccio tardi al lavoro". Ovviamente ce ne ricordiamo mesi dopo.

O quando io e CF andiamo a fare la spesa lo stesso giorno e compriamo più o meno gli stessi articoli. Finisce che abbiamo doppioni di alcune cose e niente di altre.

Arriva quindi il giorno in cui mi sento psicologicamente costretta a riportare l'ordine nel caos. E' quasi come se una forza più grande si impossessasse di me.

Solitamente approfitto del week-end e in concomitanza faccio il cambio armadi dei bambini.

Compagno Fedele, avvertendo che la tempesta è in arrivo, si defila come suo solito. I bimbi invece rimangono con me e insieme scateniamo l'apocalisse.

Tolgo dagli armadi tutti i vestiti e tutte le loro cose. Poi preparo tre begli scatoloni con scritto: "DONARE", "TENERE" e "BUTTARE".

Comincio a fare la cernita. I bambini si divertono un sacco, anche se mi sembra di essere Penelope: io metto e loro tolgono, in un susseguirsi infinito di calze, pantaloni, magliette e gonne.

A volte partecipano anche i gatti: si acquattano furtivi nelle scatole e scattano non appena qualcuno ci infila una mano.

A fine giornata sembra che in casa sia passato un ciclone: vestiti e scarpe ovunque, la Ninfa che indossa mise improvvisate perché a lei piace vestirsi da signora e Ringhio che si nasconde negli armadi.

Io ovviamente sull'orlo di una crisi di nervi. Poi magicamente loro si addormentano stremati nel primo posto che capita ed io finisco di sistemare.

Le cose da tenere vengono date a mia mamma che ha spazio a sufficienza e vengono ricontrollate la stagione successiva.

Quelle in buono stato da donare vengono suddivise ulteriormente: le cose della Ninfa le regaliamo a una nostra amica che ha una bimba piccola che le può usare e quelle di Ringhio ad un'altra mamma con un bimbo che ne farà buon uso.

Anche io ricevo vestiti e altre cose da mamme mie amiche, così ogni singolo capo d'abbigliamento viene sfruttato a lungo prima di essere definitivamente cestinato.

Le cose da buttare invece vengono ricontrollate per vedere cosa si può recuperare: bottoni, cerniere, cinture o stringhe che si possono usare per fare lavoretti con i bambini (le nonne, non io!). Quel che rimane viene messo nei cassoni gialli o verdi dell'Humanitas.

Anche per i giochi e i libri il procedimento è lo stesso: ciò che è in buono stato viene dato ad altri bambini più piccoli o donato a spazi gioco, ludoteche e ospedali pediatrici.

I libri finiscono a rimpolpare gli scaffali delle biblioteche e quelli che vengono rifiutati vengono messi nella carta per essere riciclati.

Per quel che riguarda invece soprammobili e souvenir, si dona tutto alle associazioni parrocchiali che si occupano delle pesche durante le sagre di paese. L'anno scorso i bambini hanno ripescato una piccola tartaruga che è quindi tornata sulla sua mensola...

A me piace molto questo modo di riordinare la casa. Se fatto regolarmente (e senza bambini tra le..scatole!) si ottimizza lo spazio in maniera veloce.

La base è avere una buona organizzazione a monte: cominciare da una stanza e passare poi all'altra e suddividere il lavoro in categorie: vestiti, giochi, libri, cose della casa ....

Inoltre mi sento meno in colpa a sbarazzarmi delle cose che non uso più o che semplicemente non mi piacciono perché so che altri potranno invece apprezzarle.

E voi fate decluttering? Come vi organizzate?