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I bambini, si sa, non hanno il concetto del tempo.

Non sanno cos'è un'ora, un giorno o un mese, vivono nel "qui e ora".

Ve ne sarete accorte anche voi, quando per esempio dite loro "ancora cinque minuti e poi andiamo" e, quando arriva il momento, loro esclamano "ma no è passato pochissimo".

Oppure quando siete in coda alla cassa e vi fanno gentilmente notare che "è almeno un anno che sono lì in piedi".

Però in compenso sono in grado di passare davvero un'ora d'orologio ad osservare una formichina attraversare il prato o le gocce di pioggia inseguirsi sul vetro della finestra.

Pare che la relatività del tempo contagi anche i padri dei nostri figli.

Non appena divengono genitori, infatti, avviene qualche mutazione genetica: scatta un primordiale istinto contemplativo.

Se già prima, quando eravate solo una coppia, pretendere di avere il tavolo sparecchiato dopo mezz'ora dalla fine del pasto era un miraggio, ora che avete figli mezz'ora, se vi va bene, diventerà uno standard.

Gli uomini sono procrastinatori per natura. Tranne che su una cosa, e avete già capito quale.

Perché si deve fare oggi quello che può essere fatto domani?

Tutte le faccende domestiche, in generale, non vengono avvertite come prioritarie.

Prima di sparecchiare non è meglio digerire con calma?

C'è sempre tempo per mettere i piatti in lavastoviglie, non cambia niente se li metti alle 20.00 o alle 22.00.

E ti perdi il bello della vita, ammirare i pupi neonati mentre dormono o mentre gorgheggiano, in fondo crescono così in fretta...

"Dopo" diventa il loro mantra. 

E questo fa a botte con il mio: "prima il dovere e poi il piacere".

"Tesoro, puoi portare fuori la spazzatura?"

"Sì, dopo, adesso sto giocando con le Lego"

"Amore, puoi passarmi la pentola?"

"Certo, dopo, ora finisco di fare la lotta con Ringhio"

"Caro, puoi preparare il caffè?"

"Adesso? No, dai, dopo, ora stiamo guardando un cartone"

Insomma, utilizzano senza vergogna i  bambini.

"Ma come, dici sempre che dovrei dedicare più tempo ai nostri figli e quando sono con loro mi chiedi di fare delle cose che non sono urgenti?!"  esclamano, con tono incredulo e amareggiato.

E qui scatta la trappola: sì, perché siamo così ingenue da abboccare ingoiando esca, amo e tutto.

Con gli occhi a cuoricino, sentendoci perfino in colpa, balbettiamo un "non ti preoccupare, faccio io", orgogliose che il padre dei nostri figli faccia "il papà".

Uè, balenghe, non sarà il caso di svegliarsi un pò?

O siete particolarmente zen, per cui riuscite veramente ad aspettare il non meglio definito "dopo" che potrebbe quantificarsi in minuti, ore o giorni o trovate una soluzione alternativa.

Siccome "c'è un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù", io scelgo la strada alternativa.

"Bambini, aiutate il papà a sparecchiare che dopo la mamma vi dà una caramella gommosa?"

Sì, lo so, baro, gioco sporco.

Ma funziona: i bimbi costringono l'uomo di casa a fare qualcosa subito perché, vivendo "qui e ora" , il "dopo" del padre per loro non ha molto senso.

"Dopo quando?" chiedono.

"Dopo aver sparecchiato"rispondo io serafica.

Bastano due o tre volte e l'arte del procrastinare viene assoggettata alle esigenze di routine familiare.

Così dopo tutti, compresa la mamma, hanno tempo a volontà da dedicare alle arti contemplative, nella fattispecie sedersi sul divano e contemplare i bambini giocare con il papà.

Che non può sfuggire cavandosela con un "gioco con voi dopo aver aiutato la mamma".

 

 

 

 

Si sente sempre più spesso parlare di decluttering.

L'altra volta la zia ottantenne della mia vicina se n'è uscita con la frase che doveva assolutamente far fare il decluttering alla sua badante moldava. La vicina annuiva con partecipazione. Salvo poi chiedere chiarimenti alla sottoscritta.

"Signora R., vuol dire riordinare e buttare via tutto quello che non serve più".

Semplicemente, si riciclano le cose. Ma detto in inglese, come sempre, suona meglio, più moderno e chic. E pensare che sono cose che si fanno dall'alba dei tempi...

Come sapete, noi abitiamo in una piccola casetta. In quattro si fa in fretta ad accumulare cose che non servono.

O meglio, ci si ritrova spesso, volenti o nolenti, a dover far fronte ad oggetti più o meno desiderati che occupano spazio nei nostri cassetti, nei nostri armadi o nelle nostre stanze.

Io (e per imposizione anche CF) sono abbastanza ordinata. Se vogliamo vivere bene in uno spazio ristretto, dobbiamo per forza cercare di essere ordinati e di sapere quello che abbiamo e dove lo abbiamo.

A volte però le cose ci sfuggono di mano.

Capita quando per stanchezza o pigrizia accumuliamo le cose e ce ne dimentichiamo.

Per esempio, quando la nonna di turno ci porta a sorpresa il copriletto tutto merletti e pizzi ricamato amano dalla prozia Rosa mancata nel 1946.

Allora ringraziamo e infiliamo la biancheria nel primo armadio che troviamo, con la nota mentale del " ci penso più tardi ora scappo che se no faccio tardi al lavoro". Ovviamente ce ne ricordiamo mesi dopo.

O quando io e CF andiamo a fare la spesa lo stesso giorno e compriamo più o meno gli stessi articoli. Finisce che abbiamo doppioni di alcune cose e niente di altre.

Arriva quindi il giorno in cui mi sento psicologicamente costretta a riportare l'ordine nel caos. E' quasi come se una forza più grande si impossessasse di me.

Solitamente approfitto del week-end e in concomitanza faccio il cambio armadi dei bambini.

Compagno Fedele, avvertendo che la tempesta è in arrivo, si defila come suo solito. I bimbi invece rimangono con me e insieme scateniamo l'apocalisse.

Tolgo dagli armadi tutti i vestiti e tutte le loro cose. Poi preparo tre begli scatoloni con scritto: "DONARE", "TENERE" e "BUTTARE".

Comincio a fare la cernita. I bambini si divertono un sacco, anche se mi sembra di essere Penelope: io metto e loro tolgono, in un susseguirsi infinito di calze, pantaloni, magliette e gonne.

A volte partecipano anche i gatti: si acquattano furtivi nelle scatole e scattano non appena qualcuno ci infila una mano.

A fine giornata sembra che in casa sia passato un ciclone: vestiti e scarpe ovunque, la Ninfa che indossa mise improvvisate perché a lei piace vestirsi da signora e Ringhio che si nasconde negli armadi.

Io ovviamente sull'orlo di una crisi di nervi. Poi magicamente loro si addormentano stremati nel primo posto che capita ed io finisco di sistemare.

Le cose da tenere vengono date a mia mamma che ha spazio a sufficienza e vengono ricontrollate la stagione successiva.

Quelle in buono stato da donare vengono suddivise ulteriormente: le cose della Ninfa le regaliamo a una nostra amica che ha una bimba piccola che le può usare e quelle di Ringhio ad un'altra mamma con un bimbo che ne farà buon uso.

Anche io ricevo vestiti e altre cose da mamme mie amiche, così ogni singolo capo d'abbigliamento viene sfruttato a lungo prima di essere definitivamente cestinato.

Le cose da buttare invece vengono ricontrollate per vedere cosa si può recuperare: bottoni, cerniere, cinture o stringhe che si possono usare per fare lavoretti con i bambini (le nonne, non io!). Quel che rimane viene messo nei cassoni gialli o verdi dell'Humanitas.

Anche per i giochi e i libri il procedimento è lo stesso: ciò che è in buono stato viene dato ad altri bambini più piccoli o donato a spazi gioco, ludoteche e ospedali pediatrici.

I libri finiscono a rimpolpare gli scaffali delle biblioteche e quelli che vengono rifiutati vengono messi nella carta per essere riciclati.

Per quel che riguarda invece soprammobili e souvenir, si dona tutto alle associazioni parrocchiali che si occupano delle pesche durante le sagre di paese. L'anno scorso i bambini hanno ripescato una piccola tartaruga che è quindi tornata sulla sua mensola...

A me piace molto questo modo di riordinare la casa. Se fatto regolarmente (e senza bambini tra le..scatole!) si ottimizza lo spazio in maniera veloce.

La base è avere una buona organizzazione a monte: cominciare da una stanza e passare poi all'altra e suddividere il lavoro in categorie: vestiti, giochi, libri, cose della casa ....

Inoltre mi sento meno in colpa a sbarazzarmi delle cose che non uso più o che semplicemente non mi piacciono perché so che altri potranno invece apprezzarle.

E voi fate decluttering? Come vi organizzate?

 

Le ciliegie sono uno dei frutti che preferisco.

All'arrivo della bella stagione,  comincio a spiare le piante di ciliegio per vedere a che punto è la maturazione dei frutti.

Quando ero piccola andavo a raccoglierle con mio nonno o con mio papà nei prati del circondario, che allora non erano cintati.

Si chiedeva ovviamente il consenso ai proprietari del terreno e poi si andava all'attacco.

Spesso la raccolta coinvolgeva anche altre famiglie, per cui non era inconsueto vedere adulti e bambini appesi ai rami degli alberi in pose assurde per raggiungere le ciliegie.

Le più buone scorpacciate le ho proprio fatte a cavallo di una ramo (e anche le più grandi indigestioni, perché già lo sapete che una ciliegia tira l'altra).

Il raccolto - o quel che rimaneva- veniva portato a casa per essere trasformato in marmellate e confetture dalle mani abili di mamme e nonne.

Una primavera alle ciliegie raccolte da noi si erano aggiunte anche quelle regalateci da uno zio che abitava in Trentino.

Una buona parte finì nelle pance di noi bambini ( non serviva dirlo, eh?) e una parte fu destinata ai vasetti.

Al momento di fare la marmellata però mia nonna si accorse di aver finito i vasi.

Che fare allora con quelle belle ciliegie già denocciolate?

Decise di farci una bella torta. Il dolce alle ciliegie riuscì talmente bene da entrare a far parte di quella rosa di ricette tramandate di generazione in generazione.

Poiché era una torta davvero ottima, le fu affibbiato il nome di "Torta Ciliegiotta", ossia torta ghiotta alle ciliegie.

Domenica dal lago di Garda mi sono  arrivate tantissime ciliegie.

Siccome una volta raccolte deperiscono piuttosto in fretta, dopo la consueta abbuffata, sono riuscita a fare un paio di vasetti di confettura.

Ma me ne sono riservata mezzo chilo per fare la Ciliegiotta assieme ai bambini.

Infatti, oltre ad essere buona, è una torta facilissima da preparare.

Ecco qui la ricetta, come l'aveva fatta mia nonna.

Ingredienti per una tortiera da 24 cm.:

  • 500 gr. di ciliegie denocciolate
  • 200 gr. di farina 00
  • 170 gr.di zucchero (io ho utilizzato quello di canna super fine)
  • 150 gr.di burro
  • 3 uova
  • una bustina di lievito per dolci
  • un pizzico di sale
  • la buccia grattugiata di un limone

Procedimento:

Lavate le ciliegie e fatele denocciolare ai vostri bambini. Non servono strumenti particolari, bastano le mani.

Vi consiglio però di farglielo fare lontano dai muri e sopra una ciotola capiente; le ciliegie mature sono molto succose e questa operazione farà inevitabilmente schizzare il succo in giro per cui regolatevi a meno ché non vi piacciono i muri tappezzati di gocce rossastre, ovviamente.

Nel frattempo preriscaldate il forno statico a 200 gradi e togliete il burro dal frigo, in modo tale da farlo ammorbidire.

Una volta preparate le ciliegie, fate sciacquare le mani ai pargoli e chiedete loro di imburrare la tortiera (anche questa operazione riscuoterà  grande successo).

Dopo un altro giro sotto il rubinetto, i vostri bimbi setacceranno la farina assieme al lievito in una terrina dai bordi alti.

A questo punto, dite loro di lavare e asciugare il limone e di grattugiarne la buccia (fate attenzione alla parte bianca che non va grattugiata perché amara).

Fate poi mischiare la buccia grattugiata alla farina, aggiungete anche lo zucchero, il pizzico di sale ed infine il burro ammorbidito tagliato a pezzettini e le uova (sì, i pupi possono rompere le uova, magari in una tazza separata da cui pescherete eventuali frammenti di guscio. Vi assicuro che già dopo la seconda volta saranno più abili di voi a farlo).

Se siete sadiche, potete far lavorare l'impasto a mano con un cucchiaio di legno. Siccome però è faticoso, io preferisco far utilizzare ai pupi uno sbattitore elettrico: è più veloce e loro si sentono "grandi" ad utilizzarlo.

Anche qui, vale il consiglio dato in precedenza: lontano dai muri. Io per sicurezza metto la terrina all'interno del lavandino, così eventuali schizzi non mi sporcano il resto della stanza.

Non devo dirvelo, vero, che i pupi possono stare su una sedia o uno sgabello se non ci arrivano?

Si parte dalla velocità più bassa e man mano si sale: dovete sbattere alla massima velocità per tre minuti.

Infine ponete l'impasto cremoso nella tortiera e livellatelo con un cucchiaio.

Ecco l'ultimo passaggio: ricoprite la superficie della torta con le ciliegie.

Mettete la vostra creazione nel forno (io questo non lo faccio fare ai bambini), abbassate la temperatura a 180° C e fate cuocere per trentacinque minuti (come sempre i tempi di cottura variano da forno a forno, per cui fate la prova stecchino).

I vostri bambini si sistemeranno davanti al forno e ogni cinque minuti vi informeranno dettagliatamente sui progressi della torta ("Mamma, sta diventando grande!", "Mamma, comincia a sentirsi l'odore", "Mamma, ma le ciliegie sono annegate!")

Una volta pronta, togliete il dolce dal forno. Vedrete che le ciliegie, come già vi avranno fatto notare i pargoli,  sono affondate nell'impasto ma il bello della torta Ciliegiotta è proprio questo.

Fatela intiepidire per dieci minuti, poi capovolgetela: il sotto pieno di ciliegie diventerà il sopra.

Ponete la torta Ciliegiotta a raffreddare su una gratella e, al momento di servirla, guarnirla con ciliegie fresche, oppure fare come noi: una bella spolverata di zucchero a velo e, a parte, una cucchiaiata di ciliegie poste in un pentolino con un pochino di zucchero a caramellare per due-tre minuti (occhio a temperatura e tempo, non si deve sentire odore di bruciato, per cui dovete andare a naso).

E' davvero irresistibile, ideale per iniziare la giornata con sprint!

PS: se volete sveltire il procedimento e avete il Bimby, ponete tutti gli ingredienti nel boccale (prima le polveri setacciate e poi il resto) vel. 5/6 per tre minuti. Però i vostri bambini non si divertiranno così tanto.

Provatela anche con altra frutta, magari fragole o frutti di bosco e fatemi sapere cosa ne pensate.

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"Cose che capitano, su!"

Mi dice CF, nel vano tentativo di consolarmi.

"Dai, non prendertela! Poteva capitare a chiunque" mi rassicura mia mamma, mentre mio papà tenta di nascondere un sorrisetto divertito sotto i baffi.

"Su, su, non prendertela! Vedrai che poi tornerà come prima", sostiene mio fratello, allungandomi una pacca cameratesca sulla spalla.

Ogni persona che è transitata fortuitamente da casa nostra questo week-end si è sentita moralmente obbligata a rincuorarmi.

Tutti tranne mia suocera. Lei si è limitata ad alzare gli occhi al cielo, stirare le labbra sottili in una smorfia di biasimo ed emettere un neppur troppo lieve sospiro sconfortato.

Sicuramente si sarà chiesta- per la centesima volta- dove il suo figliolo mi avesse scovata.

E ha allungato la lista dei miei difetti aggiungendo una qualche forma di daltonismo per cui geneticamente non sono in grado di discernere tra le varie sfumature di colore.

Tutto questo a causa di Ringhio e delle sue manie di lasciare graffiti e murales sulle più svariate superfici della casa, gatto compreso.

Alcuni mesi fa il diabolico graffittaro, approfittando di un momento di distrazione genitoriale, aveva imbrattato il divano color panna.

Le mefistofeliche rigate inflitte a suon di evidenziatore rosa fosforescente, dopo innumerevoli trattamenti, sono diventate pallide cicatrici rosate.

La stessa sorte è toccata alle pareti di casa. Scarabocchi dei più svariati colori sono comparsi improvvisamente qua e là, scombussolando l'ordine prestabilito.

Proprio per ripristinare l'ordine- o una parvenza di esso- venerdì sera mi sono armata di pennello e tempera per interni.

Ho pulito le pareti bianche per togliere i segnacci dei pennarelli lavabili ( non ho capito perché li definiscono così, visto che dai vestiti non scompaiono mai del tutto e nemmeno dalle mani dei bambini, figuriamoci dai muri di casa).

Ho ridato il colore bianco nella sfumatura prescelta identificata chiaramente con un codice a sei cifre sul barattolo stesso e tutto è tornato come prima.

Galeotto invece fu il colore.

Perché eliminare le tracce da una parete colorata di arancio è cosa complicata. Sotto la pittura il segno torna a vedersi, se gratti togli il colore e quando metti quello nuovo la differenza si nota.

Quindi? Quindi ho tentato di eliminare gli scarabocchi utilizzando la gomma pane, poi la spugna magica, poi spugnetta e sgrassatore, poi nonmiricordopiù.

Alla fine, quando non è rimasta neanche l'ombra delle opere di Ringhio, ho applicato il colore.

Pennello alla mano, fischiettando la sigla di "Topo TIP", ho colorato i pezzi della parete che avevo ripulito.

Al compimento dell'opera, ho guardato la parete su cui campeggiavano macchie arancione scuro, come toppe colorate sugli abiti dei clown.

CF, che rincasava in quel momento dal lavoro, mi chiede se avevo utilizzato la tempera della sfumatura giusta.

"Perché, quante latte abbiamo? Io ho trovato solo questa, per cui è quella giusta per forza. Sarà così perché si deve asciugare", affermo vantando una certa sicurezza.

La mattina dopo CF mi trova impietrita davanti a quello che viene soprannominato il Muro del Pianto. Le toppe colorate, lungi dall'uniformarsi al colore della parete, fanno bella mostra di sé.

L'impatto è quello che di solito si ha quando si vedono i provini dei pittori sulle pareti, fatti per scegliere il colore definitivo da applicare.

CF, dopo essere scoppiato in una fragorosa risata, va a prendere la latta e confronta il codice con quello riportato sulle palette dei colori che avevamo utilizzato per scegliere quella sfumatura tanto discreta che ci piaceva tanto.

Ovviamente non era la stessa nuance.

"Ma come è potuto accadere?!" continuo ad esclamare.

Ho dovuto aspettare che riaprisse il colorificio questa mattina per acquistare la tinta giusta.

E sottopormi al vilipendio collettivo, perché casa nostra si è trasformata nella nuova Mecca proprio questo fine settimana.

Sono cose che capitano, sì, vorrei sapere a chi oltre a me, però!

 

Da quando sono venuti alla ribalta show dedicati alla cucina molti uomini hanno scoperto che cucinare può essere interessante.

Se prima dell’avvento di Masterchef gli uomini cucinavano solo davanti ad un barbecue, sulla scia di Cracco e Borghese ora sono sempre di più quelli che passano il tempo davanti  ai fornelli.

Non sempre i risultati però sono da cucina stellata…

Recenti sondaggi hanno dimostrato che le donne italiane reputano più sexy gli uomini che cucinano

I vostri partner che rapporto hanno con la cucina?

Parlando con le amiche, ho scoperto che siamo tutte più o meno “affette” da uomini che si improvvisano cuochi.

Ecco qui una lista dei sintomi che ti aiuteranno a capire se anche il maschio alfa della tua famiglia soffre di “sindrome da cuoco compulsivo”

  • Critica puntualmente tutte le pietanze che gli metti davanti, dall’uovo sodo al risotto alla milanese. Se una volta il suo giudizio era racchiuso nella temutissima frase “Quello di mia mamma è più buono” ora è diventato più articolato. Si passa dal banale “manca un po’ di sale” al più complesso “questo piatto è completamente sbilanciato, la nota acida non viene fuori e manca totalmente di croccantezza”
  • Si alza la domenica mattina e declama: “Oggi cucino io”. Niente può farlo desistere, neanche il fatto che aspettate ospiti per l’ora di pranzo. Questo serve solo a galvanizzarlo.
  • Con indosso il grembiule che hai ricevuto in regalo dalla suocera premurosa e non hai mai indossato, si chiude in cucina alle 8.00 di mattina e vi impone di rimanerne fuori, qualunque cosa accada.
  • Salvo poi chiamarvi ogni tre per due per chiedervi la qualunque. “Amore, dov’è l’apriscatole?” , “Tesoro, l’olio?”, “Ma come si accende il forno?”
  • All’ora di pranzo riemerge per ordinarvi di apparecchiare “col servizio buono”
  • Vi accomodate, fate sedere gli ospiti che avete whtsappato prima scusandovi in anticipo e che si sono fermati sicuramente da qualche parte a mettere qualcosa nello stomaco e attendete.
  • Quando l’ultimo rintocco delle campane ancora aleggia nell’aria, lo chef arriva in tavola con il suo capolavoro culinario. Pomposamente, quasi come se stesse presentando al regno il nuovo erede al trono, annuncia: “Quello che andremo ad assaggiare oggi è una ricetta tradizionale rivisitata in chiave moderna e che ho chiamato pasta-a-modo-mio”. Si guarda attorno aspettandosi degli applausi che chiaramente non arrivano.
  • Comincia a chiederti di passargli i piatti e, in modo puntiglioso, ti spiega come deve essere eseguito l’impiattamento. Ovviamente tu annuisci e distribuisci la pasta come hai sempre fatto, causando sospiri di sconforto, da genio frustrato e incompreso.
  • Si siede, chiude gli occhi e assaggia.
  • Con falsa modestia, afferma: “Delizioso, ma probabilmente, come noterete anche voi che avete un palato allenato, avrei dovuto mettere un pizzico in più di alligator pepper. Di solito mi viene meglio” Il malato tenta di metter le mani avanti, con il classico atteggiamento della captatio benevolentiae, comportandosi da vero paraculo.
  • La platea guarda sconsolata l’ammasso informe che giace nel piatto, chiedendosi se in effetti quel pizzico in più avrebbe reso magari commestibile qualunque cosa sia quello che stanno mangiando. Qui ovviamente dovete gratificare l’ego del cuoco, lodandolo tra un boccone e l’altro.
  • Finito il pasto che si componeva di un’unica portata (nonostante il vostro uomo sia stato chiuso in cucina per quattro ore), lo chef in erba si svaccherà distrutto sul divano. Perché il peggior sintomo di questa bruttissima malattia è la seria convinzione che rassettare la cucina non sia di competenza del cuoco. Alle vostre proteste, la risposta comune sarà: “Ma hai mai visto Cracco che lava i piatti o pulisce i fornelli?”.

Voi, di fronte allo spettacolo raccapricciante che vi accoglie in cucina, con piani di lavoro ricoperti da sostanze viscide e appiccicose e pezzi di materiale organico che costellano il pavimento manco ci avesse fatto un lavoretto Dexter, vi chiedete: “Ma com’è possibile che per cucinare degli spaghetti scotti con il sugo all’amatriciana già pronto uno debba usare un’intera batteria di pentole?”

Sospirando, vi appresterete a passare un paio di ore della vostra domenica pomeriggio a bonificare la stanza, immaginando Cracco che, con indosso solo il grembiule della suocera, cucinerà per voi mille prelibatezze. E senza sporcare nulla.

 

Ogni bambino prima o poi ha delle fissazioni: c’è chi vuole ascoltare sempre la stessa favola, chi vuole giocare sempre con lo stesso gioco, chi vuole mangiare i biscotti solo interi…

Stranezze che prima o poi passano da sole, per fortuna.

Io da piccola per esempio volevo mangiare solo il Cornetto cuore di panna, mentre mia cugina mangiava il gelato solo se era rosa.

In questo periodo la Ninfa si è fissata col colore fucsia. Oddio, più che una fissazione è una forte predilezione: se può scegliere, lei sceglie fucsia.

Domenica scorsa, complice il passaggio all’ora legale, eravamo un tantino sfasati, per cui abbiamo preferito rimanere a casa.

Verso l’ora di cena, ho aperto il frigorifero e ho visto che in un bel contenitore giacevano semidimenticate due barbabietole (o rape rosse) precotte.

Quando ero piccola le barbabietole era un ortaggio che consumavano molto i miei nonni, mentre sulla tavola dei miei genitori non sono mai arrivate.

Le ho riscoperte nell’ultimo anno, durante il pranzo di lavoro che mi concedo una volta al mese con la mia amica.

Le barbabietole hanno un sacco di proprietà. E sapete nel mio caso qual è la cosa più bella? Che hanno uno stupendo colore fucsia!

Le avevo comperate per  fare degli gnocchi un sabato sera in cui avevo ospiti.  E’ stata la cena più disastrosa che abbia mai fatto, ma questa è un’altra storia.

Quindi me ne sono avanzate due e ho deciso  di utilizzarle per fare di nuovo gli gnocchi.

Ho cercato e ricercato nel web una ricetta diversa da quella che avevo provato e questa è la mia versione rivisitata.

Eccoli, di un bel colore acceso!

GNOCCHI FUCSIA

Ingredienti per 4 porzioni

  • 200 gr.di barbabietole cotte
  • 350 gr. Di farina 00
  • 250 gr. di ricotta
  • 100 gr. di parmigiano grattugiato
  • 50 gr. di pecorino grattugiato
  • Un pizzico di sale
  • Un pizzico di pepe
  • Un pizzico di noce moscata
  • Un pizzico di curcuma
  • Un pizzico di zenzero

Il procedimento è semplicissimo. Abbiamo inserito  nel boccale del Bimby le barbabietole tagliate a pezzi, la ricotta, sale e spezie: 10 sec. Vel.6.

Poi abbiamo unito farina, parmigiano e pecorino: 20 sec. Vel 5. Quello che vedrete sarà un bell’impasto fucsia acceso, quasi come quando frullate i mirtilli.

La Ninfa era felicissima e meravigliata. Abbiamo tolto l’impasto e su una spianatoia spolverata di farina abbiamo formato dei salsicciotti dello spessore di un dito circa e li abbiamo tagliati per ricavare tanti gnocchi colorati.

Per cuocerli si segue lo stesso procedimento di quelli di patata: si buttano in acqua bollente salata e si ripescano quando vengono a galla.

Conditeli a piacere: con burro, salvia e alloro, con una fonduta di parmigiano, con un sughetto al pomodoro…

Noi li abbiamo mangiati su un bel letto di pesto (sentite come parlo bene, proprio da spettatrice di Masterchef).

Abbiamo preso dei piatti bianchi e Ringhio ha messo un paio di cucchiai di pesto sul fondo. La Ninfa col mio aiuto ha distribuito gli gnocchi, qualche goccia di olio e un cucchiaino di parmigiano…

Semplicemente fantastici! Purtroppo avevamo fame per cui niente foto dei piatti.

Ah, potete congelarli e consumarli in un secondo momento.

E voi, utilizzate la barbabietola o non fa parte delle vostre abitudini alimentari?