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Parlare del giorno del ringraziamento in Italia è un po' come parlare di Halloween, vale a dire che genera spesso reazioni negative.

So bene che il Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) è una festa tipica degli Stati Uniti.

Perché allora dovremmo festeggiarla anche qui da noi? Non ne abbiamo già abbastanza delle nostre?

Ecco, non fraintendetemi, non sto proponendo di farla diventare una festa nazionale.

Quello che voglio dire è che di motivi per dire grazie ne abbiamo tanti anche noi, per cui trovo bello scegliere un giorno dell'anno in cui farlo tutti assieme.

Inoltre, sopratutto in questi ultimi anni, anche a livello educativo ci si sta focalizzando molto sul tema della gratitudine.

Quale occasione migliore allora per dimostrare ai bambini l'importanza di dire grazie e quella di non dare mai per scontato quello che si ha?

Prima che i soliti ignoti mi saltino addosso e mi azzannino alla gola, cercherò brevemente di spiegare che cos'è il Giorno del Ringraziamento.

Il Giorno del Ringraziamento: che cos'è e quando si festeggia

Il giorno del Ringraziamento  è una festa nazionale americana che si celebra il quarto giovedì di novembre.

Il Giorno del Ringraziamento: come nasce

Le nostre conoscenze riguardo a questa festa sono legate principalmente a quello che leggiamo nei libri o a quello che vediamo nei film.

Il che si traduce nelle immagini di famiglie che si riuniscono attorno ad un tavolo per mangiare un enorme tacchino con una salsa strana.

La nascita del Giorno del Ringraziamento si fa risalire al 1623 ed è legata alla storia dei Padri Pellegrini.

All'inizio del 1600 un gruppetto di cristiani perseguitati in Inghilterra si imbarca sul vascello "Mayflower" per dirigersi verso il nuovo continente.

Molti di loro però non ce la fanno e muoiono durante la traversata.

Per quelli che riescono a sbarcare sul suola americano, la speranza di ricominciare una nuova vita si infrange contro la dura realtà.

La terra non è adeguata per i semi che gli esuli hanno portato con loro.

Il raccolto non spunta e molti  non riescono a superare l'inverno.

L'anno seguente le condizioni dei pellegrini non sembrano affatto migliorate: nonostante la loro cura la terra non dà frutti.

Questa volta però la provvidenza viene loro in aiuto: un gruppo di nativi americani, impietositi, dona loro dei semi di mais, dei semi di zucca e dei tacchini.

In questo modo, quando giunge l'inverno, i coloni sono pronti: la terra questa volta è stata generosa e non moriranno di fame.

I coloni, da buoni cristiani, decidono di rendere grazie a Dio per la sua generosità: organizzano una cerimonia a cui sono invitati anche i nativi americani.

E' solo nel 1789  però che la festa del ringraziamento viene proclamata a livello ufficiale dal primo presidente degli Stati Uniti, George Washington.

Con il passare degli anni il carattere religioso si perde, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui la celebrazione diventa di fatto una festività laica.

Il Giorno del Ringraziamento: cosa rappresenta

Visto in quest'ottica, dunque, il Giorno del Ringraziamento rappresenta per gli americani la partenza della creazione del loro stato.

Non voglio qui aprire una diatriba sulle stragi di nativi americani avvenute in seguito alla colonizzazione dell'America.

Mi premeva solo sottolineare quanto abbia rappresentato e ancora rappresenti questa festa per i cittadini degli Stati Uniti.

Giorno del Ringraziamento: come si festeggia

Secondo la tradizione,  il giorno del ringraziamento ogni famiglia organizza un pranzo o una cena luculliane preferibilmente in casa.

Questa giornata è l'occasione per riunire i membri della famiglia che spesso abitano molto distanti e non hanno la possibilità di vedersi frequentemente.

Protagonista del pasto è il tacchino, che viene farcito, cotto al forno e servito con una particolare salsa a base di ribes.

Non devono mancare poi le preparazioni a base di mais e le torte fatte con la zucca.

Anche la casa viene decorata, con addobbi luccicanti e colorati che richiamano l'autunno.

Ma vi lascio spiegare tutto questo da Isabella di "Mama made in Italy", una mamma expat che vive negli USA da alcuni anni.

Giorno del Ringraziamento: curiosità

Sapete che il giorno del ringraziamento è chiamato anche T-day?

T sta per Turkey, ossia "tacchino" in inglese. E' oramai una tradizione consolidata quella della cerimonia della grazia presidenziale a due tacchini ( National Thanksgiving Turkey Presentation).

Gli allevatori mandano alla Casa Bianca uno dei loro tacchini ed il presidente, alcuni giorni prima del giorno del ringraziamento, decide quali tacchini graziare.

I due fortunati volatili vengono poi utilizzati per aprire la parata sulla Main Street di Disneyland.

A questo proposito, avete mai guardato con i vostri bambini il film d'animazione "Tacchini in fuga"?

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Come festeggiare il Giorno del Ringraziamento in Italia

Festeggiare il Giorno del Ringraziamento in Italia non è solo e sempre un voler seguire la moda del momento.

Se a monte ci sono dei bisogni particolari, delle idee e dei ragionamenti la festa del Ringraziamento può essere adattata anche alla nostra cultura.

Dire grazie ed essere consapevoli delle fortune che abbiamo è un valore che cerco di trasmettere ai miei figli.

Tempo fa avevo parlato di quanto sia importante per ogni famiglia crearsi dei propri riti, delle proprie tradizioni.

Proprio per questo, lo scorso anno abbiamo deciso di fare un esperimento.

Negli ultimi dodici mesi, sulla mensola della sala, ognuno di noi a turno ha messo in un vasetto un piccolo bigliettino con un ringraziamento speciale per una persona.

Per esempio, la Ninfa mi ha fatto scrivere cose del tipo:

"Grazie alla mia amica A. che mi ha regalato la sua mollettina".

Con CF e i bambini abbiamo concordato un giorno specifico dell'anno in cui celebrare il "nostro" ringraziamento.

In questo giorno speciale (un sabato o una domenica per ragioni lavorative) cuciniamo tutti quanti assieme i piatti che ci piacciono di più (mi dispiace, il tacchino non rientra tra questi).

Ci vestiamo bene, apparecchiamo la tavola con una cura maggiore del solito e ci sediamo a festeggiare.

Al termine del pasto prendiamo il nostro vasetto e leggiamo i bigliettini.

Come potete vedere, non c'è bisogno di una festa nazionale, di parate e di banchetti per celebrare la gratitudine.

Basta fermarsi un attimo, in un giorno qualsiasi, e prendersi del tempo per elencare anche a mente cinque motivi per essere grati.

Vedrete che poi la parola "grazie" vi affiorerà facilmente sulla labbra.

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Si avvicina novembre e con questo mese si presenta puntuale anche la commemorazione dei morti.

Oramai i miei bambini stanno crescendo ed è sempre più frequente che, soprattutto la Ninfa, mi chieda: "cos'è la morte?" , "Perché si muore?", "Dove si va quando si muore?", "Anche tu mamma morirai?".

Parlare di un tema così complesso con i bambini può metterci in difficoltà.

Del resto ignorare le loro domande e liquidarle con un "Ne riparleremo quando sarai più grande" è una strategia da non prendere nemmeno in considerazione.

Tempo fa la Ninfa e gli altri bambini della loro scuola materna si sono trovati a fronteggiare la morte di una loro compagna di classe.

Ho apprezzato molto il tatto con cui le insegnanti hanno affrontato la questione, facendo sentire i bambini accolti, ascoltandoli e spiegando loro cosa era accaduto con termini chiari e rapportati alla loro età.

Da loro ho imparato che esistono alcune "strategie" per parlare della morte ai bimbi.

Questi sono i passi che sarebbe opportuno compiere. Uso il condizionale perché mi rendo conto che quando capita di affrontare un lutto anche noi genitori, spesso, ne siamo colpiti in prima persona.

Per esempio, quando muore il nonno o anche il cane di famiglia, a risentirne per primi siamo noi stessi ed è comprensibile che ci lasciamo trasportare dai sentimenti piuttosto che dalla ragione.

Come affrontare il discorso della morte con i bambini

Questi sono i passi che sarebbe opportuno compiere quando dobbiamo comunicare ai nostri figli che è mancato qualcuno.

  • Non raccontiamo bugie

Come accennavo sopra, deviare le domande dei bambini o, peggio ancora, raccontare bugie allo scopo di proteggerli dal dolore può provocare più danno che giovamento.

I bimbi, anche se piccoli, sono già in grado di capire che qualcosa non va e si interrogano su quello che capita attorno a loro.

Raccontare loro bugie o mezze verità può minare il rapporto di fiducia e creare confusione: " la mamma mi dice che va tutto bene, ma la vedo triste e preoccupata".

I bambini sono empatici e intelligenti: spiegare loro cosa è accaduto con parole semplici e chiare, adatte alla loro età, è la soluzione più corretta.

  • Chiediamo aiuto alla narrazione

Quando una perdita ci tocca da vicino, spesso ci mancano proprio le parole per spiegarlo.

Lasciamo allora che a parlare per noi lo facciano i racconti: scegliamone uno adatto all'età del nostro bambino, leggiamolo assieme e condividiamo i nostri sentimenti.

  • Non nascondiamo il nostro dolore

I bambini sono empatici, riescono meglio di noi adulti a capire e leggere i vari stati d'animo e i vari sentimenti. Del resto l'educazione emotiva è una delle pietre miliari nel percorso educativo del bambino.

Evitiamo allora di dire ai nostri figli che le cose vanno bene quando invece non è così: riconosciamo il nostro dolore e parliamone con loro.

In questo modo anche i piccoli si sentiranno "autorizzati" ad esternare i loro sentimenti, si sentiranno accolti e compresi.

  • Rispettiamo i tempi dei bambini

Per elaborare un lutto ci vuole spesso molto tempo. Magari per noi grandi, che ci siamo già passati, questo può essere scontato.

Per un bambino che si trova ad affrontare una perdita affettiva, forse per la prima volta, i tempi possono essere più lunghi.

Non mettiamo loro fretta, ma impariamo ad aspettare e ad ascoltare quello che ci comunicano, non solo con le parole.

Rispettiamo le loro emozioni e aiutiamoli ad elaborare la perdita.

5 libri utili per spiegare la morte ai bambini da tre a sei anni

In occasione dell'avvicinarsi della Commemorazione dei Defunti,  vi lascio 5 suggerimenti di lettura per affrontare il tema della morte adatti a bambini dai tre ai sei anni.

Sono racconti brevi, scritti in modo delicato e chiaro, accompagnati da bellissime illustrazioni.

  • "Il cerchio della vita" di K.Meinderts

Ambientato nella savana, questo coloratissimo libro illustra come la morte sia l'inevitabile destino di ogni creatura. Che pasticci potrebbero accadere se ognuno di noi vivesse per sempre?

In sole 32 pagine l'autore con spiazzante ironia presenta la morte non più come una nemica, ma come un personaggio positivo e gradevole.

  • "Un paradiso per il piccolo orso" di W. Erlbruch

Stessa lunghezza dell'albo precedente e stessa leggerezza nell'affrontare il tema del lutto. Il bimbo segue le avventure di un piccolo orso che sta cercando di raggiungere il paradiso per ritrovare i genitori morti.

  • "Perché non c'è più?" di L.Mundy

Questo piccolo libro si pone dal punto di vista dei bambini e degli  interrogativi che si pongono quando muore una persona cara.

Grazie anche alle immagini, è un valido aiuto per far capire ai piccoli che, anche se stanno vivendo un momento molto doloroso, prima o poi torneranno di nuovo a sorridere e a essere felici.

  • "Gina e il pesciolino rosso" di J. Koppens

Personalmente è il libro che i miei bimbi preferiscono.

Gina ha un pesciolino rosso. Un giorno però il pesce muore. Gina e i suoi amichetti pensano che stia solo dormendo. Uno di loro, però, spiega ciò che è accaduto in realtà.

I bimbi sono addolorati, ma il saggio amico suggerisce di seppellire il pesciolino in un bel posto. In questo modo Gina potrà andarlo a trovare tutte le volte che vorrà.

La bimba va ogni giorno a trovare il suo amico e gli porta dell'acqua fresca, finché un bel giorno, come per magia, sulla tomba del pesce nasce un fiorellino del suo stesso colore.

  • "La nonna in cielo" di A. Lavatelli

Questo albo racchiude tutta la tenerezza del rapporto magico tra Emma e la sua nonna che muore e va in cielo.

Emma, da quando la mamma le ha spiegato questo, trascorre il suo tempo in giardino, con il naso all'insù, aspettando di vedere la nonna adorata far capolino tra le nuvole.

Nel frattempo ripensa a tutte le cose belle che ha fatto assieme alla nonna quando era ancora viva.

Con chiarezza e semplicità questo libro mostra come il legame speciale che si ha con una persona cara è indissolubile nonostante la morte.

Conclusione

Spero che questo post vi possa essere utile. Affrontare una perdita è una prova difficile per un adulto, figuriamoci per un bambino.

Quando ci si trova in queste situazioni, le parole possono mancare. Perché allora non usare quelle degli altri?

 

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Se fosse stata una bambina si sarebbe chiamata Sofia.

Se fosse stato un maschietto, non so, non avevamo ancora deciso.

Tanto non avrebbe fatto alcuna differenza.

Nel 2011 sono stata mamma per dieci settimane.

Ho toccato il cielo con un dito, fatto castelli in aria, sognato vestitini di tulle e abiti sportivi.

Ho deciso la meta della nostra prima passeggiata, ho raccontato fiabe a fior di labbra sfiorandomi la pancia con le dita sotto le coperte ogni sera per quelle meravigliose dieci settimane.

Poi le perdite di sangue, la corsa in ospedale, la straziante attesa e l'ecografia.

"Non c'è il battito, signora"

La sentenza lapidaria, definitiva, che ha abbattuto brutalmente ogni speranza.

Cosa rimane dopo?

Un ventre vuoto, ripulito, un cuore lacerato, un dolore sordo e cupo che appesta l'aria.

Giornate che si trascinano prive di senso, intanto che si aspetta di ricomporre i pezzi della nostra anima andata in frantumi, come le vetrate colorate di una chiesa quando scoppia una granata.

Solo che le vetrate delle chiese non si riparano con l'Attack e neppure le anime delle mamme e dei papà.

Cosa rimane dopo?

Una cartelletta bianca, con il nome e il logo dell'ospedale, e quell'ecografia, l'unica immagine che ho di te.

Sono stata mamma per la prima volta nel 2011.

E lo sono tutt'ora, mamma di tre, non di due.

Perché non voglio far finta di niente, non voglio dimenticarti.

L'ho saputo solo oggi che i bambini nati da una coppia dopo la terribile esperienza di una morte perinatale vengono chiamati "rainbow children".

Una definizione allegra, mi fa venire in mente fiotti di bambini di ogni colore che scivolano giù giù fino ad arrivare nella pancia di una mamma.

Anche i miei figli sono "bambini arcobaleno".

Sì, perché anche noi, come moltissimi altri, abbiamo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire perdere un bambino prima della nascita.

Che sia un caso o meno, a me è capitato proprio nel mese di ottobre, per la precisione il 24 ottobre del 2011.

Forse avrei trovato il coraggio di parlarne qui sul blog, o forse no.

Ho colto l'occasione di farlo oggi, nella giornata mondiale della CONSAPEVOLEZZA del lutto perinatale, spinta da tante di voi che hanno trovato la forza di aprirsi e di farlo a loro modo, chi su facebook, chi su instagram.

Perché il mio dolore è quello di tante mamme e di tanti papà, perché non se ne parla, o se lo si fa è più un accenno che un discorso.

I medici catalogano la morte perinatale come un fatto naturale.

Ma del resto la morte è di per sé un fatto naturale.

E' strano però che, se tutti hanno un atteggiamento più che comprensivo quando muore una persona cara, quando accade di perdere un figlio prima che nasca l'unica cosa che ti sanno dire è: "Sei giovane, vedrai che ne arriverà un altro"

Nella maggior parte dei casi è vero. Ma questo non lenisce in alcun modo il dolore di chi ha subito di fatto una perdita.

Non esiste la ricetta magica per sistemare tutto, ma sono sicura che basterebbe un minimo di empatia e di informazione in più per sensibilizzare la gente.

Parlarne aiuta, ma per farlo bisogna sentirsi "accolti".

E se si continua a sminuire o a far passare sotto silenzio un'esperienza di tale entità ogni mamma che perderà un figlio continuerà a sanguinare dentro, a sentirsi sbagliata, diversa, umiliata.

Il dolore rimarrà lo stesso, forse, ma la forza con cui si affronterà sarà diversa.

Solo per questo oggi ho deciso di parlarne. Tante mamme che conosco ci sono passate, tante ci passeranno.

Ma nessuna di loro sarà più sola, costretta a soffrire dentro con uno stupido sorriso vuoto sulle labbra.

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Eccomi, le ferie sono finite e sono definitivamente rientrata alla base.

Anzi, ho già anche ricominciato a lavorare.

No, non lo sto dicendo con spavalderia, ma semmai proprio il contrario.

Rientrare al lavoro dopo settimane di vacanza mi causa un'ansia che la metà basta e avanza.

Piangere e agitarsi però non serve a nulla.

Nel tempo ho imparato che i primi giorni di lavoro sono giorni di assestamento.

Li considero come un piccolo periodo di transizione e, negli ultimi anni, ho scoperto che se li affronto in modo "soft" alla fine non sono così tragici.

Il ritorno alla solita vita, alla routine frenetica da mamma lavoratrice, non deve per forza essere negativo.

Insomma, durante i mesi in cui non siamo in ferie riusciamo comunque a fare cose stimolanti e divertenti: una cena con gli amici, una gita fuori porta, un poco di giardinaggio.

Questo è un ottimo punto di partenza: pianificare cose piacevoli mi fa sentire ancora un po' in vacanza.

A volte devo riconoscere che tutta questa pianificazione può risultare un'arma a doppio taglio, perché rischio di mettere troppa carne al fuoco.

In men che non si dica, se non sto attenta, mi ritrovo l'agenda piena di impegni la maggior parte dei quali è destinata a fallire miseramente dopo il primo mese.

Quindi assegno un ordine di priorità agli impegni e ai progetti che mi interessano.

In questo modo comincio già a capire dove indirizzare le mie energie.

Parto con calma, senza fare tutto subito.

Durante il corso della giornata mi piace ogni tanto prendermi delle pause "contemplative": mi perdo nei ricordi delle ferie e inizio a progettare quelle nuove.

La parola d'ordine per evitare ansie da rientro è gradualità.

Rientrare al lavoro dopo le vacanze equivale a fare un intenso sforzo fisico.

E certi sforzi non si possono affrontare senza un allenamento graduale.

Quindi non siate severe con voi stesse, non pretendete di essere efficienti e produttive subito al cento per cento.

Cercate di riposare bene (sì, lo so, mamme e sonno non vanno d'accordo), di mangiare sano, seguendo la stagionalità dei prodotti, di passare qualche ora all'aria aperta senza necessariamente fare un'intensa attività fisica.

Concentratevi sulle vostre esigenze e non solo su quelle dei vostri familiari: rientrare dalla vacanze non vuol dire dimenticarsi di noi come persone. Prendetevi il vostro tempo, i vostri spazi.

E poi diciamocelo: il rientro dalle vacanze significa anche la riapertura delle scuole.

Quante di voi stanno facendo il conto alla rovescia? Uhhh, quante mani alzate!

Forza, allora, ricominciamo assieme.

Piano piano e con serenità.

Buon rientro a tutte!

Le feste di fine anno scolastico sono sempre una grande gioia.

Per prima cosa proprio perché la scuola finisce e già questa è di per sé una bella notizia, tranne per quei poveri genitori che lavorano entrambi e devono pensare a dove piazzare i figli-

In secondo luogo perché è un'occasione per far festa assieme ai nostri bambini e festeggiare è sempre bello.

Insomma, andare alle feste di fine anno, come avrete dedotto, non è un gran peso per me, anzi.

Quest'anno per me è stata la seconda volta alla festa di fine anno.

Infatti, anche se la Ninfa è già tre anni che frequenta la materna, il primo anno si era ammalata e quindi niente festa.

Inoltre questa era la prima volta di Ringhio che ha avuto il suo battesimo del palco (esiste? Si dice?) con la recita di Natalere

Qui da noi però a Natale si fa solo la recita senza la festa.

Purtroppo il papà non è riuscito a prendere le ferie ma stavolta erano presenti tutti e quattro i nonni, cosa alquanto incredibile.

Per motivi di spazio la recita viene fatta nel vicino teatro comunale anziché nell'edificio della scuola materna.

E proprio lì ci siamo diretti, in una soleggiata giornata di sole.

Il teatro era gremito di genitori e parenti, eccitati e accaldati.  Niente aria condizionata a mitigare la calura pomeridiana.

C'è stato un brevissimo discorso del sindaco seguito da quello del parroco, che ospita la festa all'interno dell'oratorio.

Le maestre, a turno, hanno presentato i vari gruppi di bambini, spiegando il percorso fatto durante l'anno scolastico e introducendo le scene che avremmo visto.

Il tema dell'anno erano le fiabe, partendo dalla figura centrale del cantastorie, che a me fa sempre venire in mente il simpatico menestrello del cartone animato "Robin Hood".

A questo poi hanno collegato il percorso sulla psico-motricità, sulla musica e su un paio di altre tematiche sviluppate prevalentemente dal gruppo dei grandi.

Trovo sempre interessante vedere come le maestre riescono a mettere assieme tutti questi aspetti differenti creando qualche cosa a misura di bambino che sia però comprensibile anche al mondo degli adulti.

La recita si è aperta con una canzone introduttiva di gruppo che ha visto sul palcoscenico tutti gli alunni, quindi quasi un centinaio di bambini.

Ogni gruppo, a seconda dell'età e del ruolo, era vestito con colori differenti e questo creava un impatto visivo davvero forte.

Dopo il canto iniziale, siamo entrati nel vivo dello spettacolo.

Hanno cominciato i piccoli e i piccolissimi, tra cui Ringhio, vestiti di bianco e blu e travestiti da topolini.

La scenetta era basata sulla storia di un topolino che viveva in biblioteca. I bimbi, in fila indiana, dovevano cimentarsi in un circuito sportivo con birilli, cerchi, saliscendi da panche e cose di questo genere.

Il mio pupo, che durante la canzone si stava quasi addormentando, si è improvvisamente risvegliato dal coma soporifero e ha avuto uno sprint inaspettato.

Ha fatto il suo giro con un po' di incertezza dovuta al sonno, poi non si sa bene perché ha cominciato a fare il circuito a velocità sostenuta doppiando i suoi compagni.

Correva come un fulmine, come morso dalla tarantola, una, due, tre volte finché una maestra è riuscita a placcarlo e a farlo sedere, tra gli applausi e il divertimento generale della platea.

Dopo l'inchino, i piccoli sono scesi dal palco. Tutti ordinati con i loro pantaloncini blu e la maglietta bianca.

Tutti tranne il mio. Che si era tranquillamente addormentato finiti gli esercizi e quindi è stato adagiato da qualche parte fuori scena.

Non preoccupatevi, eh, alla fine ce lo hanno riconsegnato.

E' stato quindi il turno dei mezzani. Siccome sono un gruppo molto numeroso, hanno suddiviso i bambini in tre sottogruppi.

La Ninfa recitava nella prima parte. La fiaba narrava di due moscerini (o erano altri insetti?) che non riuscivano a danzare finché non ritrovavano l'ispirazione grazie ai suoni della natura.

La Ninfa aveva la parte di un fiore, maglietta verde, gonna blu e corolla gialla a mò di colletto.

Come sempre, ha avuto un attimo di timidezza iniziale, subito passato quando la musica ha preso piede.

Si è comportata in modo serio, sempre attenta e composta, perfino quando ha dovuto danzare a ritmo sostenuto con un fiore suo compagno, che lei tiranneggia abitualmente già in classe.

Insomma, compassata e molto professionale. Ma poi mi ha detto che era agitata ma che, nonostante ciò, si è divertita davvero tanto.

Finita la favola dei moscerini, si sono esibiti tutti gli altri, portando in scena la fiaba di Rosinka, Popof, I tre porcellini e una canzone di commiato.

Per finire, la consegna dei diplomi ai bambini grandi, che è sempre fonte di orgoglio e di commozione.

L'anno prossimo toccherà anche alla Ninfa, ma intanto che si goda ancora un anno di giochi e serenità, che per studiare poi avrà tutta la vita davanti.

Prima di lasciare il teatro, c'è stata la lotteria. Il ricavato va tutto nelle casse dell'asilo.

Inutile dire che, ovviamente, nonostante i dieci biglietti comprati, non ho vinto un bel niente.

Finita la recita, con la consegna di un Ringhio di nuovo desto e arzillo, ci siamo recati tutti all'oratorio per la festa vera e propria: giochi, trucca-bimbi che non può mancare mai, intrattenimenti vari e buon cibo.

Non siamo rimasti molto perché, visto che lavoro tutta settimana, volevo approfittare del pomeriggio anche per andare a fare la spesa in modo tale da non doverla fare il sabato.

La recita di fine anno è un momento davvero importante per la vita dei nostri bambini.

Secondo me, la recita ha un grande valore educativo: i bambini devono imparare a collaborare, devono sapersi adattare ai ruoli e alla stesso tempo imparano il rispetto delle regole.

Esibirsi significa  anche sviluppare creatività e doti artistiche, sconfiggere la timidezza e rafforzare la propria autostima.

Queste sono competenze che a lungo andare formeranno parte del bagaglio culturale dei nostri bambini.

La recita è la parte conclusiva di un percorso durato un intero anno che ha sicuramente cambiato e formato i bambini, anche se magari noi genitori ce ne accorgiamo poco.

Siamo tutti lì, a guardare i nostri figli, a commentare e a stupirci.

"Oh, come sono diventati grandi!"

"Come passa il tempo"

"Come crescono i nostri figli!"

Già, perché il nocciolo della questione è quello: come crescono i nostri figli, e non solo fisicamente.

I nostri bambini crescono, diventano grandi, sviluppano abilità e competenze che saranno alla base della loro vita futura e non solo della loro istruzione.

I genitori non dovrebbero essere solo semplici spettatori e starsene in disparte, pensando che tanto è "solo" la scuola dell'infanzia.

La recita scolastica non è un banale spettacolino, ma è molto di più.

Anche per i genitori, comunque, la recita è una palestra emotiva: l'impatto di vedere i nostri bambini sul palcoscenico, che recitano, cantano e ballano davanti a tante persone sconosciute è davvero grande, specialmente il primo e l'ultimo anno.

Vi posso consigliare di non stare troppo addosso ai bambini, di non pretendere troppo da loro, di insegnare loro che essere sul palco è divertente e stimolante.

Godetevi la giornata e...non dimenticate a casa i fazzolettini!

Ok, alla fine, nonostante tutto, avete deciso di avere un secondo figlio.

Avete dimostrato di avere un grande coraggio e anche un pizzico di incoscienza, ma ora siete pronte per passare dallo stato di mamma mono-figlio allo stato di bismamma.

La mamma bis- o bismamma- è quella genitrice che, una volta arrivato il secondo figlio, soprattutto se a distanza abbastanza ravvicinata rispetto al primo, farà di tutto per negare l'evidenza.

Fingerà che la vita sia semplice, nonostante lo stato larvale e semi-vegetativo dei primi mesi.

Ignorerà le occhiaie perenni, i crampi alle braccia a forza di ninnare il pargoletto, i vestiti stazzonati con evidenti segni di rigurgito.

La bismamma procederà nella sua fase di negazione arrivando perfino a pavoneggiarsi con le amiche mono-figlio.

Certo, avere un secondo figlio è davvero stancante, non hai più un briciolo di tempo per te, ti devi dividere in due, ma ne vale la pena.

Innanzi tutto perché....perché... Sei rimasta senza parole? Non sai più cosa dire?

Ecco, ci sono qui io, non preoccuparti.

Ho giusto qui alcuni suggerimenti con cui potrete far diventare livide di invidia le madri con un solo figlio.

10 motivi + uno per fare un secondo figlio

Le gioie dell'essere mamma di due  sono molte, tanto da compensare largamente i lati negativi che oramai tutte conosciamo.

Innanzi tutto, avere due figli è bello per la regola della moltiplicazione: non è solo la fatica ad essere moltiplicata, ma, soprattutto, l'amore e le attenzioni che ricevete: doppi abbracci, doppie coccole, doppi regali.

Quando arriva un secondo figlio, imparate ad essere meno gelose e possessive: non esiterete un attimo ad affidare i pargoli a terzi, che siano nonne, cognate o vicine di casa, pur di farvi una doccia o una semplice dormita.

Dite anche addio ai sensi di colpa: se chi ha un solo figlio  ogni tanto ha il dubbio che potrebbe fare di più, chi ne ha almeno due sa che è matematicamente impossibile fare di più.

Avere due figli significa che possono -prima o poi- giocare assieme senza coinvolgervi: loro si divertono, voi vi rilassate. I bimbi con uno o più fratelli imparano prima le regole della socializzazione e della condivisione.

Le bismamme raramente soffrono di solitudine: i momenti senza figli divengono una manna dal cielo, un'occasione d sfruttare al massimo, rischiando di cadere nell'iper-attività.

Quando i figli sono due, anche le aspettative vengono equamente distribuite e quindi si riducono al minimo anche le possibilità di avere un figlio che soffra di ansia da prestazione in maniera patologica.

Una mamma di due, da ottima stratega, può far leva sulla competizione tra fratelli e volgerla a proprio vantaggio: "vediamo chi è il primo a fare il letto" o frasi simili sono comuni in tutte le famiglie non mono-figlio.

Allo stesso tempo, soprattutto man mano che i bambini crescono, è bello osservare come tra di loro nasce una certa complicità e un certo senso di protezione.

I fratelli si spalleggiano, si difendono e si sostengono a vicenda e vivono i conflitti sociali con minor apprensione.

Imparano più in fretta ad avere fiducia e questo permette loro di sviluppare un atteggiamento assertivo nei confronti del mondo.

Da quando i miei bambini sono diventati grandicelli, ho notato che hanno sviluppato anche un certo senso di giustizia.

Se uno riceve una caramella, lo stesso deve valere per l'altro: insomma, non si fanno differenze, si misura tutto, perfino la durata degli abbracci della mamma.

Avere un secondo figlio per una mamma  significa anche avere una seconda opportunità di rivivere le famose "prime volte": il primo sorriso, i primi passi, la prima parola.

E solo questa grandissima emozione, per me, vale come ricompensa per tutte le fatiche, le nottate in bianco, i litigi e i capricci affrontati.