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Ci è sempre piaciuto viaggiare, sia quando si parte per le tanto sospirate vacanze sia che si tratti di viaggi più brevi, come le classiche gite fuori porta.

Poi sono arrivati loro, i bambini.

Ma non abbiamo smesso di viaggiare, ci siamo limitati a cambiare alcune modalità per inglobare anche i pupi.

Dopo l'arrivo dei nostri figli per questioni organizzative abbiamo sempre preferito spostarci con l'automobile, anche quando il viaggio era lungo.

Tre anni fa per esempio con una Ninfa piccola e Ringhio ancora nella pancia siamo andati a Tossa de Mar, in Costa Brava.

La Ninfa ha sempre amato viaggiare, soprattutto in macchina.

Credo che avrà pianto sì e no cinque o sei volte da quando è nata e solo perché aveva fame.

Solitamente quando era piccola l'effetto soporifero legato all'automobile la stendeva non appena vedeva il seggiolino.

Ringhio ovviamente è di un'altra pasta: lui odia profondamente l'automobile, odia il seggiolino, odia l'abitacolo, odia non poter stare in braccio a me o muoversi liberamente.

E questo ha reso i viaggi con lui una vera tortura: dopo dieci minuti inizia a piangere e non smette più, può andare avanti anche per due ore e mezza a meno che non ci fermiamo e lo liberiamo.

Non ho idea di come abbiamo fatto a continuare a viaggiare con lui senza abbandonarlo a bordo autostrada o senza imbavagliarlo.

Ma siamo sopravvissuti e ora siamo fuori dal tunnel: la Ninfa ha cinque anni e Ringhio tre, per cui viaggiare in auto con loro dovrebbe essere più piacevole.

Ho detto "dovrebbe".

Spostarsi con due pupi di questa età in realtà è una vera e propria agonia, una fonte ineguagliabile di stress.

"Mamma, dove andiamo?"- chiede la pupa regolarmente nonostante le sia già stato spiegato tutto l'itinerario, sia che si tratti di una gita sia della classica spesa all'ipermercato.

Dopo dieci minuti: "Mamma, siamo arrivati?"

Dopo venti minuti: "Papà, siamo arrivati?"

Dopo mezz'ora: "Ma non siamo ancora arrivati?"

Dopo quaranta minuti: "Quanto ci vuole ancora?"

Dopo cinquanta minuti:" Quando arriviamo?"

Dopo un'ora: "Ma uffa perché non siamo ancora arrivati?"

Sopra l'ora non ci sono pervenute informazioni perché la bambina finalmente cade in un sonno profondo.

Ma non preoccupatevi, perché tutto si ripete nello stesso modo non appena si risveglia.

Nei dieci minuti che intercorrono tra una domanda e l'altra non è che la pupa stia zitta, eh.

Ci diletta con canzoni a volte anche inventate o ci racconta storie dal finale tragico, del tipo:

" C'era una volta una famiglia di orsetti che partiva per un viaggio. E viaggiavano, viaggiavano, viaggiavano ma non arrivavano mai da nessuna parte. Stavano sempre in macchina, finché il papà diventava vecchio e non riusciva più a vedere niente. A quel punto faceva un incidente e moriva. Così la macchina si fermava e gli altri potevano scendere."

Oppure stuzzica suo fratello che da quando ha accettato il seggiolino vive il viaggio in una nuova dimensione contemplativa: si siede e inizia a guardare fuori dal finestrino senza proferire suono e con lo sguardo fisso.

Inquietante, senza dubbio, ma almeno le orecchie riposano.

A meno che la Ninfa non lo trascini in qualche gioco strano che prevede inevitabilmente come finale una sonora litigata.

A questo punto subentra CF che, con il suo vocione da orso, comincia a minacciare i due, i quali ovviamente non fanno una piega, ben sapendo che can che abbaia non morde.

Quando le cose cominciano a prendere davvero una brutta piega, scatta il piano B.

"Chi vuole una caramella?"

Con il dolcetto in bocca, i tre tacciono e nell'abitacolo torna la pace.

Peccato non duri molto.

"Mamma, cappa pipì" ci informa Ringhio con la sua parlata incerta e stentata.

"Dai, resisti che qui non ci possiamo fermare"

"Cappa fotte" (trad. "Mannaggia, mi scappa proprio forte!")

E per dare maggior enfasi Ringhio stringe occhi e pugni.

CF si ferma appena può e si fa fare pipì a Ringhio.

Non appena partiamo, è la volta della Ninfa.

"Mamma, mi scappa la pipì"

"Ma come, ci siamo appena fermati!"

"Sì, ma quando ci siamo fermati non mi scappava. Ora sì"

CF comincia ad alterarsi sul serio. Vedo il rossore che dal collo si propaga lentamente al resto del viso. Stringe forte il volante e le mascelle.

Propongo di fare un gioco, uno di quei classici giochi da viaggio, tipo "contiamo quante auto rosse vediamo".

Questo distrae i bimbi per una decina di minuti, poi ricominciano a litigare.

"L'ho vista prima io!"

"No, io!"

"No, io io io".

E a questo punto: "Chi vuole una caramella?"

Ripetete la sequenza per un numero X di volte, sostituendo la frase "mi scappa la pipì" con "ho sete" oppure "ho fame".

Riprendete poi il tutto da "Mamma siamo arrivati?" finché non avrete raggiunto la vostra destinazione.

Vi auguro un buon viaggio, sereno e rilassante, in compagnia della vostra famiglia.

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Tra i mille compiti educativi di noi poveri genitori c'è l'annosa questione di insegnare ai nostri figli a non dire bugie.

Ci sono i genitori estremisti che non concepiscono nessun tipo di bugia o di mezza verità, per cui fin da subito patti chiari e amicizia lunga: Babbo Natale non esiste, la fata dei Dentini neppure, il Paradiso  solo se si è fortemente credenti.

Ci sono invece quelle coppie che credono nella scarsa capacità intellettiva dei bambini, per cui dicono loro la qualsiasi, tanto i pupi sono piccoli e ancora non capiscono.

E poi ci sono i genitori delle mille sfumature, quelli che si barcamenano in base al contesto in cui si trovano, per cui se una piccola omissione o una mezza verità può salvare la situazione esitano solo un pochino.

Io credo che insegnare ai propri figli ad essere sempre onesti sia senza dubbio un' ottima lezione di vita, ma sono sicura che non paghi sempre e comunque.

I bambini non hanno il filtro per capire che certe volte non si deve dire per forza la verità ad ogni costo, non sanno cosa sono le convenzioni sociali.

Soprattutto mia figlia.

L'altro giorno ero in coda alla cassa del supermercato con la Ninfa.

Una signora che conosco solo di vista mi saluta con il solito "Salve, tutto bene?"

Come da prassi, le rispondo con un "Sì, grazie e lei?"

La Ninfa dal suo metro e dieci sbuffa e con aria angelica e voce cristallina udibile a metri di distanza informa la suddetta signora che non è vero che va tutto bene, perché la mamma ha il mal di pancia ed è corsa al supermercato per prendere gli assorbenti e se non facciamo in fretta a trovare un bagno si sporcherà tutta di sangue.

Al che come per magia la coda davanti a me sparisce e tutti si spostano per farmi passare, con l'espressione tra lo schifato e il divertito.

La pupa ha detto la verità, proprio tutta la verità.

Non sapevo neppure come sgridarla, tecnicamente non aveva fatto nulla di sbagliato.

Era solo stata onesta e non aveva detto nemmeno una bugia.

Le situazioni imbarazzanti in cui un incauto genitore si viene a trovare solo per aver insegnato ai propri figli a non dire le bugie sono innumerevoli.

Volete un altro esempio?

Il figlio di quattro anni di una mia amica è in casa con il papà mentre la mamma è in bagno.

Squilla il campanello ed entra il loro consulente finanziario.

"Mia moglie arriva subito. Finisce di sbrigare una faccenda e scende."

Il papà manda il figlio ad avvisare la mamma che è arrivato l'ospite che aspettavano.

Il bimbo ubbidisce e poi torna.

"La mamma ha detto che finisce di fare la cacca e poi arriva"

Ecco, sicuramente il bambino è stato l'onestà fatta persona. Magari la mamma avrebbe potuto suggerire qualche altra frase.

Ci si dimentica davvero troppo spesso che i bambini non hanno quelle capacità sociali che si imparano diventando adulti, quel substrato culturale che impedisce a noi grandi di dire ogni cosa che ci passa per la testa sempre e comunque.

E questo come si insegna ai bambini?

Voglio dire, come faccio a spiegare a un bimbo di tre anni che certe informazioni non è necessario che vengano dette e che si può rispondere in altro modo?

Perché se quello che diciamo non è la verità allora è una bugia e quindi noi diventiamo dei bugiardi agli occhi dei nostri figli.

In un caso o nell'altro facciamo sempre una figura barbina.

Per il futuro, quindi,  sappiate che se volete sapere i segreti più oscuri di una famiglia vi basta porre le domande corrette ai bambini, perché "in filio veritas".

Ecco perché sostengo che non sempre è conveniente insegnare ai bambini a non dire le bugie.

Voi vi siete mai trovati in situazioni imbarazzanti a causa della lingua dei vostri figli?

Sono curiosa di leggere cosa vi è capitato.

Oggi mi sono svegliata con la consapevolezza che la festa del papà è proprio dietro l'angolo.

In preda alla tempesta ormonale pre-ciclo, mi sono venuti i lucciconi agli occhi pensando alla prima volta che ho preso il regalo per la festa del papà al mio compagno.

La Ninfa aveva due mesi all'epoca e noi eravamo giovani e spensierati, presi dal vortice della genitorialità come solo una neo mamma e un neo papà sanno essere.

Nel tentativo di "imparare" il duro mestiere dei genitori, mi ero messa alla ricerca di qualche manuale rivolto ai papà.

Mi serviva qualcosa di valido ma allo stesso tempo che affrontasse il tema con leggerezza ed ironia.

E alla fine ho trovato quello che cercavo.

Preparati! Guida pratica per neopapà di Gary Greenberg e Jeannie Hayden

Questo piccolo manuale di sopravvivenza insegna trucchi e giochetti che aiutano i neo papà nella vita pratica di tutti i giorni.

Con grande umorismo gli autori delineano gli scenari più neri che un neo papà si troverà inevitabilmente ad affrontare: la presa di potere del neonato, la mancanza di intimità con la compagna, le notti insonni, il cambio del pannolino...

Adatto per neo papà ma anche per futuri papà, questo libro si rivela davvero un accessorio indispensabile per la salvezza fisica ma soprattutto mentale.

Un manuale per papà assonnati, sfibrati e sfiduciati per farli sentire meno soli e per prendere il nuovo ruolo di padre con leggerezza ed ironia.

Manuale di sopravvivenza per neopapà. Consigli da uomo a uomo per padri primipari di Scott Mactavish

Questo libro scritto da uomo a uomo spiega senza inutili buonismi e senza mezzi termini cosa deve aspettarsi un uomo quando la sua donna rimane incinta.

Dalla sala parto alla prima infanzia, l'autore mette nero su bianco tutti i problemi che il povero e ignaro neo papà dovrà risolvere.

Ovviamente fornisce anche le istruzioni adeguate per risolvere al meglio ogni situazione.

Dissacrante, esilarante e di indubbia utilità è un libro adatto sia per imparare nozioni pratiche sia per tirarsi su il morale.

Se invece i papà sono ormai fuori dal tunnel oscuro del primo anno, potete sempre tralasciare i manuali e orientarvi verso un altro genere di lettura, come quello di "Notti in bianco, baci a colazione".

Se avete altri libri da suggerire, come sempre i commenti sono graditissimi.

Un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, inventrice del #venerdìdellibro.

 

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La festa del papà si sta avvicinando e quindi è ora di cominciare a pensare a come rendere indimenticabile questa giornata dedicata proprio a lui, al caro papà.

Mi è sempre piaciuta la festa del papà, forse perché in primo luogo è sempre piaciuta al mio, di papà.

Pensate che conserva ancora alcuni dei lavoretti che ho fatto per lui quando andavo alla scuola materna, che allora si chiamava asilo.

Non dimentichiamo che il 19 marzo si festeggia anche San Giuseppe ed io avevo una nonna che si chiamava Giuseppina e che ci teneva da morire a questa ricorrenza.

Insomma, sempre grandi festeggiamenti.

Come festeggiare la festa del papà

Festeggiare la festa del papà significa dare importanza ad una figura che negli ultimi anni è stata un po' bistrattata.

Si parla spesso di padri che non sanno fare i padri, di figure paterne allo sbando che stanno imparando a reinventarsi, di papà che devono imparare a non essere autoritari ma autorevoli e così via.

Non voglio ora mettermi a parlare di quanto sia cambiato il ruolo del padre negli ultimi anni.

Come madre voglio che i miei figli costruiscano con il loro papà un rapporto sano e solido e che capiscano che pure lui è importante tanto quanto la mamma.

Perciò ci tengo a rendere indimenticabile la giornata della festa del papà.

Come? Bastano pochi gesti per rendere speciale questo momento.

Filastrocche e poesie per la festa del papà

Non c'è festività che non abbia una sua poesia o una sua filastrocca.

Quando ero piccola le maestre ci facevano imparare una filastrocca o una poesia che poi dovevamo recitare il giorno della festa del papà.

Mi ricordo che finito il pranzo si serviva il caffè con il dolce preparato per quell'occasione.

Dopodiché mia mamma mi esortava a fare la mia performance, spesso in piedi sulla sedia.

Mangiando qualche parola qua e là, declamavo i quattro versi che avevo imparato, sotto lo sguardo divertito e orgoglioso di mio papà.

Alla materna dove va mia figlia non fanno imparare le filastrocche, ma noi ci siamo organizzate lo stesso.

Questa è la filastrocca che abbiamo scelto assieme per la festa del papà:

" Che bello giocare insieme con le costruzioni, poi arriva la sera e guardiamo i cartoni.

Che bello disegnare con i pennarelli e comporre assieme i puzzle più belli.

La vera magia sta tutta qua: quando sei con noi, caro papà!"

Semplice e facile da far imparare ai bambini.

Ne potete trovare tantissime in rete, per esempio su www.filastrocche.it o www.maetramary.altervista.org

Lavoretti per la festa del papà

I lavoretti sono il mio tallone d'Achille. Sono davvero negata in quanto a manualità.

Ovviamente Ringhio e la Ninfa adorano fare i lavoretti di qualsiasi genere si tratti.

Quindi quando la Ninfa ha scelto di imparare la filastrocca ha imposto come altra condizione quella di fare qualcosa per la festa del papà.

Ovviamente non potevo negarglielo.

Ho dato un'occhiata al mio sito di riferimento www.homemademamma.com da cui lo scorso anno avevo tratto ispirazione per la tovaglietta e l'Ipap.

Internet è pieno di tutorial e spiegazioni su come realizzare lavoretti per la festa del papà da fare con i vostri bambini.

Ci sono pensieri carini, come il barattolo di vetro da riempire con frasi simpatiche e zuccherine da donare al papà, ci sono svariati bigliettini, uno più carino dell'altro, ci sono lavoretti con materiale di riciclo...

La nostra scelta è ricaduta su questo:

Uno dei lavoretti fai da te che potete trovare sul sito www.nostrofiglio.it

Sono delle simpatiche cravatte segnalibro e sul retro scriverò la filastrocca che reciteremo per la festa del papà.

Libri per la festa del papà

Nella nostra famiglia c'è il rito della favola della buona notte, a cui alterniamo la visione di qualche cartone animato o di qualche film per famiglie.

Dopo cena i bambini allestiscono un comodo e confortevole angolo lettura in perfetto stile hygge e tutti insieme ci sediamo per leggere i libri presi in prestito dalla biblioteca o ricevuti in regalo.

La Ninfa e Ringhio manco a farlo apposta sabato scorso sono tornati dalla biblioteca con sue libri proprio adatti a festeggiare la festa del papà che possono essere delle simpatiche idee regalo.

Due magnifici libri per la festa del papà

Il primo è "Io e il mio papà" di Crea Libri. Il protagonista è il piccolo Bamboo che vuole fare quello che fa il suo papà: si dedica al giardinaggio come fa lui, si appassiona alla lettura, vuole imparare da lui a pitturare...Il piccolo Panda e il suo papà si divertono un mondo assieme e spesso combinano anche dei bei pasticci!

Un libro carino che spiega con poche frasi e tante figure come il bambino apprende per imitazione dal papà.

Il secondo invece si intitola "Indovina quanto bene ti voglio". Anche qui i protagonisti sono papà leprotto e il suo figlioletto.

Prima di andare a dormire, il piccolo leprotto vuole dimostrare al padre quanto sia grande l'amore che prova per lui. Il papà dal canto suo riesce a batterlo sempre, perché inevitabilmente l'amore che un padre prova per il proprio figlio può essere solo smisurato, o "da qui fino alla luna e ritorno" per parafrasare il libro.

Un piccolo gioiello che insegna a parlare di sentimenti e di educazione emotiva, tutto dedicato all'amore.

Ricette per la festa del papà

Infine, noi che amiamo mangiare e pasticciare in cucina non potevamo non pensare di cucinare qualcosa per la festa del papà.

Lo scorso anno la Ninfa ed io in qualità di sua accompagnatrice avevamo partecipato ad un mini corso di pasticceriae uno degli incontri era stato dedicato alla realizzazione di una torta per la festa del papà.

Per i più tradizionalisti ci sono le intramontabili zeppole di San Giuseppe ma potete anche fare una torta o magari qualcosa di salato.

Quest'anno in realtà non abbiamo ancora deciso cosa cucinare: la Ninfa vorrebbe preparare dei biscotti da decorare per cui se avete delle ricette non esitate a lasciarmele nei commenti.

Voi come festeggerete la festa del papà?

Qualunque sia il modo che sceglierete, non dimenticatevi mai che

Ogni uomo può essere padre.

Ci vuole una persona speciale per essere un papà"

E ricordatevi sempre che un "ti voglio bene, papà!" detto col cuore vale più di mille regali.

Buona festa del papà!

 

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Scena 1: interno di un appartamento, luci soffuse, atmosfera ovattata tipica di un rilassato dopo cena

Personaggi: mamma, papà, figlio e figlia

Priscilla ha appena finito di riordinare con l'aiuto del marito e si appresta a continuare la lettura di un libro che giace da settimane a prendere polvere sulla libreria.

Non appena si siede, quasi come ad un segnale prestabilito, irrompono sulla scena Ringhio e la Ninfa.

Ringhio: "E' mio!" sbraita con il suo vocione profondo.

La Ninfa  ribatte con tono aggressivo e cantilenante: "Ma ce l'avevo prima io!" stringendosi al petto il libro delle filastrocche.

Compagno Fedele alza lo sguardo dal tablet, allunga una mano e toglie il libro alla figlia.

Poi perentorio ordina: "Dai tesoro, lascialo a lui che è più piccolo!"  E fa il gesto di porgerlo al bambino.

A queste parole Priscilla si alza spinta da un intimo moto di solidarietà verso la figlia maggiore.

"Giammai!" strilla iraconda "L'età non mi pare un valido motivo affinché tuo figlio ottenga tutto ciò che vuole"

Con cipiglio fiero e occhi dardeggianti, si guarda attorno: sei occhi la osservano, tre bocche aperte aspettano il seguito, in trepidante attesa.

"Mi è sempre stato sulle scatole quando ero bambina che mi dicessero che dovevo cedere i miei giocattoli a mio fratello perché lui era più piccolo di me"

Cf guarda la compagna, con un sorrisetto di superiorità.

"Mi era sembrato di capire che in questa casa non ci fosse tuo o mio, ma che tutto fosse di tutti perché in famiglia bisogna condividere e collaborare"

Priscilla si sente punta sul vivo. Con tono ispirato, prosegue la sua arringa:

"Infatti è così. Ma condividere i giochi significa che sia Ringhio che la Ninfa possono utilizzarli indifferentemente fregandosene di tutte quelle antiche concezioni sessiste su bambole e macchinine.

Ma non vuol dire che se uno sta usando un gioco l'altro lo debba ottenere perché è più piccolo altrimenti comincia a fare i capricci e addio quiete serale. Che razza di insegnamento è?"

I bimbi osservano la scena, in religioso silenzio. Anche se non capiscono tutto, sanno che tra la mamma e il papà è in atto un braccio di ferro e dalla vittoria di uno dei due dipenderà anche la loro sorte.

A questo punto, Compagno Fedele fa la parte di Pilato.

"Ok, se non vuoi il mio aiuto allora risolvi la faccenda a modo tuo"

E torna a guardare il tablet.

L'indomita Priscilla non si lascia scoraggiare.

"E' no bello mio! I figli sono anche tuoi, mica li ho fatti da sola, per cui visto che dici sempre che ti escludo e che prendo sempre le decisioni da sola ora la questione si risolve assieme.

Dai, non dirmi che non ti veniva il nervoso quando da piccolo ti obbligavano a condividere i tuoi giochi con gli altri"

Compagno Fedele bofonchia: "Dimentichi che sono figlio unico e che da piccolo ero pure un bambino asociale. Un verme solitario aveva più amici di me. Non ho mai condiviso niente, io!"

"E si vede!" sbotta Priscilla, sempre più agguerrita.

"Guarda che la nuova tendenza educativa del momento dissuade gli adulti dall'obbligare i bambini a condividere o cedere il gioco che stanno usando.

Così facendo il messaggio che passa al bambino che sta usando il gioco è pressapoco questo: "non ritengo quello che stai facendo qualcosa di importante tanto quello che potrebbe fare l'altro bambino".

In questo modo non si fa altro che scatenare inutili e insane competizioni tra fratelli, che poi da grandi si odieranno."

Priscilla prende fiato e poi continua: "Guarda che lo spiega benissimo anche la Laura, eh!"

"Che Laura?" chiede  il padre, interdetto. Nella sua mente sta passando in rassegna le amiche e conoscenti in comune, ma non riesce a capire chi è, sta fantomatica Laura.

"Ma come chi?" squittisce Priscilla "Ma la Laura Markham, la psicologa e psicoterapeuta americana, quella che ha scritto un sacco di manuali sull'educazione dei bambini. Ecco, guarda qui"

Così dicendo mostra trionfante al compagno il libro che si apprestava a proseguire, intitolato "Peaceful parent, happy kids".

"E' davvero interessante e spiega molto bene perché non si deve obbligare i bambini a condividere i giochi"

"Ah davvero? E la Laura ti spiega anche come fare per farli smettere di litigare?"

"Certo, suggerisce di incoraggiare dei turni di gioco autoregolati"

"Cioè?" domanda CF, spazientito.

"Semplicemente si spiega a chi vuole il gioco che deve aspettare il proprio turno: quando il pupo che sta usando il giocattolo passa ad altro, allora può usarlo"

"Beh, dai, occorreva la Laura per dirlo! Ci arrivavo anche io. Intanto però quello che lo vuole pianta giù un casino della Madonna e altro che calma e pace"

"Intanto" continua Priscilla con tono saccente "si propone al pupo qualcosa di alternativo, così l'attesa non diventa pesante"

"Certo, ce lo vedo proprio Ringhio che si fa sviare così facilmente. Se si fissa si fissa e non lo schiodi più" ribatte il padre

Priscilla medita un attimo.

"Allora proponiamo al pupo di fare un baratto: un gioco in cambio di un altro, in questo caso un libro in cambio di questo" E indica il libro delle filastrocche che giace, dimenticato e solitario, sul bracciolo del divano.

CF la osserva con aria scettica.

"Sicuro, ma se quei due sono capaci di litigare anche quando  hanno due giochi uguali! Ma dai, come se non li conoscessi anche tu i tuoi figli!"

La povera Priscilla è senza parole.

"Ma guarda che non è un atteggiamento tipico dei nostri figli. Sono così tutti i bambini: Ringhio ha tre anni, è nella fase dell'egocentrismo, per cui tutto è suo sempre e comunque.

La Ninfa dall'alto dei suoi cinque anni che sia un po' gelosa ci sta, del resto se continuate a penalizzarla perché è più grande è ovvio che diventi ancora più acida nei confronti del fratellino."

A questo punto i due litiganti si accorgono che qualcosa non va: i bambini non si sentono più.

"Ma dove sono finiti adesso?"

"C'è troppo silenzio, vado a controllare" CF si alza dal divano e si precipita in cameretta.

Scena due: interno, nella cameretta dei bambini.

Personaggi: gli stessi di prima

Il padre si affaccia sulla porta con aria apprensiva. Dopo un istante di silenzio, chiama la compagna.

"Vieni a vedere"

Priscilla si avvicina alla porta per osservare.

All'interno della stanza, Ringhio e la Ninfa stanno giocando assieme. Hanno montato le rotaie del trenino e ora stanno costruendo con le lego una fattoria vicino ai binari.

"Ma cosa fate qui?" chiede Priscilla, stupita.

"Ci siamo stancati di aspettare che voi decidevate chi doveva usare il libro. Così siamo venuti qui e abbiamo cambiato gioco."

I genitori si guardano e scoppiano a ridere, sollevati.

Il battibecco è finito, la pace e l'ordine sono stati ripristinati.

Scuotendo la testa, i genitori tornano in soggiorno.

A volte è proprio vero: se si lascia fare a loro, i bambini in qualche modo trovano sempre una soluzione.

 

 

 

 

 

9

Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?